Troppo poco tempo…

8 novembre 2009 § 0 commenti § permalink

Solo per dire che non ho abbandonato Fierrabras; è unicamente una questione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qualcosa di splendido.

Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009 § 0 commenti § permalink

alex_ross3

Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni probabilmente si era già accorto che qualcosa stava succedendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più importanti iniziative personali offerte dalla rete nel campo della critica musicale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rappresentato una fonte sempre interessantissima di informazioni, riflessioni e recensioni dal mondo della musica classica (ma con parecchie ‘digressioni’ in altri territori musicali e culturali). Nel frattempo il suo libro prendeva forma e così, accanto alle bellissime ‘classifiche’ dei dischi più rilevanti, accanto ai tanti approfondimenti, alle sempre un po’ malinconiche foto di paesaggio, comparivano di volta in volta bellissimi stralci storico-musicologici dedicati a Strauss, a Mahler o a Nuncarrow. Poi, mentre l’uscita del libro si avvicinava, i post hanno cominciato a rarefarsi. Era evidente che il cosiddetto ‘daytime work’, il lavoro che ci aiuta a campare, stava soffocando quello sul blog; per periodi di intere settimane sono comparse solo le recensioni e gli articoli che Ross scriveva per il “New Yorker”, ogni tanto lasciava addirittura la mano a un amico e collega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peggiorarono addirittura: il successo ha portato con sé le presentazioni, le traduzioni, le revisioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava presagire che Ross avrebbe mollato la rete, l’amica che l’aveva aiutato a crescere in questi anni.

La sorpresa è arrivata con un post del 14 ottobre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si incenerisce per rinascere: ecco dunque Unquiet Thoughts, Pensieri inquieti – è il titolo del bellissimo primo Song del primo libro di arie e canti pubblicato da John Dowland (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dowland decide di non tacere, e anzi di “tell the passions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, esprimere le passioni del desiderio che tramutano gli occhi in diluvio e i pensieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segnalare il nuovo e senz’altro interessante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospitati dal sito del “New Yorker”, cioè di uno dei migliori periodici letterari americani. Una colonna della cultura americana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne consegue. Il sito del “New Yorker” riflette le difficoltà e le speranze di tutti i siti dei periodici cartacei di alto livello: non raccolgono pubblicità (o ne raccolgono poca), rappresentano un costo spesso poderoso, ma semplicemente non possono non esistere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più aristocratico tra i grandi periodici letterari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbonavi (per posta) e loro oltre a mandarti il giornale imbustato nel nylon ti davano l’accesso a una cosiddetta ‘versione elettronica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato prestampa; ora il sito del “TLS è stato riassorbito nel grande calderone del sito del “Times” (nella rubrica ‘entertainment’!), arricchito e democratizzato nell’offerta gratuita (Murdoch permettendo), ma sempre con un forte riferimento alla carta stampata. » Read the rest of this entry «

L’Indice di Ross – Lost in Translation

3 ottobre 2009 § 6 commenti § permalink

ross_libro

Riemergendo faticosamente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giustificare il lungo silenzio di Fierrabras), trovo questo articolo di Pierre Assouline nel suo blog “La République des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Finalmente un grande libro

Come mi capitò di scrivere in un post della fine del 2007, una delle letture musicali più appassionanti del 2008 (probabilmente il miglior testo sulla musica da molti anni a questa parte) è stato il libro dedicato al Novecento musicale da Alex Ross, il bravissimo critico del “New Yorker” il cui blog da sempre figura nella lista dei siti preferiti di Fierrabras (anche se da quando è uscito il libro si è come prosciugato: destino di tanti bellissimi blog negli ultimi tempi: prima o poi converrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splendida sintesi delle tante e diverse linee di sviluppo del Novecento musicale; Ross è un profondo conoscitore della musica americana, eppure curiosamente si tratta di un libro profondamente europeo. Europeo perché è basato sui valori, le curiosità, il modo di ragionare e di guardare al bello e al brutto che costituisce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cultura europea. Dicono che New York sia la città più europea degli Stati Uniti, e allora bisognerebbe dire che è un libro profondamente newyorkese.

Se mi chiedessero che cosa contiene di rivoluzionario The Rest is Noise, non saprei rispondere su due piedi alla domanda. Basta sfogliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cambiare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spirito battagliero della History of Western Music di Taruskin (per citare un’altra opera importante degli ultimi anni). Gli equilibri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musicale sono gli stessi che presumibilmente gli destinerebbe un buon professore di un nostro conservatorio. Strauss, Mahler, Schoenberg, Stravinsky, e via via come di consueto (come è giusto direi), il jazz, fino al minimalismo e al postminimalismo. Ognuno poi ha le sue piccole fissazioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibelius, e naturalmente le venti pagine del capitolo “Apparition from the Wood” (sottotitolo quasi compassionevole “The Loneliness of Jean Sibelius”) sono un concentrato di amore e competenza; d’altro canto, per chi scrive, le quattro striminzite pagine dedicate a Bernstein sembrano piuttosto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esaurienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spiegare perché quello di Ross è un grande libro metterei al primo posto tre elementi: il linguaggio, il taglio con cui la materia è presentata, lo spirito didattico. Ross scrive con una fermezza e un equilibrio nel giudicare, con una competenza tecnica e un rispetto per le diverse correnti estetiche che non è merce comunissima tra le storie della musica non scolastiche. Ma accanto all’aspetto tecnico, ciò che colpisce è la sua voglia di descrivere i personaggi, le atmosfere, gli incontri straordinari che chiunque decidesse di percorre le strade del Novecento musicale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza renderla bozzetto o peggio ancora pettegolezzo. » Read the rest of this entry «

Una partitura al Rodeo

2 luglio 2009 § 0 commenti § permalink

Allora, tanto per distrarsi un po’, c’è Rodeo, il balletto di Aaron Copland che in Italia non si fa molto perché è veramente troppo saloon, e poi c’è questa giovane, bravissima artista che si sta diplomando alla Glasgow School of Art, Eleanor Steward. Come compito finale ha fatto questa animazione; il pezzo è western che di più non si può: “Hoedown”, dal nome di un ballo popolare americano. Scommetto che è stata promossa.

PS. Quella che viene sbrindellata nel video, in realtà è una partitura di Haydn.

Grazie a Miss Mussel per la segnalazione.

Fierrabras e il mondo dei blog

18 aprile 2009 § 3 commenti § permalink

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Continuare o no? Questo è stato il dubbio su cui mi sono fermato a pensare per tutto questo tempo (la pausa più lunga da quando ho cominciato Fierrabras). Le cause di questo dubbio sono da ricercare in parte in una certa stanchezza, in parte in una serie di interrogativi di carattere quasi ontologico. Che cosa è esattamente un blog, a cosa serve, a chi si rivolge? La continua osservazione dei siti e dei blog dedicati alla musica nell’intera rete ha portato con sé tutta una serie di considerazioni, che lentamente hanno cominciato a chiedere di essere fatte con la dovuta calma, per non procedere alla cieca. Le riassumo in breve:

  1. Il mondo dei blog e dei siti personali riconducibili al concetto di “giornalismo diffuso” comincia a essere caratterizzato da un’inquietante omogeneità. Lo stesso post, spesso legato a un articolo di un quotidiano o all’osservazione di un evento, fa il giro di tutti i siti attraverso una catena di link incrociati. Dietro questo meccanismo si nasconde il grande nemico di chi ama la comunicazione e l’informazione: l’autoreferenzialità. Che i blog comincino a fare lo stesso errore che sta conducendo il giornalismo della carta stampata all’estinzione è un fatto abbastanza sconcertante. Il meccanismo: qualcuno (talvolta più persone contemporaneamente) getta nella rete un oggetto, un’idea che ricava dal “mondo esterno”: da allora questo oggetto – un articolo, un filmato, una fotografia, un’idea– rimbalza da un sito all’altro fino ad assumere un’importanza spropositata rispetto alla sua reale consistenza. Si tratta di una dinamica che offre al marketing, per fare un esempio, delle opportunità straordinarie (c’è chi dice che Obama abbia vinto così), ma che secondo me bisogna guardare con grande sospetto.
  2. L’altro elemento di pericolo che questo sistema comporta è la sostituzione della realtà e della memoria storica: quello che non si trova nella rete non è importante, non è degno di essere ricordato, non fa parte della storia e della vita. Eppure la porzione di realtà presentata da internet è minima. Immensa se paragonata a una biblioteca – così come fin dall’inizio si è voluto fare – minima se paragonata alla realtà del tempo e dello spazio, e alle loro capacità di dare una gerarchia di importanza alle cose e alle idee. Avendo la testa troppo “dentro la rete”, confondere le due cose e alterare tale gerarchia, che è poi il cuore più profondo dell’esperienza umana, è facile quanto pericoloso.
  3. Tenere un blog richiede una continua contrattazione fra il personale e il pubblico: tenere un diario personale e pubblicarlo in tempo reale mi appare come un fatto di stranissima quanto diffusa impudicizia; d’altro canto, presentarsi semplicemente come fornitori di informazione prescindendo dal dato non secondario che non si è un’agenzia, ma un singolo soggetto che cerca di condividere ciò che (per volontà o per caso) viene a sapere, rasenterebbe l’inganno (e l’autoinganno). Tuttavia mi piace ricordare che è proprio da questa contrattazione tra personale e pubblico che nascono le cose migliori, e non solo in rete. Io metto a disposizione degli altri le mie conoscenze e le mie passioni, ma per farlo le devo rendere prima interessanti e fruibili.

Dunque da un lato esiste un problema che riguarda lo “statuto di servizio”, se lo si vuole chiamare così, dei blog: perché lo si scrive, e per chi; dall’altro c’è la continua esigenza di non rimanere imprigionati nelle maglie dell’autoreferenzialità della rete. Mi piace l’idea che se un oggetto viene introdotto nella rete, dopo avere compiuto i necessari rimbalzi possa anche uscirne: se una foto è interessante o bella, deve produrre qualcosa al di fuori della rete: un’altra foto, un’azione, o una reazione. E che non finisca tutto in una sconfinata chiacchiera elettronica.

Ma alla fine di questi ragionamenti, vale o no la pena di continuare? La risposta che mi sono dato è sì. Ne vale la pena, cercando di portare in queste pagine oggetti e idee che provengano dall’esterno (dalla vita) – letture, ascolti, idee, osservazioni – e sperando che possano produrre altra vita, e non rimanere a nuotare nella vasca di internet. Vale la pena provarrci ancora, e magari con più impegno, vigilando tuttavia affinché, se questo scopo venisse meno, si sia capaci di smettere subito, e di dedicarsi ad altro.

* * *

La riflessione ha riguardato anche alcuni aspetti tecnici. Per avere un controllo migliore sulla piattaforma e aprirla a (eventuali) futuri sviluppi ho lasciato Typepad e sono passato a WordPress su hosting linux. Che dire: un lavoraccio.

La classica “pausa di riflessione”

23 marzo 2009 § 1 commento § permalink

È in pieno svolgimento. Finirà presto, si spera.

pensatore

Il tiro mancino del pianista

10 gennaio 2009 § 0 commenti § permalink

mano

Per un musicista (e più in particolare per un pianista) è un vantaggio essere mancini? Si tratta di un tema vecchissimo, sul quale ogni insegnante ha la propria teoria. Il mancino, come ogni portatore di una qualche diversità dalla maggioranza, ha sempre destato sospetti: in tutte le lingue che io conosca esistono vocaboli che mettono in relazione ciò che è “sinistro” con l’infido, il maligno (che non a caso zoppica, e naturalmente dal piede sinistro). Ci sono insegnanti che con incredibile perseveranza e crudeltà hanno costretto gli allievi mancini a scrivere con la destra; in campo musicale, esistono strumenti a corda per mancini (con le corde, e dunque le relative strutture di sostegno, invertite), e ultimamente c’è anche chi costruisce pianoforti per mancini, anche se la cosa può sembrare totalmente folle.

Ma naturalmente c’è anche l’altra versione. E meno male. Il mancino è portatore di una diversità che, come ogni diversità, può costituire uno straordinario vantaggio non solo per lui, ma per la società intera. D’altro canto non si tratta certamente di una caratteristica rara: si stima che il dieci per cento della popolazione mondiale sia mancino. Ma tornando all’interrogativo iniziale, per un pianista è un vantaggio oppure no? Un piccolo aiuto può venirci da un curioso articolo di Pierre Ruhe pubblicato dall’«Atlanta Journal-Constitution», il principale quotidiano di Atlanta (ringrazio Bart Collins per la segnalazione). Curioso perché non sembra essere stato suscitato dalla comparsa di un nuovo studio o da una dichiarazione di qualche scienziato, ma probabilmente solo dal desiderio di presentare il direttore principale ospite della Atlanta Symphony Orchestra, Donald Runnicles, da un diverso punto di vista; ciò nonostante l’articolo contiene molte informazioni interessanti.

Come molti destri, la mia personale opinione, per esempio, si basava sul luogo comune che essendo la mano destra, tradizionalmente, quella dell’agilità, lo studio del pianoforte potesse rivelarsi particolarmente impegnativo per un mancino; è probabile che l’argomento comporti (inconsciamente) un testo sottotraccia: la mano destra è quella dell’agilità perché la musica è stata composta da musicisti destri per interpreti destri. La sorpresa sta invece nello scoprire che non solo molti grandissimi pianisti erano o sono mancini (Vladimir Horowitz, Arthur Rubinstein, Glenn Gould, Daniel Barenboim, Radu Lupu, Leif Ove Andsnes), ma anche moltissimi grandi compositori; la lista comprende C.P.E. Bach, Beethoven, Schumann, Brahms, Rachmaninoff e Scriabin. E allora, come la mettiamo?

Ma l’articolo si spinge oltre, e afferma che l’essere mancino per un pianista è un vantaggio, come spiega Russel Young, direttore del dipartimento di opera e teatro musicale della Kennesaw State University:

[Se sei mancino] leggi la musica stampata sulla pagina dal basso verso l’alto. Una volta che hai compreso la linea di basso, ne ricavi un’idea più solida della struttura armonica, dato che la mano destra il più delle volte è occupata dal libero andamento melodico.

Non poteva mancare l’opinione dello scienziato. Samuel Wang, docente di Neuroscienze a Princeton, e coautore di Il tuo cervello. Istruzioni per l’uso e la manutenzione (Mondadori 2008) – il pazzo titolo dell’edizione americana era Welcome to Your Brain: Why You Lose Your Car Keys But Never Forget How to Drive and Other Puzzles of Everyday Life – ci spiega che la prevalenza (addirittura!) dei mancini tra i pianisti di massimo livello è un fatto scientificamente prevedibile, poiché suonare a quel livello “è estremamente impegnativo, e qualsiasi vantaggio, per quanto piccolo, si mette subito in forte evidenza”; e prosegue:

I pianisti devono coordinare l’attività di entrambi gli emisferi del cervello, dal momento che ciascuno di essi è responsabile per il movimento di una separata mano. [Nel campo del linguaggio] un mancino su sette coordina il linguaggio attraverso entrambi gli emisferi, mentre tra i destri il rapporto è di uno a venti. Questo comporta il vantaggio di avere il doppio di “spazio disponibile” cerebrale per governare il linguaggio, e può spiegare la quantità di mancini verbalmente dotati – vengono in mente Clinton e Obama.

Lasciando da parte quest’ultima considerazione (poco prima ci era stato spiegato con fierezza che sei degli ultimi dodici presidenti degli Stati Uniti erano mancini), a seguire quest’articolo sembrerebbe dunque che la risposta alla domanda di partenza sia affermativa. Certo, mi piacerebbe sentire quanti maestri di pianoforte sono d’accordo, però l’argomento è interessante, perché al di là del vantaggio tecnico, si allude a una diversa “sensibilità” nei confronti del suono e della struttura della musica, cosa che si riflette nella scrittura e nell’interpretazione.

In ogni caso, l’articolo ci avverte che Runnicles, quando dirige la Atlanta Symphony, rovescia specularmente la disposizione dell’orchestra: “per sentire i bassi nella mia mano dominante, in analogia con quanto avviene al pianoforte”.

Foto in alto: Beach Hand, © di Wzrdry

Brahms the Progressive

10 ottobre 2008 § 0 commenti § permalink

Troppo lavoro, niente tempo per scrivere. Mi consolo con un bellissimo disegno di Matthew Guerrieri (da Soho the Dog):

brahmsprogressive

I libri che forse dovremmo leggere

19 dicembre 2007 § 0 commenti § permalink

libriQuali sono stati i libri di argomento musicale più importanti del 2007? I giornali di tutto il mondo non lasciano molti dubbi, e mettono al primo posto, con una rassegna stampa imponente, The Rest is Noise, di Alex Ross. Uscito lo scorso ottobre negli Stati Uniti per Farrar, Straus and Giroux, il libro, che riporta il sottotitolo Listening to the Twentieth Century, è una bellissima storia della musica del Novecento condotta con taglio narrativo, piglio sicuro e grande capacità affabulatoria da un giovane critico newyorkese, che negli ultimi dieci anni si è segnalato come uno dei più sensibili cronisti e intenditori del rapporto tra musica e linguaggi contemporanei. Ross scrive sul New Yorker, una delle migliori riviste dell’intelligentsija americana, ma è anche più conosciuto, al di là di ogni confine geografico, per il suo influente blog che porta lo stesso titolo del libro. Lì ha cominciato, da ormai moltissimi mesi, ad annunciare il suo volume; da lì ha diffuso le sue recensioni, segnalazioni e analisi in tutto il mondo. Circa 600 pagine, suddivise in tre parti per quindici capitoli complessivi, su questo libro, che in italiano sarà pubblicato da Bompiani, torneremo presto. Basti dire che, anche senza prestare acriticamente fede alle tante recensioni encomiastiche che ha ricevuto, si caratterizza fin dalla prima, rapsodica lettura per la forza con cui tira le fila di un secolo di musica e lo immerge in una visione storica fatta di equilibrate sicurezze.
Accanto al libro di Ross, fra i più segnalati da tutti i giornali c’è il nuovo studio di Oliver Sacks, dedicato al rapporto tra musica e cervello umano: Musicophilia: Tales of Music and the Brain, pubblicato da Knopf, imprint del gigante Random Hause. Un altro bellissimo libro, di argomento molto vicino, è quello di Daniel Livitin: This is Your Brain in Music: Understanding a Human Obsession, pubblicato da Atlantic. Questi ultimi due testi sembrerebbero far pensare a un ritorno di interesse su un tema da molti anni trascurato dalla musicologia, e cioè quello della fisiologia e della neurologia dell’ascolto. Ma il fatto che vengano pubblicati da editori non specializzati in musica, e siano stati recensiti da giornali generalmente disattenti alla materia dispone ad altre riflessioni.
Si tratta davvero dei tre libri più importanti dell’anno? Molto probabilmente no, se li si analizza da un punto di vista strettamente musicologico. Ma ciò che più preme far notare è che si tratta di tre libri che hanno la forza di riportare la musica al centro del dibattito storico e scientifico, facendola uscire dalla nicchia dei musicofili e dei musicologi. E non è poco, se si pensa agli effetti che questo spesso superbo isolamento sta causando alla più ardua e necessaria tra le espressioni della creatività umana. Torneremo al più presto su ognuno di essi.

Qualche parola sul progetto

17 ottobre 2007 § 0 commenti § permalink

retifTempo fa ho letto che lo scrittore libertino Rétif de la Bretonne aveva l’abitudine di incidere sui muri di pietra e gli intonaci dell’Île Saint-Louis, durante le sue passeggiate quotidiane, delle brevi riflessioni o citazioni. Camminando, il ritrovarle lo aiutava a ricordare, e così facendo rese i muri di Parigi un’appendice di sé, in un sontuoso diario personale. “Inscripcions”, le chiamava, con la sua peculiare ortografia. La cosa naturalmente non passava inosservata, e lo scrittore, se sorpreso all’opera, veniva spesso deriso o bersagliato con le pietre. Il tempo recava inoltre i suoi oltraggi, affievolendo la visibilità dei suoi appunti. Fu così che dal 1779 cominciò a trascrivere le sue incisioni su un taccuino, che si trasformò sei anni dopo in un più tradizionale diario quotidiano. D’altro canto, è noto come anche Montaigne riempisse il soffitto del suo studio di frasi e passaggi tratti dalle sue letture.

Che cosa c’entra tutto questo con Fierrabras? Poco o nulla, forse, ma già mostra una delle modalità con cui vorrei che si sviluppasse: la libertà e rapsodicità delle annotazioni. Non certamente un diario personale, ma un luogo in cui accumulare liberamente riflessioni, annotazioni e segnalazioni sull’attualità e sul mondo delle arti e delle lettere. Con meno autoreferenzialità possibile, e con la voglia di condividere le esperienze migliori. Non recensioni dunque, perché manca l’autorità del critico; osservazioni e segnalazioni piuttosto, perché possa magari capitare che qualcuno si incuriosisca, e provi a condividere l’esperienza. Per il resto, si vedrà. Meno parole programmatiche si scrivono, meglio è. Spesso un progetto si chiarisce realizzandolo.

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