L’Indice di Ross – Lost in Translation

3 ottobre 2009

ross_libro

Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pettegolezzo.

E adesso come fac­ciamo a leggerlo?

The Rest is Noise, come tutti i migliori libri, può essere per­corso in tutte le dire­zioni; si può leg­gere diret­ta­mente una pagina che inte­ressa su un certo com­po­si­tore e poi pro­ce­dere a mac­chia d’olio (il modo che io pre­fe­ri­sco); si può andare dalla prima all’ultima pagina, apprez­zan­done le intel­li­genti cam­pi­ture; si può volare ai capi­toli che inte­res­sano (“e di Brit­ten, che dirà mai? Scom­metto che ne parla benis­simo!”) e via dicendo. Lo stru­mento fon­da­men­tale che per­mette que­sta libertà d’azione, e che è parte irri­nun­cia­bile di un’opera come que­sta, è natu­ral­mente l’indice ana­li­tico. 26 fit­tis­sime pagine su due colonne nella bel­lis­sima prima edi­zione ame­ri­cana (in paper­back sono aumen­tate); si parte da “Abbado, Clau­dio” e si arriva a “Zweig, Ste­fen”. Cosa dirà Ross di Mere­dith Monk? Ah, ne parla a pag. 507: andiamo a vedere.

Insomma, per non tirarla troppo in lungo: un mese fa è uscita l’attesissima edi­zione ita­liana. Il resto è rumore. Ascol­tando il XX secolo, edi­tore Bom­piani, tra­du­zione di Andrea Sil­ve­stri. Bello che Bom­piani voglia ancora inve­stire nella musica, ver­rebbe da pen­sare. Lo sfo­glio e, sor­presa, è senza indice. Fare un indice di un libro così è fati­coso e costoso, ma asso­lu­ta­mente indi­spen­sa­bile. Ecco che una grande città da visi­tare libe­ra­mente, nella quale pas­seg­giare o cor­rere, lavo­rare o dor­mire, si tra­sforma in un’interminabile lezione acca­de­mica. In un cor­ri­doio chi­lo­me­trico senza fine­stre. A peg­gio­rare le cose, quasi non voles­sero asso­lu­ta­mente per­met­tere che il let­tore si orienti in auto­no­mia, sono scom­parsi dal Som­ma­rio i sot­to­ti­toli in cui i com­po­si­tori o i periodi a cui sono dedi­cati i sin­goli capi­toli erano nomi­nati. Riman­gono i titoli di fan­ta­sia, pur­troppo mai ricon­du­ci­bili al con­te­nuto del testo. Pec­cato. Spero dav­vero che vor­ranno rime­diare nella pros­sima edizione.

E per chiu­dere il cer­chio, citerò l’inizio del post di Assouline:

Non lo ripe­te­remo mai abba­stanza: senza un indice, un libro è inu­ti­liz­za­bile per chi fa ricerca. Non un romanzo, ma un sag­gio, una tesi, un’opera di scienze umane o sociali, un dia­rio, un epi­sto­la­rio. È come se non gli ser­visse a nulla, per­ché nor­mal­mente lui con­sulta più che leg­gere da capo a fondo un opera di que­sto tipo. Ora, senza un Indice è impos­si­bile, salvo pas­sarci dieci volte più tempo del neces­sa­rio. Para­dos­sal­mente, nell’epoca dell’informatica e della tec­no­lo­gia trion­fanti, gli edi­tori sono sem­pre meno inclini a offrire ai loro let­tori que­sto ser­vi­zio, che dovrebbe essere natu­rale e che sem­bra invece essere diven­tato un lusso, pur essendo molto più facile da rea­liz­zare che in pas­sato. Si tratta di ridurre i costi, una volta di più. Tanto peg­gio per i ricer­ca­tori, i pro­fes­sori, gli stu­denti, i liceali e gli spi­riti curiosi. Biso­gnerà forse scri­vere una peti­zione? Un boi­cot­tag­gio? È anche vero che l’editoria uni­ver­si­ta­ria è tal­mente a mal par­tito che un po’ di più o un po’ di meno…

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HC 7 ottobre 2009 alle 15:03

Que­sta volta non ho niente da dire in merito al post (per­ché devo ancora leg­gerlo, e vedo che lei ha ripreso a scri­vere alla grande, e io apprezzo il suo blog e voglio leg­gere con calma i suoi inter­venti), tut­ta­via, trat­tan­dosi di libri, la domanda non sem­bra troppo a spro­po­sito.
Mi sono chie­sto, e me lo chiedo tut­tora, quale sia la ratio di Goo­gle nel digi­ta­liz­zare i libri tut­tora in com­mer­cio di diversi edi­tori (anche ita­liani). Per­ché con­sul­tando “books” è chiaro che la poli­tica di digi­ta­liz­za­zione sia diversa da edi­tore a edi­tore: la domanda è dun­que allora chi decida la fac­cenda.
Gli edi­tori pos­sono bloc­care la digi­ta­liz­za­zione da parte di Goo­gle o no? ci sono di volta in volta accordi spe­ci­fici?
Se la logica che sot­to­stà a “books” è sen­sata negli USA pare non esserlo in Ita­lia, dove — strano che i diretti inte­res­sati non se ne avve­dano — il modo di agire di Goo­gle dan­neg­gia in modo tal­mente lapa­lis­siano gli acqui­sti, da finire per ledere gli inte­ressi dell’editore (ma dell’autore soprat­tutto) e infine dei let­tori, ai quali ser­vita la pap­petta pronta non mori­ranno certo dalla voglia di stac­care gli occhi dal pc per andare a com­prarsi un libro “vero” di carta, fuori, in libre­ria!
Attendo lumi, FB (Fierrabras)!

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Sergio Bestente 9 ottobre 2009 alle 19:20

Gen­tile HC, gra­zie per le parole gen­tili. Per quanto riguarda la que­stione di Books, Goo­gle ha stretto accordi con molti edi­tori, chie­dendo quale per­cen­tuale di ogni volume essi vole­vano che fosse libe­ra­mente con­sul­ta­bile. Trovo Goo­gle Books uno stru­mento molto utile, e one­sta­mente non mi è chiaro in quale maniera esso dan­neggi gli edi­tori o, addi­rit­tura, i let­tori. Dei libri coperti da copy­right sono leg­gi­bili su schermo (ma non copia­bili né stam­pa­bili) delle ristrette por­zioni, gene­ral­mente non oltre il 30%. La scan­sione tut­ta­via avviene su tutto il volume, per cui l’intero libro è inse­rito nei motori di ricerca: se ci fa caso, molto spesso la frase si trova nel motore di ricerca, ma quando si arriva al libro la pagina non è visua­liz­za­bile. Il let­tore vi tro­verà mate­riale utile alle pro­prie ricer­che se è for­tu­nato (se la riga che vuole vedere è fra quelle visua­liz­za­bili; per molti edi­tori la per­cen­tuale è bas­sis­sima, per altri è zero) e se è inte­res­sato a un par­ti­co­lare pas­sag­gio o pagina. Ma un let­tore di que­sto tipo dif­fi­cil­mente com­prava l’intero libro: nor­mal­mente lo andava a con­sul­tare in una qua­lun­que biblio­teca. Il let­tore inte­res­sato all’intero libro, invece, non sarà mai sod­di­sfatto dalla par­ziale e sco­mo­dis­sima let­tura.
Goo­gle ha rice­vuto mol­tis­sime cri­ti­che negli Stati Uniti da parte degli autori ed edi­tori per tutt’altra que­stione, effet­ti­va­mente deli­cata. L’idea ini­ziale di Goo­gle era infatti quella di ren­dere dispo­ni­bili in rete tutti i libri caduti in pub­blico domi­nio, cosa che avrebbe dato al suo motore di ricerca un potere incre­di­bile. E imma­gini cosa potrebbe suc­ce­dere nel momento in cui Goo­gle deci­desse di stam­pare ‘on demand’. In ogni modo è tutta mate­ria mag­ma­tica e incan­de­scente, per cui one­sta­mente al momento non ci trovo nulla di ‘lapa­lis­siano’.
Le pole­mi­che da parte degli edi­tori, invece, in Ita­lia si sono con­cen­trate su Goo­gle News. Ma è tutto un altro paio di maniche.

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HC 4 novembre 2009 alle 17:53
HC 24 novembre 2009 alle 17:54

Ci ho pen­sato, e certo Lei ha ragione.
Ci sono (c’erano?) le buone care biblio­te­che che face­vano un tempo la fun­zione che ora è svolta da Goo­gle Books.
Però mi per­metta di dis­sen­tire su un paio di punti: il primo è che non avendo in mano un libro (come invece avve­niva in biblio­teca) dif­fi­cil­mente deci­derò di com­prarlo attra­verso quel sistema [sarebbe inte­res­sante infatti capire quanto GB aiuti anche a ven­dere i libri diret­ta­mente], a meno che non lo usi a scopo esplo­ra­tivo (non cono­scevo per niente il testo, ora ne valuto così i con­te­nuti e lo com­pro). Ma — inciso — io spesso com­pro un libro non per cosa c’è den­tro, ma per­ché mi piace com’è fatto, che odore ha, il font, la fat­tura; que­sto GB non rie­sce a far­melo capire, dun­que un biblio­filo non com­pra libri (fos­sero anche PB) con que­sto sistema.
Seconda cosa. Leggo let­te­ra­tura spe­cia­li­stica o sag­gi­stica in qual­siasi lin­gua, ma dall’altro capo del mondo, nelle biblio­te­che del mio paese quel libro non c’è (suc­cede con la mag­gior parte dei testi che mi ser­vono per ricer­che appro­fon­dite); che fare? Se c’è GB sfrutto buona parte del libro sul web e evito di com­prarlo. Ci sono case edi­trici che ren­dono dispo­ni­bile oltre il 70% del libro, e quindi in quel caso evi­tano (fare arri­vare il libro dall’estero, esose spese di spe­di­zione) l’acquisto, e mi accon­tento.
Nella mia espe­rienza la mag­gior parte dei libri che com­pro negli USA o in UK non li trovo su GB. Ma se vivessi in Canada, per esem­pio, fini­rei per DOVER com­prare SOLTANTO libri Einaudi o Bol­lati Borin­ghieri, di cui on line trovo ben poco (se non niente).
Saluti!

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Sergio Bestente 24 novembre 2009 alle 22:16

Gen­tile HC, non rie­sco a seguire benis­simo il ragio­na­mento, ma provo a rispon­dere , anche se siamo com­ple­ta­mente fuori tema. GB è una pos­si­bi­lità in più offerta al mar­ke­ting edi­to­riale; se l’editore si accorge che peg­giora le sue ven­dite in libre­ria, è libe­ris­simo di modi­fi­care il con­tratto e di ini­bire l’indicizzazione dei suoi libri. Per quanto riguarda il rap­porto tra il biblio­filo e GB, quello che posso dire è che GB non ha come tar­get i biblio­fili; non credo che i ser­vizi online ucci­de­ranno le libre­rie o la let­tura; sono canali in più. Un saluto, S.B.
PS: Mi scusi per la rispo­sta man­cata sulla coper­tina del libro di Ross, ma è arri­vata in un periodo di lavoro molto intenso.

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HC 26 novembre 2009 alle 12:27

Leg­gere le sue rispo­ste è sem­pre inte­res­sante e costrut­tivo: sco­pro ogni volta cose che prima non sapevo (tipo la modi­fica del con­tratto). Per­ciò, gra­zie!
Eh sì, GB non è fatto per il biblio­filo, è vero.
Ma il biblio­voro (mi rendo conto che il neo­lo­gi­smo non sia gran­ché) vor­rebbe che GB, la ver­ti­gine della cono­scenza di tutti (o quasi) i libri che ci sono in giro nel mondo, gli resti­tuisse anche il goloso fru­sciare, il sen­suale cre­pi­tìo della pagina, e poi… basta, saremmo nel migliore dei web possibili!

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