Fierrabras e il mondo dei blog

18 aprile 2009

fierrabras_scritta

Conti­nuare o no? Que­sto è stato il dub­bio su cui mi sono fer­mato a pen­sare per tutto que­sto tempo (la pausa più lunga da quando ho comin­ciato Fier­ra­bras). Le cause di que­sto dub­bio sono da ricer­care in parte in una certa stan­chezza, in parte in una serie di inter­ro­ga­tivi di carat­tere quasi onto­lo­gico. Che cosa è esat­ta­mente un blog, a cosa serve, a chi si rivolge? La con­ti­nua osser­va­zione dei siti e dei blog dedi­cati alla musica nell’intera rete ha por­tato con sé tutta una serie di con­si­de­ra­zioni, che len­ta­mente hanno comin­ciato a chie­dere di essere fatte con la dovuta calma, per non pro­ce­dere alla cieca. Le rias­sumo in breve:

  1. Il mondo dei blog e dei siti per­so­nali ricon­du­ci­bili al con­cetto di “gior­na­li­smo dif­fuso” comin­cia a essere carat­te­riz­zato da un’inquietante omo­ge­neità. Lo stesso post, spesso legato a un arti­colo di un quo­ti­diano o all’osservazione di un evento, fa il giro di tutti i siti attra­verso una catena di link incro­ciati. Die­tro que­sto mec­ca­ni­smo si nasconde il grande nemico di chi ama la comu­ni­ca­zione e l’informazione: l’autoreferenzialità. Che i blog comin­cino a fare lo stesso errore che sta con­du­cendo il gior­na­li­smo della carta stam­pata all’estinzione è un fatto abba­stanza scon­cer­tante. Il mec­ca­ni­smo: qual­cuno (tal­volta più per­sone con­tem­po­ra­nea­mente) getta nella rete un oggetto, un’idea che ricava dal “mondo esterno”: da allora que­sto oggetto – un arti­colo, un fil­mato, una foto­gra­fia, un’idea– rim­balza da un sito all’altro fino ad assu­mere un’importanza spro­po­si­tata rispetto alla sua reale con­si­stenza. Si tratta di una dina­mica che offre al mar­ke­ting, per fare un esem­pio, delle oppor­tu­nità straor­di­na­rie (c’è chi dice che Obama abbia vinto così), ma che secondo me biso­gna guar­dare con grande sospetto.
  2. L’altro ele­mento di peri­colo che que­sto sistema com­porta è la sosti­tu­zione della realtà e della memo­ria sto­rica: quello che non si trova nella rete non è impor­tante, non è degno di essere ricor­dato, non fa parte della sto­ria e della vita. Eppure la por­zione di realtà pre­sen­tata da inter­net è minima. Immensa se para­go­nata a una biblio­teca – così come fin dall’inizio si è voluto fare – minima se para­go­nata alla realtà del tempo e dello spa­zio, e alle loro capa­cità di dare una gerar­chia di impor­tanza alle cose e alle idee. Avendo la testa troppo “den­tro la rete”, con­fon­dere le due cose e alte­rare tale gerar­chia, che è poi il cuore più pro­fondo dell’esperienza umana, è facile quanto pericoloso.
  3. Tenere un blog richiede una con­ti­nua con­trat­ta­zione fra il per­so­nale e il pub­blico: tenere un dia­rio per­so­nale e pub­bli­carlo in tempo reale mi appare come un fatto di stra­nis­sima quanto dif­fusa impu­di­ci­zia; d’altro canto, pre­sen­tarsi sem­pli­ce­mente come for­ni­tori di infor­ma­zione pre­scin­dendo dal dato non secon­da­rio che non si è un’agenzia, ma un sin­golo sog­getto che cerca di con­di­vi­dere ciò che (per volontà o per caso) viene a sapere, rasen­te­rebbe l’inganno (e l’autoinganno). Tut­ta­via mi piace ricor­dare che è pro­prio da que­sta con­trat­ta­zione tra per­so­nale e pub­blico che nascono le cose migliori, e non solo in rete. Io metto a dispo­si­zione degli altri le mie cono­scenze e le mie pas­sioni, ma per farlo le devo ren­dere prima inte­res­santi e fruibili.

Dun­que da un lato esi­ste un pro­blema che riguarda lo “sta­tuto di ser­vi­zio”, se lo si vuole chia­mare così, dei blog: per­ché lo si scrive, e per chi; dall’altro c’è la con­ti­nua esi­genza di non rima­nere impri­gio­nati nelle maglie dell’autoreferenzialità della rete. Mi piace l’idea che se un oggetto viene intro­dotto nella rete, dopo avere com­piuto i neces­sari rim­balzi possa anche uscirne: se una foto è inte­res­sante o bella, deve pro­durre qual­cosa al di fuori della rete: un’altra foto, un’azione, o una rea­zione. E che non fini­sca tutto in una scon­fi­nata chiac­chiera elettronica.

Ma alla fine di que­sti ragio­na­menti, vale o no la pena di con­ti­nuare? La rispo­sta che mi sono dato è sì. Ne vale la pena, cer­cando di por­tare in que­ste pagine oggetti e idee che pro­ven­gano dall’esterno (dalla vita) – let­ture, ascolti, idee, osser­va­zioni – e spe­rando che pos­sano pro­durre altra vita, e non rima­nere a nuo­tare nella vasca di inter­net. Vale la pena pro­varrci ancora, e magari con più impe­gno, vigi­lando tut­ta­via affin­ché, se que­sto scopo venisse meno, si sia capaci di smet­tere subito, e di dedi­carsi ad altro.

* * *

La rifles­sione ha riguar­dato anche alcuni aspetti tec­nici. Per avere un con­trollo migliore sulla piat­ta­forma e aprirla a (even­tuali) futuri svi­luppi ho lasciato Type­pad e sono pas­sato a Word­Press su hosting linux. Che dire: un lavoraccio.

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Carlo aprile 28, 2009 alle 16:39

Non capisco perché bisognerebbe “guardare con sospetto” un meccanismo di funzionamento del web: cioè l’essere replicante, il potere di moltiplicare un qualcosa fornendone una eco. Criticabile o meno che sia tale processo, la comunicazione su internet, e anche il funzionamento ad esempio di google si basa su questo: più una notizia è cliccata, più sale il rank (e dunque l’utente inesperto potrebbe pensare di conseguenza che essa sia maggiormente affidabile). Il fatto è che, certo, potrebbe anche trattarsi di una boiata pazzesca e il metodo di trasmissione resterebbe lo stesso: ma io non criticherei il modo di propagazione della notizia, quanto invece il contenuto. Se era questo che intendeva, allora mi trova d’accordo.
Non sarei così drastico nel pensare che “tutto ciò che non c’è in rete sembra non esistere o non contare”, mentre sono scettico nel ritenere che “la porzione di realtà presentata da internet è minima”: perché la porzione di realtà presentata (o rappresentata) è, in effetti, sempre più grande.
Infine cade, a mio avviso, anche questa sua riflessione: “presentarsi semplicemente come fornitori di informazione prescindendo dal dato non secondario che non si è un’agenzia”. Gente che non era un’agenzia, come la Huffington alla fine lo è diventata. E anche una delle più potenti agenzie informative (anche se non la più affidabile, forse) di tutta la rete.
Tuttavia, sebbene io trovi spesso spunti originali, anche lei oggi è caduto in quello che deplora, vale a dire: l’inquietante omogeneità. La notizia di Zimerman oggi l’ho letta per la terza volta sul suo blog. Intenet allora uccide l’originalità? Io continuo a pensare di no. A patto 1. di voler scrivere articoli non retribuiti (ma scrivendo per un giornale si è pagati tanto di più? / si sopravvive?), e 2. originali (putroppo quasi sempre non lo sono neanche nelle maggiori testate). I post saranno fatica, forse inutile, però tutto sommato sono letti. A volte più dei quotidiani.

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Sergio Bestente aprile 29, 2009 alle 02:19

Gentile Carlo, intanto la ringrazio per il suo intervento. Sulla questione di Zimerman ha perfettamente ragione; mentre scrivevo ci ho anche pensato, ma poi non ho resistito alla tentazione. E questo non perché pensassi che la notizia fosse effettivamente originale o nuova, ma soprattutto per l’ammirazione e la curiosità che provo per questo artista antipatico e straordinario. Ma il meccanismo è proprio quello di cui scrivevo, e nel quale mi ero ripromesso di non cadere più. Per quanto riguarda la riflessione che lei equilibratamente critica, credo che lei abbia perfettamente capito. Ho molta stima per le persone che stanno faticosamente costruendosi una credibilità nel mondo per molti versi libero e innovativo di internet. Quando dico che temo il fatto di non essere un’agenzia, mi riferisco alla selezione e all’attribuzione di rilevanza che si dà alle cose del mondo che si decide di riportare. Un’agenzia riceve da mille fonti, screma e crea una visione in qualche modo “gerarchica” delle notizie; un singolo con pazienza si documenta e, molto spesso con un alto tasso di casualità, riflette ciò che più l’ha colpito. Ma siccome la fonte a cui attinge (me compreso, naturalmente) è quella della rete, rimastica e ricrea in un gioco autoreferenziale di specchi. Ma la soluzione sappiamo tutti qual è, e lei me la ricorda con una certa severità: essere creativi e lavorare con serietà. Giusto, ammetto la pigrizia e cercherò di riparare. Un saluto e grazie ancora.

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Carlo maggio 1, 2009 alle 20:58

Gentile Sergio,
le propongo di fare un piccolo patto: farò finta per un attimo d’ignorare come vanno le cose nelle agenzie informative tradizionali e cercherò di crederle.
Le dico prima su cosa sono d’accordo: un’agenzia riceve (qualsiasi cosa, notizie e non notizie) da mille fonti. Ma anche un utente avanzato di internet è bombardato di “cose” – quasi alla stessa maniera di un’agenzia tradizionale.
Se però lei non dovesse accettare la mia iniziale proposta, potrà – forse – convenire con me su un punto: un giornale screma a seconda delle proprie convenienze (politiche, economiche, d’immagine dell’azienda), e a seconda degli “amici” o “nemici” che propongono la notizia (o molto spesso, troppo spesso, non notizia, ma fatta passare per tale). La versione che lei chiama “in qualche modo gerarchica” riflette null’altro che: in primis le amicizie, poi le relazioni politiche, e più in generale il peso che ha nel mondo quel giornale (e quale valore attribuisce alle cose, da ciò s’intuisce la fisionomia globale della testata e poi dei suoi collaboratori).
Vede, è che non credo per niente “all’alto tasso di casualità” che dovrebbe (sottolineato) fornirmi un giornale (quale che sia, quotidiano, settimanale, mensile, giornale o rivista è lo stesso).
Il problema è che molto spesso il singolo giornalista (collaboratore occasionale, strutturato o il direttore stesso in persona) si sforza (lei scrive “con pazienza si documenta”) di assomigliare il più possibile alla fisionomia di cui le dicevo prima, o d’essere almeno in linea con la corrente politica alla quale fa capo la testata.
Detto questo (e mi scuso per la prolissità), io preferisco qualcuno che scrive (magari anche notizie rimasticate) in totale autonomia – possibile e autentica se il blogger lavora gratis -, senza dover rispondere a nessuna logica aziendale, e senza l’obbligo d’essere coerente con la testata per cui scrive. Da queste persone io non mi aspetto originalità nei contenuti (una notizia nuova) perché non è quello il loro lavoro, ma un punto di vista (sulla stessa notizia che già conosco dalle fonti tradizionali) autonomo, e questo sì originale. Ciò che ormai, purtroppo, manca anche alla carta stampata tradizionale. C’è la notizia, ma scarseggia l’interpretazione, la capacità di guardare da una particolare (e unica ) angolazione che costituisce l’insostituibilità di chi ti fa vedere una cosa diversamente da come l’avresti percepita se l’avessi guardata soltanto con i tuoi occhi. Se qualcuno fa questo, a me poco importa che sia blogger o giornalista “vero” sul giornale di carta. E’ il talento – giornalistico – di vedere le cose, coglierle e poi (sottolineato) interpretarle, che m’interessa.
Grazie comunque per la sua bella risposta e per la possibilità che mi ha dato per conversare di argomenti così importanti,
cordiali saluti.

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