Voltolini l’assassino

20 dicembre 2012

dario

Un bic­chiere di vino in com­pa­gnia di Dario Vol­to­lini. Si parla del più e del meno e a un certo punto il discorso cade, non so come, su Mora­via, e Dario mi rac­conta una sto­ria vera­mente divertente.

Dun­que, è andata così. Un giorno del 1990 Dario riceve la tele­fo­nata di un certo cri­tico tea­trale e intel­let­tuale, a cui era stato chie­sto di pen­sare il numero zero dell’inserto cul­tu­rale di For­tune, la rivi­sta eco­no­mica ame­ri­cana da poco uscita in ver­sione italiana.

Que­sto signore ha un’idea bril­lante per la coper­tina: decide di chie­dere a uno scrit­tore illu­stre di leg­gere l’opera prima di un esor­diente, e poi di inter­vi­starlo rac­co­gliendo il suo auto­re­vole parere sul gio­vane col­lega. Nel 1990 Dario Vol­to­lini aveva appena pub­bli­cato da Bol­lati Borin­ghieri Un’intuizione metro­po­li­tana otte­nendo un ful­mi­nante suc­cesso cri­tico. Ecco fatto: il diret­tore in pec­tore dell’inserto gli comu­nica che il primo esor­diente a essere sot­to­po­sto all’esperimento sarà lui, e che lo scrit­tore illu­stre sarà nien­te­meno che il grande Alberto Mora­via. Dario Vol­to­lini e Alberto Mora­via: un incon­tro incre­di­bile, poten­zial­mente esplosivo.

Mora­via accetta la sfida, si fa man­dare il libro e con­corda l’intervista per le 9 del mat­tino di un certo giorno del set­tem­bre 1990. Dario è molto con­tento ma anche un po’ pre­oc­cu­pato e il cri­tico lo ras­si­cura: andrà tutto bene, appena fini­sco l’intervista ti chiamo e ti racconto.

Final­mente giunge il giorno dell’incontro, e Dario attende un po’ emo­zio­nato. È nel suo uffi­cio, all’Olivetti, dove all’epoca si occu­pava di intel­li­genza arti­fi­ciale. Aspetta, aspetta, aspetta. Arri­vano le 10 e final­mente il tele­fono suona. È lui, il cri­tico! Allora, cos’ha detto? Una pausa di silen­zio. Come sarebbe che cos’ha detto! Ma allora non sai nulla? No, che cosa? Mora­via! è morto stanotte.

È così che nella testa di Vol­to­lini ha comin­ciato a ser­peg­giare il vago sospetto di avere ucciso Alberto Mora­via. Lui se lo imma­gina a letto con il suo libro, sus­sur­rare in un gemito “No, que­sto è troppo!” e poi abban­do­nare per sem­pre que­sta terra dell’ingratitudine.

Io Un’intuizione metro­po­li­tana me lo ricordo benis­simo. In que­gli anni vivevo in treno, e un giorno, leg­gendo un rac­conto su un gaso­me­tro men­tre dal fine­strino vedevo scor­rere la gri­gis­sima peri­fe­ria mila­nese, l’ho sen­tita. Ho sen­tito l’intuizione metro­po­li­tana del titolo. Netta, bel­lis­sima, mai pro­vata prima e da allora rima­sta lì come quelle aper­ture di pro­spet­tiva che solo l’arte rie­sce a dare, e che aggiun­gono per sem­pre qual­cosa alla capa­cità di vedere. Non è neces­sa­ria­mente quello che l’autore voleva dire, ma le parole di uno scrit­tore vero, come quelle di un amico dav­vero intel­li­gente, met­tono in moto pro­cessi che si riper­cuo­tono a catena, toc­cando corde anche lontane.

Ecco, io lo so bene cosa ci ho tro­vato, in quello splen­dido libretto aran­cione. Non saprei dire per­ché, ma sarei vera­mente curioso di sapere che cosa Mora­via ci possa avere tro­vato. Riguardo all’omicidio, che imma­gino possa qua­li­fi­carsi come pre­te­rin­ten­zio­nale, non saprei dire se il fatto sus­si­sta o meno. Forse pun­te­rei sull’insufficienza di prove.

{ 0 comments }

Il gioco di Roth

19 novembre 2012

Che un grande scrit­tore come Phi­lip Roth decida di andare in pen­sione, per così dire, e lo annunci in modo tale da fare del suo pro­po­sito il tema let­te­ra­rio più dibat­tuto del momento, è cosa che dovrebbe fare sor­ri­dere. Ma con­fesso che un par­ti­co­lare della fac­cenda, così come è stata ripor­tata dalla stampa di tutto il mondo, non rie­sco a levar­melo dalla mente. Mi per­se­guita; mi sem­bra un’immagine troppo forte per non essere stata creata inten­zio­nal­mente, e mi domando perché.

Cosa fa al mat­tino l’autore del Lamento di Port­noy e di Pasto­rale ame­ri­cana, ora che ha smesso di lot­tare con le parole? Poteva dire tante cose, ma ne ha detta una che fa un male boia.

Al mat­tino si sve­glia e gioca con l’iPhone.

Se l’è appena com­prato, e come tutti, a quanto pare, ci gioca. Come tutto il mondo, come tutti i suoi let­tori, come tutti quelli che non lo leg­gono e forse non lo leg­ge­ranno mai. Lui gioca con quella che gli osser­va­tori del secolo hanno defi­nito l’invenzione del secolo, creata dal genio del secolo. Final­mente, dice Roth. Non ne potevo più.

Non so spie­gare per­ché, ma fra tutti gli inu­tili com­menti que­sto par­ti­co­lare, anzi que­sta imma­gine, mi sem­bra uma­na­mente insop­por­ta­bile. E forse non ce n’è motivo. Ma il fatto è che la scrit­tura, come l’amore, mi sem­bra una lotta che riguarda due forze imma­gi­na­rie con­trap­po­ste, inscin­di­bili, neces­sa­rie l’una all’altra. La lotta con la parola è anche la lotta per l’ascolto, e forse ci sono momenti in cui ti accorgi che che non hai niente da dire, per­ché non c’è niente che possa essere ascol­tato fra le cose che potre­sti avere da dire.

O almeno, non c’è niente che possa essere ascol­tato dalle per­sone di cui le tue parole hanno biso­gno per poter essere dette. E allora fai come loro, lasci per­dere. Finito.

Ma chi è che ci perde vera­mente, in que­sto gioco?

{ 1 comment }

Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto sem­plice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invi­si­bile agli occhi”.
“L’essenziale è invi­si­bile agli occhi”, ripeté il Pic­colo Prin­cipe, per ricor­dar­selo.
“È il tempo che tu hai per­duto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così impor­tante”.
“È il tempo che ho per­duto per la mia rosa…” sus­surrò il Pic­colo Prin­cipe per ricor­dar­selo.
“Gli uomini hanno dimen­ti­cato que­sta verità. Ma tu non la devi dimen­ti­care. Tu diventi respon­sa­bile per sem­pre di quello che hai addo­me­sti­cato. Tu sei respon­sa­bile della tua rosa…”
“Io sono respon­sa­bile della mia rosa…” ripetè il Pic­colo Prin­cipe per ricordarselo.

Antoine de Saint-Exupéry

{ 0 comments }

Mi sono spesso doman­dato che cosa signi­fi­chi que­sta valanga di atti­vità eco­no­mi­che, di pub­bli­ca­zioni, di rifles­sioni, que­sto par­lot­tio inces­sante sul cibo. Man­giare. Annu­sare, masti­care, gustare, deglu­tire, dige­rire, espel­lere sem­brano essere diven­tate le atti­vità cul­tu­ral­mente più pre­gnanti della nostra civiltà.

Qual­che giorno fa, sulla Repub­blica, l’insegnante e scrit­tore Marco Lodoli ha pub­bli­cato un inte­res­sante arti­colo sulla fine della cul­tura uma­ni­stica nel quale si inter­roga, appa­ren­te­mente senza ama­rezza – ma fra le righe c’era, eccome – sul per­ché agli stu­denti della scuola supe­riore in cui inse­gna, le parole delle mate­rie cosid­dette uma­ni­sti­che – la sto­ria, la let­te­ra­tura e la filo­so­fia prima di tutto – suo­nino total­mente estra­nee e inu­tili. Non sanno che far­sene di una cul­tura fatta di morti, dice. Per affron­tare la com­ples­sità del pre­sente hanno biso­gno di qual­cos’ altro. Hanno biso­gno di energia.

Ecco, forse la fis­sa­zione cul­tu­rale col cibo dipende da que­sto: non siamo più in grado di por­tare le pro­fonde rifles­sioni che la cul­tura uma­ni­stica ci ha con­se­gnato a un’elaborazione tanto avan­zata da per­met­terci di farle influire sul nostro enig­ma­tico e com­plesso pre­sente. Quella del cibo è una cul­tura che si assi­mila attra­verso la mente ma soprat­tutto attra­verso i tes­suti, gli organi della dige­stione, i fluidi cor­po­rei, i pro­cessi chi­mici. È la cul­tura che pro­duce ener­gia senza chie­dere gradi di ela­bo­ra­zione ecces­sivi, è una cul­tura appa­ren­te­mente demo­cra­tica (ma è un’apparenza esi­lis­sima, e richiede un par­ti­co­lare grado di ottun­di­mento per non dimo­strarsi tale), è una cul­tura ener­ge­tica su cui la mente può lavo­rare a pia­cere, e che dun­que per­mette una con­ti­nuata e son­tuosa occu­pa­zione intel­let­tuale: cri­tici culi­nari, som­me­lier, cuo­chi rock-star, assag­gia­tori cra­pu­loni, dotti, medici e sapienti ormai spun­tano come funghi.

E così che la cucina, e la sua cul­tura, si con­net­tono ad altri ele­menti della vita asso­ciata di oggi, prin­ci­pal­mente la pale­stra, la spa, una certa visione del viag­gio, per for­nire all’uomo gli stru­menti per affron­tare le com­ples­sità del pre­sente. Il corpo dev’essere ben nutrito, abbron­zato, depi­lato, reso scat­tante e com­patto, la mente dev’essere rilas­sata dai lun­ghi mas­saggi, dalle docce emo­zio­nali, dalle acque pro­fu­mate, da pro­lun­gati e fre­quenti sog­giorni nell’immobilità totale di una spiag­gia, nel nuoto rit­mato sot­to­riva. Per­ché del pre­sente non c’è niente da capire. Troppo dif­fi­cile. Serve solo la forza per affron­tarlo, in una dire­zione a cui si pos­sono impri­mere scarti e scelte, ma in qual­che modo pre­de­ter­mi­nati. Posso cam­biare risto­rante, lavoro, com­pa­gno, amici, pale­stra, desti­na­zione del viag­gio, e pen­sare di strin­gere così il timone della mia vita. Ma non posso cam­biare men­ta­lità. La mia mente è diven­tata come il corpo: è un muscolo che posso poten­ziare per ren­derlo più veloce, più adatto alla com­pe­ti­zione sociale, ma non far­gli ese­guire movi­menti per cui l’uso non l’ha for­giato, o per cui ha perso la capa­cità evolutiva.

Con que­sto non voglio certo dire che la cucina non sia un’attività ad alto tasso di con­te­nuto cul­tu­rale: nelle mani di una per­sona sen­si­bile e con­sa­pe­vole cuci­nare vuol dire riflet­tere, ricor­dare, sognare, riper­cor­rere strade lon­tane o spe­ri­men­tarne di nuove: è una forma di comu­ni­ca­zione affet­tiva straor­di­na­ria e spesso intro­versa; la fami­glia ita­liana, con i suoi pranzi festivi emo­zio­nal­mente e rela­zio­nal­mente impe­gna­tivi in que­sto senso è sem­pre stata una pale­stra esem­plare. Ma se mi guardo intorno non trovo abbon­danza di approcci di que­sto tipo. Trovo piut­to­sto il logo­rante com­mento, magari al ritorno da un fine set­ti­mana di vacanza, su posti in cui “si man­gia bene e si spende poco”, su abbuf­fate, assaggi e spe­di­zioni eti­li­che dall’opulenza un po’ triste.

Forse è pro­prio que­sto a pro­durre que­sta assor­dante, sof­fo­cante sen­sa­zione di una corsa sem­pre più veloce, pro­fu­mata, sapo­rita, snella, armo­nica, verso un unico grande tra­guardo. Quale sia il senso di que­sta corsa e il suo tra­guardo è molto dif­fi­cile da capire. Ogni tanto si sente qual­che rispo­sta fil­trare minac­ciosa dagli scaf­fali della cul­tura uma­ni­stica. Allora è il momento di accen­dere l’iPod.

{ 0 comments }

Un arti­colo molto bello sul cosid­detto sui­ci­dio assi­stito, tema d’attualità in molte demo­cra­zie occi­den­tali e in Ita­lia più che altrove, per ovvi motivi di peso della reli­gione. L’autore, Ben Mat­tlin, è affetto da Atro­fia musco­lare spi­nale ed è disa­bile grave dalla nascita. Ora ha 51 anni, è spo­sato e padre, scrive per il New York Times, ma non può nep­pure tenere in mano una matita. Si dichiara “pro-choice libe­ral”, un pro­gres­si­sta che sostiene le poli­ti­che mirate alla libertà di scelta. Ma lui, che per così tante volte è stato a un passo dalla morte, che se non avesse una moglie pronta a spie­gare ai medici che razza d’uomo hanno davanti, non riu­sci­rebbe a otte­nere nep­pure un anti­bio­tico per­ché tanto non ne vale la pena, sul sui­ci­dio assi­stito ha dei dubbi. E li spiega con ele­ganza e chiarezza.

Rac­conta per esem­pio quanto per­mea­bili diven­tino le bar­riere che dovreb­bero assi­cu­rare la libertà di scelta nelle situa­zioni più gravi, quanto può diven­tare attraente una “opzione libe­ra­to­ria” quando le con­di­zioni in cui ti trovi non sem­brano offrire alter­na­tive migliori: “ho vis­suto così vicino alla morte che so quanto sot­tile e poroso sia il con­fine tra la coer­ci­zione e la libertà di scelta, quanto sia facile per qual­cuno farti invo­lon­ta­ria­mente sen­tire inu­tile e senza spe­ranza, spin­gerti, anche di pochis­simo ma con deci­sione, verso la “ragio­ne­vo­lezza”, verso la scelta di “libe­rare” gli altri dal peso, di “mol­lare la presa”.

Mi ha fatto molto pen­sare. Tra­duco la con­clu­sione, ma con­si­glio di leg­gere l’intero articolo:

Sicu­ra­mente le inten­zioni che stanno die­tro le pro­po­ste di legi­sla­zione sul “sui­ci­dio assi­stito” sono nobili, ma non posso impe­dirmi di doman­dare per­ché abbiamo tanta fretta di assi­cu­rare il diritto di morire prima di avere fatto tutto quel che pote­vamo per garan­tire che a coloro che sono affetti da pato­lo­gie gravi, incu­ra­bili e mor­tali sia offerto lo stesso ben­ve­nuto a cuore aperto, lo stesso rispetto a mente aperta, e le stesse aperte e non pre­de­ter­mi­nate oppor­tu­nità che sono dovute a chiun­que altro”.

[L’illustrazione è di Tom Gauld]

{ 0 comments }

Postu­lare che l’uomo (ogni uomo) abbia come voca­zione essen­ziale la cono­scenza, la cono­scenza di ciò che è, la cono­scenza di chi è, non signi­fica asse­gnar­gli un ideale irrag­giun­gi­bile, igno­rare le con­di­zioni mate­riali e affet­tive che pos­sono garan­tir­gli il benes­sere e tal­volta la feli­cità: signi­fica ricor­dare la parte di uma­nità gene­rica di cui siamo tutti por­ta­tori, e l’esigenza etica e cri­tica che ne con­se­gue. Il fatto di inclu­dersi nella cono­scenza di sé signi­fica pro­gre­dire, ini­ziare un per­corso e capire che que­sto movi­mento è il mezzo e, allo stesso tempo, l’oggetto della cono­scenza: io che cosa sono se non que­sta fra­gile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di que­sta ten­sione pro­fonda defi­ni­sce il più alto grado di socia­bi­lità, il rap­porto più intenso con gli altri, l’incontro.

Marc Augé, Futuro, Bol­lati Borin­ghieri, Torino 2012, p. 125.

{ 0 comments }

Alban Berg — Lud­wig van Bee­tho­ven, Con­certi per vio­lino e orche­stra, Isa­belle Faust, Clau­dio Abbado, Orche­stra Mozart. Har­mo­nia Mundi

Il più bello dei con­certi di Bee­tho­ven e il con­certo più atto­nito e side­rale del Nove­cento. Sullo stesso disco. Come non esserne incu­rio­siti? In genere un arti­sta che voglia dire la sua sul con­certo per vio­lino di Bee­tho­ven (o su quello di Berg) lo incide con tutte le cure che può, e poi lo cir­conda con qual­che brano più o meno ori­gi­nale, ma scelto per non rubare la scena al pezzo forte. Per accom­pa­gnare quello di Bee­tho­ven una volta anda­vano for­tis­simo le due Romanze, e devo dire one­sta­mente che non mi è mai sem­brata una grande idea; oggi si cer­cano acco­sta­menti meno tono-su-tono, per­ché c’è tono e tono. Ma Berg e Bee­tho­ven? Non che non abbiano nulla in comune, ma mostrare il filo che li lega richiede un gran lavoro di pen­siero e di stile, e poi con un pro­gramma così per più di un’ora non si tocca mai terra. Insomma, la cosa rivela una certa ambizione.

Con­fesso di non essere riu­scito a seguire il per­corso sug­ge­rito, e ho comin­ciato ad ascol­tare il secondo pezzo: Bee­tho­ven, subito; “qui si parrà la tua nobi­li­tate”. Isa­belle Faust non è certo David Oistrach. Il suo ingresso dopo il mera­vi­glioso e cul­lante tema, con que­gli arpeggi esili, into­na­tis­simi ed ele­ganti, è un ingresso a piedi scalzi. Com’è lon­tana l’ampiezza, la riso­nanza con cui i vio­li­ni­sti della gene­ra­zione di Oistrach si face­vano largo tra l’orchestra: la loro era un’affermazione di spes­sore, di pro­fon­dità. Quella che mette in scena Isa­belle Faust non è una bat­ta­glia, lei non si prende sulle spalle le tra­ge­die del mondo. Ma appena ci si abi­tua a que­sta pre­senza più deli­cata, dia­lo­gante, fem­mi­nile ver­rebbe da dire, ciò che col­pi­sce è il fra­seg­gio. Un’eleganza, una cura per la linea melo­dica che ti con­qui­sta, ti spinge a cer­care quel suono che a volte rasenta l’inudibile. E qui Abbado l’aiuta mera­vi­glio­sa­mente: io dei pia­nis­simo così non ricordo di averli mai sen­titi nel conerto di Bee­tho­ven. E non solo nel Lar­ghetto: anche nel primo movi­mento. E quella cadenza bella e un po’ scon­cer­tante, in dia­logo con i tim­pani? E gli arpeggi sulle fer­mate? In nes­sun momento pensi di essere di fronte alla più bella inter­pre­ta­zione del con­certo, ma nep­pure per un momento rie­sci a distrarti da que­sto bel­lis­simo suono dell’orchestra e del soli­sta, dal tutt’uno che sem­bra troppo intel­li­gente per essere stato dav­vero pen­sato. Solo il Rondò rivela un po’ la trama di que­sta stoffa mera­vi­gliosa: Abbado è bra­vis­simo nel man­te­nere il suono leg­gero, com­patto e fre­sco nei movi­menti veloci, ma sem­bra non volersi mai abban­do­nare all’estasi dio­ni­siaca della danza, e il Rondò di que­sto con­certo a volte mi sem­bra averne biso­gno. Tut­ta­via, in que­sto rifiuto dell’abbandono sono per­fet­ta­mente in linea, il diret­tore e la soli­sta. L’effetto non è quello della fred­dezza, quanto quello della sti­liz­za­zione. Il mera­vi­glioso dia­logo col fagotto, per dire, scorre via senza stu­pore, ma è toc­cante lo stesso: è tutto così bello che non c’è biso­gno di fer­marsi, sem­bra dire.

Ma dopo un’emozione este­tica tanto aerea, c’è ancora spa­zio per il con­certo di Berg, anche lui così lon­tano dalla creta dell’esistenza, così con­cen­trato sul sublime e l’ultraterreno? Forse era meglio seguire la strada indi­cata dal disco. E invece no. Un altro ingresso in pia­nis­simo, com­po­sto e sereno nella sua fra­gi­lità, e di nuovo non si smette di fis­sare quella linea che si snoda nella com­pli­cata geo­gra­fia che l’orchestra gli dise­gna intorno. È la memo­ria di un angelo, pro­prio come dice il titolo. Il suono dell’insieme a volte è così bello e com­patto che si lascia scom­pa­rire il vio­lino come si farebbe guar­dando un treno che entra in una gal­le­ria, sicuri di ritro­varlo pun­tuale dall’altro lato, esat­ta­mente nel momento che pen­sa­vamo. Quando il corale ci dice Es ist genug, è abba­stanza, sono pronto, pro­prio nel momento in cui pensi che ele­ganza, però non è com­mo­vente, sco­pri che ti ha toc­cato di nuovo in pro­fon­dità, per­ché l’eleganza sa col­pirti come un pugno, solo che non lo senti arrivare.

Io non so dire se que­sta o quella è la migliore inter­pre­ta­zione di que­sto o quello, e non sono por­tato a fare clas­si­fi­che che ambi­scano a var­care la soglia di casa; però quando qual­cosa non ti lascia come ti ha tro­vato, quella cosa sta facendo il lavoro che una volta era affi­dato alla bellezza.

{ 0 comments }

Ciao Gustav

19 gennaio 2012

Gustav Leo­n­hardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo coper­tine come que­sta prova qual­che emo­zione, sa bene chi e che cosa scom­pare con lui:

{ 0 comments }

Pie­tro Citati qual­che giorno fa ha scritto che Gian­franco Con­tini non capì mai né Gadda né Proust. Suc­cede che, nella pic­cola repub­blica delle let­tere ita­liane, ci sia ancora chi ha voglia di pren­dersi que­ste sod­di­sfa­zioni postume; e oggi final­mente si può fare, per­ché dav­vero, oggi final­mente tutto si può fare.

La cor­nice di que­sta affer­ma­zione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripub­bli­ca­zione delle opere di Carlo Emi­lio Gadda nella Biblio­teca Adel­phi, dopo anni di ono­rato ser­vi­zio da Einaudi e, soprat­tutto, da Gar­zanti. La set­ti­mana scorsa è infine uscito il primo volume, i mera­vi­gliosi Accop­pia­menti giu­di­ziosi, in un’edizione lus­suosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abi­tuato Adel­phi. Non che all’edizione Gar­zanti man­casse nulla: il lusso tut­ta­via ha il suo fascino, e d’altro canto la vec­chia edi­zione, spar­tana e fra­gile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edi­zione del testo, curata da Paola Ita­lia e Gior­gio Pinotti, sia impor­tante e inno­va­tiva, sarà neces­sa­rio ascol­tare il parere degli agguer­riti filo­logi gaddiani.

Nel frat­tempo sul Cor­riere della Sera è uscito un arti­colo di Pie­tro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, sag­getti, arti­coli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbon­danza che si per­mette l’approssimazione!), si dichiara oggi inca­pace di aggiun­gere una sola riga su uno scrit­tore «cono­sciu­tis­simo e ama­tis­simo». Ma non potendo, nono­stante il dolo­ro­sis­simo blocco, aste­nersi da scri­vere qual­cosa sul volume pub­bli­cato da Adel­phi (che in fondo è anche un suo edi­tore), ci regala un’inedita perla di per­fi­dia edi­to­riale. Ine­dita secondo lui, almeno.

Citati rac­conta di quando, nel 1963, a Gian­franco Con­tini fu chie­sto di scri­vere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cogni­zione del dolore, il grande capo­la­voro di Gadda. Con­tini, legato a Gadda da una pro­fonda ami­ci­zia che risa­liva agli anni Trenta, scrive un bril­lante e denso sag­gio alla sua maniera, che comin­cia con­fron­tando due gesti di par­ri­ci­dio sim­bo­lico: quello di Made­moi­selle Vin­teuil nella Ricerca del tempo per­duto di Proust e quello di Gon­zalo Piro­bu­tirro, il pro­ta­go­ni­sta della Cogni­zione nel cui per­so­nag­gio si rico­no­scono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musi­ci­sta Vin­teuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Nar­ra­tore assi­ste alla scena dalla fine­stra, e que­sta pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispie­garsi del suo gran­dioso romanzo, e in par­ti­co­lare nella sco­perta dell’omosessualità. In Gadda, Gon­zalo stacca dalla parete il ritratto foto­gra­fico del padre, lo sbatte per terra e lo cal­pe­sta ripe­tu­ta­mente e con rab­bia. Con­tini parte da que­sta ana­lo­gia per illu­mi­nare la com­plessa trama psi­co­lo­gica della Cogni­zione, e nel farlo com­mette, da filo­logo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrit­tore) di por­tare alla luce alcune chiavi nasco­ste del romanzo.

Gadda se ne dispera, e comin­cia una lunga trat­ta­tiva con­dotta anche attra­verso la media­zione di un altro cri­tico e filo­logo, Gian Carlo Roscioni, cura­tore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Con­tini accetta di mesco­lare un po’ le carte e oscu­rare i rife­ri­menti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo ini­mi­ta­bile stile (il ‘con­ti­nese’, come una volta lo defi­ni­vano): «Defe­rii ai para­noici desi­derî, ricorsi a peri­frasi non meno grame, pla­cai quella tere­brante ango­scia, cosa che sola impor­tava. Gadda me ne rin­gra­ziò lun­ga­mente (9 aprile 1963, ore 14), tor­nando a par­lare di “ragioni fami­liari” e di “pru­denza municipale”».

Citati rac­conta que­sta sto­ria da par suo, cre­den­dola cono­sciuta solo «dal mio amico Gian­carlo Roscioni, e da pochis­simi altri». Rife­ri­sce quindi in que­sto modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Con­tini, Gadda diventò furi­bondo di dolore, dispe­ra­zione, ver­go­gna, ango­scia. In realtà, Con­tini non aveva com­preso né La cogni­zione del dolore né la Recher­che: il gesto di Gon­zalo non aveva nes­suna com­po­nente ero­tica o lesbica o pro­fa­na­to­ria; e non rac­chiu­deva nem­meno il segno del pec­cato ori­gi­nale e la colpa dello sguardo. Gadda pro­te­stò vio­len­te­mente con l’ edi­tore e con Con­tini, il quale ridusse il suo para­gone a un accenno quasi incom­pren­si­bile, o com­pren­si­bile a venti cono­sci­tori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase imme­di­ca­bile. Imma­gi­nava che, dopo le pagine di Con­tini, tutti, per­sino i fat­to­rini del tram e le por­tiere, vedes­sero in lui un mostro: un lesbico, che aveva spu­tato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto rac­conta la Cogni­zione».

In realtà l’episodio è noto a qual­cuno in più dei pochis­simi che crede Citati, per­ché lo stesso Gian­franco Con­tini ne scrisse, e pro­prio sul «Cor­riere della Sera», il 3 gen­naio 1988, e lo face ben più dif­fu­sa­mente di Citati, ripor­tando fram­menti della cor­ri­spon­denza con Gadda e con­clu­dendo il suo reso­conto con un lapi­da­rio e signi­fi­ca­tivo: «Tale il pedag­gio pagato da uno scrit­tore atta­na­gliato dalla dop­pia branca della sin­ce­rità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cogni­zione del dolore e ad altri saggi gad­diani, nel volume signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato Quarant’anni di ami­ci­zia. Scritti su Carlo Emi­lio Gadda (1934−1988), pub­bli­cato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dun­que non si tratta di vicende man­te­nute in quel ‘pet­te­golo riserbo’ di cui Citati sem­bra volerle amman­tare. D’altronde lo stesso Citati aveva già rac­con­tato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recen­sione, que­sta volta sulla «Repub­blica», dell’edizione Gar­zanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, per­ché forse è bene ricor­darlo, Gadda e Con­tini furono gran­dis­simi amici, e non smi­sero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.

Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere por­tati a pen­sare il con­tra­rio, come si potrebbe essere por­tati a pen­sare che Citati non apprezzi Con­tini. La realtà è per for­tuna ben diversa: come lo stesso Citati rac­con­terà in un’intervista tele­vi­siva, Gian­franco Con­tini fu infatti il mae­stro più amato in gio­ventù, incon­trato in Sviz­zera dopo averlo a lungo ‘imma­gi­nato’ negli anni tori­nesi e alla Nor­male di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repub­blica, Citati dice cose inte­res­santi, per­fide e tal­volta visto­sa­mente ini­que sullo stile e sulla vita di Con­tini, come sem­pre per metà tra­ve­sten­dole da opi­nioni altrui (in que­sto caso di Gadda).

Forse, allora, tutto tor­ne­rebbe più chiaro se ai due par­ri­cidi sim­bo­lici dell’incriminata pre­fa­zione, con tutto quello che com­por­tano in ter­mini di con­flit­tua­lità e pul­sioni represse, se ne aggiun­gesse un terzo: quello del filo­logo e cri­tico Pie­tro Citati nei con­fronti del filo­logo e cri­tico Gian­franco Contini.

{ 2 comments }

Dopo il pastic­ciac­cio brutto della cit­ta­di­nanza ono­ra­ria capi­to­lina, offerta dalla giunta di Ale­manno a Ric­cardo Muti e poi sfu­mata nel vociare di beghe bor­ga­tare, ecco che la mejo destra tenta di ripa­rare alzando la posta, e chiede la nomina del Mae­stro a sena­tore a vita. Ora si espone anche Carlo Ros­sella, il nostro Tom Wolfe for­mato Olget­tina, con un raf­fi­nato pezzo di cri­tica musi­cale nella sua rubri­china “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più effi­caci spazi di appro­fon­di­mento dell’imbecillità umana:

Straor­di­na­rio Mac­beth di Muti al Festi­val di Sali­sburgo. Il mae­stro sor­ride quando si parla della sua even­tuale nomina a sena­tore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nes­suno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sba­gliata. Il pro­blema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude ita­liana: con uno spon­sor così, chi ha il corag­gio di tirarsi indie­tro? Napo­li­tano sarà sicu­ra­mente felice del consiglio.

La splen­dida foto di Muti nella “fore­sta di Bir­namo” è di Ker­stin Joens­son (AP Photo/dapd)

{ 0 comments }