Una divertente vignetta di Jeff Stahler.
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Tre giornate per ricordare Sergio Sablich, una delle voci più appassionate ed autorevoli della cultura italiana degli ultimi decenni, musicologo, critico musicale e docente, che all’attività di studioso ha alternato quella di organizzatore musicale come direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica Nazionale e dell’Orchestra della Toscana, sovrintendente dell’Opera di Roma e consulente artistico del Teatro alla Scala. Un progetto del Museo Nazionale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.
A cinque anni dalla prematura scomparsa di Sergio Sablich, musicologo e importante collezionista bergmaniano, avvenuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cerebrale, Torino rende omaggio a questo intellettuale colto, curioso e raffinato dal 3 al 5 marzo con un articolato omaggio che comprende un convegno del DAMS sul grande regista svedese Ingmar Bergman, un concerto dell’Orchestra Sinfonica della Rai e una proiezione al Cinema Massimo.
Comincia così il comunicato stampa che annuncia le tre giornate di studio (e un po’ anche di festa culturale) che Torino dedica a Sergio Sablich. Per il programma completo rimando al sito che la famiglia e gli amici gli hanno dedicato e che raccoglie una quantità straordinaria di cose interessanti da leggere.
E così sono passati quasi cinque anni da quando Sergio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono passati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la direzione artistica dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, e di affrontare l’azzardo della sovrintendenza dell’Opera di Roma.
Dodici anni. Volati? Direi di no. Passati piuttosto con il peso di un trattore sulla cultura italiana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricorderanno delle sue stagioni Rai: senza abbandonarsi troppo alla retorica, si potrebbe dire che erano attraversate da uno slancio emotivo e intellettuale probabilmente irripetibile.
Quando decise di accettare Roma, gran parte degli amici torinesi storsero la bocca. Perché lasciare la solidità di una casa costruita con fatica, mattone su mattone, per ricominciare tutto in un posto franoso e fangoso, dove notoriamente gli amici sono della ventura e i nemici perfidi e insidiosi? I torinesi inoltre (lo so per appartenenza alla categoria), erano convinti che la loro città, la loro bella orchestra, le tante occasioni che quel lavoro offriva non potessero che corrispondere perfettamente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arrischiata per loro quella partenza: foriera di infelicità.
E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cultura a essere diventata sempre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di certezze politiche, e che stava ridisegnando la propria geografia. Sablich era una vera eccezione culturale: non capivi mai bene con chi stesse, se giudicavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la persona più adatta ad avvantaggiarsi di quel momento: probabilmente proprio per questo fu sentito come una minaccia.
Ma allora avevano ragione i torinesi? Per dirla con Peter Grimes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono passati cinque e poi dodici anni, mi piacerebbe che Torino riflettesse su cosa può ancora imparare dalla storia di Sablich. Certo, c’è il convegno dedicato a Bergman, il concerto dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, la proiezione cinematografica. Ma non basta.
Il fatto è che costruire qualcosa, e non solo nel mondo della cultura e delle arti, richiede, ma vorrei dire pretende, un solido amore per l’avventura intellettuale. Il cambiamento, anche arrischiato, la ricerca, il disagio per ciò che si è assestato su una routine, anche fosse una routine virtuosa. E qui non alludo a quella finta curiosità che fa mettere insieme un pezzetto di disordine nel sacro equilibrio: il programmino postmoderno, la ricercuzza pop, il trombonista jazz nel concerto mozartiano. Questi sono i cacciatori da Safari: un’organizzazione poderosa e costosissima li porta in mezzo a una finta jungla, loro sparano un colpo e tornano a casa col trofeo per il salotto.
Quella di cui parlo è la vera inquietudine intellettuale. Quella che costringe a esplorare se non terre nuove, profondità nuove. Quella che esaspera gli amici, i collaboratori, le persone care; che ti porta a fare un pezzo del viaggio in compagnia di gente poco raccomandabile, e magari a commettere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera crescita umana e intellettuale. Rispettare questa irrequietezza, coltivarne i frutti, imparare da essa a non pensare che ciò che si ha sia abbastanza per tutti: è su questo, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spettacolo, che mi piacerebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflettessero ricordando Sergio Sablich.
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Ma osserviamo adesso più da vicino il dagherrotipo di questa ragazza immobile. Perché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquietante”? E ancora: perché la sua mano sinistra – a differenza del resto del suo corpo impassibile e impavido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rivelando di sé al mondo.
Sì, perché questa immagine nasconde (o, al contrario, rivela come più non si potrebbe) una verità esplosiva che nessuno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così palesemente e insurrezionalmente sbattuta in faccia.
Proviamo a guardarla davvero, per la prima volta senza paraocchi e senza diaframmi, questa immagine. Che cosa – con la sua immobilità rotta appena dal tremito della mano sinistra – ci sta rivelando questa ragazza intenta a far arrivare fino a noi il suo composto grido?
Un altro bellissimo scritto di Antonio Moresco, con una tesi sensazionale su Emily Dickinson. Non so quale fondamento abbia, ma è veramente suggestiva – ed è scritta, manco a dirlo, splendidamente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leggere sul sito di Il primo amore.
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Sabato scorso Tuttolibri, l’inserto librario della Stampa, apriva con una replica di Ferdinando Camon alle critiche piovute sul giornale torinese dopo l’infelice intervista a Buscaroli del 6 febbraio. Fra i siti più battaglieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibattito è diventato acceso e interessante. La replica di Camon consiste di poche righe che possono essere lette anche sul suo sito.
Non scriverò di nuovo al giornale, per evitare di ricevere risposte come quella, non firmata e un po’ sommaria, inviata dalla redazione di Tuttolibri (inserita fra i commenti del precedente post); e per non alimentare una polemica tutto sommato abbastanza marginale. Mi limito tuttavia a qualche appunto.
Ciò che la replica di Camon e quella privata ricevuta dalla redazione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non conosco i rapporti di Quaranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrittore. Mi dispiace che un autore complesso e profondissimo come lui venga ormai utilizzato come ‘patente’ antirazzista; lo si è fatto per anni con Pasolini e l’antifascismo: quando si voleva dire qualcosa veramente di destra, si aggiungeva una citazione di Pasolini e il messaggio diventava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.
La cosa triste è che il pezzo di Camon si impernia su un ragionamento palesemente viziato. L’intervista di Bruno Quaranta a Buscaroli viene da lui paragonata all’operazione che Armando Cossutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nessuno lo stampava, nessuno poteva leggerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiettare. Mein Kampf era un libro tabù, ma regolarmente ristampato e venduto in migliaia di copie attraverso una fittissima rete di distribuzione; non c’era bancarella italiana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – frugando tra i libri usati, non saltasse fuori un’edizione di quel pattume senza indicazione di tipografia o editore. Era venduto sottobanco anche da molte librerie, bastava conoscere. Ma era un circuito semiclandestino, senza alcuna garanzia editoriale; l’operazione di Cossutta fu dunque prima di tutto filologica e critica. Continua la lettura →
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Antonio Moresco è uno degli scrittori più interessanti del panorama italiano degli ultimi decenni. La sua non è una scrittura per amanti delle belle lettere, della frase flautata, della trama suadente. È letteratura come schiaffo che risveglia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evitiamo di guardare; non, o almeno non solo nel senso della denuncia, ma della rimozione inconscia. Quel tipo di letteratura che non si legge per sognare ma che della visionarietà fa un mezzo per risvegliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.
Ovvio che non si tratti di una letteratura dalla vita editoriale facile, e per chi volesse farsene un’idea il suo recente Lettere a nessuno, pubblicato da Einaudi nel 2008, può essere una lettura illuminante – a tratti esilarante, più spesso drammatica e sconfortante. Ma il suo libro maggiore, fortissimo e per certi versi sconvolgente, è Canti del caos (parte I, II e III), pubblicato da Mondadori l’anno successivo.
È in questo quadro che vorrei segnalare un bellissimo racconto – o forse più esattamente pièce teatrale – intitolato Duetto, compreso nel volume Merda e luce (Effigie, 2007). Mette in scena un dialogo immaginario tra Maria Callas e la tenia, il verme solitario che, secondo una vecchia leggenda del mondo operistico, il soprano avrebbe volontariamente ingerito allo scopo di perdere peso.
Crescendo nelle sue viscere attraversate dallo sconvolgente fenomeno del canto – che proprio dalle viscere nasce per diffondersi nella siderale luce dello spettacolo e dell’arte – la tenia lentamente impara a cantare, tanto da diventare un contrappunto interno alla voce della grande artista che la ospita, e uno degli elementi che la rendono inimitabile e misteriosa per tutto il suo pubblico.
Duetto è una lettura che, lo ripeto, potrebbe anche disturbare, ma che sicuramente parla di qualcosa di molto profondo e importante per chiunque ami la musica e più in generale l’arte e la letteratura. È una lettura che porta alla mente la domanda fondamentale su dove nasce la voce di un artista. E lo fa in un modo che solo un grande scrittore potrebbe escogitare.
Il racconto può essere scaricato in formato pdf dal sito della rivista Il primo amore.
«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cresciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sbarazzarmi di quel fardello perché rimanesse solo la voce, la mia voce. Si sentisse e si vedesse solo quella mentre spalancavo sui palcoscenici dei più importanti teatri del mondo la mia grande ciabatta greca incendiata dal rossetto sotto gli occhi sfavillanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di velluto e d’oro, come altre creature ammaliate e impietrite di fronte al canto inventato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capisco, io lo so cosa prova il corpicino ricoperto di piume dell’usignolo che si espande attraverso il canto! Cosa può provare l’allodola in un campo di grano mentre lancia il suo richiamo sessuale!»
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Gentili Signori,
Leggo e rileggo con grande stupore la pagina dedicata a Piero Buscaroli su Tuttolibri. L’immagine che vi si dà sia dello scrittore e critico musicale, sia soprattutto dell’uomo pubblico – anche attraverso domande solo apparentemente provocatorie – è quantomeno fuorviante. La sua affermazione di aver passato la vita “dalla parte dei vinti” è inoltre incongrua con il semplice dato di fatto, oggi spesso occultato, che quelli che nell’articolo sono definiti vinti da molti anni sono tornati vincitori. E non parliamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.
Nell’articolo si omette, sicuramente per caso, di ricordare che Piero Buscaroli fu candidato alle elezioni europee del 1994 per Alleanza Nazionale, partito non da ieri al governo. Che ha diretto una collana di libri per Mondadori, e che dallo stesso editore sono pubblicati alcuni dei suoi saggi – non esattamente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inoltre, su questi saggi, in un inserto dedicato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chiedere troppo. Tralasciamo anche sull’assurda ricostruzione del famoso schiaffo a Toscanini, che addirittura sarebbe da attribuire a un “ragioniere” antifascista.
È invece l’immagine complessiva di colto e malmostoso Céline, un “perdente” controcorrente e coraggioso, che dall’intervista potrebbe derivare ad essere semplicemente assurda. Buscaroli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul sangue, ci ha aiutato a ricostruire una coscienza civile europea accettabile “per non inquinare” le sue idee e la sua lingua; che è stato deluso non solo dal fascismo – sembrerebbe per non avere combattuto la guerra al fianco dei nazisti con sufficiente convinzione – ma anche da Hitler per non avere avuto il coraggio di invadere l’Inghilterra. E le sue idee “non inquinate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inquinata sostenere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esibito sberleffo a milioni di vittime innocenti? È normale che si lasci passare tutto questo? Può pensare un giornale come La Stampa che si tratti delle idee eccentriche di un dandy di destra?
Di certo l’intervistatore poteva aspettarselo, visto che il Buscaroli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricorderanno la risposta che diede a Maria Latella, quindici anni fa, sul Corriere della Sera, parlando di parole belle e parole brutte: “Sconsiglierei inoltre il termine gay. La destra dovrebbe chiamarli correttamente froci o checche. Andrebbero spediti in campo di concentramento”. Quanta sensibilità estetica, quale purezza in questi pensieri.
Buscaroli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è neppure Praz, nonostante lo sdilinquimento crepuscolare per le “due sedie Biedermeier, accanto al pianoforte Erard del 1856” che salta fuori nella tristissima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Longanesi. Assisto ogni settimana alla parsimonia con cui libri importanti vengono trattati fra le colonne di Tuttolibri, fra i pochissimi inserti letterari rimasti sulla stampa italiana. Onestamente non mi aspettavo tanta generosità nei confronti di queste vergognose elucubrazioni.
Cordialmente,
Sergio Bestente
Qui è possibile scaricare l’intervista di Bruno Quaranta a Piero Buscaroli, pubblicata sull’inserto letterario della Stampa ‘Tuttolibri’ il 6 febbraio 2010.
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Un misterioso fenomeno preoccupa i biologi di tutto il mondo. Secondo uno studio recentemente pubblicato da un fisico acustico del Colorado, la voce delle Balenottere azzurre, già famose per il loro profondissimo e ipnotico canto (inserito in molte registrazioni di musica New Age da massaggio), si sta progressivamente abbassando di frequenza.
Il canto delle balene, infatti, registrato per la prima volta negli anni cinquanta grazie a speciali microfoni subacquei costruiti per usi militari, è sempre stato considerato una manifestazione musicale tra le più affascinanti ed enigmatiche del mondo naturale. Mark McDonald, ricercatore di acustica oceanica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni questo canto è diventato più grave di circa il trenta per cento. “È un fenomeno planetario”, dice, e spera che diffondendo la notizia su internet si possa trovare un qualche scienziato in grado di spiegare il fenomeno.
Alcuni osservatori della comunità scientifica sospettano tuttavia che dietro l’identità del fisico oceanico si possa in realtà nascondere il famoso tenore messicano Placido Domingo, fra i primi a denunciare il fenomeno. Si attendono smentite e forse querele.
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Fra le molte cose di cui avrei voluto scrivere in queste settimane di lontananza da Fierrabras, almeno le impressioni provenienti dall’ascolto di un disco vorrei non tralasciarle. Si tratta dell’incisione dei 24 capricci per violino solo di Niccolò Paganini fatta da Thomas Zehetmair per la ECM.
Di incisioni dei Capricci ne ho sentite tante, ma devo dire che questa è davvero particolare. Zehetmair possiede una tecnica che lascia senza fiato, ma non è questo ciò che più colpisce. Il suo è un Paganini violento, secco, più fantastico che elegante; i suoni sembrano tutti inclinare verso lo strappato, verso gesti di forza al tallone più che delicate volate alla punta dell’arco. Il suono è quasi sempre aspro di colofonia – la pece che tiene aderenti i crini dell’archetto alla corda – e poco propenso a perdersi nel cantabile. Per intendersi, all’opposto della diabolica eleganza di Salvatore Accardo o di Mintz.
Dove la cosa si fa più evidente è nei primi 12 Capricci, quelli a mio avviso più sperimentali e artisticamente ricercati; all’ascolto ho sempre avuto il dubbio che la seconda parte della raccolta, fatta esclusione per il Tema con variazioni del Capriccio 24, non appartenga alla stessa linea creativa – la datazione della raccolta, pubblicata nel 1820, è attribuita a un lasso di tempo che va dal 1805 agl’anni 1817–18 – ma non ho mai trovato conferme al sospetto. Non sono né meno belli né più facili, ma la forma è diversa, più regolare nella contrapposizione cantabile-presto e da capo del cantabile. Così come nella precedente incisione (Teldec), Zehetmair fiorisce e varia tutti i da capo, dimostrando una grande capacità creativa e mimetica, nell’equilibrio tra rispetto del testo e invenzione. Ma le modifiche e le fioriture sono presenti anche nei primi 12, qua e là; mai una battuta di più o di meno, ma più di una licenza ben nascosta – le aggiunte per esempio dei suoni armonici, creativamente presenti nei concerti ma non inseriti dall’autore nei Capricci. Continua la lettura →
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Solo per dire che non ho abbandonato Fierrabras; è unicamente una questione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qualcosa di splendido.
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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni probabilmente si era già accorto che qualcosa stava succedendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più importanti iniziative personali offerte dalla rete nel campo della critica musicale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rappresentato una fonte sempre interessantissima di informazioni, riflessioni e recensioni dal mondo della musica classica (ma con parecchie ‘digressioni’ in altri territori musicali e culturali). Nel frattempo il suo libro prendeva forma e così, accanto alle bellissime ‘classifiche’ dei dischi più rilevanti, accanto ai tanti approfondimenti, alle sempre un po’ malinconiche foto di paesaggio, comparivano di volta in volta bellissimi stralci storico-musicologici dedicati a Strauss, a Mahler o a Nuncarrow. Poi, mentre l’uscita del libro si avvicinava, i post hanno cominciato a rarefarsi. Era evidente che il cosiddetto ‘daytime work’, il lavoro che ci aiuta a campare, stava soffocando quello sul blog; per periodi di intere settimane sono comparse solo le recensioni e gli articoli che Ross scriveva per il “New Yorker”, ogni tanto lasciava addirittura la mano a un amico e collega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peggiorarono addirittura: il successo ha portato con sé le presentazioni, le traduzioni, le revisioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava presagire che Ross avrebbe mollato la rete, l’amica che l’aveva aiutato a crescere in questi anni.
La sorpresa è arrivata con un post del 14 ottobre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si incenerisce per rinascere: ecco dunque Unquiet Thoughts, Pensieri inquieti – è il titolo del bellissimo primo Song del primo libro di arie e canti pubblicato da John Dowland (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dowland decide di non tacere, e anzi di “tell the passions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, esprimere le passioni del desiderio che tramutano gli occhi in diluvio e i pensieri in fuoco.
Ma oltre a segnalare il nuovo e senz’altro interessante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospitati dal sito del “New Yorker”, cioè di uno dei migliori periodici letterari americani. Una colonna della cultura americana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne consegue. Il sito del “New Yorker” riflette le difficoltà e le speranze di tutti i siti dei periodici cartacei di alto livello: non raccolgono pubblicità (o ne raccolgono poca), rappresentano un costo spesso poderoso, ma semplicemente non possono non esistere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più aristocratico tra i grandi periodici letterari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbonavi (per posta) e loro oltre a mandarti il giornale imbustato nel nylon ti davano l’accesso a una cosiddetta ‘versione elettronica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato prestampa; ora il sito del “TLS” è stato riassorbito nel grande calderone del sito del “Times” (nella rubrica ‘entertainment’!), arricchito e democratizzato nell’offerta gratuita (Murdoch permettendo), ma sempre con un forte riferimento alla carta stampata. Continua la lettura →
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Da secoli si discetta e filosofeggia sulla musica come linguaggio. Mi sono per caso imbattuto in un filmato piuttosto sorprendente, e volevo condividerlo. Un compositore austriaco, Peter Ablinger, ha fatto recitare a un bambino berlinese la Proclamazione (in inglese) della Corte penale internazionale dell’ambiente, poi ne ha analizzato il suono e lo ha ricomposto in un complessissimo ‘spartito’ per pianoforte azionato meccanicamente attraverso un sistema computerizzato. Il risultato è un pianoforte che parla. Letteralmente!
Ablinger, nato nel 1959, non è nuovo a questo tipo di performance, e un’occhiata al suo catalogo può far capire la varietà delle sue trovate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione berlinese di “A Letter from Schoenberg, reading piece for ministers for player piano and an audience reading the text while hearing the piece”, tratto dalla raccolta Quadraturen III (lo si può ascoltare qui) In quel caso, il pianoforte ‘suonava’ una lettera di Schoenberg.
La nuova composizione è stata presentata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Venezia, 2–3 ottobre), dedicato per l’appunto alla creazione di una Corte mondiale e di una Corte europea per i crimini ambientali. Il filmato è un frammento di un documentario tedesco dedicato all’opera.
Personalmente non lo ritengo molto più interessante di una curiosità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato questa sensazione. E al tempo stesso, tuttavia, devo ammettere che accanto all’ammirazione per il marchingegno, la performance mi ha dato da pensare. È musica? È teatro? Qualcosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiazzanti e apparentemente anodine quelle che aiutano a riflettere meglio.
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Parliamo di soldi. Non sarà granchè elegante, ma ogni tanto bisogna pur farlo. Lo stimolo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbattuto in questo ‘socialblog’, come egli lo definisce, pienissimo di tutto, dalla poesia alla letteratura, dalla denuncia sociale alla ricerca artistica. Non ho mai avuto il piacere di conoscere Luigi Boschi, ma da ormai moltissimi mesi, con cadenza irregolare e agli orari più strani, ricevo le email di aggiornamento spedite in automatico dal suo blog. Si tratta quasi sempre di messaggi collegati alle istituzioni culturali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penultima era una lunga e dolente poesia, nella quale sfogava la sua amarezza e solitudine nelle battaglie che da anni conduce contro gli sprechi e le assurdità della vita musicale parmense; e chi conosce, anche solo da lontano, le vicende di quella bellissima città, sa bene che di cose da dire a questo proposito ce ne sarebbero davvero molte. E Boschi dev’essere un fastidio pazzesco per gli amministratori locali. È sempre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scrivere sul suo sito, che poi proietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vecchio e del nuovo sindaco, del Teatro Regio di Parma e del Festival verdiano, le spese davvero pazzesche, le incredibili risorse catapultate nella vita di provincia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di teatro in teatro, non lasciandosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure continuando imperterrito a far girare milioni di euro come caramelline.
Per dirne una, questo signor Boschi si presentò alla conferenza stampa di insediamento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo stipendio del notoriamente non economico sovrintendente, e se avrebbe continuato anche a Parma a giovarsi dei servizi di Valentin Proczynski, l’agente teatrale argentino di nascita, russo di origini e monegasco di residenza la cui figura è circondata da una fama alquanto discutibile e corrusca. Il Meli Mauro rispose con arroganza che erano fatti suoi, e la platea di giornalisti locali rise e applaudì – chiunque sia stato a una conferenza stampa di realtà come queste sa a quale livello si possa spingere la compiacenza di certi giornalisti. Boschi da allora non ha più trovato pace, e oltre a denunciare ogni singolo spreco con una caparbietà invidiabile, ha dato il tormento a mezzo mondo sulla questione dello stipendio di Meli, finché pochi mesi fa non è riuscito a convincere un consigliere comunale a fare un’interrogazione al sindaco. E allora il sindaco ha dovuto rispondere, anche se non certo con sollecitudine. Un messaggio di oggi, sempre dell’indomito Boschi, ci informa finalmente sull’entità dello stipendio del Meli Mauro, sovrintendente. Meli costa alla Fondazione Teatro Regio, complessivamente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.
La questione delle retribuzioni nel mondo dello spettacolo è sempre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spettacolo dal vivo, e in particolare in quello della musica, la valutazione dell’eccellenza dipende da un complesso di fattori che la rendono sempre fortemente opinabile. Quanto prende Cecilia Bartoli per una recita della tale opera? Ma se lei prende questi soldi, allora quanto dovrebbe prendere quell’altra? E così via. In realtà un tariffario di massima esiste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il problema è che in Italia il teatro d’opera è largamente finanziato da denaro pubblico, e questo semplice fatto impone tutta una serie di cautele. Quando si maneggia i soldi della collettività, certi scherzetti non si possono fare. Per un certo periodo è esistito anche un cosiddetto ‘calmiere’ per i cachet degli artisti: è cosa nota che questo ‘tetto di retribuzione’ venisse aggirato in mille modi, perché altrimenti certi artisti sarebbe stato impossibile averli. E certi teatri quegli artisti li avevano; ah, se li avevano!
Ma il sovrintendente non è un artista. Il sovrintendente è un dirigente. E allora la valutazione non dovrebbe essere così difficile, e anche l’attribuzione dell’equo compenso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stupore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metropolitan) ha preso un milione e mezzo di dollari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneggia e riceve (ma soprattutto che attira) è totalmente proveniente da tasche private; ciò nonostante l’informazione può generare qualche confusione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo prenderla da un altro lato. Invece di paragonare semplicemente la cifra con quella che prendono gli altri sovrintendenti italiani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giambrone (Maggio Musicale Fiorentino) 180.000, Tutino (Bologna) 164 più benefit, Vergnano (Torino) 150, Vianello (Fenice) 150 più benefit –, proviamo a paragonarlo a un dirigente pubblico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.
Non molto tempo fa, dopo i grandi proclami del ministro Brunetta, sui siti delle amministrazioni pubbliche e delle aziende partecipate hanno cominciato ad apparire i tabulati con le retribuzioni dei dirigenti e degli amministratori. Ricordo un grande titolo su un quotidiano, che parlava degli stipendi d’oro dei dirigenti della Regione Lombardia. La Regione Lombardia ha 3.600 dipendenti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirellone’), 10 nelle province lombarde, 2 all’estero ecc. Il Teatro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipendenti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trattandosi di “teatro di tradizione”, i dipendenti, per la precisione, sono 18], e soprattutto è un sistema di ben diversa complessità. Facciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i dirigenti della Regione Lombardia, quella degli stipendi d’oro. Si chiama Nicolamaria Sanese, fa il Direttore generale, è il braccio destro di Roberto Formigoni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Direttore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scandalosa’ Regione Lombardia, realtà politico-amministrativa colossale, prende meno di Meli Mauro, sovrintendente del Teatro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo correggermi: Sanese ha una ‘retribuzione fondamentale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retribuzione di risultato’, sostanzialmente un bonus, di altri 48.408 euro. La retribuzione lorda di Meli al netto dei rimborsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rimborsi di Sanesi, inoltre, non ho alcuna informazione. Tuttavia la sostanza del discorso è la stessa: la retribuzione del Sovrintendente del Teatro Regio di Parma, oltre a svettare su quella di molti altri teatri italiani più grandi e ben più complessi da gestire, si assesta molto vicino alla retribuzione dei più pagati dirigenti di strutture pubbliche enormemente più complesse.].
Certo, il Meli non doveva essere proprio tranquillissimo se in un’intervista al “Corriere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attribuendosi con francescana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retribuzione mensile. Certo, il giochino è chiaro: la differenza tra netto e lordo, il separare la retribuzione ‘secca’ da benefit, rimborsi, indennità, costi vari. I teatri d’opera, inoltre, sono Fondazioni, e dunque Meli non è un dirigente pubblico a tutti gli effetti. Tuttavia, forse, assistere a giochetti di questo tipo con un mezzo di pubblica informazione avrebbe potuto causare un minimo di reazione da parte del Sindaco, anche solo una manifestazione di imbarazzo, dato che in fondo è pur sempre il presidente del Consiglio di amministrazione del teatro. Non importa. Se non ha ritenuto di manifestarlo è perché, evidentemente, non aveva piacere che si sapesse come stavano veramente le cose. Poche settimane dopo, il ministro Brunetta con l’eleganza intellettuale e lessicale che gli si addice, tuonava contro il culturame parassitario sinistroide. Ora che sull’argomento nessuno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma succeda qualcosa. Vedremo. Nel frattempo ringraziamo i rompiscatole di talento come Boschi.
La foto è di markusram, che ringrazio, e proviene da flickr.
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Quanti anni sono passati da quando il mercato discografico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assiste all’invecchiamento del pubblico dei concerti classici, al prosciugarsi della spinta estetica e innovativa dello spettacolo dal vivo? Quante spiegazioni sono state cercate, quante vie d’uscita sono state indagate? Nel frattempo, sulla già fragile economia della musica si sono abbattuti il crollo del sistema finanziario, la recessione, i tagli, la disoccupazione. Si è molto parlato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capolinea un costume finanziario che aveva portato l’economia mondiale al collasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispuntare i superbonus per i manager, i derivati, i titoli spazzatura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti convegni, tante parole. E nel frattempo, un po’ come a Wall Street, cosa stavano facendo gli intelligentissimi supermanager del big business musicale?
È molto semplice. Stavano cercando un nuovo Bernstein. Quello hanno imparato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, perché nel frattempo non hanno maturato nient’altro. In fondo è un po’ come vendere titoli spazzatura: li si occulta in un pacchetto complessivamente attraente sperando che nessuno abbia voglia di guardare troppo a fondo, e li si spaccia per meraviglie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chiedono il perché. Abbiamo distrutto un mercato drogandolo di tre tenori, di incredibili porcherie crossover per un pubblico umiliato da grande fratello? Abbiamo scavato ogni recesso della volgarità e del kitsch, utilizzato ogni possibile appiglio per rendere appetibile un genere musicale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva mantenuto? E ora che, dopo il prevedibile tracollo, qualcosa sembra tornare a muoversi che cosa facciamo? Ricominciamo da capo, naturalmente.
È quello che potrebbe venire in mente a chi osservasse l’incredibile onda mediatica che si diffonde dalla California, in questi giorni, per l’incoronazione di Dudamel a direttore della Los Angeles Philharmonic. Senza un nuovo eroe su cui investire tutti gli spiccioli rimasti, sembra sia impossibile progettare una qualsiasi ripresa. Ed ecco che il passaggio di un giovane (e bravo, per carità) direttore alla guida di una delle grandi orchestre americane non può che diventare un lancio in stile Hollywood, con tanto di brand (Gustavo!), minisiti, tecniche aggressive di marketing e persino un giochino elettronico, finanziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.
È la strada giusta per uscire dalla crisi? Inutile domandarselo: è l’unica che questa industria dello spettacolo, i suoi finanziatori e i suoi improbabili manager, sappiano trovare. Personalmente la definirei una coazione a ripetere che ha del patologico. Ma immagino che trovare qualsiasi altra strada avrebbe comportato così tanto lavoro e così tante sfide intellettuali ed economiche che la sola speranza sarebbe stata da folli. Senza contare, e questo è forse l’elemento determinante, che sarebbe stato tutto infinitamente meno divertente. Il grande business della musica è un vecchio malato che gioca a fare il bambino, diviso tra la flebo e la playstation. Quello che ci chiede è solo di chiudere gli occhi e di giocare con lui; tutto tornerà come prima, promesso.
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Riemergendo faticosamente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giustificare il lungo silenzio di Fierrabras), trovo questo articolo di Pierre Assouline nel suo blog “La République des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.
Come mi capitò di scrivere in un post della fine del 2007, una delle letture musicali più appassionanti del 2008 (probabilmente il miglior testo sulla musica da molti anni a questa parte) è stato il libro dedicato al Novecento musicale da Alex Ross, il bravissimo critico del “New Yorker” il cui blog da sempre figura nella lista dei siti preferiti di Fierrabras (anche se da quando è uscito il libro si è come prosciugato: destino di tanti bellissimi blog negli ultimi tempi: prima o poi converrà parlarne).
The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splendida sintesi delle tante e diverse linee di sviluppo del Novecento musicale; Ross è un profondo conoscitore della musica americana, eppure curiosamente si tratta di un libro profondamente europeo. Europeo perché è basato sui valori, le curiosità, il modo di ragionare e di guardare al bello e al brutto che costituisce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cultura europea. Dicono che New York sia la città più europea degli Stati Uniti, e allora bisognerebbe dire che è un libro profondamente newyorkese.
Se mi chiedessero che cosa contiene di rivoluzionario The Rest is Noise, non saprei rispondere su due piedi alla domanda. Basta sfogliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cambiare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spirito battagliero della History of Western Music di Taruskin (per citare un’altra opera importante degli ultimi anni). Gli equilibri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musicale sono gli stessi che presumibilmente gli destinerebbe un buon professore di un nostro conservatorio. Strauss, Mahler, Schoenberg, Stravinsky, e via via come di consueto (come è giusto direi), il jazz, fino al minimalismo e al postminimalismo. Ognuno poi ha le sue piccole fissazioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibelius, e naturalmente le venti pagine del capitolo “Apparition from the Wood” (sottotitolo quasi compassionevole “The Loneliness of Jean Sibelius”) sono un concentrato di amore e competenza; d’altro canto, per chi scrive, le quattro striminzite pagine dedicate a Bernstein sembrano piuttosto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esaurienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.
Forse dovendo spiegare perché quello di Ross è un grande libro metterei al primo posto tre elementi: il linguaggio, il taglio con cui la materia è presentata, lo spirito didattico. Ross scrive con una fermezza e un equilibrio nel giudicare, con una competenza tecnica e un rispetto per le diverse correnti estetiche che non è merce comunissima tra le storie della musica non scolastiche. Ma accanto all’aspetto tecnico, ciò che colpisce è la sua voglia di descrivere i personaggi, le atmosfere, gli incontri straordinari che chiunque decidesse di percorre le strade del Novecento musicale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza renderla bozzetto o peggio ancora pettegolezzo. Continua la lettura →
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Con gialle pere scende
E folta di rose selvatiche
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubriachi di baci
Tuffate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.
Ahimè, dove trovare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il raggio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stridono le bandiere.
Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.
Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.
Si può anche solo immaginare poesia più bella e profonda di Hälfte des Lebens, “Metà della vita”, di Friedrich Hölderlin? Credo di non esagerare se dico che si tratta di una delle più belle della letteratura europea. Quella prima strofa così sensuale, con una divisione che è un inno alla completezza: la superficie dell’acqua che separa il visibile dall’invisibile, e tutto che sembra volere trapassare, felicemente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori selvatici – le rose –, i cigni che nuotando immergendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sensuale abbraccio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di elementi infertili e impenetrabili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desiderio e volontà – le banderuole al vento. Com’è lontana la fiducia nel ciclico tornare delle stagioni che tanta parte della cultura occidentale aveva nutrito, dalla natura di Lucrezio ai meravigliosi mesi di Benedetto Antelami nel battistero del Duomo di Parma – e sul portale del Duomo di Fidenza e su quello di Cremona, e di chissà quante altre architetture romaniche – dai concerti delle Stagioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piuttosto da chiedersi e se Wilhelm Müller, l’autore delle poesie che poi Schubert, con folgorante intuizione ha raccolto nella Winterreise, “Viaggio d’inverno”, conoscesse questa poesia. La raccolta di Müller era stata pubblicata sulla rivista “Urania” nel 1823. L’immagine della banderuola segnavento, ‘die Wetterfähne’, così lacerantemente trasfigurata da Schubert, sembrerebbe quasi una citazione letterale. Si potrebbe persino dire che in questi 14 versi sia prefigurato in breve l’intero ciclo schubertiano. Continua la lettura →
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