Zimerman l’antiamericano

28 aprile 2009

zimerman

Che Kry­stian Zimer­man non sia un uomo facile è cosa nota. Sulle sue idio­sin­cra­sie c’è tutta una let­te­ra­tura, così come su pra­ti­ca­mente ogni grande arti­sta. E come sem­pre c’è chi dice con sim­pa­tia “è pazzo!”, e chi dice con livore “è furbo”.

Il blog Opera Chic, sem­pre infor­ma­tis­simo, segna­lava ieri un arti­colo del Los Ange­les Times sul debutto del pia­ni­sta polacco alla Walt Disney Hall di Los Ange­les, e dell’incidente che ha ina­spet­ta­ta­mente creato. Dopo avere suo­nato nor­mal­mente per tutto il con­certo (se si fa ecce­zione per la sosti­tu­zione di alcuni brani di Brahms con una sonata scritta nel 1953 della com­po­si­trice polacca Gra­zyna Bacewicz – le sosti­tu­zioni comu­ni­cate all’ultimo momento sono uno dei suoi scherzi pre­fe­riti), stava per attac­care l’ultimo brano del pro­gramma, le Varia­zioni su un tema popo­lare polacco di Karol Szy­ma­no­w­ski, quando improv­vi­sa­mente si è vol­tato verso il pub­blico e ha comin­ciato una con­cione anti­a­me­ri­cana, avver­tendo di non volere più tor­nare in un paese “il cui eser­cito vuole con­qui­stare il mondo”; ha poi con­ti­nuato facendo rife­ri­mento a Guan­ta­namo, e urlando per­sino “Giù le mani dal mio paese!”, men­tre una qua­ran­tina di per­sone si alza­vano e lascia­vano la sala (“parli di eser­cito è c’è subito chi si mette a mar­ciare” avrebbe detto, e biso­gna dire che almeno que­sta è una buona bat­tuta), e una parte del pub­blico rima­sto fischiava e lo invi­tava a ripren­dere il concerto. L’autore dell’articolo (il cri­tico musi­cale Mark Swed) ci dice anche che la voce del pia­ni­sta si sen­tiva molto poco in sala, e que­sto deve avere anche aumen­tato il ridi­colo della scena.

Vale forse la pena di ricor­dare il pre­ce­dente pro­blema che Zimer­man ebbe con gli Stati Uniti. Come altri grandi divi del pia­no­forte, Kry­stian gira il mondo por­tan­dosi die­tro il suo stru­mento, costan­te­mente con­trol­lato e amo­re­vol­mente tarato dalle sue stesse mani; a quanto si dice, Zimer­man chiede per­sino di gui­dare per­so­nal­mente il camion che tra­sporta il pre­zioso stru­mento da una sala da con­certi all’altra. Poco dopo l’11 set­tem­bre 2001 il suo pia­no­forte fu fer­mato all’aeroporto JFK di New York e distrutto dai corpi di sicu­rezza della poli­zia di fron­tiera, appa­ren­te­mente per­ché la colla aveva lo stesso aspetto (o lo stesso odore) di un certo tipo di esplo­sivo. Da allora, ci ricorda Mark Swed, Zimer­man quando deve spo­starsi in aereo fa viag­giare il suo pia­no­forte in pezzi sepa­rati, che ven­gono poi rias­sem­blati sul posto.

Come si sa gli ame­ri­cani non amano che il loro paese venga deni­grato. La miste­riosa blog­ger di Opera Chic sem­bra furiosa con Zimer­man, e ci va giù pesante; ci ricorda tra l’altro che è dif­fi­cile sapere quale sia il suo paese, visto che Zimer­man è resi­dente in Sviz­zera. Altret­tanto arrab­biati sem­brano essere anche molti dei let­tori del sito del Los Ange­les Times. Altri invece plau­dono e alcuni per­sino rin­gra­ziano (ma non sapremo mai di che paese sono). Sem­bra dav­vero che musica e poli­tica non rie­scano più a cam­mi­nare sepa­rati. È una ten­denza da osser­vare con curio­sità; senza dimen­ti­care però che un grande arti­sta rimane tale, e va amato anche quando ci spiazza o stu­pi­sce con la sua diversità.

Foto: © Kas­skara / Deu­tsche Grammophon

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