Un allevamento al Senato

24 dicembre 2008

allevi

Alla fine di un pre­ce­dente post, in cui si par­lava della que­stione Kaplan-NY Phi­lhar­mo­nic, facevo cenno all’impressione che mi aveva fatto vedere Gio­vanni Allevi snoc­cio­lare le sue bana­lità sonore al Senato, e vedere mezzo Par­la­mento ita­liano accla­marlo in piedi come fosse Stra­vin­skij redi­vivo. La sen­sa­zione che avevo sen­tito den­tro di me, e avevo subito cer­cato di comu­ni­care agli amici, era stata di offesa: la sen­sa­zione quasi fisica di uno schiaffo. Si passa la vita a capire che cosa è buono e che cosa non lo è, a disti­nuere gli amici veri da quelli meno, a impa­rare a sce­gliere. Che Gio­vanni Allevi possa ven­dere migliaia/milioni/miliardi di dischi non è una cosa che mi offende: se li hanno ven­duti le Spice Girls, per­ché Allevi non dovrebbe? Per­ché la sua melo­dia allude alla tra­di­zione clas­sica? È la prova che quando il mar­ke­ting coglie un’onda, la sa por­tare fino a riva fre­gan­do­sene di qual­siasi diga o distin­zione: negli anni abbiamo visto le case disco­gra­fi­che caval­care i più dispa­rati generi, scher­zare con la poli­tica, la cul­tura, la fede. Se si tratta di fare soldi, tutto può fun­zio­nare, e nes­sun cavallo è dav­vero zoppo: fac­ciamo tor­nare il croo­ner alla Bublè, il can­tante latino impe­gnato alla Manu Chao, il tenore alla Bocelli, il vio­li­ni­sta alla Ken­nedy, il coro di monaci dell’abbazia cister­cense. Potreb­bero far­cela anche con un quar­tetto di tube wag­ne­riane, se solo tro­vas­sero il mix accattivante.

Ma a costo di farlo io, il vec­chio trom­bone, devo dire che per me un con­certo al Senato ha un valore diverso. Non è una sala che si affitta per i party azien­dali; non è un tea­tro che si subap­palta alle agen­zie; non è uno stu­dio tele­vi­sivo, anche se c’è chi lavora inde­fes­sa­mente per far­celo diven­tare. Insomma, vedere quella che dovrebbe essere l’élite cul­tu­rale e poli­tica del paese (si pensi alla figura del sena­tore a vita), spel­larsi le mani e inchi­narsi davanti a un arti­sta che ha fatto della faci­lo­ne­ria e della super­fi­cie la pro­pria for­tuna, mi ha fatto sen­tire offeso nel pro­fondo. Giuro, pro­prio nel profondo.

Ma se oggi ci torno su, è per­ché per una volta i miei sen­ti­menti hanno tro­vato espres­sione quasi let­te­rale nelle parole di un arti­sta verso il quale nutro sen­ti­menti con­tra­stanti, ma che sicu­ra­mente rap­pre­senta qual­cosa di infi­ni­ta­mente distante dal gio­va­nis­simo musicista-filosofo-poeta-creativo-a-tutto-tondo: Uto Ughi.

La bella inter­vi­sta di San­dro Cap­pel­letto sulla Stampa di oggi, riporta frasi intere di Ughi che sot­to­scri­ve­rei senza cam­biare una vir­gola. Lo scon­certo sui con­su­lenti musi­cali del Senato, il negare la paren­tela con la tra­di­zione clas­sica, la sen­sa­zione di un inqui­na­mento della verità e del gusto, del furbo caval­care un equi­voco cul­tu­rale. Solo quando parla del “trionfo del rela­ti­vi­smo”, giu­sto per­ché so dove si va poi a parare, richia­me­rei un più sem­plice “qua­lun­qui­smo” o una più uni­ver­sale “super­fi­cia­lità”. Non sarà certo un caso, se molti quo­ti­diani nella ver­sione on-line hanno ripreso un lan­cio d’agenzia che descri­veva l’omaggio di Allevi, durante il con­certo, al grande com­po­si­tore Gio­vanni Puc­cini, di cui si cele­bra quest’anno il 150° anni­ver­sa­rio. Per non par­lare poi della pre­sen­ta­trice, Milly Car­lucci, e del suo tono sfron­ta­ta­mente, fasti­dio­sa­mente trio­fa­li­stico e genu­flesso nei con­fronti del pre­si­dente del Senato e della mag­gio­ranza che lo ha inse­diato; tutto torna, se si pensa che Milly è la sorella dell’ineffabile Gabriella, la mas­sima esperta di spet­ta­colo che il governo del Cava­liere abbia saputo esprimere.

In quanto alla frase di Allevi, rag­ge­lante per igno­ranza e pre­sun­zione, che Cap­pel­letto riporta in chiu­sura dell’articolo (“La mia musica avrà sulla musica clas­sica lo stesso impatto che l’Islam sta avendo sulla civiltà occi­den­tale”), la acco­ste­rei alla fan­ta­sma­go­rica teo­ria este­tica espressa altrove dal pic­colo Leo­nardo: “stiamo tor­nando nel Rina­sci­mento ita­liano, dove l’artista deve essere un po’ filo­sofo, un po’ inven­tore, un po’ folle, deve uscire dalla torre d’avorio e avvi­ci­narsi al sen­tire comune”. Ma che Rina­sci­mento ha stu­diato, Allevi?

Va bene che il Senato di que­sta legi­sla­tura non è certo un’Accademia pla­to­nica, ma porca misera, un po’ meno di acquie­scenza bovina avrebbe fatto bene a tutti. Spe­cial­mente quando quelle manine che si spel­lano ad applau­dire, sono poi le stesse che schiac­ciano il pul­san­tino del “sì” per votare dei pesanti tagli all’inutile cul­tura pas­sa­ti­sta. Una pro­messa con­creta: più Allevi per tutti.

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HC settembre 14, 2009 alle 21:23

Ma tutti quelli che parlano a proposito di Allevi, non è che hanno la pretesa snobistica e pretenziosa di sapere “che cosa è buono e cosa no”?
E se dipendesse semplicemente dal contesto e dal pubblico a cui si rivolge? Bisognerebbe rileggere Dahlhaus a proposito della musica cattiva, caro Sergio.
Se quelli si spellano le mani a sentir quella musica, forse lui è adeguato a loro. Senza la pretesa che ci rappresentino, per carità.

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