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C’era da scom­met­terlo. Ogni volta che c’è uno scon­tro con la Poli­zia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qual­cosa che parla quel lin­guag­gio rivo­lu­zio­na­rio che la sini­stra ha deciso di abban­do­nare – a costo di tra­sfor­marsi in un ossi­moro vivente – qual­che cre­tino tira fuori Paso­lini. Sfo­gli il gior­nale, sai che si parla di scon­tri tra i nefa­sti ‘black bloc’ e la Poli­zia, e cominci a pen­sare: spe­riamo di no, spe­riamo che non ci sia il solito mise­ra­bile del PD che dice “io sto con Paso­lini” – forse rite­nendo che Paso­lini, espulso dal Pci e per­se­gui­tato per il suo radi­ca­li­smo, sarebbe stato con lui! E natu­ral­mente suc­cede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” que­sta volta si chiama Dario Gine­fra, e dice “Cari ragazzi, rileg­gete le pagine cor­sare che Paso­lini dedicò ai gio­vani del Pci”; e subito Mat­teo Renzi, uno che non si fa man­care mai nulla, nel suo pane­gi­rico dei poveri poli­ziotti pagati 1200 euro cita PPP, per­ché così le sue misere parole sem­brano subito di sini­stra; e natu­ral­mente nel suo fine ragio­na­mento acco­muna tutti, estre­mi­sti a anti­tav, con una lun­gi­mi­ranza degna di Maroni. (Pur­troppo una foto di Renzi accom­pa­gna la dichia­ra­zione; una foto che lo fa rien­trare di diritto nella cate­go­ria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cra­vatta rac­conta più di un’autobiografia: seta luci­dis­sima bor­deaux, enorme, anno­data come i but­ta­fuori delle disco­te­che e i mafiosi di Cop­pola. Rac­conta le aspi­ra­zioni, le fru­stra­zioni e soprat­tutto la cul­tura este­tica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cra­vatta e prende in mano con aria effi­ciente la cor­netta del tele­fono, della poe­sia di Paso­lini se ne impipa allegramente.)

Io pro­prio non lo so che cosa Paso­lini pen­se­rebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chie­dere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poe­sia dedi­cata agli scon­tri di Valle Giu­lia, per­ché leg­gere la pro­te­sta della Val di Susa come una mani­fe­sta­zione di lotta di classe, come sem­bra fare Gine­fra, è vera­mente ridi­colo e pre­te­stuoso; penso invece alle pagine, e soprat­tutto al pro­getto, di Petro­lio, al rap­porto tra indi­vi­duo e potere che descrive, all’intreccio fra inte­resse eco­no­mico e dege­ne­ra­zione dell’etica pub­blica che dise­gna. Per­ché non mi sem­bra che dall’altra parte, rispetto alla poli­zia di Stato, ci siano i figli di papà che inneg­giano alla rivo­lu­zione comu­ni­sta. Dall’altra parte, die­tro alla cor­tina di fumo che l’idiozia degli estre­mi­sti sol­leva, c’è forse un movi­mento anti­mo­derno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indi­fen­di­bile per defi­ni­zione, se non tal­volta sotto le ban­diere tri­sti e vol­gari del leghi­smo. Qual­cosa che, se stenta a tro­vare un sim­bolo cre­di­bile sotto il quale lot­tare, dovrebbe comun­que essere ascol­tato con pro­fonda atten­zione e rispetto da chi dichiara valori pro­gres­si­sti, al di là di ogni sem­pli­fi­ca­zione e col­pe­vole omis­sione gior­na­li­stica; da chi, soprat­tutto, non finga di dimen­ti­care quali siano gli inte­ressi in gioco.

Del resto, credo che i poli­ziotti sap­piano meglio di me che non devono aspet­tarsi da Renzi e Gine­fra una lotta per l’aumento del loro sti­pen­dio. Quello che mi chiedo è che cosa dob­biamo aspet­tarci noi cit­ta­dini da una sini­stra come que­sta, e che cosa pos­siamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Com­menti si pos­sono leg­gere le repli­che dell’On. Gine­fra (PD, Com­mis­sione Tra­sporti) al post di Fierr­bras, e le suc­ces­sive risposte.

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Are You Happy?

23 giugno 2011

Un altra bel­lis­sima tavola di Tom Gauld. Dedi­cata agli intel­let­tuali?


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Un gruppo di scrit­tori, poeti, cri­tici, alcuni rap­per, molti stu­denti: non esat­ta­mente il ritratto di una peri­co­losa cel­lula ter­ro­ri­stica. Eppure nel ten­done in cui dove­vano riu­nirsi per festeg­giare la con­clu­sione del Pale­stine Festi­val of Lite­ra­ture (Pal­Fest), la ras­se­gna dedi­cata alla scrit­tura che da quat­tro anni si svolge, tra incre­di­bili dif­fi­coltà, in ter­ri­to­rio pale­sti­nese, sono stati lan­ciati dei lacri­mo­geni dall’esercito occu­pante. Da quelle parti le cose vanno così, e nes­suno sem­bra stu­pirsi più di tanto.

Sob­borgo di Sil­wan, a sud di Geru­sa­lemme, quar­tiere a larga mag­gio­ranza pale­sti­nese su cui negli ultimi anni si sono con­cen­trati nuovi piani di espan­sione delle colo­nie israe­liane e un pro­getto per l’ampliamento di un parco archeo­lo­gico con­te­stato dai resi­denti; luogo di forti ten­sioni e fre­quenti scon­tri; luogo di vio­la­zione dei diritti umani secondo gli osser­va­tori stra­nieri, che denun­ciano il rei­te­rato arre­sto di bam­bini da parte della poli­zia e dell’esercito occu­pante. Per gua­da­gnare un po’ di soste­gno da parte della stampa inter­na­zio­nale con­tro i pre­oc­cu­panti pro­getti dei coloni, è stato issato un ten­done, luogo di ritrovo e di scam­bio di infor­ma­zioni. È pro­prio qui che, con un certo corag­gio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festi­val che per cin­que giorni ha riu­nito, come ogni anno, migliaia di per­sone intorno alle forze della let­te­ra­tura pale­sti­nese e ad alcuni illu­stri e meno illu­stri ospiti stranieri.

Nato nel 2008, il Pal­Fest ha avuto tra i suoi fon­da­tori e soste­ni­tori nomi impor­tanti della let­te­ra­tura di tutto il mondo, come lo scrit­tore nige­riano Chi­nua Achebe, John Ber­ger, Harold Pin­ter (scom­parso nel 2008), il pre­mio Nobel Sea­mus Hea­ney, il poeta ‘nazio­nale’ pale­sti­nese Mah­moud Dar­wish, e molti altri. Gli orga­niz­za­tori lo defi­ni­scono ‘festi­val iti­ne­rante’, cosa che natu­ral­mente, in un paese in cui la dif­fi­coltà di spo­sta­mento è uno dei segni più tan­gi­bili dell’occupazione, assume un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare: quest’anno ha por­tato nei diversi luo­ghi delle mani­fe­sta­zioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramal­lah, Hebron e Geru­sa­lemme) scrit­tori e scrit­trici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Wal­ker (l’autrice di Il colore viola), il paki­stano Moham­med Hanif (Il caso dei man­ghi esplo­sivi, Bom­piani 2009) e molti altri, e li ha fatti incon­trare con gli scrit­tori locali e con il pub­blico, in una serie di work­shop, let­ture, dibattiti.

L’appuntamento con­clu­sivo era per le 19.30 sotto il ten­done di Sil­wan, ma gli scon­tri sono comin­ciati alcune ore prima, l’aria era irre­spi­ra­bile per i lacri­mo­geni e molti ospiti erano stati trat­te­nuti ai posti di blocco, così tutto sem­brava essere andato in fumo. E invece hanno aspet­tato che il fumo si disper­desse, che gli scon­tri ces­sas­sero, e quando ormai era quasi notte sotto quel ten­done ci si sono dav­vero seduti, e hanno letto le loro bene­dette poe­sie, e hanno fatto i loro bene­detti discorsi, e hanno suo­nato le loro bene­dette can­zoni. Ne parla un arti­colo dell’Economist, lo si può leg­gere anche in alcuni blog e siti come i corag­giosi Rete Eco – Ebrei con­tro l’occupazioneInvi­si­ble Arabs della gior­na­li­sta Paola Caridi. Se ne può sen­tire l’atmosfera, tutta par­ti­co­lare, nel video postato dagli orga­niz­za­tori del Festi­val su Youtube.

Sono i momenti in cui la let­te­ra­tura e le arti si ripren­dono il loro valore di ponte sospeso fra le per­sone e i luo­ghi, fra per­so­nale e col­let­tivo, allon­ta­nan­dosi da quella frui­zione un po’ solip­si­stica e con­su­mi­stica che sem­pre più stanno assu­mendo nelle nostre vite. Pia­ce­rebbe pen­sare che que­ste ini­zia­tive siano ben viste se non addi­rit­tura soste­nute dagli occu­panti israe­liani, poi­ché ogni occa­sione di incon­tro e cre­scita cul­tu­rale rap­pre­senta anche un freno al dif­fon­dersi del can­cro estre­mi­sta e inte­gra­li­sta. Ancora una volta non è così, e viene da chie­dersi se non ci sia un metodo in que­sta siste­ma­tica volontà di osta­co­lare la cre­scita sociale della popo­la­zione pale­sti­nese, in que­sta obli­te­ra­zione delle pro­prie radici cul­tu­rali, del pro­prio tes­suto sociale e del pro­prio pae­sag­gio a cui la si vuole spie­ta­ta­mente costringere.

È la sto­ria che rac­conta nei suoi libri uno dei fon­da­tori e soste­ni­tori del Festi­val, Raja She­ha­deh, scrit­tore e avvo­cato nato a Ramal­lah. Il disgre­garsi di una società in stretto rap­porto con il ter­ri­to­rio, l’umiliazione di una bor­ghe­sia istruita, fatta di pro­fes­sio­ni­sti, com­mer­cianti e pos­si­denti ter­rieri, costretta a emi­grare o a vivere in un con­te­sto sem­pre più con­tras­se­gnato dalla vio­lenza e dalla coer­ci­zione, e ad assi­stere infine all’affermazione dell’integralismo, la peg­giore delle medi­cine, quella che uccide il paziente insieme ai sin­tomi del suo male.

Uno dei suoi libri, in par­ti­co­lare, rac­conta la sto­ria degli ultimi decenni in Pale­stina da un punto di vista unico e pre­gnante, quello del pae­sag­gio e della sua tra­sfor­ma­zione. Ripren­dendo un’antica tra­di­zione pale­sti­nese, quella della sarha, il vaga­bon­dag­gio disin­tos­si­cante che l’uomo si con­cede una volta all’anno, She­ha­deh ama le lun­ghe cam­mi­nate, e ne Il pal­lido dio delle col­line (EDT 2010) rac­conta 7 di que­sti viaggi a piedi fra le col­line e i wadi della Cisgior­da­nia, distri­buite nell’arco degli ultimi ven­ti­cin­que anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era pic­colo, poi lo spo­sta­mento coatto verso Ramal­lah, luogo fino ad allora desti­nato alla vil­leg­gia­tura, la sco­perta delle col­line, con i loro ulivi, i ter­raz­za­menti, il fre­sco dei rifugi per il bestiame. E poi len­ta­mente il disgre­garsi del tes­suto sociale, l’abbandono delle terre, la com­parsa degli inse­dia­menti sem­pre più inva­denti, l’occupazione e la fram­men­ta­zione del ter­ri­to­rio, gli espro­pri. Tutto però scan­dito dal passo di chi cam­mina e osserva, e cam­mi­nando e osser­vando in qual­che modo riflette e sor­passa. Un libro che mi ha aiu­tato molto a capire come stanno le cose al di là delle noti­zie di cro­naca e dei libri di sto­ria. E soprat­tutto un libro gui­dato da quella stessa dispe­rata fidu­cia nella parola e nel pen­siero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfi­dare la sorte e il ran­core dei pro­pri nemici per andare ad ascol­tare poe­sie sotto un ten­done che sapeva ancora di gas lacrimogeno.

La foto di Raja She­ha­deh è di Chris Boland, ed è stata scat­tata a Cam­bridge nel marzo scorso; la per­sona die­tro di lui è lo scrit­tore inglese Robert Macfarlane.

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Riti di pas­sag­gio nel mondo dei grandi diret­tori. A 35 anni Daniel Har­ding debutta con la New York Phi­lhar­mo­nic, e pun­tuale il New York Times gli dedica un’intervista che, sor­pren­den­te­mente, prende una piega vaga­mente malin­co­nica. Il titolo: “Un bam­bino pro­di­gio cre­sce e diventa un sem­plice diret­tore giovane”.

Volen­dola rias­su­mere con parole nostre, la sua sto­ria è un po’ que­sta: un gio­va­nis­simo musi­ci­sta viene ven­duto per dieci anni come fan­ciullo pro­di­gio, si ritrova a diri­gere le migliori orche­stre del mondo intorno ai vent’anni d’età, a ven­tuno debutta con i Ber­li­ner, poi ottiene un con­tratto con una major disco­gra­fica, poi inau­gura la Scala, poi, poi… Poi si ritrova a 35 anni, con un calen­da­rio ancora gre­mito di impe­gni, con oppor­tu­nità che pochis­simi diret­tori suoi coe­ta­nei potreb­bero avere, ma con un per­so­nag­gio da rein­ven­tare, e forse con una vita un po’ a pezzi. A 35 anni sei un gio­vane diret­tore, non sei più ‘il fol­letto del podio’, l’‘esplosione di ener­gia gio­va­nile’ e le altre ter­ri­bili castro­ne­rie che per dieci anni hanno affol­lato le poche righe che i gior­nali con­ce­dono ai sene­scenti cri­tici musi­cali. Sene­scenti ana­gra­fi­ca­mente o più spesso psicologicamente.

Dove abita Daniel? Da nes­suna parte. Le sue cose sono in un magaz­zino, dopo la sepa­ra­zione dalla moglie. Quale grande orche­stra dirige? Nes­suna in maniera sta­bile: quelle stesse isti­tu­zioni che lo invi­ta­vano per diver­tire un pub­blico vec­chio e asse­tato di gio­ventù come il conte Dra­cula, lo chia­mano ancora per­ché è un buon nome, per­ché ancora c’è un po’ di scia dell’effetto ‘fol­letto’. Ma a parte qual­che cri­tico di qual­che inserto cul­tu­rale di qual­che gior­nale con­fin­du­striale ita­liano, il tempo dei peana è pas­sato, e ora viene quello della costru­zione di un pre­sti­gio, di una cre­di­bi­lità da musi­ci­sta maturo. Un’impresa tutt’altro che facile, in que­ste con­di­zioni. Lui nel frat­tempo si lega a isti­tu­zioni con cui può cre­scere al riparo: Tron­d­heim, in Nor­ve­gia; Norr­kö­ping, in Sve­zia; Brema, in Germania.

E adesso due con­certi con la New York Phi­lhar­mo­nic, per due sin­fo­nie di Mahler. Come dice lui stesso, non è che uno va a New York e con un paio di prove spiega all’Orchestra che fu di Bern­stein come si suona la Quarta di Mahler. La sfida è quella di non fare stu­pi­dag­gini, di gui­darli e lasciarsi gui­dare; quella di creare un rap­porto di fidu­cia e di cer­care di cre­scere ancora, magari anche impa­rando da loro.

Ma il pub­blico, è que­sto che vuole da Har­ding? Con­ti­nua la lettura →

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Avanti piano

14 febbraio 2011

Ripro­viamo a par­tire, dopo una lunga pausa di riflessione.

La foto è di *hb19 (R.I.P.), che rin­gra­zio, e pro­viene da flickr.

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Sono ormai pas­sati più di cin­que mesi dall’ultimo post: una vignetta. Diversi amici, incon­tran­domi, mi hanno doman­dato per­ché Fier­ra­bras fosse fermo. La rispo­sta, quasi sem­pre vaga, in genere ver­teva sul poco tempo e le tante cose da fare. Ma forse il motivo era anche un altro, e vale la pena di accen­narne qui. Il fatto è che la forma del blog mi sem­bra essere arri­vata a un punto di svolta. Per molti anni, e per molti autori, ha rap­pre­sen­tato un modo per scri­vere in grande libertà, senza dover ren­dere conto a diret­tori, capo­re­dat­tori o castranti comi­tati. Un modo per con­di­vi­dere alcuni pen­sieri, più o meno impor­tanti, spesso sle­gati e indi­pen­denti tra loro. Un modo, soprat­tutto, per con­ti­nuare a scri­vere pur avendo le gior­nate prin­ci­pal­mente occu­pate da altre atti­vità, a volte anche pesanti. Di que­sta spe­cie di siti ‘per­so­nali’ è stata ed è piena la rete (anche se per molti versi sono stati ormai da un paio d’anni sop­pian­tati dai social net­works). Grandi blog, utili e seguiti hanno ade­rito a que­sta libe­ris­sima for­mula; molti di loro hanno di recente ral­len­tato il ritmo dell’aggiornamento, e spesso si sono fer­mati. O si sono trasformati.

Un altro genere di blog, molto dif­fuso, è quello a tema. L’autore o gli autori scri­vono quando vogliono o quando pos­sono, ma lo fanno su un solo tema, più o meno ristretto: che si tratti della musica o dei tre­nini elet­trici. A que­sta cate­go­ria appar­ten­gono molti dei più impor­tanti e utili siti della rete: sono tanto più impor­tanti quanto più i loro autori rie­scono a man­te­nere con­ti­nuità e soli­dità d’indirizzo. In que­sto modo, col tempo, diven­tano dei rile­vanti reper­tori o siti di con­sul­ta­zione: disco­gra­fie, biblio­gra­fie, recen­sioni, rac­colte di imma­gini e infor­ma­zioni, ecc.

Gran parte dei blog stava e sta ancora nel mezzo. Non diari pub­blici e nep­pure siti di rife­ri­mento e con­sul­ta­zione. L’autore (o gli autori) hanno una pas­sione, uno spic­cato e col­ti­vato inte­resse per un tema, e ne scri­vono quando pos­sono, spesso aggiun­gen­dovi altro mate­riale, pro­ve­niente dal altri ambiti di inte­resse. Anche in que­sto caso la lista di impor­tanti e fre­quen­tati siti della rete che seguono tale modello potrebbe essere lungo. Se la per­so­na­lità è molto pre­sti­giosa si seguono con rego­la­rità, se lo è meno ogni tanto si dà un’occhiata e più spesso ci si arriva per caso o attra­verso i motori di ricerca. Credo che Fier­ra­bras appar­tenga a que­sta cate­go­ria, e lavo­rarci me ne ha fatto capire i limiti, che poi ho ritro­vato quasi ovun­que nell’immensa quan­tità di infor­ma­zioni che tran­sita o per­mane su internet.

La parola che meglio sin­te­tizza que­sti limiti è disper­sione. Mille infor­ma­zioni, molte ore di lavoro che non si ricom­pon­gono in un dise­gno; si dice che il dise­gno dovrebbe ricom­porlo il let­tore, attra­verso il libero gioco com­bi­na­to­rio della sua navi­ga­zione. Eppure quella man­canza di bari­cen­tro che molti di que­sti siti dimo­strano, si river­bera nella let­tura: anche la ricerca sulla rete ruota spesso intorno a un bari­cen­tro man­cante, e di disperde in mille rivoli e dettagli.

Per non par­lare poi della vanità. La schiac­ciante quan­tità di par­lot­tìo com­men­ta­to­rio che i blog, subito imi­tati dai perio­dici (che per la paura di rima­nere indie­tro non si fanno man­care mai nulla), hanno pro­dotto, spesso su argo­menti del tutto tra­scu­ra­bili o degni magari di due chiac­chiere al bar, è abba­stanza impres­sio­nante. E così, se per diversi anni leg­gere Alex Ross, Plia­ble, San­dow e molti altri autori di impor­tanti blog (ognuno ci può met­tere i suoi) è stato un pia­cere per­ché por­tava la testa dall’altra parte del mondo e par­lava di cose poco fre­quen­tate, oggi si avverte una certa stanchezza.

Per fare un esem­pio molto cono­sciuto, il blog di Ross è stato molto inte­res­sante e attivo men­tre lui stava scri­vendo il suo bel libro: oltre che un intel­li­gente stru­mento di mar­ke­ting ‘pre­ven­tivo’ era il suo modo di riflet­tere sulle acqui­si­zioni quo­ti­diane, di con­di­vi­dere alcune sco­perte; e il tutto aveva un cen­tro di gra­vità, invi­si­bile ma pre­sente ed effi­cace. Ma da un paio d’anni – da quando il libro è uscito e quel bari­cen­tro manca – la let­tura è il più delle volte stan­cante. Non è un caso se pro­cede a strat­toni: si dirada per set­ti­mane, riprende con pic­coli, poco signi­fi­ca­tivi post, si ferma di nuovo.

Ross è molto intel­li­gente, e sicu­ra­mente uscirà da que­sta impasse. Quella del blog è una forma che per man­te­nere la sua vita­lità deve evol­vere. E così mi sem­bra che dovrebbe essere per Fier­ra­bras. Potrebbe trat­tarsi di una migliore messa a fuoco degli argo­menti, di una chiu­sura defi­ni­tiva, oppure sem­pli­ce­mente di una fer­mata prov­vi­so­ria. In ogni caso di una nuova, con­si­stente pausa di riflessione.

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Il segreto di Emily

17 febbraio 2010

Post image for Il segreto di Emily

Ma osser­viamo adesso più da vicino il dagher­ro­tipo di que­sta ragazza immo­bile. Per­ché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquie­tante”? E ancora: per­ché la sua mano sini­stra – a dif­fe­renza del resto del suo corpo impas­si­bile e impa­vido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rive­lando di sé al mondo.
Sì, per­ché que­sta imma­gine nasconde (o, al con­tra­rio, rivela come più non si potrebbe) una verità esplo­siva che nes­suno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così pale­se­mente e insur­re­zio­nal­mente sbat­tuta in fac­cia.
Pro­viamo a guar­darla dav­vero, per la prima volta senza para­oc­chi e senza dia­frammi, que­sta imma­gine. Che cosa – con la sua immo­bi­lità rotta appena dal tre­mito della mano sini­stra – ci sta rive­lando que­sta ragazza intenta a far arri­vare fino a noi il suo com­po­sto grido?

Un altro bel­lis­simo scritto di Anto­nio More­sco, con una tesi sen­sa­zio­nale su Emily Dic­kin­son. Non so quale fon­da­mento abbia, ma è vera­mente sug­ge­stiva – ed è scritta, manco a dirlo, splen­di­da­mente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leg­gere sul sito di Il primo amore.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Troppo poco tempo…

8 novembre 2009

© Tom Gauld (per The Guardian)

Solo per dire che non ho abban­do­nato Fier­ra­bras; è uni­ca­mente una que­stione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qual­cosa di splendido.

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni pro­ba­bil­mente si era già accorto che qual­cosa stava suc­ce­dendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più impor­tanti ini­zia­tive per­so­nali offerte dalla rete nel campo della cri­tica musi­cale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rap­pre­sen­tato una fonte sem­pre inte­res­san­tis­sima di infor­ma­zioni, rifles­sioni e recen­sioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parec­chie ‘digres­sioni’ in altri ter­ri­tori musi­cali e cul­tu­rali). Nel frat­tempo il suo libro pren­deva forma e così, accanto alle bel­lis­sime ‘clas­si­fi­che’ dei dischi più rile­vanti, accanto ai tanti appro­fon­di­menti, alle sem­pre un po’ malin­co­ni­che foto di pae­sag­gio, com­pa­ri­vano di volta in volta bel­lis­simi stralci storico-musicologici dedi­cati a Strauss, a Mahler o a Nun­car­row. Poi, men­tre l’uscita del libro si avvi­ci­nava, i post hanno comin­ciato a rare­farsi. Era evi­dente che il cosid­detto ‘day­time work’, il lavoro che ci aiuta a cam­pare, stava sof­fo­cando quello sul blog; per periodi di intere set­ti­mane sono com­parse solo le recen­sioni e gli arti­coli che Ross scri­veva per il “New Yor­ker”, ogni tanto lasciava addi­rit­tura la mano a un amico e col­lega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peg­gio­ra­rono addi­rit­tura: il suc­cesso ha por­tato con sé le pre­sen­ta­zioni, le tra­du­zioni, le revi­sioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sa­gire che Ross avrebbe mol­lato la rete, l’amica che l’aveva aiu­tato a cre­scere in que­sti anni.

La sor­presa è arri­vata con un post del 14 otto­bre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si ince­ne­ri­sce per rina­scere: ecco dun­que Unquiet Thoughts, Pen­sieri inquieti – è il titolo del bel­lis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pub­bli­cato da John Dow­land (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dow­land decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, espri­mere le pas­sioni del desi­de­rio che tra­mu­tano gli occhi in dilu­vio e i pen­sieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segna­lare il nuovo e senz’altro inte­res­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospi­tati dal sito del “New Yor­ker”, cioè di uno dei migliori perio­dici let­te­rari ame­ri­cani. Una colonna della cul­tura ame­ri­cana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne con­se­gue. Il sito del “New Yor­ker” riflette le dif­fi­coltà e le spe­ranze di tutti i siti dei perio­dici car­ta­cei di alto livello: non rac­col­gono pub­bli­cità (o ne rac­col­gono poca), rap­pre­sen­tano un costo spesso pode­roso, ma sem­pli­ce­mente non pos­sono non esi­stere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più ari­sto­cra­tico tra i grandi perio­dici let­te­rari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbo­navi (per posta) e loro oltre a man­darti il gior­nale imbu­stato nel nylon ti davano l’accesso a una cosid­detta ‘ver­sione elet­tro­nica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sor­bito nel grande cal­de­rone del sito del “Times” (nella rubrica ‘enter­tain­ment’!), arric­chito e demo­cra­tiz­zato nell’offerta gra­tuita (Mur­doch per­met­tendo), ma sem­pre con un forte rife­ri­mento alla carta stam­pata. Con­ti­nua la lettura →

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