Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Pietro Citati qualche giorno fa ha scritto che Gianfranco Contini non capì mai né Gadda né Proust. Succede che, nella piccola repubblica delle lettere italiane, ci sia ancora chi ha voglia di prendersi queste soddisfazioni postume; e oggi finalmente si può fare, perché davvero, oggi finalmente tutto si può fare.
La cornice di questa affermazione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripubblicazione delle opere di Carlo Emilio Gadda nella Biblioteca Adelphi, dopo anni di onorato servizio da Einaudi e, soprattutto, da Garzanti. La settimana scorsa è infine uscito il primo volume, i meravigliosi Accoppiamenti giudiziosi, in un’edizione lussuosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abituato Adelphi. Non che all’edizione Garzanti mancasse nulla: il lusso tuttavia ha il suo fascino, e d’altro canto la vecchia edizione, spartana e fragile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edizione del testo, curata da Paola Italia e Giorgio Pinotti, sia importante e innovativa, sarà necessario ascoltare il parere degli agguerriti filologi gaddiani.
Nel frattempo sul Corriere della Sera è uscito un articolo di Pietro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, saggetti, articoli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbondanza che si permette l’approssimazione!), si dichiara oggi incapace di aggiungere una sola riga su uno scrittore «conosciutissimo e amatissimo». Ma non potendo, nonostante il dolorosissimo blocco, astenersi da scrivere qualcosa sul volume pubblicato da Adelphi (che in fondo è anche un suo editore), ci regala un’inedita perla di perfidia editoriale. Inedita secondo lui, almeno.
Citati racconta di quando, nel 1963, a Gianfranco Contini fu chiesto di scrivere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cognizione del dolore, il grande capolavoro di Gadda. Contini, legato a Gadda da una profonda amicizia che risaliva agli anni Trenta, scrive un brillante e denso saggio alla sua maniera, che comincia confrontando due gesti di parricidio simbolico: quello di Mademoiselle Vinteuil nella Ricerca del tempo perduto di Proust e quello di Gonzalo Pirobutirro, il protagonista della Cognizione nel cui personaggio si riconoscono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musicista Vinteuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Narratore assiste alla scena dalla finestra, e questa pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispiegarsi del suo grandioso romanzo, e in particolare nella scoperta dell’omosessualità. In Gadda, Gonzalo stacca dalla parete il ritratto fotografico del padre, lo sbatte per terra e lo calpesta ripetutamente e con rabbia. Contini parte da questa analogia per illuminare la complessa trama psicologica della Cognizione, e nel farlo commette, da filologo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrittore) di portare alla luce alcune chiavi nascoste del romanzo.
Gadda se ne dispera, e comincia una lunga trattativa condotta anche attraverso la mediazione di un altro critico e filologo, Gian Carlo Roscioni, curatore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Contini accetta di mescolare un po’ le carte e oscurare i riferimenti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo inimitabile stile (il ‘continese’, come una volta lo definivano): «Deferii ai paranoici desiderî, ricorsi a perifrasi non meno grame, placai quella terebrante angoscia, cosa che sola importava. Gadda me ne ringraziò lungamente (9 aprile 1963, ore 14), tornando a parlare di “ragioni familiari” e di “prudenza municipale”».
Citati racconta questa storia da par suo, credendola conosciuta solo «dal mio amico Giancarlo Roscioni, e da pochissimi altri». Riferisce quindi in questo modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Contini, Gadda diventò furibondo di dolore, disperazione, vergogna, angoscia. In realtà, Contini non aveva compreso né La cognizione del dolore né la Recherche: il gesto di Gonzalo non aveva nessuna componente erotica o lesbica o profanatoria; e non racchiudeva nemmeno il segno del peccato originale e la colpa dello sguardo. Gadda protestò violentemente con l’ editore e con Contini, il quale ridusse il suo paragone a un accenno quasi incomprensibile, o comprensibile a venti conoscitori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase immedicabile. Immaginava che, dopo le pagine di Contini, tutti, persino i fattorini del tram e le portiere, vedessero in lui un mostro: un lesbico, che aveva sputato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto racconta la Cognizione».
In realtà l’episodio è noto a qualcuno in più dei pochissimi che crede Citati, perché lo stesso Gianfranco Contini ne scrisse, e proprio sul «Corriere della Sera», il 3 gennaio 1988, e lo face ben più diffusamente di Citati, riportando frammenti della corrispondenza con Gadda e concludendo il suo resoconto con un lapidario e significativo: «Tale il pedaggio pagato da uno scrittore attanagliato dalla doppia branca della sincerità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cognizione del dolore e ad altri saggi gaddiani, nel volume significativamente intitolato Quarant’anni di amicizia. Scritti su Carlo Emilio Gadda (1934−1988), pubblicato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dunque non si tratta di vicende mantenute in quel ‘pettegolo riserbo’ di cui Citati sembra volerle ammantare. D’altronde lo stesso Citati aveva già raccontato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recensione, questa volta sulla «Repubblica», dell’edizione Garzanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, perché forse è bene ricordarlo, Gadda e Contini furono grandissimi amici, e non smisero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.
Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere portati a pensare il contrario, come si potrebbe essere portati a pensare che Citati non apprezzi Contini. La realtà è per fortuna ben diversa: come lo stesso Citati racconterà in un’intervista televisiva, Gianfranco Contini fu infatti il maestro più amato in gioventù, incontrato in Svizzera dopo averlo a lungo ‘immaginato’ negli anni torinesi e alla Normale di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repubblica, Citati dice cose interessanti, perfide e talvolta vistosamente inique sullo stile e sulla vita di Contini, come sempre per metà travestendole da opinioni altrui (in questo caso di Gadda).
Forse, allora, tutto tornerebbe più chiaro se ai due parricidi simbolici dell’incriminata prefazione, con tutto quello che comportano in termini di conflittualità e pulsioni represse, se ne aggiungesse un terzo: quello del filologo e critico Pietro Citati nei confronti del filologo e critico Gianfranco Contini.
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Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:
Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.
L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.
La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)
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Da alcune settimane, l’esclusivo parterre dei critici musicali italiani si è arricchito di un nuovo arrivo. Lo spazio è quello della pagina dedicata alla musica dall’inserto domenicale del “Sole 24ore”, che già ospita gli storici articoli di un colto e monumentale reazionario come Quirino Principe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fierrabras aveva già espresso qualche riserva alcuni anni fa). La firma fa pensare alle scorrerie dei pirati o, in alternativa, ai calendari da cucina e agli oroscopi: Barbanera, niente di meno.
Questa firma che si suppone corsara è comparsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piuttosto sgangherata stroncatura di un doppio cd contenente gli Studi brillanti op. 740 di Czerny e gli Studi trascendentali di Liszt eseguiti da Fred Oldenburg: il commento era da antologia della “non critica” italiana: “Il confronto con Liszt è perdente in partenza sotto tutti i punti di vista e poi nessun allievo potrebbe aspirare di arrivare [sic!] a un livello esecutivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un automobile a pedali a un pilota di formula uno”. Come se si trattasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.
La domenica successiva però Barbanera torna all’arrembaggio, e anche questa volta lo fa scegliendo un tema non esattamente di ‘avanguardia’. L’articolo è un pavido rimbrotto al fantasma di Herbert von Karajan, in occasione del riversamento in cd dei Concerti Brandeburghesi da lui incisi con i Berliner 47 anni fa (!); se il soggetto è già quasi archeologia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muffosa, e raggiunge il suo apice di apnea intellettuale quando, in riferimento alla grande corrente di riscoperta della ‘musica antica’, scrive: “Doveroso precisare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affinamento, si è arrivati a un ottimo compromesso che consente di apprezzare della musica piacevole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica piacevole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quotidiana, si potrebbero leggere parole come queste, se non in un giornale locale della provincia più profonda, che magari affida una rubrica di musica al parroco che un po’ di musica l’ha masticata in seminario, o al professore di pianoforte del locale conservatorio?
Terza puntata, il 17 luglio, e terzo brivido: una specie di stroncatura di un’incisione di tre concerti per pianoforte di Mozart eseguiti al fortepiano da Ronald Brautigam, con la Kölner Akademie. Qui le argomentazioni non sono più solo muffose, sono decrepite e squinternate. Continua la lettura →
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C’era da scommetterlo. Ogni volta che c’è uno scontro con la Polizia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qualcosa che parla quel linguaggio rivoluzionario che la sinistra ha deciso di abbandonare – a costo di trasformarsi in un ossimoro vivente – qualche cretino tira fuori Pasolini. Sfogli il giornale, sai che si parla di scontri tra i nefasti ‘black bloc’ e la Polizia, e cominci a pensare: speriamo di no, speriamo che non ci sia il solito miserabile del PD che dice “io sto con Pasolini” – forse ritenendo che Pasolini, espulso dal Pci e perseguitato per il suo radicalismo, sarebbe stato con lui! E naturalmente succede, non c’è niente da fare.
L’in-“utile idiota” questa volta si chiama Dario Ginefra, e dice “Cari ragazzi, rileggete le pagine corsare che Pasolini dedicò ai giovani del Pci”; e subito Matteo Renzi, uno che non si fa mancare mai nulla, nel suo panegirico dei poveri poliziotti pagati 1200 euro cita PPP, perché così le sue misere parole sembrano subito di sinistra; e naturalmente nel suo fine ragionamento accomuna tutti, estremisti a antitav, con una lungimiranza degna di Maroni. (Purtroppo una foto di Renzi accompagna la dichiarazione; una foto che lo fa rientrare di diritto nella categoria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cravatta racconta più di un’autobiografia: seta lucidissima bordeaux, enorme, annodata come i buttafuori delle discoteche e i mafiosi di Coppola. Racconta le aspirazioni, le frustrazioni e soprattutto la cultura estetica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cravatta e prende in mano con aria efficiente la cornetta del telefono, della poesia di Pasolini se ne impipa allegramente.)
Io proprio non lo so che cosa Pasolini penserebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chiedere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poesia dedicata agli scontri di Valle Giulia, perché leggere la protesta della Val di Susa come una manifestazione di lotta di classe, come sembra fare Ginefra, è veramente ridicolo e pretestuoso; penso invece alle pagine, e soprattutto al progetto, di Petrolio, al rapporto tra individuo e potere che descrive, all’intreccio fra interesse economico e degenerazione dell’etica pubblica che disegna. Perché non mi sembra che dall’altra parte, rispetto alla polizia di Stato, ci siano i figli di papà che inneggiano alla rivoluzione comunista. Dall’altra parte, dietro alla cortina di fumo che l’idiozia degli estremisti solleva, c’è forse un movimento antimoderno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indifendibile per definizione, se non talvolta sotto le bandiere tristi e volgari del leghismo. Qualcosa che, se stenta a trovare un simbolo credibile sotto il quale lottare, dovrebbe comunque essere ascoltato con profonda attenzione e rispetto da chi dichiara valori progressisti, al di là di ogni semplificazione e colpevole omissione giornalistica; da chi, soprattutto, non finga di dimenticare quali siano gli interessi in gioco.
Del resto, credo che i poliziotti sappiano meglio di me che non devono aspettarsi da Renzi e Ginefra una lotta per l’aumento del loro stipendio. Quello che mi chiedo è che cosa dobbiamo aspettarci noi cittadini da una sinistra come questa, e che cosa possiamo fare per cambiarla.
NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Commenti si possono leggere le repliche dell’On. Ginefra (PD, Commissione Trasporti) al post di Fierrbras, e le successive risposte.
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Carissimo Dottore,
Grazie per la plaquette! Il fatto che Mozart amasse e coltivasse “gli scampanii da suino” mi era già noto, non so perché. Le spiegazioni che ne date non tollerano alcune obiezione. Analizzando numerosi musicisti ho notato un interesse particolare, risalente alla loro infanzia, per i rumori prodotti dagli intestini. Se lo si debba considerare come un caso particolare del più generale interesse nei confronti del mondo dei suoni, o invece si debba accettare che nel talento musicale (a noi sconosciuto) ci sia una forte componente anale, è un dubbio che lascio irrisolto.
Un cordialissimo saluto
Suo, Freud
La bizzarra osservazione secondo cui i musicisti sono particolamente interessati ai “rumori prodotti dagli intestini”, Freud la sostiene in una lettera indirizzata a Stefan Zweig il 25 giugno 1931 dalla cittadina di Pötzleinsdorf, vicino a Vienna, dove si trovava in villeggiatura. Che Freud non fosse affatto interessato alla musica è cosa ben nota; bisogna tuttavia dire che la lettera è particolarmente strampalata, e forse non a caso non è stata inclusa nella traduzione italiana del suo epistolario.
La cita invece, amputandola strategicamente, Michel Onfray nel suo formidabile Crepuscolo di un idolo, il libro che dedica alla sistematica e violentissima distruzione della credibilità di Freud, da poco tradotto in italiano. Vale la pena di citare per intero il paragrafo, che tira in ballo anche Mahler:
Freud non si abbandona a visioni del mondo quando propone la sua ipotesi, scientifica evidentemente, sull’origine della musica, e, proseguendo nel registro scatofilo che ne sa più su sé stesso che non sul mondo, scrive a Stefan Zweig: «Analizzando parecchi musicisti, ho notato un interesse particolare, risalente alla loro infanzia, per i rumori prodotti dagli intestini […]. Una forte componente anale in questa passione per l’universo sonoro» (25 giugno 1931). Gustav Mahler, analizzato dal maestro in persona per quattro ore (!) durante una passeggiata per le strade di Leyda, in Olanda, avrà sicuramente contribuito all’elaborazione di questo materiale scientifico.
Si noti l’ironia sulla ‘scientificità’ delle teorie freudiane, la perfidia del “ne sa più di se stesso che non sul mondo” (insomma, per Onfray era Freud lo scatofilo), la trasformazione del dubbio dell’originale in una certezza, e la stoccata sulla famosa ‘seduta di analisi’ che Mahler avrebbe avuto con Freud (apparentemente poco più di una passeggiata). È lo stile del libro, appassionante ma senza esclusione di colpi, talvolta anche oltre i limiti della correttezza.
Ma che storia c’era dietro la buffa ‘osservazione clinica’ dei musicisti petomani di Freud? Continua la lettura →
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Da un divertente articolo di Tony Perrottet, sul New York Times, dedicato alle tecniche di autopromozione dei grandi scrittori, da Erodoto a Hemingway:
“Gli autori americani cercarono di tenere il passo. È noto che Walt Whitman si scrivesse da solo recensioni anonime che oggi non sfigurerebbero su Amazon: “Un bardo americano, finalmente!”, scrisse con entusiasmo nel 1855, “Grande, orgoglioso, affettuoso, di abitudini libere e virili nel mangiare, nel bere e nel riprodursi, il volto barbuto e bruciato dal sole.” Ma nessuno riuscì a eguagliare la creatività degli europei. Forse la trovata più stupefacente nel mondo delle pubbliche relazioni – quella che dovrebbe ispirare un timore reverenziale tra gli autori di oggi – fu escogitata a Parigi nel 1927 da Georges Simenon, l’autore di origine belga dei romanzi dell’ispettore Maigret. Per 100.000 franchi, il selvaggiamente prolifico Simenon accettò di scrivere un romanzo intero in 72 ore, restando chiuso in una gabbia di vetro collocata fuori dal Moulin Rouge. Il pubblico sarebbe stato invitato a scegliere i personaggi del romanzo, il soggetto e il titolo, mentre Simenon martellava le pagine su una macchina da scrivere. La pubblicità in un giornale annunciò che il risultato sarebbe stato “un romanzo da record: record di velocità, record di resistenza e, osiamo aggiungere, record di talento”. Fu un grande colpo di marketing. Come Pierre Assouline scrive in Simenon: biographie, i giornalisti a Parigi “non parlavano d’altro”. Continua la lettura →
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Un gruppo di scrittori, poeti, critici, alcuni rapper, molti studenti: non esattamente il ritratto di una pericolosa cellula terroristica. Eppure nel tendone in cui dovevano riunirsi per festeggiare la conclusione del Palestine Festival of Literature (PalFest), la rassegna dedicata alla scrittura che da quattro anni si svolge, tra incredibili difficoltà, in territorio palestinese, sono stati lanciati dei lacrimogeni dall’esercito occupante. Da quelle parti le cose vanno così, e nessuno sembra stupirsi più di tanto.
Sobborgo di Silwan, a sud di Gerusalemme, quartiere a larga maggioranza palestinese su cui negli ultimi anni si sono concentrati nuovi piani di espansione delle colonie israeliane e un progetto per l’ampliamento di un parco archeologico contestato dai residenti; luogo di forti tensioni e frequenti scontri; luogo di violazione dei diritti umani secondo gli osservatori stranieri, che denunciano il reiterato arresto di bambini da parte della polizia e dell’esercito occupante. Per guadagnare un po’ di sostegno da parte della stampa internazionale contro i preoccupanti progetti dei coloni, è stato issato un tendone, luogo di ritrovo e di scambio di informazioni. È proprio qui che, con un certo coraggio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festival che per cinque giorni ha riunito, come ogni anno, migliaia di persone intorno alle forze della letteratura palestinese e ad alcuni illustri e meno illustri ospiti stranieri.
Nato nel 2008, il PalFest ha avuto tra i suoi fondatori e sostenitori nomi importanti della letteratura di tutto il mondo, come lo scrittore nigeriano Chinua Achebe, John Berger, Harold Pinter (scomparso nel 2008), il premio Nobel Seamus Heaney, il poeta ‘nazionale’ palestinese Mahmoud Darwish, e molti altri. Gli organizzatori lo definiscono ‘festival itinerante’, cosa che naturalmente, in un paese in cui la difficoltà di spostamento è uno dei segni più tangibili dell’occupazione, assume un significato tutto particolare: quest’anno ha portato nei diversi luoghi delle manifestazioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramallah, Hebron e Gerusalemme) scrittori e scrittrici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Walker (l’autrice di Il colore viola), il pakistano Mohammed Hanif (Il caso dei manghi esplosivi, Bompiani 2009) e molti altri, e li ha fatti incontrare con gli scrittori locali e con il pubblico, in una serie di workshop, letture, dibattiti.
L’appuntamento conclusivo era per le 19.30 sotto il tendone di Silwan, ma gli scontri sono cominciati alcune ore prima, l’aria era irrespirabile per i lacrimogeni e molti ospiti erano stati trattenuti ai posti di blocco, così tutto sembrava essere andato in fumo. E invece hanno aspettato che il fumo si disperdesse, che gli scontri cessassero, e quando ormai era quasi notte sotto quel tendone ci si sono davvero seduti, e hanno letto le loro benedette poesie, e hanno fatto i loro benedetti discorsi, e hanno suonato le loro benedette canzoni. Ne parla un articolo dell’Economist, lo si può leggere anche in alcuni blog e siti come i coraggiosi Rete Eco – Ebrei contro l’occupazione o Invisible Arabs della giornalista Paola Caridi. Se ne può sentire l’atmosfera, tutta particolare, nel video postato dagli organizzatori del Festival su Youtube.
Sono i momenti in cui la letteratura e le arti si riprendono il loro valore di ponte sospeso fra le persone e i luoghi, fra personale e collettivo, allontanandosi da quella fruizione un po’ solipsistica e consumistica che sempre più stanno assumendo nelle nostre vite. Piacerebbe pensare che queste iniziative siano ben viste se non addirittura sostenute dagli occupanti israeliani, poiché ogni occasione di incontro e crescita culturale rappresenta anche un freno al diffondersi del cancro estremista e integralista. Ancora una volta non è così, e viene da chiedersi se non ci sia un metodo in questa sistematica volontà di ostacolare la crescita sociale della popolazione palestinese, in questa obliterazione delle proprie radici culturali, del proprio tessuto sociale e del proprio paesaggio a cui la si vuole spietatamente costringere.
È la storia che racconta nei suoi libri uno dei fondatori e sostenitori del Festival, Raja Shehadeh, scrittore e avvocato nato a Ramallah. Il disgregarsi di una società in stretto rapporto con il territorio, l’umiliazione di una borghesia istruita, fatta di professionisti, commercianti e possidenti terrieri, costretta a emigrare o a vivere in un contesto sempre più contrassegnato dalla violenza e dalla coercizione, e ad assistere infine all’affermazione dell’integralismo, la peggiore delle medicine, quella che uccide il paziente insieme ai sintomi del suo male.
Uno dei suoi libri, in particolare, racconta la storia degli ultimi decenni in Palestina da un punto di vista unico e pregnante, quello del paesaggio e della sua trasformazione. Riprendendo un’antica tradizione palestinese, quella della sarha, il vagabondaggio disintossicante che l’uomo si concede una volta all’anno, Shehadeh ama le lunghe camminate, e ne Il pallido dio delle colline (EDT 2010) racconta 7 di questi viaggi a piedi fra le colline e i wadi della Cisgiordania, distribuite nell’arco degli ultimi venticinque anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era piccolo, poi lo spostamento coatto verso Ramallah, luogo fino ad allora destinato alla villeggiatura, la scoperta delle colline, con i loro ulivi, i terrazzamenti, il fresco dei rifugi per il bestiame. E poi lentamente il disgregarsi del tessuto sociale, l’abbandono delle terre, la comparsa degli insediamenti sempre più invadenti, l’occupazione e la frammentazione del territorio, gli espropri. Tutto però scandito dal passo di chi cammina e osserva, e camminando e osservando in qualche modo riflette e sorpassa. Un libro che mi ha aiutato molto a capire come stanno le cose al di là delle notizie di cronaca e dei libri di storia. E soprattutto un libro guidato da quella stessa disperata fiducia nella parola e nel pensiero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfidare la sorte e il rancore dei propri nemici per andare ad ascoltare poesie sotto un tendone che sapeva ancora di gas lacrimogeno.
La foto di Raja Shehadeh è di Chris Boland, ed è stata scattata a Cambridge nel marzo scorso; la persona dietro di lui è lo scrittore inglese Robert Macfarlane.
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L’art doit discuter,
doit contester,
doit protester.
L’arte deve discutere, deve contestare, deve protestare. È una visione estetica, e non necessariamente la migliore. Ma la cosa che colpisce è che a pronunciare questa frase sia stato un uomo politico, e non certo un politico di sinistra: Georges Pompidou, Primo ministro a metà degli Sessanta e poi Presidente della Repubblica francese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una politica culturale e di un investimento. Leggerla sulla facciata del ‘Beaubourg’, il complesso dedicato alla diffusione delle arti che porta il suo nome, colpisce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale mancanza di una visione estetica da parte dell’attuale classe politica, ma anche per una questione di linguaggio. Si pensi anche solo ai modi superficialmente sussiegosi e segretamente sprezzanti con cui l’arte è oggi trattata nei discorsi politici. Anzi, non è trattata, perché quasi mai si parla di arte, ma sempre di ‘cultura’. La cultura è quella cosa a cui bisogna dare i soldi, perché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umiliante ritornello. Sembra che nelle orecchie dei cittadini italiani la parola cultura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una efferata, silenziosa vendetta del mondo politico: rendere l’artista un questuante, una sorta di arcaico sottoproletario da difendere dalla fame o da abbandonare a se stesso, a seconda della parte a cui si appartiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la politica, questa politica, che è arcaica, non l’arte. Perché l’arte discute, contesta e protesta. La politica non più.
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