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Il segreto di Emily

17 febbraio 2010

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Ma osser­viamo adesso più da vicino il dagher­ro­tipo di que­sta ragazza immo­bile. Per­ché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquie­tante”? E ancora: per­ché la sua mano sini­stra – a dif­fe­renza del resto del suo corpo impas­si­bile e impa­vido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rive­lando di sé al mondo.
Sì, per­ché que­sta imma­gine nasconde (o, al con­tra­rio, rivela come più non si potrebbe) una verità esplo­siva che nes­suno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così pale­se­mente e insur­re­zio­nal­mente sbat­tuta in fac­cia.
Pro­viamo a guar­darla dav­vero, per la prima volta senza para­oc­chi e senza dia­frammi, que­sta imma­gine. Che cosa – con la sua immo­bi­lità rotta appena dal tre­mito della mano sini­stra – ci sta rive­lando que­sta ragazza intenta a far arri­vare fino a noi il suo com­po­sto grido?

Un altro bel­lis­simo scritto di Anto­nio More­sco, con una tesi sen­sa­zio­nale su Emily Dic­kin­son. Non so quale fon­da­mento abbia, ma è vera­mente sug­ge­stiva – ed è scritta, manco a dirlo, splen­di­da­mente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leg­gere sul sito di Il primo amore.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Troppo poco tempo…

8 novembre 2009

© Tom Gauld (per The Guardian)

Solo per dire che non ho abban­do­nato Fier­ra­bras; è uni­ca­mente una que­stione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qual­cosa di splendido.

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

alex_ross3

Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni pro­ba­bil­mente si era già accorto che qual­cosa stava suc­ce­dendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più impor­tanti ini­zia­tive per­so­nali offerte dalla rete nel campo della cri­tica musi­cale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rap­pre­sen­tato una fonte sem­pre inte­res­san­tis­sima di infor­ma­zioni, rifles­sioni e recen­sioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parec­chie ‘digres­sioni’ in altri ter­ri­tori musi­cali e cul­tu­rali). Nel frat­tempo il suo libro pren­deva forma e così, accanto alle bel­lis­sime ‘clas­si­fi­che’ dei dischi più rile­vanti, accanto ai tanti appro­fon­di­menti, alle sem­pre un po’ malin­co­ni­che foto di pae­sag­gio, com­pa­ri­vano di volta in volta bel­lis­simi stralci storico-musicologici dedi­cati a Strauss, a Mahler o a Nun­car­row. Poi, men­tre l’uscita del libro si avvi­ci­nava, i post hanno comin­ciato a rare­farsi. Era evi­dente che il cosid­detto ‘day­time work’, il lavoro che ci aiuta a cam­pare, stava sof­fo­cando quello sul blog; per periodi di intere set­ti­mane sono com­parse solo le recen­sioni e gli arti­coli che Ross scri­veva per il “New Yor­ker”, ogni tanto lasciava addi­rit­tura la mano a un amico e col­lega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peg­gio­ra­rono addi­rit­tura: il suc­cesso ha por­tato con sé le pre­sen­ta­zioni, le tra­du­zioni, le revi­sioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sa­gire che Ross avrebbe mol­lato la rete, l’amica che l’aveva aiu­tato a cre­scere in que­sti anni.

La sor­presa è arri­vata con un post del 14 otto­bre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si ince­ne­ri­sce per rina­scere: ecco dun­que Unquiet Thoughts, Pen­sieri inquieti – è il titolo del bel­lis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pub­bli­cato da John Dow­land (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dow­land decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, espri­mere le pas­sioni del desi­de­rio che tra­mu­tano gli occhi in dilu­vio e i pen­sieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segna­lare il nuovo e senz’altro inte­res­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospi­tati dal sito del “New Yor­ker”, cioè di uno dei migliori perio­dici let­te­rari ame­ri­cani. Una colonna della cul­tura ame­ri­cana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne con­se­gue. Il sito del “New Yor­ker” riflette le dif­fi­coltà e le spe­ranze di tutti i siti dei perio­dici car­ta­cei di alto livello: non rac­col­gono pub­bli­cità (o ne rac­col­gono poca), rap­pre­sen­tano un costo spesso pode­roso, ma sem­pli­ce­mente non pos­sono non esi­stere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più ari­sto­cra­tico tra i grandi perio­dici let­te­rari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbo­navi (per posta) e loro oltre a man­darti il gior­nale imbu­stato nel nylon ti davano l’accesso a una cosid­detta ‘ver­sione elet­tro­nica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sor­bito nel grande cal­de­rone del sito del “Times” (nella rubrica ‘enter­tain­ment’!), arric­chito e demo­cra­tiz­zato nell’offerta gra­tuita (Mur­doch per­met­tendo), ma sem­pre con un forte rife­ri­mento alla carta stam­pata. Con­ti­nua la lettura →

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dollari

Parliamo di soldi. Non sarà gran­chè ele­gante, ma ogni tanto biso­gna pur farlo. Lo sti­molo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbat­tuto in que­sto ‘social­blog’, come egli lo defi­ni­sce, pie­nis­simo di tutto, dalla poe­sia alla let­te­ra­tura, dalla denun­cia sociale alla ricerca arti­stica. Non ho mai avuto il pia­cere di cono­scere Luigi Boschi, ma da ormai mol­tis­simi mesi, con cadenza irre­go­lare e agli orari più strani, ricevo le email di aggior­na­mento spe­dite in auto­ma­tico dal suo blog. Si tratta quasi sem­pre di mes­saggi col­le­gati alle isti­tu­zioni cul­tu­rali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penul­tima era una lunga e dolente poe­sia, nella quale sfo­gava la sua ama­rezza e soli­tu­dine nelle bat­ta­glie che da anni con­duce con­tro gli spre­chi e le assur­dità della vita musi­cale par­mense; e chi cono­sce, anche solo da lon­tano, le vicende di quella bel­lis­sima città, sa bene che di cose da dire a que­sto pro­po­sito ce ne sareb­bero dav­vero molte. E Boschi dev’essere un fasti­dio paz­ze­sco per gli ammi­ni­stra­tori locali. È sem­pre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scri­vere sul suo sito, che poi pro­ietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vec­chio e del nuovo sin­daco, del Tea­tro Regio di Parma e del Festi­val ver­diano, le spese dav­vero paz­ze­sche, le incre­di­bili risorse cata­pul­tate nella vita di pro­vin­cia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di tea­tro in tea­tro, non lascian­dosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure con­ti­nuando imper­ter­rito a far girare milioni di euro come caramelline.

Per dirne una, que­sto signor Boschi si pre­sentò alla con­fe­renza stampa di inse­dia­mento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo sti­pen­dio del noto­ria­mente non eco­no­mico sovrin­ten­dente, e se avrebbe con­ti­nuato anche a Parma a gio­varsi dei ser­vizi di Valen­tin Proc­zyn­ski, l’agente tea­trale argen­tino di nascita, russo di ori­gini e mone­ga­sco di resi­denza la cui figura è cir­con­data da una fama alquanto discu­ti­bile e cor­ru­sca. Il Meli Mauro rispose con arro­ganza che erano fatti suoi, e la pla­tea di gior­na­li­sti locali rise e applaudì – chiun­que sia stato a una con­fe­renza stampa di realtà come que­ste sa a quale livello si possa spin­gere la com­pia­cenza di certi gior­na­li­sti. Boschi da allora non ha più tro­vato pace, e oltre a denun­ciare ogni sin­golo spreco con una capar­bietà invi­dia­bile, ha dato il tor­mento a mezzo mondo sulla que­stione dello sti­pen­dio di Meli, fin­ché pochi mesi fa non è riu­scito a con­vin­cere un con­si­gliere comu­nale a fare un’interrogazione al sin­daco. E allora il sin­daco ha dovuto rispon­dere, anche se non certo con sol­le­ci­tu­dine. Un mes­sag­gio di oggi, sem­pre dell’indomito Boschi, ci informa final­mente sull’entità dello sti­pen­dio del Meli Mauro, sovrin­ten­dente. Meli costa alla Fon­da­zione Tea­tro Regio, com­ples­si­va­mente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.

Sono tanti o sono pochi?

La que­stione delle retri­bu­zioni nel mondo dello spet­ta­colo è sem­pre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spet­ta­colo dal vivo, e in par­ti­co­lare in quello della musica, la valu­ta­zione dell’eccellenza dipende da un com­plesso di fat­tori che la ren­dono sem­pre for­te­mente opi­na­bile. Quanto prende Ceci­lia Bar­toli per una recita della tale opera? Ma se lei prende que­sti soldi, allora quanto dovrebbe pren­dere quell’altra? E così via. In realtà un tarif­fa­rio di mas­sima esi­ste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il pro­blema è che in Ita­lia il tea­tro d’opera è lar­ga­mente finan­ziato da denaro pub­blico, e que­sto sem­plice fatto impone tutta una serie di cau­tele. Quando si maneg­gia i soldi della col­let­ti­vità, certi scher­zetti non si pos­sono fare. Per un certo periodo è esi­stito anche un cosid­detto ‘cal­miere’ per i cachet degli arti­sti: è cosa nota che que­sto ‘tetto di retri­bu­zione’ venisse aggi­rato in mille modi, per­ché altri­menti certi arti­sti sarebbe stato impos­si­bile averli. E certi tea­tri que­gli arti­sti li ave­vano; ah, se li avevano!

Ma il sovrin­ten­dente non è un arti­sta. Il sovrin­ten­dente è un diri­gente. E allora la valu­ta­zione non dovrebbe essere così dif­fi­cile, e anche l’attribuzione dell’equo com­penso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stu­pore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metro­po­li­tan) ha preso un milione e mezzo di dol­lari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneg­gia e riceve (ma soprat­tutto che attira) è total­mente pro­ve­niente da tasche pri­vate; ciò nono­stante l’informazione può gene­rare qual­che con­fu­sione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo pren­derla da un altro lato. Invece di para­go­nare sem­pli­ce­mente la cifra con quella che pren­dono gli altri sovrin­ten­denti ita­liani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giam­brone (Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino) 180.000, Tutino (Bolo­gna) 164 più bene­fit, Ver­gnano (Torino) 150, Via­nello (Fenice) 150 più bene­fit –, pro­viamo a para­go­narlo a un diri­gente pub­blico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.

Non molto tempo fa, dopo i grandi pro­clami del mini­stro Bru­netta, sui siti delle ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che e delle aziende par­te­ci­pate hanno comin­ciato ad appa­rire i tabu­lati con le retri­bu­zioni dei diri­genti e degli ammi­ni­stra­tori. Ricordo un grande titolo su un quo­ti­diano, che par­lava degli sti­pendi d’oro dei diri­genti della Regione Lom­bar­dia. La Regione Lom­bar­dia ha 3.600 dipen­denti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirel­lone’), 10 nelle pro­vince lom­barde, 2 all’estero ecc. Il Tea­tro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipen­denti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trat­tan­dosi di “tea­tro di tra­di­zione”, i dipen­denti, per la pre­ci­sione, sono 18], e soprat­tutto è un sistema di ben diversa com­ples­sità. Fac­ciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i diri­genti della Regione Lom­bar­dia, quella degli sti­pendi d’oro. Si chiama Nico­la­ma­ria Sanese, fa il Diret­tore gene­rale, è il brac­cio destro di Roberto For­mi­goni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Diret­tore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scan­da­losa’ Regione Lom­bar­dia, realtà politico-amministrativa colos­sale, prende meno di Meli Mauro, sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo cor­reg­germi: Sanese ha una ‘retri­bu­zione fon­da­men­tale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retri­bu­zione di risul­tato’, sostan­zial­mente un bonus, di altri 48.408 euro. La retri­bu­zione lorda di Meli al netto dei rim­borsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rim­borsi di Sanesi, inol­tre, non ho alcuna infor­ma­zione. Tut­ta­via la sostanza del discorso è la stessa: la retri­bu­zione del Sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma, oltre a svet­tare su quella di molti altri tea­tri ita­liani più grandi e ben più com­plessi da gestire, si asse­sta molto vicino alla retri­bu­zione dei più pagati diri­genti di strut­ture pub­bli­che enor­me­mente più complesse.].

Certo, il Meli non doveva essere pro­prio tran­quil­lis­simo se in un’intervista al “Cor­riere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attri­buen­dosi con fran­ce­scana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retri­bu­zione men­sile. Certo, il gio­chino è chiaro: la dif­fe­renza tra netto e lordo, il sepa­rare la retri­bu­zione ‘secca’ da bene­fit, rim­borsi, inden­nità, costi vari. I tea­tri d’opera, inol­tre, sono Fon­da­zioni, e dun­que Meli non è un diri­gente pub­blico a tutti gli effetti. Tut­ta­via, forse, assi­stere a gio­chetti di que­sto tipo con un mezzo di pub­blica infor­ma­zione avrebbe potuto cau­sare un minimo di rea­zione da parte del Sin­daco, anche solo una mani­fe­sta­zione di imba­razzo, dato che in fondo è pur sem­pre il pre­si­dente del Con­si­glio di ammi­ni­stra­zione del tea­tro. Non importa. Se non ha rite­nuto di mani­fe­starlo è per­ché, evi­den­te­mente, non aveva pia­cere che si sapesse come sta­vano vera­mente le cose. Poche set­ti­mane dopo, il mini­stro Bru­netta con l’eleganza intel­let­tuale e les­si­cale che gli si addice, tuo­nava con­tro il cul­tu­rame paras­si­ta­rio sini­stroide. Ora che sull’argomento nes­suno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma suc­ceda qual­cosa. Vedremo. Nel frat­tempo rin­gra­ziamo i rom­pi­sca­tole di talento come Boschi.

La foto è di mar­ku­sram, che rin­gra­zio, e pro­viene da flickr.

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Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pet­te­go­lezzo. Con­ti­nua la lettura →

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Una partitura al Rodeo

2 luglio 2009

Allora, tanto per distrarsi un po’, c’è Rodeo, il bal­letto di Aaron Copland che in Ita­lia non si fa molto per­ché è vera­mente troppo saloon, e poi c’è que­sta gio­vane, bra­vis­sima arti­sta che si sta diplo­mando alla Gla­sgow School of Art, Elea­nor Steward. Come com­pito finale ha fatto que­sta ani­ma­zione; il pezzo è western che di più non si può: “Hoe­down”, dal nome di un ballo popo­lare ame­ri­cano. Scom­metto che è stata promossa.

PS. Quella che viene sbrin­del­lata nel video, in realtà è una par­ti­tura di Haydn.

Gra­zie a Miss Mus­sel per la segnalazione.

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Conti­nuare o no? Que­sto è stato il dub­bio su cui mi sono fer­mato a pen­sare per tutto que­sto tempo (la pausa più lunga da quando ho comin­ciato Fier­ra­bras). Le cause di que­sto dub­bio sono da ricer­care in parte in una certa stan­chezza, in parte in una serie di inter­ro­ga­tivi di carat­tere quasi onto­lo­gico. Che cosa è esat­ta­mente un blog, a cosa serve, a chi si rivolge? La con­ti­nua osser­va­zione dei siti e dei blog dedi­cati alla musica nell’intera rete ha por­tato con sé tutta una serie di con­si­de­ra­zioni, che len­ta­mente hanno comin­ciato a chie­dere di essere fatte con la dovuta calma, per non pro­ce­dere alla cieca. Le rias­sumo in breve:

  1. Il mondo dei blog e dei siti per­so­nali ricon­du­ci­bili al con­cetto di “gior­na­li­smo dif­fuso” comin­cia a essere carat­te­riz­zato da un’inquietante omo­ge­neità. Lo stesso post, spesso legato a un arti­colo di un quo­ti­diano o all’osservazione di un evento, fa il giro di tutti i siti attra­verso una catena di link incro­ciati. Die­tro que­sto mec­ca­ni­smo si nasconde il grande nemico di chi ama la comu­ni­ca­zione e l’informazione: l’autoreferenzialità. Che i blog comin­cino a fare lo stesso errore che sta con­du­cendo il gior­na­li­smo della carta stam­pata all’estinzione è un fatto abba­stanza scon­cer­tante. Il mec­ca­ni­smo: qual­cuno (tal­volta più per­sone con­tem­po­ra­nea­mente) getta nella rete un oggetto, un’idea che ricava dal “mondo esterno”: da allora que­sto oggetto – un arti­colo, un fil­mato, una foto­gra­fia, un’idea– rim­balza da un sito all’altro fino ad assu­mere un’importanza spro­po­si­tata rispetto alla sua reale con­si­stenza. Si tratta di una dina­mica che offre al mar­ke­ting, per fare un esem­pio, delle oppor­tu­nità straor­di­na­rie (c’è chi dice che Obama abbia vinto così), ma che secondo me biso­gna guar­dare con grande sospetto.
  2. L’altro ele­mento di peri­colo che que­sto sistema com­porta è la sosti­tu­zione della realtà e della memo­ria sto­rica: quello che non si trova nella rete non è impor­tante, non è degno di essere ricor­dato, non fa parte della sto­ria e della vita. Eppure la por­zione di realtà pre­sen­tata da inter­net è minima. Immensa se para­go­nata a una biblio­teca – così come fin dall’inizio si è voluto fare – minima se para­go­nata alla realtà del tempo e dello spa­zio, e alle loro capa­cità di dare una gerar­chia di impor­tanza alle cose e alle idee. Avendo la testa troppo “den­tro la rete”, con­fon­dere le due cose e alte­rare tale gerar­chia, che è poi il cuore più pro­fondo dell’esperienza umana, è facile quanto pericoloso.
  3. Tenere un blog richiede una con­ti­nua con­trat­ta­zione fra il per­so­nale e il pub­blico: tenere un dia­rio per­so­nale e pub­bli­carlo in tempo reale mi appare come un fatto di stra­nis­sima quanto dif­fusa impu­di­ci­zia; d’altro canto, pre­sen­tarsi sem­pli­ce­mente come for­ni­tori di infor­ma­zione pre­scin­dendo dal dato non secon­da­rio che non si è un’agenzia, ma un sin­golo sog­getto che cerca di con­di­vi­dere ciò che (per volontà o per caso) viene a sapere, rasen­te­rebbe l’inganno (e l’autoinganno). Tut­ta­via mi piace ricor­dare che è pro­prio da que­sta con­trat­ta­zione tra per­so­nale e pub­blico che nascono le cose migliori, e non solo in rete. Io metto a dispo­si­zione degli altri le mie cono­scenze e le mie pas­sioni, ma per farlo le devo ren­dere prima inte­res­santi e fruibili.

Dun­que da un lato esi­ste un pro­blema che riguarda lo “sta­tuto di ser­vi­zio”, se lo si vuole chia­mare così, dei blog: per­ché lo si scrive, e per chi; dall’altro c’è la con­ti­nua esi­genza di non rima­nere impri­gio­nati nelle maglie dell’autoreferenzialità della rete. Mi piace l’idea che se un oggetto viene intro­dotto nella rete, dopo avere com­piuto i neces­sari rim­balzi possa anche uscirne: se una foto è inte­res­sante o bella, deve pro­durre qual­cosa al di fuori della rete: un’altra foto, un’azione, o una rea­zione. E che non fini­sca tutto in una scon­fi­nata chiac­chiera elettronica.

Ma alla fine di que­sti ragio­na­menti, vale o no la pena di con­ti­nuare? La rispo­sta che mi sono dato è sì. Ne vale la pena, cer­cando di por­tare in que­ste pagine oggetti e idee che pro­ven­gano dall’esterno (dalla vita) – let­ture, ascolti, idee, osser­va­zioni – e spe­rando che pos­sano pro­durre altra vita, e non rima­nere a nuo­tare nella vasca di inter­net. Vale la pena pro­varrci ancora, e magari con più impe­gno, vigi­lando tut­ta­via affin­ché, se que­sto scopo venisse meno, si sia capaci di smet­tere subito, e di dedi­carsi ad altro.

* * *

La rifles­sione ha riguar­dato anche alcuni aspetti tec­nici. Per avere un con­trollo migliore sulla piat­ta­forma e aprirla a (even­tuali) futuri svi­luppi ho lasciato Type­pad e sono pas­sato a Word­press su hosting linux. Che dire: un lavoraccio.

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È in pieno svol­gi­mento. Finirà pre­sto, si spera.

pensatore

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mano

Per un musi­ci­sta (e più in par­ti­co­lare per un pia­ni­sta) è un van­tag­gio essere man­cini? Si tratta di un tema vec­chis­simo, sul quale ogni inse­gnante ha la pro­pria teo­ria. Il man­cino, come ogni por­ta­tore di una qual­che diver­sità dalla mag­gio­ranza, ha sem­pre destato sospetti: in tutte le lin­gue che io cono­sca esi­stono voca­boli che met­tono in rela­zione ciò che è “sini­stro” con l’infido, il mali­gno (che non a caso zop­pica, e natu­ral­mente dal piede sini­stro). Ci sono inse­gnanti che con incre­di­bile per­se­ve­ranza e cru­deltà hanno costretto gli allievi man­cini a scri­vere con la destra; in campo musi­cale, esi­stono stru­menti a corda per man­cini (con le corde, e dun­que le rela­tive strut­ture di soste­gno, inver­tite), e ulti­ma­mente c’è anche chi costrui­sce pia­no­forti per man­cini, anche se la cosa può sem­brare total­mente folle.

Ma natu­ral­mente c’è anche l’altra ver­sione. E meno male. Il man­cino è por­ta­tore di una diver­sità che, come ogni diver­sità, può costi­tuire uno straor­di­na­rio van­tag­gio non solo per lui, ma per la società intera. D’altro canto non si tratta cer­ta­mente di una carat­te­ri­stica rara: si stima che il dieci per cento della popo­la­zione mon­diale sia man­cino. Ma tor­nando all’interrogativo ini­ziale, per un pia­ni­sta è un van­tag­gio oppure no? Un pic­colo aiuto può venirci da un curioso arti­colo di Pierre Ruhe pub­bli­cato dall’«Atlanta Journal-Constitution», il prin­ci­pale quo­ti­diano di Atlanta (rin­gra­zio Bart Col­lins per la segna­la­zione). Curioso per­ché non sem­bra essere stato susci­tato dalla com­parsa di un nuovo stu­dio o da una dichia­ra­zione di qual­che scien­ziato, ma pro­ba­bil­mente solo dal desi­de­rio di pre­sen­tare il diret­tore prin­ci­pale ospite della Atlanta Sym­phony Orche­stra, Donald Run­ni­cles, da un diverso punto di vista; ciò nono­stante l’articolo con­tiene molte infor­ma­zioni interessanti.

Come molti destri, la mia per­so­nale opi­nione, per esem­pio, si basava sul luogo comune che essendo la mano destra, tra­di­zio­nal­mente, quella dell’agilità, lo stu­dio del pia­no­forte potesse rive­larsi par­ti­co­lar­mente impe­gna­tivo per un man­cino; è pro­ba­bile che l’argomento com­porti (incon­scia­mente) un testo sot­to­trac­cia: la mano destra è quella dell’agilità per­ché la musica è stata com­po­sta da musi­ci­sti destri per inter­preti destri. La sor­presa sta invece nello sco­prire che non solo molti gran­dis­simi pia­ni­sti erano o sono man­cini (Vla­di­mir Horo­witz, Arthur Rubin­stein, Glenn Gould, Daniel Baren­boim, Radu Lupu, Leif Ove And­snes), ma anche mol­tis­simi grandi com­po­si­tori; la lista com­prende C.P.E. Bach, Bee­tho­ven, Schu­mann, Brahms, Rach­ma­ni­noff e Scria­bin. E allora, come la mettiamo?

Ma l’articolo si spinge oltre, e afferma che l’essere man­cino per un pia­ni­sta è un van­tag­gio, come spiega Rus­sel Young, diret­tore del dipar­ti­mento di opera e tea­tro musi­cale della Ken­ne­saw State University:

[Se sei man­cino] leggi la musica stam­pata sulla pagina dal basso verso l’alto. Una volta che hai com­preso la linea di basso, ne ricavi un’idea più solida della strut­tura armo­nica, dato che la mano destra il più delle volte è occu­pata dal libero anda­mento melodico.

Non poteva man­care l’opinione dello scien­ziato. Samuel Wang, docente di Neu­ro­scienze a Prin­ce­ton, e coau­tore di Il tuo cer­vello. Istru­zioni per l’uso e la manu­ten­zione (Mon­da­dori 2008) – il pazzo titolo dell’edizione ame­ri­cana era Wel­come to Your Brain: Why You Lose Your Car Keys But Never For­get How to Drive and Other Puzz­les of Eve­ry­day Life – ci spiega che la pre­va­lenza (addi­rit­tura!) dei man­cini tra i pia­ni­sti di mas­simo livello è un fatto scien­ti­fi­ca­mente pre­ve­di­bile, poi­ché suo­nare a quel livello “è estre­ma­mente impe­gna­tivo, e qual­siasi van­tag­gio, per quanto pic­colo, si mette subito in forte evi­denza”; e prosegue:

I pia­ni­sti devono coor­di­nare l’attività di entrambi gli emi­sferi del cer­vello, dal momento che cia­scuno di essi è respon­sa­bile per il movi­mento di una sepa­rata mano. [Nel campo del lin­guag­gio] un man­cino su sette coor­dina il lin­guag­gio attra­verso entrambi gli emi­sferi, men­tre tra i destri il rap­porto è di uno a venti. Que­sto com­porta il van­tag­gio di avere il dop­pio di “spa­zio dispo­ni­bile” cere­brale per gover­nare il lin­guag­gio, e può spie­gare la quan­tità di man­cini ver­bal­mente dotati – ven­gono in mente Clin­ton e Obama.

Lasciando da parte quest’ultima con­si­de­ra­zione (poco prima ci era stato spie­gato con fie­rezza che sei degli ultimi dodici pre­si­denti degli Stati Uniti erano man­cini), a seguire quest’articolo sem­bre­rebbe dun­que che la rispo­sta alla domanda di par­tenza sia affer­ma­tiva. Certo, mi pia­ce­rebbe sen­tire quanti mae­stri di pia­no­forte sono d’accordo, però l’argomento è inte­res­sante, per­ché al di là del van­tag­gio tec­nico, si allude a una diversa “sen­si­bi­lità” nei con­fronti del suono e della strut­tura della musica, cosa che si riflette nella scrit­tura e nell’interpretazione.

In ogni caso, l’articolo ci avverte che Run­ni­cles, quando dirige la Atlanta Sym­phony, rove­scia spe­cu­lar­mente la dispo­si­zione dell’orchestra: “per sen­tire i bassi nella mia mano domi­nante, in ana­lo­gia con quanto avviene al pianoforte”.

Foto in alto: Beach Hand, © di Wzr­dry

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Brahms the Progressive

10 ottobre 2008

Troppo lavoro, niente tempo per scri­vere. Mi con­solo con un bel­lis­simo dise­gno di Mat­thew Guer­rieri (da Soho the Dog):

brahmsprogressive

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libriQuali sono stati i libri di argo­mento musi­cale più impor­tanti del 2007? I gior­nali di tutto il mondo non lasciano molti dubbi, e met­tono al primo posto, con una ras­se­gna stampa impo­nente, The Rest is Noise, di Alex Ross. Uscito lo scorso otto­bre negli Stati Uniti per Far­rar, Straus and Giroux, il libro, che riporta il sot­to­ti­tolo Liste­ning to the Twen­tieth Cen­tury, è una bel­lis­sima sto­ria della musica del Nove­cento con­dotta con taglio nar­ra­tivo, piglio sicuro e grande capa­cità affa­bu­la­to­ria da un gio­vane cri­tico new­yor­kese, che negli ultimi dieci anni si è segna­lato come uno dei più sen­si­bili cro­ni­sti e inten­di­tori del rap­porto tra musica e lin­guaggi con­tem­po­ra­nei. Ross scrive sul New Yor­ker, una delle migliori rivi­ste dell’intelligentsija ame­ri­cana, ma è anche più cono­sciuto, al di là di ogni con­fine geo­gra­fico, per il suo influente blog che porta lo stesso titolo del libro. Lì ha comin­ciato, da ormai mol­tis­simi mesi, ad annun­ciare il suo volume; da lì ha dif­fuso le sue recen­sioni, segna­la­zioni e ana­lisi in tutto il mondo. Circa 600 pagine, sud­di­vise in tre parti per quin­dici capi­toli com­ples­sivi, su que­sto libro, che in ita­liano sarà pub­bli­cato da Bom­piani, tor­ne­remo pre­sto. Basti dire che, anche senza pre­stare acri­ti­ca­mente fede alle tante recen­sioni enco­mia­sti­che che ha rice­vuto, si carat­te­rizza fin dalla prima, rap­so­dica let­tura per la forza con cui tira le fila di un secolo di musica e lo immerge in una visione sto­rica fatta di equi­li­brate sicu­rezze.
Accanto al libro di Ross, fra i più segna­lati da tutti i gior­nali c’è il nuovo stu­dio di Oli­ver Sacks, dedi­cato al rap­porto tra musica e cer­vello umano: Musi­co­phi­lia: Tales of Music and the Brain, pub­bli­cato da Knopf, imprint del gigante Ran­dom Hause. Un altro bel­lis­simo libro, di argo­mento molto vicino, è quello di Daniel Livi­tin: This is Your Brain in Music: Under­stan­ding a Human Obses­sion, pub­bli­cato da Atlan­tic. Que­sti ultimi due testi sem­bre­reb­bero far pen­sare a un ritorno di inte­resse su un tema da molti anni tra­scu­rato dalla musi­co­lo­gia, e cioè quello della fisio­lo­gia e della neu­ro­lo­gia dell’ascolto. Ma il fatto che ven­gano pub­bli­cati da edi­tori non spe­cia­liz­zati in musica, e siano stati recen­siti da gior­nali gene­ral­mente disat­tenti alla mate­ria dispone ad altre rifles­sioni.
Si tratta dav­vero dei tre libri più impor­tanti dell’anno? Molto pro­ba­bil­mente no, se li si ana­lizza da un punto di vista stret­ta­mente musi­co­lo­gico. Ma ciò che più preme far notare è che si tratta di tre libri che hanno la forza di ripor­tare la musica al cen­tro del dibat­tito sto­rico e scien­ti­fico, facen­dola uscire dalla nic­chia dei musi­co­fili e dei musi­co­logi. E non è poco, se si pensa agli effetti che que­sto spesso superbo iso­la­mento sta cau­sando alla più ardua e neces­sa­ria tra le espres­sioni della crea­ti­vità umana. Tor­ne­remo al più pre­sto su ognuno di essi.

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Qualche parola sul progetto

17 ottobre 2007

retifTempo fa ho letto che lo scrit­tore liber­tino Rétif de la Bre­tonne aveva l’abitudine di inci­dere sui muri di pie­tra e gli into­naci dell’Île Saint-Louis, durante le sue pas­seg­giate quo­ti­diane, delle brevi rifles­sioni o cita­zioni. Cam­mi­nando, il ritro­varle lo aiu­tava a ricor­dare, e così facendo rese i muri di Parigi un’appendice di sé, in un son­tuoso dia­rio per­so­nale. “Inscri­p­cions”, le chia­mava, con la sua pecu­liare orto­gra­fia. La cosa natu­ral­mente non pas­sava inosservata, e lo scrit­tore, se sor­preso all’opera, veniva spesso deriso o ber­sa­gliato con le pie­tre. Il tempo recava inol­tre i suoi oltraggi, affievolendo la visi­bi­lità dei suoi appunti. Fu così che dal 1779 comin­ciò a tra­scri­vere le sue inci­sioni su un tac­cuino, che si tra­sformò sei anni dopo in un più tra­di­zio­nale dia­rio quotidiano. D’altro canto, è noto come anche Moin­ta­gne riem­pisse il sof­fitto del suo stu­dio di frasi e pas­saggi tratti dalle sue letture.

Che cosa c’entra tutto que­sto con Fier­ra­bras? Poco o nulla, forse, ma già mostra una delle moda­lità con cui vor­rei che si svi­lup­passe: la libertà e rap­so­di­cità delle anno­ta­zioni. Non cer­ta­mente un dia­rio per­so­nale, ma un luogo in cui accu­mu­lare libe­ra­mente rifles­sioni, anno­ta­zioni e segna­la­zioni sull’attualità e sul mondo delle arti e delle let­tere. Con meno auto­re­fe­ren­zia­lità pos­si­bile, e con la voglia di con­di­vi­dere le espe­rienze migliori. Non recen­sioni dun­que, per­ché manca l’autorità del cri­tico; osser­va­zioni e segna­la­zioni piut­to­sto, per­ché possa magari capi­tare che qual­cuno si incu­rio­si­sca, e provi a con­di­vi­dere l’esperienza. Per il resto, si vedrà. Meno parole pro­gram­ma­ti­che si scri­vono, meglio è. Spesso un pro­getto si chia­ri­sce realizzandolo.

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