Post image for Moresco e la tenia della Callas

Antonio Moresco è uno degli scrittori più interes­santi del panorama italiano degli ultimi decenni. La sua non è una scrittura per amanti delle belle lettere, della frase flautata, della trama suadente. È letteratura come schiaffo che risveglia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evitiamo di guardare; ma non, o almeno non solo nel senso della denuncia, ma della rimozione inconscia. Quel tipo di letteratura che non si legge per sognare ma che della visionarietà fa un mezzo per risvegliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.

Ovvio che non si tratti di una letteratura dalla vita editoriale facile, e per chi volesse farsene un’idea il suo recente Lettere a nes­suno, pubblicato da Einaudi nel 2008, può essere una lettura illuminante – a tratti esilarante, più spesso drammatica e sconfortante. Ma il suo libro maggiore, fortis­simo e per certi versi sconvolgente, è Canti del caos (parte I, IIIII), pubblicato da Mondadori l’anno successivo.

È in questo quadro che vorrei segnalare un bellis­simo racconto – o forse più esattamente pièce teatrale – intitolato Duetto, compreso nel volume Merda e luce (Effigie, 2007). Mette in scena un dialogo immaginario tra Maria Callas e la tenia, il verme solitario che, secondo una vecchia leggenda del mondo operistico, il soprano avrebbe volontariamente ingerito allo scopo di perdere peso.

Crescendo nelle sue viscere attraversate dallo sconvolgente fenomeno del canto – che proprio dalle viscere nasce per diffondersi nella siderale luce dello spettacolo e dell’arte – la tenia lentamente impara a cantare, tanto da diventare un contrappunto interno alla voce della grande artista che la ospita, e uno degli elementi che la rendono inimitabile e misteriosa per tutto il suo pubblico.

Duetto è una lettura che, lo ripeto, potrebbe anche disturbare, ma che sicuramente parla di qualcosa di molto profondo e importante per chiunque ami la musica e più in generale l’arte e la letteratura. È una lettura che porta alla mente la domanda fondamentale su dove nasce la voce di un artista. E lo fa in un modo che solo un grande scrittore potrebbe escogitare.

Il racconto può essere scaricato in formato pdf dal sito della rivista Il primo amore.

«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cresciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sbarazzarmi di quel fardello perché rimanesse solo la voce, la mia voce. Si sentisse e si vedesse solo quella mentre spalancavo sui palcoscenici dei più importanti teatri del mondo la mia grande ciabatta greca incendiata dal ros­setto sotto gli occhi sfavillanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di velluto e d’oro, come altre creature ammaliate e impietrite di fronte al canto inventato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capisco, io lo so cosa prova il corpicino ricoperto di piume dell’usignolo che si espande attraverso il canto! Cosa può provare l’allodola in un campo di grano mentre lancia il suo richiamo sessuale!»

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Gentili Signori,

Leggo e rileggo con grande stupore la pagina dedicata a Piero Buscaroli su Tuttolibri. L’immagine che vi si dà sia dello scrittore e critico musicale, sia soprattutto dell’uomo pubblico – anche attraverso domande solo apparentemente provocatorie – è quantomeno fuorviante. La sua affermazione di aver pas­sato la vita “dalla parte dei vinti” è inoltre incongrua con il semplice dato di fatto, oggi spesso occultato, che quelli che nell’articolo sono definiti vinti da molti anni sono tornati vincitori. E non parliamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.

Nell’articolo si omette, sicuramente per caso, di ricordare che Piero Buscaroli fu candidato alle elezioni europee del 1994 per Alleanza Nazionale, partito non da ieri al governo. Che ha diretto una collana di libri per Mondadori, e che dallo stesso editore sono pubblicati alcuni dei suoi saggi – non esattamente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inoltre, su questi saggi, in un inserto dedicato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chiedere troppo. Tralasciamo anche sull’assurda ricostruzione del famoso schiaffo a Toscanini, che addirittura sarebbe da attribuire a un “ragioniere” antifascista.

È invece l’immagine comples­siva di colto e malmostoso Céline, un “perdente” contro­corrente e coraggioso, che dall’intervista potrebbe derivare ad essere semplicemente assurda. Buscaroli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul sangue, ci ha aiutato a ricostruire una coscienza civile europea accettabile “per non inquinare” le sue idee e la sua lingua; che è stato deluso non solo dal fascismo – sembrerebbe per non avere combattuto la guerra al fianco dei nazisti con sufficiente convinzione – ma anche da Hitler per non avere avuto il coraggio di invadere l’Inghilterra. E le sue idee “non inquinate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inquinata sostenere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esibito sberleffo a milioni di vittime innocenti? È normale che si lasci pas­sare tutto questo? Può pensare un giornale come La Stampa che si tratti delle idee eccentriche di un dandy di destra?

Di certo l’intervistatore poteva aspettarselo, visto che il Buscaroli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricorderanno la risposta che diede a Maria Latella, quindici anni fa, sul Corriere della Sera, parlando di parole belle e parole brutte: “Sconsiglierei inoltre il termine gay. La destra dovrebbe chiamarli correttamente froci o checche. Andrebbero spediti in campo di concentramento”. Quanta sensibilità estetica, quale purezza in questi pensieri.

Buscaroli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è neppure Praz, nonostante lo sdilinquimento crepuscolare per le “due sedie Biedermeier, accanto al pianoforte Erard del 1856” che salta fuori nella tristis­sima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Longanesi. Assisto ogni settimana alla parsimonia con cui libri importanti vengono trattati fra le colonne di Tuttolibri, fra i pochis­simi inserti letterari rimasti sulla stampa italiana. Onestamente non mi aspettavo tanta generosità nei confronti di queste vergognose elucubrazioni.

Cordialmente,

Sergio Bestente

Qui è pos­sibile leggere l’intervista di Bruno Quaranta a Piero Buscaroli, pubblicata sull’inserto letterario della Stampa ‘Tuttolibri’ il 6 febbraio 2010.

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Post image for Boccanegra e il canto delle balene

Un misterioso fenomeno pre­occupa i bio­logi di tutto il mondo. Secondo uno studio recentemente pubblicato da un fisico acustico del Colorado, la voce delle Balenottere azzurre, già famose per il loro profondis­simo e ipnotico canto (inserito in molte registrazioni di musica New Age da mas­saggio), si sta progres­sivamente abbas­sando di frequenza.

Il canto delle balene, infatti, registrato per la prima volta negli anni cinquanta grazie a speciali microfoni subacquei costruiti per usi militari, è sempre stato considerato una manifestazione musicale tra le più affascinanti ed enigmatiche del mondo naturale. Mark McDonald, ricercatore di acustica oceanica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni questo canto è diventato più grave di circa il trenta per cento. “È un fenomeno planetario”, dice, e spera che diffondendo la notizia su internet si possa trovare un qualche scienziato in grado di spiegare il fenomeno.

Alcuni osservatori della comunità scientifica sospettano tuttavia che dietro l’identità del fisico oceanico si possa in realtà nascondere il famoso tenore mes­sicano Placido Domingo, fra i primi a denunciare il fenomeno. Si attendono smentite e forse querele.

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Post image for Gli aspri Capricci di Zehetmair

Fra le molte cose di cui avrei voluto scrivere in queste settimane di lontananza da Fierrabras, almeno le impres­sioni provenienti dall’ascolto di un disco vorrei non tralasciarle. Si tratta dell’incisione dei 24 capricci per violino solo di Niccolò Paganini fatta da Thomas Zehetmair per la ECM.

Di incisioni dei Capricci ne ho sentite tante, ma devo dire che questa è davvero particolare. Zehetmair pos­siede una tecnica che lascia senza fiato, ma non è questo ciò che più colpisce. Il suo è un Paganini violento, secco, più fantastico che elegante; i suoni sembrano tutti inclinare verso lo strappato, verso gesti di forza al tallone più che delicate volate alla punta dell’arco. Il suono è quasi sempre aspro di colofonia – la pece che tiene aderenti i crini dell’archetto alla corda – e poco propenso a perdersi nel cantabile. Per intendersi, all’opposto della diabolica eleganza di Salvatore Accardo o di Mintz.

Dove la cosa si fa più evidente è nei primi 12 Capricci, quelli a mio avviso più sperimentali e artisticamente ricercati; all’ascolto ho sempre avuto il dubbio che la seconda parte della raccolta, fatta esclusione per il Tema con variazioni del Capriccio 24, non appartenga alla stessa linea creativa – la datazione della raccolta, pubblicata nel 1820, è attribuita a un lasso di tempo che va dal 1805 agl’anni 1817–18 – ma non ho mai trovato conferme al sospetto. Non sono né meno belli né più facili, ma la forma è diversa, più regolare nella contrapposizione cantabile-presto e da capo del cantabile. Così come nella pre­cedente incisione (Teldec), Zehetmair fiorisce e varia tutti i da capo, dimostrando una grande capacità creativa e mimetica, nell’equilibrio tra rispetto del testo e invenzione. Ma le modifiche e le fioriture sono pre­senti anche nei primi 12, qua e là; mai una battuta di più o di meno, ma più di una licenza ben nascosta – le aggiunte per esempio dei suoni armonici, creativamente pre­senti nei concerti ma non inseriti dall’autore nei Capricci. Continua la lettura →

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Troppo poco tempo…

8 novembre 2009

© Tom Gauld (per The Guardian)

Solo per dire che non ho abbandonato Fierrabras; è unicamente una questione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qualcosa di splendido.

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni probabilmente si era già accorto che qualcosa stava succedendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più importanti iniziative personali offerte dalla rete nel campo della critica musicale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rappresentato una fonte sempre interes­santis­sima di informazioni, rifles­sioni e recensioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parecchie ‘digres­sioni’ in altri territori musicali e culturali). Nel frattempo il suo libro prendeva forma e così, accanto alle bellis­sime ‘clas­sifiche’ dei dischi più rilevanti, accanto ai tanti approfondimenti, alle sempre un po’ malinconiche foto di paesaggio, comparivano di volta in volta bellis­simi stralci storico-musicologici dedicati a Strauss, a Mahler o a Nuncarrow. Poi, mentre l’uscita del libro si avvicinava, i post hanno cominciato a rarefarsi. Era evidente che il cosiddetto ‘daytime work’, il lavoro che ci aiuta a campare, stava soffocando quello sul blog; per periodi di intere settimane sono comparse solo le recensioni e gli articoli che Ross scriveva per il “New Yorker”, ogni tanto lasciava addirittura la mano a un amico e collega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peggiorarono addirittura: il successo ha portato con sé le pre­sentazioni, le traduzioni, le revisioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sagire che Ross avrebbe mollato la rete, l’amica che l’aveva aiutato a crescere in questi anni.

La sorpresa è arrivata con un post del 14 ottobre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si incenerisce per rinascere: ecco dunque Unquiet Thoughts, Pensieri inquieti – è il titolo del bellis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pubblicato da John Dowland (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dowland decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, esprimere le pas­sioni del desiderio che tramutano gli occhi in diluvio e i pensieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segnalare il nuovo e senz’altro interes­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospitati dal sito del “New Yorker”, cioè di uno dei migliori periodici letterari americani. Una colonna della cultura americana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne consegue. Il sito del “New Yorker” riflette le difficoltà e le speranze di tutti i siti dei periodici cartacei di alto livello: non raccolgono pubblicità (o ne raccolgono poca), rappresentano un costo spesso poderoso, ma semplicemente non pos­sono non esistere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più aristocratico tra i grandi periodici letterari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbonavi (per posta) e loro oltre a mandarti il giornale imbustato nel nylon ti davano l’accesso a una cosiddetta ‘versione elettronica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sorbito nel grande calderone del sito del “Times” (nella rubrica ‘entertainment’!), arricchito e democratizzato nell’offerta gratuita (Murdoch permettendo), ma sempre con un forte riferimento alla carta stampata. Continua la lettura →

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Il pianoforte parlante

8 ottobre 2009

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Da secoli si discetta e filosofeggia sulla musica come linguaggio. Mi sono per caso imbattuto in un filmato piuttosto sorprendente, e volevo condividerlo. Un compositore austriaco, Peter Ablinger, ha fatto recitare a un bambino berlinese la Proclamazione (in inglese) della Corte penale internazionale dell’ambiente, poi ne ha analizzato il suono e lo ha ricomposto in un comples­sis­simo ‘spartito’ per pianoforte azionato meccanicamente attraverso un sistema computerizzato. Il risultato è un pianoforte che parla. Letteralmente!

Ablinger, nato nel 1959, non è nuovo a questo tipo di performance, e un’occhiata al suo catalogo può far capire la varietà delle sue trovate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione berlinese di “A Letter from Schoenberg, reading piece for ministers for player piano and an audience reading the text while hearing the piece”, tratto dalla raccolta Quadraturen III (lo si può ascoltare qui) In quel caso, il pianoforte ‘suonava’ una lettera di Schoenberg.

La nuova composizione è stata pre­sentata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Venezia, 2–3 ottobre), dedicato per l’appunto alla creazione di una Corte mondiale e di una Corte europea per i crimini ambientali. Il filmato è un frammento di un documentario tedesco dedicato all’opera.

Personalmente non lo ritengo molto più interes­sante di una curiosità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato questa sensazione. E al tempo stesso, tuttavia, devo ammettere che accanto all’ammirazione per il marchingegno, la performance mi ha dato da pensare. È musica? È teatro? Qualcosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiazzanti e apparentemente anodine quelle che aiutano a riflettere meglio.

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dollari

Parliamo di soldi. Non sarà granchè elegante, ma ogni tanto bisogna pur farlo. Lo stimolo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbattuto in questo ‘socialblog’, come egli lo definisce, pienis­simo di tutto, dalla poesia alla letteratura, dalla denuncia sociale alla ricerca artistica. Non ho mai avuto il piacere di conoscere Luigi Boschi, ma da ormai moltis­simi mesi, con cadenza irregolare e agli orari più strani, ricevo le email di aggiornamento spedite in automatico dal suo blog. Si tratta quasi sempre di mes­saggi collegati alle istituzioni culturali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penultima era una lunga e dolente poesia, nella quale sfogava la sua amarezza e solitudine nelle battaglie che da anni conduce contro gli sprechi e le assurdità della vita musicale parmense; e chi conosce, anche solo da lontano, le vicende di quella bellis­sima città, sa bene che di cose da dire a questo proposito ce ne sarebbero davvero molte. E Boschi dev’essere un fastidio pazzesco per gli amministratori locali. È sempre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scrivere sul suo sito, che poi pro­ietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vecchio e del nuovo sindaco, del Teatro Regio di Parma e del Festival verdiano, le spese davvero pazzesche, le incredibili risorse catapultate nella vita di provincia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di teatro in teatro, non lasciandosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure continuando imperterrito a far girare milioni di euro come caramelline.

Per dirne una, questo signor Boschi si pre­sentò alla conferenza stampa di insediamento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo stipendio del notoriamente non economico sovrintendente, e se avrebbe continuato anche a Parma a giovarsi dei servizi di Valentin Proczynski, l’agente teatrale argentino di nascita, russo di origini e monegasco di residenza la cui figura è circondata da una fama alquanto discutibile e corrusca. Il Meli Mauro rispose con arroganza che erano fatti suoi, e la platea di giornalisti locali rise e applaudì – chiunque sia stato a una conferenza stampa di realtà come queste sa a quale livello si possa spingere la compiacenza di certi giornalisti. Boschi da allora non ha più trovato pace, e oltre a denunciare ogni singolo spreco con una caparbietà invidiabile, ha dato il tormento a mezzo mondo sulla questione dello stipendio di Meli, finché pochi mesi fa non è riuscito a convincere un consigliere comunale a fare un’interrogazione al sindaco. E allora il sindaco ha dovuto rispondere, anche se non certo con sollecitudine. Un mes­saggio di oggi, sempre dell’indomito Boschi, ci informa finalmente sull’entità dello stipendio del Meli Mauro, sovrintendente. Meli costa alla Fondazione Teatro Regio, comples­sivamente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.

Sono tanti o sono pochi?

La questione delle retribuzioni nel mondo dello spettacolo è sempre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spettacolo dal vivo, e in particolare in quello della musica, la valutazione dell’eccellenza dipende da un complesso di fattori che la rendono sempre fortemente opinabile. Quanto prende Cecilia Bartoli per una recita della tale opera? Ma se lei prende questi soldi, allora quanto dovrebbe prendere quell’altra? E così via. In realtà un tariffario di mas­sima esiste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il problema è che in Italia il teatro d’opera è largamente finanziato da denaro pubblico, e questo semplice fatto impone tutta una serie di cautele. Quando si maneggia i soldi della collettività, certi scherzetti non si pos­sono fare. Per un certo periodo è esistito anche un cosiddetto ‘calmiere’ per i cachet degli artisti: è cosa nota che questo ‘tetto di retribuzione’ venisse aggirato in mille modi, perché altrimenti certi artisti sarebbe stato impos­sibile averli. E certi teatri quegli artisti li avevano; ah, se li avevano!

Ma il sovrintendente non è un artista. Il sovrintendente è un dirigente. E allora la valutazione non dovrebbe essere così difficile, e anche l’attribuzione dell’equo compenso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stupore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metropolitan) ha preso un milione e mezzo di dollari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneggia e riceve (ma soprattutto che attira) è totalmente proveniente da tasche private; ciò nonostante l’informazione può generare qualche confusione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo prenderla da un altro lato. Invece di para­gonare semplicemente la cifra con quella che prendono gli altri sovrintendenti italiani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giambrone (Maggio Musicale Fiorentino) 180.000, Tutino (Bologna) 164 più benefit, Vergnano (Torino) 150, Vianello (Fenice) 150 più benefit –, proviamo a para­gonarlo a un dirigente pubblico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.

Non molto tempo fa, dopo i grandi proclami del ministro Brunetta, sui siti delle amministrazioni pubbliche e delle aziende partecipate hanno cominciato ad apparire i tabulati con le retribuzioni dei dirigenti e degli amministratori. Ricordo un grande titolo su un quotidiano, che parlava degli stipendi d’oro dei dirigenti della Regione Lombardia. La Regione Lombardia ha 3.600 dipendenti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirellone’), 10 nelle province lombarde, 2 all’estero ecc. Il Teatro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipendenti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trattandosi di “teatro di tradizione”, i dipendenti, per la pre­cisione, sono 18], e soprattutto è un sistema di ben diversa comples­sità. Facciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i dirigenti della Regione Lombardia, quella degli stipendi d’oro. Si chiama Nicolamaria Sanese, fa il Direttore generale, è il braccio destro di Roberto Formigoni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Direttore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scandalosa’ Regione Lombardia, realtà politico-amministrativa colos­sale, prende meno di Meli Mauro, sovrintendente del Teatro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo correggermi: Sanese ha una ‘retribuzione fondamentale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retribuzione di risultato’, sostanzialmente un bonus, di altri 48.408 euro. La retribuzione lorda di Meli al netto dei rimborsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rimborsi di Sanesi, inoltre, non ho alcuna informazione. Tuttavia la sostanza del discorso è la stessa: la retribuzione del Sovrintendente del Teatro Regio di Parma, oltre a svettare su quella di molti altri teatri italiani più grandi e ben più complessi da gestire, si assesta molto vicino alla retribuzione dei più pagati dirigenti di strutture pubbliche enormemente più complesse.].

Certo, il Meli non doveva essere proprio tranquillis­simo se in un’intervista al “Corriere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attribuendosi con francescana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retribuzione mensile. Certo, il giochino è chiaro: la differenza tra netto e lordo, il separare la retribuzione ‘secca’ da benefit, rimborsi, indennità, costi vari. I teatri d’opera, inoltre, sono Fondazioni, e dunque Meli non è un dirigente pubblico a tutti gli effetti. Tuttavia, forse, assistere a giochetti di questo tipo con un mezzo di pubblica informazione avrebbe potuto causare un minimo di reazione da parte del Sindaco, anche solo una manifestazione di imbarazzo, dato che in fondo è pur sempre il pre­sidente del Consiglio di amministrazione del teatro. Non importa. Se non ha ritenuto di manifestarlo è perché, evidentemente, non aveva piacere che si sapesse come stavano veramente le cose. Poche settimane dopo, il ministro Brunetta con l’eleganza intellettuale e les­sicale che gli si addice, tuonava contro il culturame paras­sitario sinistroide. Ora che sull’argomento nes­suno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma succeda qualcosa. Vedremo. Nel frattempo ringraziamo i rompiscatole di talento come Boschi.

La foto è di markusram, che ringrazio, e proviene da flickr.

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bravo_gustavo

Quanti anni sono pas­sati da quando il mercato discografico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assiste all’invecchiamento del pubblico dei concerti clas­sici, al prosciugarsi della spinta estetica e innovativa dello spettacolo dal vivo? Quante spiegazioni sono state cercate, quante vie d’uscita sono state indagate? Nel frattempo, sulla già fragile economia della musica si sono abbattuti il crollo del sistema finanziario, la reces­sione, i tagli, la disoccupazione. Si è molto parlato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capolinea un costume finanziario che aveva portato l’economia mondiale al collasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispuntare i superbonus per i manager, i derivati, i titoli spazzatura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti convegni, tante parole. E nel frattempo, un po’ come a Wall Street, cosa stavano facendo gli intelligentis­simi supermanager del big business musicale?

È molto semplice. Stavano cercando un nuovo Bernstein. Quello hanno imparato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, perché nel frattempo non hanno maturato nient’altro. In fondo è un po’ come vendere titoli spazzatura: li si occulta in un pacchetto comples­sivamente attraente sperando che nes­suno abbia voglia di guardare troppo a fondo, e li si spaccia per meraviglie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chiedono il perché. Abbiamo distrutto un mercato drogandolo di tre tenori, di incredibili porcherie cros­sover per un pubblico umiliato da grande fratello? Abbiamo scavato ogni recesso della volgarità e del kitsch, utilizzato ogni pos­sibile appiglio per rendere appetibile un genere musicale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva mantenuto? E ora che, dopo il pre­vedibile tracollo, qualcosa sembra tornare a muoversi che cosa facciamo? Ricominciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osservasse l’incredibile onda mediatica che si diffonde dalla California, in questi giorni, per l’incoronazione di Dudamel a direttore della Los Angeles Philharmonic. Senza un nuovo eroe su cui investire tutti gli spiccioli rimasti, sembra sia impos­sibile progettare una qualsiasi ripresa. Ed ecco che il pas­saggio di un giovane (e bravo, per carità) direttore alla guida di una delle grandi orchestre americane non può che diventare un lancio in stile Hollywood, con tanto di brand (Gustavo!), minisiti, tecniche aggres­sive di marketing e persino un giochino elettronico, finanziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giusta per uscire dalla crisi? Inutile domandarselo: è l’unica che questa industria dello spettacolo, i suoi finanziatori e i suoi improbabili manager, sappiano trovare. Personalmente la definirei una coazione a ripetere che ha del patologico. Ma immagino che trovare qualsiasi altra strada avrebbe comportato così tanto lavoro e così tante sfide intellettuali ed economiche che la sola speranza sarebbe stata da folli. Senza contare, e questo è forse l’elemento determinante, che sarebbe stato tutto infinitamente meno divertente. Il grande business della musica è un vecchio malato che gioca a fare il bambino, diviso tra la flebo e la playstation. Quello che ci chiede è solo di chiudere gli occhi e di giocare con lui; tutto tornerà come prima, promesso.

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ross_libro

Riemergendo faticosamente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giustificare il lungo silenzio di Fierrabras), trovo questo articolo di Pierre Assouline nel suo blog “La République des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Finalmente un grande libro

Come mi capitò di scrivere in un post della fine del 2007, una delle letture musicali più appas­sionanti del 2008 (probabilmente il miglior testo sulla musica da molti anni a questa parte) è stato il libro dedicato al Novecento musicale da Alex Ross, il bravis­simo critico del “New Yorker” il cui blog da sempre figura nella lista dei siti pre­feriti di Fierrabras (anche se da quando è uscito il libro si è come prosciugato: destino di tanti bellis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi converrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splendida sintesi delle tante e diverse linee di sviluppo del Novecento musicale; Ross è un profondo conoscitore della musica americana, eppure curiosamente si tratta di un libro profondamente europeo. Europeo perché è basato sui valori, le curiosità, il modo di ragionare e di guardare al bello e al brutto che costituisce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cultura europea. Dicono che New York sia la città più europea degli Stati Uniti, e allora bisognerebbe dire che è un libro profondamente newyorkese.

Se mi chiedes­sero che cosa contiene di rivoluzionario The Rest is Noise, non saprei rispondere su due piedi alla domanda. Basta sfogliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cambiare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spirito battagliero della History of Western Music di Taruskin (per citare un’altra opera importante degli ultimi anni). Gli equilibri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musicale sono gli stessi che pre­sumibilmente gli destinerebbe un buon profes­sore di un nostro conservatorio. Strauss, Mahler, Schoenberg, Stravinsky, e via via come di consueto (come è giusto direi), il jazz, fino al minimalismo e al postminimalismo. Ognuno poi ha le sue piccole fis­sazioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibelius, e naturalmente le venti pagine del capitolo “Apparition from the Wood” (sottotitolo quasi compas­sionevole “The Loneliness of Jean Sibelius”) sono un concentrato di amore e competenza; d’altro canto, per chi scrive, le quattro striminzite pagine dedicate a Bernstein sembrano piuttosto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esaurienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spiegare perché quello di Ross è un grande libro metterei al primo posto tre elementi: il linguaggio, il taglio con cui la materia è pre­sentata, lo spirito didattico. Ross scrive con una fermezza e un equilibrio nel giudicare, con una competenza tecnica e un rispetto per le diverse correnti estetiche che non è merce comunis­sima tra le storie della musica non scolastiche. Ma accanto all’aspetto tecnico, ciò che colpisce è la sua voglia di descrivere i personaggi, le atmosfere, gli incontri straordinari che chiunque decidesse di percorre le strade del Novecento musicale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza renderla bozzetto o peggio ancora pettegolezzo. Continua la lettura →

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose selvatiche
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubriachi di baci
Tuffate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove trovare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il raggio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stridono le bandiere.

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

Si può anche solo immaginare poesia più bella e profonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Friedrich Hölderlin? Credo di non esagerare se dico che si tratta di una delle più belle della letteratura europea. Quella prima strofa così sensuale, con una divisione che è un inno alla completezza: la superficie dell’acqua che separa il visibile dall’invisibile, e tutto che sembra volere trapas­sare, felicemente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori selvatici – le rose –, i cigni che nuotando immergendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sensuale abbraccio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di elementi infertili e impenetrabili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desiderio e volontà – le banderuole al vento. Com’è lontana la fiducia nel ciclico tornare delle stagioni che tanta parte della cultura occidentale aveva nutrito, dalla natura di Lucrezio ai meravigliosi mesi di Benedetto Antelami nel battistero del Duomo di Parma – e sul portale del Duomo di Fidenza e su quello di Cremona, e di chissà quante altre architetture romaniche – dai concerti delle Stagioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piuttosto da chiedersi e se Wilhelm Müller, l’autore delle poesie che poi Schubert, con folgorante intuizione ha raccolto nella Winterreise, “Viaggio d’inverno”, conoscesse questa poesia. La raccolta di Müller era stata pubblicata sulla rivista “Urania” nel 1823. L’immagine della banderuola segnavento, ‘die Wetterfähne’, così lacerantemente trasfigurata da Schubert, sembrerebbe quasi una citazione letterale. Si potrebbe persino dire che in questi 14 versi sia pre­figurato in breve l’intero ciclo schubertiano. Continua la lettura →

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Le vocali di Brünhilde

30 agosto 2009

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Certe volte ti chiedi come gli sia venuto in mente, agli scienziati, di occuparsi di cose così. Non che siano inutili, anzi. Solo che le leggi e continui a chiederti come gli sia venuto in mente. Dunque: un gruppo di fisici acustici della University of New South Wales con sede a Sydney, in Australia, si è messo a studiare sistematicamente l’accoppiamento tra vocali e suoni in dieci opere liriche, da Ros­sini a Wag­ner, cercando di capire quale sia stato il compositore più attento al problema della facilità di emis­sione dei suoni e della loro intelligibilità. Li guidava il profes­sor Joe Wolfe, wag­neriano di ferro a partire dal cognome. Ma andiamo con ordine.

La fatica del soprano

Tutto è cominciato da una serie di studi sugli organi fonatori, e dalla raccolta di alcune interes­santi informazioni riguardo all’emissione della voce nel canto e nel parlato. I primi risultati erano focalizzati sulla voce di soprano, che incontra nell’intonazione dei problemi del tutto peculiari rispetto agli altri registri. Ci informa infatti Wolfe che gran parte delle informazioni fonetiche, e in particolare quelle relative alle vocali, sono concentrate in suoni che vanno da 300 a 2000 Herz (Hz). Un basso che intona un sol basso emette un suono i cui armonici vibrano in fasce che si aggirano intorno ai 100, 200, 300 Hz (e via dicendo): questi armonici rendono intelligibile l’informazione fonetica neces­saria a capire quale lettera dell’alfabeto (e in particolare quale vocale) il cantante sta in quel momento pronunciando. Nella tes­situra acuta del soprano, invece, gli armonici (che sono multipli della frequenza di base) sono talmente distanti l’uno dall’altro che solo pochis­simi di essi cadono nel range utile, e l’informazione fonetica si perde. È un fatto semplicis­simo da osservare ascoltando una qualsiasi opera lirica: sopra una certa altezza è praticamente impos­sibile distinguere quale vocale stia intonando la cantante; semplicemente, per ottenere quelle frequenze, la cantante (ma in misura diversa anche il cantante) è costretto ad atteggiare il suo organo vocale in modo da rendergli impos­sibile (o almeno faticosis­sima) la pronuncia di vocali che richiedono un altra posizione – anche da questo nasce il vizio di alcuni cantanti di modificare il testo per renderlo pià corrispondente alle esigenze dell’intonazione. Continua la lettura →

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Una notizia triste

26 agosto 2009

Ritorno al lavoro dopo un periodo di riposo, e purtroppo arriva subito una brutta notizia.

Domenica scorsa è scomparso Roberto Bosio, “direttore area artistica” del Teatro Regio di Torino nel gergo aziendalistico, anima dell’organizzazione e della produzione di quel teatro nella semplicità dei fatti. Mi ero ripromesso di non scrivere mai su Fierrabras a proposito delle realtà a cui sono lavorativamente legato, ma in questo caso vorrei fare un’eccezione, perché Roberto Bosio rappresenta qualcosa di troppo importante. Rappresenta il mondo delle persone che vivono il teatro in modo tale da permettere al teatro di vivere; persone che non appa­iono sui giornali a fare dichiarazioni su questo o quello, che il pubblico spesso non conosce, ma che abitano la vita dello spettacolo in maniera al tempo stesso fortemente profes­sionale ed emotivamente profonda; persone che vedono con chiarezza dietro ogni nota eseguita l’intreccio di arte e mestiere, virtuosismi e vanità, amori, rancori, contratti, proteste, glorie e disonori dal cui magma sempre nasce l’arte; ma che nonostante la chiarezza di questa visione mantengono in loro stessi un’intatta capacità di emozionarsi e di comunicare con umanità. Se uno spettacolo riesce, se un teatro va avanti nonostante l’eccezionale tasso di individualismo, se non persino di follia che ne pervade l’atmosfera, è grazie a queste persone. Che non sono poche, ma di cui Roberto Bosio resta un esempio.

Bosio era entrato al Regio come maestro collaboratore, si era laureato in Economia con una tesi sul mondo della produzione lirica (con Milena Boni, pioniera degli studi sul marketing dello spettacolo dal vivo); nel frattempo, per molti anni ha insegnato al conservatorio di Ivrea (se non ricordo male), fino alla nomina di vicedirettore artistico, arrivata nel culturalmente fecondo periodo Majer-Tessore; da allora è sempre rimasto nell’area della direzione artistica, e nell’avvicendarsi delle direzioni e delle sovrintendenze ha rappresentato la continuità e il punto di riferimento per gli artisti che con il suo teatro collaboravano. Era sposato, con due figlie ancora piccole.

Anche se ci assomiglia molto, questo però non voleva essere un necrologio. Volevo solo comunicare un particolare tipo di sgomento; nel teatro – e forse nella vita – ci sono persone che vedi arrivare, agitarsi, brillare – di luce propria o più spesso di luce riflessa – e poi allontanarsi veloci; non sai neppure dove siano andate, e tutto sommato neppure ti interessa tanto. Ce ne sono altre che incarnano invece la stabilità e la continuità; non sono alla ricerca di qualcos’altro, o almeno non ora, forse domani. Sono lì, sai che ci puoi contare, che la loro vocazione è risolvere i problemi e non crearli per fare rumore; andare sempre avanti, alla faccia di quell’atmosfera da apocalissi imminente che sempre intos­sica ed elettrizza i teatri. Bosio era una di queste persone: raris­sime e difficilmente sostituibili per le aziende, ma soprattutto impos­sibili da pensare assenti per gli amici e i collaboratori. La vita artistica ha bisogno di entrambi i tipi di persone: le comete e le stelle polari. Ma è quando vengono a mancare queste ultime che lo sgomento ti afferra con maggiore intensità.

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Mentre alcuni nuovi pezzi di Fierrebras non vogliono proprio scriversi da soli, ci sono mille notizie dal mondo della musica che mi piacerebbe condividere. Notizie che riflettono quanto esso sia complesso, articolato e un poco pazzo. Eccone tre di ieri.

La prima è una bella inchiesta del New Music Box, il sito internet dell’American Music Center, dedicata alla buona salute di cui godono – in un mercato discografico sconvolto dalla crisi economica e di idee – le etichette indipendenti specializzate nella produzione e distribuzione di musica contemporanea. Il loro modello di business non è certo quello delle major (i compositori o gli sponsor normalmente pagano la produzione del disco) ma il loro insostituibile compito è ricambiato da un successo che sta assumendo le dimensioni di un boom. Contro qualsiasi fosca previsione.

La seconda e la terza sono collegate. Un articolo del Times ci racconta del primo sciopero proclamato dai lavoratori del Festival di Bayreuth. Si tratta di 60 macchinisti e di un centinaio di lavoratori a contratto che contestano la legalità dei contratti firmati dall’ex direttore del Festival, Wol­fgang Wag­ner. E così, mentre si lavora per mandare in scena l’ennesimo, sontuoso Tristan und Isolde, davanti alla consueta platea luccicante di uomini politici, magnati della finanza e alta borghesia internazionale, scopriamo che la paga oraria di un macchinista, di un elettricista o di un attrezzista impegnati sul palcoscenico è di circa 4 euro. Contemporaneamente, un articolo pubblicato sul sito di Bloomberg ci informa del fatto che Peter Gelb ha guadagnato nel 2008 circa 1,5 milioni di dollari con il suo lavoro di General Manager alla Metropolitan Opera di New York, con un incremento rispetto all’anno pre­cedente del 36%. Che cosa c’entra? Boh, ognuno si faccia il suo parere.

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glass

Che regalo può scegliere l’avvocato Brusatti Coronèo per il compleanno della giovane ed elegante moglie? Si era deciso per una collana d’oro con pendaglio a forma di farfalla, ma ora ha letto che può fare cafone. Poi, in studio, ha trovato il Wall Street Journal e gli è venuta un’idea fantastica.

C’è scritto che un signore di Harrisburg, Pennsylvania, tale Martin Murray, un dilettante di violino sposato da meno di due anni, per il settantesimo compleanno della moglie (!) si è rivolto a un’associazione nonprofit specializzata nell’intermediazione tra commis­sionari e compositori: Meet the Composer (MTC). Voleva una sonata per violino e pianoforte di un quarto d’ora circa, eseguibile da musicisti non profes­sionisti di medio livello tecnico. Sorpresa: l’associazione l’ha messo in contatto con il più famoso dei compositori americani viventi, Philip Glass, e quest’ultimo ha accettato la commis­sione. Ne è nato un party di cui tutti gli amici ancora parlano a Harrisburg e dintorni; al momento del regalo, lui prende il violino, una pianista si siede al pianoforte, e arriva il grande dono. L’articolo, firmato da una certa Corinna da Fonseca-Wollheim, si intitola degnamente “Anche Bach ebbe bisogno di Goldberg”, riferendosi alle parole di un localmente noto compositore dell’Università dell’Arizona, Daniel Asia, che con apparente tranquillità ricorda come anche il Signor Goldberg (nome che negli Stati Uniti assume tutta una serie di connotazioni) sia tuttora ricordato per avere pagato a Bach una certa commissione.

A parte lo svarione storico (non ci fu mai un Signor Goldberg che commis­sionò una composizione a Bach) l’articolo si dilunga con il giusto piglio da giornale economico sulle dimensioni del fenomeno, e sugli aspetti finanziari (da quelle parti le commis­sioni le puoi scaricare dalle tasse); vuoi comprare un teschio di Hirst, sembra dirci la Fonseca-Wollheim? lascia stare! portati a casa un’opera di Adams, un quartetto di Corigliano (o una sonatina di Mr. Asia). Si parlerà di te nei secoli dei secoli. Continua la lettura →

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