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Post image for Gli aspri Capricci di Zehetmair

Fra le molte cose di cui avrei voluto scri­vere in que­ste set­ti­mane di lon­ta­nanza da Fier­ra­bras, almeno le impres­sioni pro­ve­nienti dall’ascolto di un disco vor­rei non tra­la­sciarle. Si tratta dell’incisione dei 24 capricci per vio­lino solo di Nic­colò Paga­nini fatta da Tho­mas Zehet­mair per la ECM.

Di inci­sioni dei Capricci ne ho sen­tite tante, ma devo dire che que­sta è dav­vero par­ti­co­lare. Zehet­mair pos­siede una tec­nica che lascia senza fiato, ma non è que­sto ciò che più col­pi­sce. Il suo è un Paga­nini vio­lento, secco, più fan­ta­stico che ele­gante; i suoni sem­brano tutti incli­nare verso lo strap­pato, verso gesti di forza al tal­lone più che deli­cate volate alla punta dell’arco. Il suono è quasi sem­pre aspro di colo­fo­nia – la pece che tiene ade­renti i crini dell’archetto alla corda – e poco pro­penso a per­dersi nel can­ta­bile. Per inten­dersi, all’opposto della dia­bo­lica ele­ganza di Sal­va­tore Accardo o di Mintz.

Dove la cosa si fa più evi­dente è nei primi 12 Capricci, quelli a mio avviso più spe­ri­men­tali e arti­sti­ca­mente ricer­cati; all’ascolto ho sem­pre avuto il dub­bio che la seconda parte della rac­colta, fatta esclu­sione per il Tema con varia­zioni del Capric­cio 24, non appar­tenga alla stessa linea crea­tiva – la data­zione della rac­colta, pub­bli­cata nel 1820, è attri­buita a un lasso di tempo che va dal 1805 agl’anni 1817–18 – ma non ho mai tro­vato con­ferme al sospetto. Non sono né meno belli né più facili, ma la forma è diversa, più rego­lare nella con­trap­po­si­zione cantabile-presto e da capo del can­ta­bile. Così come nella pre­ce­dente inci­sione (Tel­dec), Zehet­mair fio­ri­sce e varia tutti i da capo, dimo­strando una grande capa­cità crea­tiva e mime­tica, nell’equilibrio tra rispetto del testo e inven­zione. Ma le modi­fi­che e le fio­ri­ture sono pre­senti anche nei primi 12, qua e là; mai una bat­tuta di più o di meno, ma più di una licenza ben nasco­sta – le aggiunte per esem­pio dei suoni armo­nici, crea­ti­va­mente pre­senti nei con­certi ma non inse­riti dall’autore nei Capricci. Con­ti­nua la lettura →

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Mentre alcuni nuovi pezzi di Fier­re­bras non vogliono pro­prio scri­versi da soli, ci sono mille noti­zie dal mondo della musica che mi pia­ce­rebbe con­di­vi­dere. Noti­zie che riflet­tono quanto esso sia com­plesso, arti­co­lato e un poco pazzo. Eccone tre di ieri.

La prima è una bella inchie­sta del New Music Box, il sito inter­net dell’Ame­ri­can Music Cen­ter, dedi­cata alla buona salute di cui godono – in un mer­cato disco­gra­fico scon­volto dalla crisi eco­no­mica e di idee – le eti­chette indi­pen­denti spe­cia­liz­zate nella pro­du­zione e distri­bu­zione di musica con­tem­po­ra­nea. Il loro modello di busi­ness non è certo quello delle major (i com­po­si­tori o gli spon­sor nor­mal­mente pagano la pro­du­zione del disco) ma il loro inso­sti­tui­bile com­pito è ricam­biato da un suc­cesso che sta assu­mendo le dimen­sioni di un boom. Con­tro qual­siasi fosca previsione.

La seconda e la terza sono col­le­gate. Un arti­colo del Times ci rac­conta del primo scio­pero pro­cla­mato dai lavo­ra­tori del Festi­val di Bay­reuth. Si tratta di 60 mac­chi­ni­sti e di un cen­ti­naio di lavo­ra­tori a con­tratto che con­te­stano la lega­lità dei con­tratti fir­mati dall’ex diret­tore del Festi­val, Wol­fgang Wag­ner. E così, men­tre si lavora per man­dare in scena l’ennesimo, son­tuoso Tri­stan und Isolde, davanti alla con­sueta pla­tea luc­ci­cante di uomini poli­tici, magnati della finanza e alta bor­ghe­sia inter­na­zio­nale, sco­priamo che la paga ora­ria di un mac­chi­ni­sta, di un elet­tri­ci­sta o di un attrez­zi­sta impe­gnati sul pal­co­sce­nico è di circa 4 euro. Con­tem­po­ra­nea­mente, un arti­colo pub­bli­cato sul sito di Bloom­berg ci informa del fatto che Peter Gelb ha gua­da­gnato nel 2008 circa 1,5 milioni di dol­lari con il suo lavoro di Gene­ral Mana­ger alla Metro­po­li­tan Opera di New York, con un incre­mento rispetto all’anno pre­ce­dente del 36%. Che cosa c’entra? Boh, ognuno si fac­cia il suo parere.

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Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

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Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

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Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

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Questa volta ce l’ha fatta. Dopo essere arri­vato nella rosa dei fina­li­sti nel 2003 (con Three Tales, mica con un pez­zet­tino!), 2004 e 2005 quest’anno Reich ha vinto il Puli­tzer per la musica con Dou­ble Sex­tet, un pezzo per dodici stru­men­ti­sti o per sestetto e nastro magne­tico che sicu­ra­mente pre­sto potremo ascol­tare su cd o dal vivo (infor­ma­zioni sul sito di Boosey).

Il pre­mio con­si­ste in 10.000 dol­lari e tanta pub­bli­cità, dovuta soprat­tutto al pre­sti­gio di un nome legato alle altre sezioni, quelle per il gior­na­li­smo e la let­te­ra­tura. Ciò detto, osser­vare la lista dei fina­li­sti e dei vin­ci­tori fa un certo effetto. Menotti l’ha vinto due volte, con The Saint of Bleec­ker Street e con le musi­che di The Con­sul (più una terza con il bel libretto per la Vanessa di Bar­ber); Copland l’ha vinto con Appa­la­chian Spring (era il 1945; pochi anni dopo invece dei premi sareb­bero arri­vate le basto­nate gover­na­tive); Ives con la Terza Sin­fo­nia; Car­ter due volte con gli incre­di­bili SecondoTerzo Quar­tetto; e poi Vir­gil Thomp­son, Wal­ter Piston, Ned Rorem, Col­grass, Del Tre­dici, Ses­sions, Har­bi­son, Cori­gliano, Lie­ber­son (quat­tro volte in finale, l’ultima con i bel­lis­simi Neruda Songs, ma mai vin­ci­tore); John Adams va in finale nel 1998 con i Cen­tury Rolls, ma vince nel 2004 con il grande On the Tran­smi­gra­tion of Souls. E ancora: Stucky, Ornette Cole­man, David Lang, Aaron Jay Ker­nis. Certo, ce n’è per tutti i gusti; c’è anche qual­che assenza – una per tutte, quella oggi visto­sis­sima di Bern­stein (fino a non molti anni fa deci­sa­mente meno vistosa).

Ma la cosa che mi col­pi­sce di più è que­sta: potrò sba­gliarmi, ma la lista rap­pre­senta bene i gusti musi­cali e la vita con­cer­ti­stica del tempo; non solo per la quan­tità di musica più o meno bella ma comun­que ese­guita (!) che com­prende, ma anche per gli alti e bassi dei diversi stili e dei com­po­si­tori che li rap­pre­sen­tano nel corso degli anni. Dico que­sto per­ché non rie­sco a vedere niente di simile in Ita­lia. Nes­sun pre­mio ha un pre­sti­gio para­go­na­bile, e fra quelli che hanno una certa impor­tanza se non altro per il con­te­sto (penso per esem­pio alla Bien­nale Musica di Vene­zia e ai suoi due Leoni d’oro) l’assegnazione dei rico­no­sci­menti segue pale­se­mente delle strade tutte par­ti­co­lari. Ma se uno guarda al deso­lante momento dei premi e dei con­corsi negli altri campi dell’arte e della cul­tura in Ita­lia, poi si chiede per­ché la situa­zione dovrebbe essere diversa per la musica. E infatti non lo è. Peccato.

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Un altro caso che fa riflet­tere sul diritto di cri­tica, e sulle regole con­nesse. Molti ricor­de­ranno il nome di Gil­bert Kaplan, l’ex gior­na­li­sta e pro­di­gio di Wall Street, che dopo aver fon­dato un gior­nale finan­zia­rio nel 1965 e averlo diretto per molti anni, riu­scì a ven­derlo nel 1990 per 72 milioni di dol­lari, dedi­can­dosi poi quasi a tempo pieno allo stu­dio e alla dire­zione di un’unica com­po­si­zione, la Seconda Sin­fo­nia di Gustav Mahler. Il ritratto migliore l’ha fatto nel novem­bre scorso l’Eco­no­mist. Kaplan aveva sen­tito per la prima volta nel 1965 la sin­fo­nia diretta da Sto­ko­w­ski e ne era rima­sto let­te­ral­mente ful­mi­nato; all’epoca non sapeva nep­pure leg­gere la musica, ma era già una per­so­na­lità rile­vante della finanza mon­diale. Negli anni la sin­fo­nia “Resur­re­zione” divenne per lui quasi un’ossessione: passa mesi tra lezioni pri­vate di musica e di dire­zione da musi­ci­sti come Bern­stein, Solti e Sla­t­kin per venirne a capo; nel 1982 affitta il Lin­coln Cen­ter, paga un’intera orche­stra (la Ame­ri­can Sym­phony Orche­stra) e dirige per la prima volta la sin­fo­nia dei suoi sogni davanti a un pub­blico di eco­no­mi­sti giunti a New York per un impor­tante con­ve­gno. Fin qui nulla di troppo strano; di facol­tosi dilet­tanti è piena la sto­ria, e Kaplan non è stato né il primo né l’ultimo a togliersi uno sfi­zio gigante come quello di diri­gere un’orchestra pagan­dola. Ma la vicenda di que­sto strano e a modo suo geniale per­so­nag­gio è andata ben oltre. Oggi non solo ha diretto più di 50 orche­stre, fra cui tutte le migliori del mondo – Scala com­presa, nel 1992 – ma ha inciso la Seconda di Mahler ben due volte, la prima con la Lon­don Sym­phony, la seconda per la Deu­tsche Gra­mo­phon con i Wie­ner Phi­lhar­mo­ni­ker. E, come se non bastasse, il primo dei due dischi, inciso nel 1985 per la Coni­fer, ha ven­duto più di 180mila copie, supe­rando di gran lunga qual­siasi altro diret­tore, da Bern­stein ad Abbado.

Ma c’è di più. Nel 1992 com­pra da una biblio­teca olan­dese la par­ti­tura auto­grafa della sin­fo­nia, e la pub­blica in fac-simile. Col­le­ziona le decine di par­ti­ture a stampa con­te­nenti le anno­ta­zioni auto­grafe di Mahler, pub­blica una nuova edi­zione cri­tica inte­gran­done le infor­ma­zioni più rile­vanti, scrive nume­rosi saggi e arti­coli. Il mondo della musi­co­lo­gia è diviso, ma nes­suna voce cri­tica si fa sen­tire con par­ti­co­lare forza: Kaplan sem­bra essere per­sona troppo intel­li­gente e influente per atti­rare vere anti­pa­tie. Fino a qual­che giorno fa.

L’8 dicem­bre scorso, infatti, Kaplan dirige per la prima volta la “sua” sin­fo­nia con la New York Phi­lar­mo­nic; non è un’orchestra qua­lun­que: è l’orchestra che Mahler stesso, negli ultimi e dif­fi­ci­lis­simi anni di vita, accettò di diri­gere sta­bil­mente, lasciando Vienna. È anche l’orchestra/simbolo del grande Lenny, uno che di Mahler se ne inten­deva. Oltre tutto nella serata dell’8 si cele­brava il cen­te­na­rio del com­po­si­tore, e il con­certo rive­stiva per­tanto una rile­vanza tutta par­ti­co­lare. La serata andò come le pre­ce­denti: tutti sanno che il gesto di kaplan non è né ele­gante né comu­ni­ca­tivo, che le sue ese­cu­zioni non sono certo impec­ca­bili, che a volte stenta a man­te­nere il con­trollo della dif­fi­ci­lis­sima par­ti­tura, e via dicendo; ma qual­cosa nel lavoro di Kaplan attira il pub­blico e la cri­tica, e forse la pub­blica pro­ie­zione dell’idea di un sogno che si rea­lizza non è estra­nea alla que­stione; fatto sta che la sala è, come del resto in quasi tutti i con­certi di Kaplan, total­mente piena fino agli ultimi ordini di posti. Il New York Times manda un suo cri­tico, che scrive il pez­zetto d’ordinanza con qual­che fred­dezza e molte lodi. Tutto tran­quillo, apparentemente.

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Il 15 dicem­bre accade tut­ta­via l’imprevedibile. Uno stru­men­ti­sta dell’orchestra, il trom­bo­ni­sta David Fin­lay­son, apre un blog (Fin Notes) e scrive un post in cui mani­fe­sta tutto la sua indi­gna­zione per l’affronto subito dall’orchestra. Quello che scrive è quanto nes­sun cri­tico ha mai avuto la voglia o il corag­gio di scri­vere: Kaplan non sa diri­gere; è inca­pace di man­te­nere un tempo cor­retto, di dare una qual­siasi forma alle frasi, di rea­liz­zare le indi­ca­zioni dina­mi­che e di man­te­nere l’equilibrio sonoro; in nume­rosi pas­saggi solo la pro­fes­sio­na­lità dell’orchestra lo salva dal disa­stro; per­sino la sua tanto sban­die­rata cono­scenza enci­clo­pe­dica della par­ti­tura è una bufala; insomma, il diret­tore è un auten­tico ciar­la­tano, para­go­na­bile al per­so­nag­gio inter­pre­tato da Brad Pitt in Prova a pren­dermi (Catch me if You can).

Apriti cielo. La noti­zia viene ripresa con grande risalto dallo stesso New York Times che aveva man­dato il suo cri­tico bene­volo, e scop­pia il caso. L’opinione pub­blica, se ha ancora senso defi­nire così le molte rea­zioni che giun­gono ai siti dei gior­nali e ai blog, è divisa, così come del resto lo è anche la cri­tica. Alcuni sosten­gono che Fin­lay­son ha tutto il diritto di espri­mere quella che, a giu­di­care dall’articolo del NYT, è l’opinione con­di­visa da gran parte dei suoi col­le­ghi. Che lo sba­glio, caso mai, l’ha fatto il mana­ge­ment dell’orchestra, invi­tando una figura come Kaplan a diri­gere da un podio dell’importanza sto­rica e arti­stica della NY Phi­lhar­mo­nic. Altri sosten­gono invece che il com­por­ta­mento del trom­bo­ni­sta è ingiu­sti­fi­ca­bile, e che scri­vendo quello che ha scritto è venuto meno ai suoi doveri di fedeltà e discre­zione nei con­fronti dei col­le­ghi e dei suoi datori di lavoro. In molti invo­cano per­sino una puni­zione esem­plare, la sospen­sione o il licen­zia­mento. Tra le voci deci­sa­mente cri­ti­che nei con­fronti di Fin­lay­son si leva anche quella, sem­pre acuta e severa, di Nor­man Lebre­cht (che tut­ta­via non nasconde la sua vec­chia ami­ci­zia con Kaplan – e che pochi giorni prima aveva scritto una sorta di peana per l’avvenimento newyorkese).

finlaysonChi ha ragione? Fin­lay­son doveva tacere o aveva il diritto di scri­vere quello che ha scritto? Il fatto che a un facol­toso dilet­tante come Gil­bert Kaplan ven­gano con­cesse pos­si­bi­lità che a molti diret­tori ben più capaci di lui saranno sem­pre negate è uno scan­dalo o un fatto del tutto nor­male? È strano, ma dovendo dire la mia, io sce­glie­rei entrambe le rispo­ste. Fin­lay­son forse poteva (o meglio doveva) sce­gliere mezzi più orto­dossi per mani­fe­stare il suo disap­punto, che avrebbe dovuto col­pire per primo il sovrin­ten­dente dell’orchestra. Ma che la qua­lità effet­tiva degli inter­preti sia così spesso dimen­ti­cata da coloro che per mestiere dovreb­bero garan­tirla (o che dovreb­bero vigi­lare su di essa), a tutto van­tag­gio di aspetti eco­no­mici o di mar­ke­ting, è indub­bia­mente scan­da­loso, anche non rive­sten­dosi della palan­drana del mora­li­sta. Zarin Mehta, il sovrin­ten­dente dell’orchestra ha negato all’intervistatore del NY Times qual­siasi paga­mento da parte di Kaplan, ma tutti sanno benis­simo che le isti­tu­zioni musi­cali ame­ri­cane hanno un dan­nato biso­gno di denaro pri­vato, e il soste­gno di una figura come Kaplan non è certo qual­cosa da met­tere in secondo piano. Ciò non toglie che quel con­certo suo­nava vera­mente sto­nato. Dimen­ti­cavo: Kaplan diri­geva con la bac­chetta di Mahler: sua anche quella.

PS. Sta­mat­tina ho assi­stito a un pezzo del con­certo di Gio­vanni Allevi nella sala del Senato della Repub­blica Ita­liana. A parte i toni da cine­gior­nale Luce dei com­menti tele­vi­sivi, sono rima­sto molto impres­sio­nato da quel che vedevo e sen­tivo. Che cosa c’entra? Mah, è dif­fi­cile spie­gare, eppure c’entra…

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Signora Madre, come fac­cio a farvi sen­tire quello che abbiamo suo­nato? Sapete leg­gere la musica, voi? Non posso far altro che aiu­tarmi con le imma­gini. Mi sem­brava di spar­gere cipria sulle teste degli uomini seduti sui ban­chi della chiesa. Dif­fon­de­vamo la nostra pol­vere pro­fu­mata, la nostra spe­zia fem­mi­nile su quella gente. Don Anto­nio ha scritto un con­certo dove si sente schiu­mare la nostra indole di donne, pre­sen­tata in tre fasi, prima la gaiezza, poi il lan­guore, poi di nuovo l’euforia. Quest’uomo tira fuori dai nostri corpi suoni fem­mi­nili, offre alle orec­chie inta­sate di peli dei vec­chi maschi la ver­sione sonora delle donne, la nostra tra­du­zione in suoni, così come la vogliono sen­tire i maschi. Eppure, nel dire que­sto non sono del tutto sin­cera. Oggi, ancora più di quanto avevo intuito durante le prove, ho sen­tito che stavo facendo qual­cosa di più, don Anto­nio ci stava sfor­zando, ci stava facendo tra­boc­care oltre noi stesse, pre­ci­pi­ta­vamo oltre le balau­stre, c’era qual­cosa oltre la solita poe­sia aggra­ziata, oltre la fri­vo­lezza che si richiede ai nostri con­certi, un fer­vore più scom­po­sto, sfron­tato, nei movi­menti veloci, e uno scon­forto disdi­ce­vole, senza con­so­la­zione nell’adagio.

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Chi scrive è Ceci­lia, fan­ciulla dell’Ospedale della Pietà; la Signora Madre è la figura materna che non ha mai cono­sciuto, essendo stata abban­do­nata appena nata sulla ‘ruota’ dell’Ospedale, così come quasi tutte le sue col­le­ghe e con­vit­trici; Don Anto­nio è natu­ral­mente Vivaldi, il prete rosso che inse­gna vio­lino alle ‘figlie di coro’ dal 1703 al 1740. È una delle let­tere che com­pon­gono Sta­bat Mater, il nuovo libro di Tiziano Scarpa, costruito come un ‘romanzo di for­ma­zione’ che indaga la cre­scita umana e spi­ri­tuale di una di quelle miste­riosi e affa­sci­nanti figure che erano le ragazze degli Ospe­dali vene­ziani. In una curiosa Nota al ter­mine del volume (curiosa in un opera di nar­ra­tiva), Scarpa rac­conta il suo rap­porto con la musica di Vivaldi, dei 200 CD del com­po­si­tore che pos­siede, del suo essere venuto al mondo al reparto di mater­nità dell’Ospedale Civile di Vene­zia, che in que­gli anni aveva sede nel palazzo in cui prima si tro­vava pro­prio l’Ospedale della Pietà. Quasi una pre­de­sti­na­zione, vor­rebbe dirci.

scarpaMa Sta­bat Mater non è una bio­gra­fia roman­zata di Vivaldi né un romanzo sto­rico; nella trama gli appas­sio­nati vival­diani tro­ve­ranno parec­chie inve­ro­si­mi­glianze e fal­si­fi­ca­zioni: Scarpa ne è ben con­sa­pe­vole e le ammette senza dif­fi­coltà nella Nota, doman­dando indul­genza agli esti­ma­tori e agli esperti. Anche se l’arco tem­po­rale non è chia­ris­simo, la let­tura porta infatti a pen­sare che sia l’esecuzione dell’oratorio Judi­tha Trium­phans sia quella dei con­certi delle ‘Quat­tro sta­gioni’‘ fos­sero avve­nute poco dopo l’arrivo di Don Anto­nio all’Ospedale, cosa senz’altro non vera. Altre inve­ro­si­mi­glianze o fal­si­fi­ca­zioni riguar­dano i rife­ri­menti (in qual­che modo velati) a sin­gole opere e così via. “Mi sono preso la libertà di fan­ta­sti­care a par­tire da una sug­ge­stione sto­rica, senza badare troppo alla vero­si­mi­glianza docu­men­ta­ria”, chia­ri­sce ancora nella Nota.

Forse, le inve­ro­si­mi­glianze più grandi non sono da ritro­vare negli aspetti sto­rici e docu­men­tari, quanto in alcuni accenti, in alcune imma­gini e in alcuni pen­sieri che Ceci­lia scrive nelle sue let­tere. La scena in cui Vivaldi porta le allieve in gita a un mat­ta­toio e costringe Ceci­lia a ucci­dere con le sue mani un agnello è for­te­mente inve­ro­si­mile; più di ogni que­stione cro­no­lo­gica. Ma anche in que­sto Sta­bat Mater è una fan­ta­sti­che­ria: ciò che gli impor­tava inda­gare e rac­con­tare era pre­su­mi­bil­mente la psi­co­lo­gia di una ragazza dell’Ospedale, la sua ango­scia, la sua reclu­sione reale ed esi­sten­ziale, il rap­porto con l’esterno e con le isti­tu­zioni, prima di tutto quella fami­gliare rap­pre­sen­tata dallo sco­no­sciuto legame materno; e soprat­tutto l’influenza che una musica tea­trale, rap­pre­sen­ta­tiva, libera e pas­sio­nale come quella di Vivaldi può por­tare in un animo com­plesso e ricet­tivo come que­sto. E in ciò rie­sce pie­na­mente: il libro si legge tutto d’un fiato e lascia un segno. È la voce inte­riore di Ceci­lia che rie­sce a non essere un eser­ci­zio di stile, che prende corpo e ci parla diret­ta­mente. È un libro che ver­rebbe voglia di defi­nire vival­diano anche nel suo col­pire ful­mi­nea­mente e feli­ce­mente, senza troppa pre­oc­cu­pa­zione di com­ple­tezza, vero­si­mi­glianza e rotondità.

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Gli ossimori di Tüür

11 febbraio 2008

ritratto_tuur

Ci sono musi­ci­sti che sono quasi osses­sio­nati dall’“architettura” della com­po­si­zione. Le loro opere comu­ni­cano attra­verso la con­trap­po­si­zione di masse e di ele­menti lineari; il suono viene da loro pla­smato con meti­co­lo­sità alla ricerca di quel dif­fi­cile pia­cere che solo la per­ce­zione di una forma ben costruita può dare. Mi sem­bra che l’estone Erkki-Sven Tüür sia uno di loro. Il suo nuovo disco con­tiene tre lavori com­po­sti tra il 2001 e il 2005, più uno che risale al 1990, molto diverso dagli altri – le note di coper­tina fareb­bero pen­sare che in ori­gine ne fosse pre­vi­sto un quinto dal titolo Litany, di cui però nel disco non c’è trac­cia. L’ultimo pezzo della rac­colta, Oxy­mo­ron, dà il titolo all’intero disco, indi­cando con effi­ca­cia uno degli aspetti salienti della com­po­si­zione di Tüür: la ricerca del con­tra­sto e della “varietà nell’unità”, allar­gata a tutti i para­me­tri della composizione.

Il disco si apre con Salve Regina, una com­po­si­zione del 2005 per coro maschile e ensem­ble stru­men­tale. Una com­po­si­zione che subito mostra quella par­ti­co­lare cifra este­tica che rende le opere di Tüür, pur nella loro rela­tiva ete­ro­ge­neità, abba­stanza incon­fon­di­bili e pre­ziose. Uno strano miscu­glio di arcai­smo e ricerca che, se si può ritro­vare in diversi com­po­si­tori di area bal­tica (prima di tutti Pärt, da cui Tüür è stato ini­zial­mente molto influen­zato), in lui trova una decli­na­zione tutta par­ti­co­lare. In que­sto caso si mate­ria­lizza in una can­til­la­zione vicina al gre­go­riano, pun­teg­giata e fram­men­tata dagli inter­venti stru­men­tali, con esiti sti­li­sti­ca­mente molto inte­res­santi. Segue Ardor, forse il pezzo più bello del disco: un vero e pro­prio con­certo per marimba e orche­stra inter­pre­tato dal grande vir­tuoso por­to­ghese Pedro Car­neiro (che del pezzo è anche dedi­ca­ta­rio). Qui lo stile si fa più eclet­tico, e si sen­tono le influenze di com­po­si­tori come Pen­de­recki e Ligeti, nei rife­ri­menti micro­po­li­fo­nici degli archi e nelle con­trap­po­si­zioni fra masse dense di eventi musi­cali appa­ren­te­mente cao­tici e improv­visi richiami all’ordine.

oxymoronDedi­ca­tion, un breve lavoro per vio­lon­cello e pia­no­forte del 1990, sem­bra del tutto fuori con­te­sto, stretto com’è fra due ben più com­plesse com­po­si­zioni; vi si sente un gusto lineare e appena ripe­ti­tivo che appa­ren­te­mente porta lon­tano dal gusto per le con­trap­po­si­zioni archi­tet­to­ni­che degli altri brani: ma anche qui, il discorso è infram­mez­zato da dei glis­sando sulla cor­diera del pia­no­forte che, pur con un effetto che oggi suona forse un po’ scon­tato, ricon­du­cono alla sua pas­sione per le con­trap­po­si­zioni e gli “scon­tri” acu­stici. Chiude la rac­colta il pezzo più com­plesso del disco, Oxy­mo­ron, una com­po­si­zione per grande ensem­ble scritta nel 2003 su com­mis­sione del Klang­spu­ren Festi­val di Sch­waz, in Austria (il sot­to­ti­tolo infatti è Music for Tirol). Un lavoro vasto e dif­fi­ci­lis­simo (quasi 20 minuti senza solu­zione di con­ti­nuità), fatto di una scrit­tura den­sis­sima e molto con­trol­lata, ma con momenti di indub­bio effetto e, ancora una volta, di grande varietà interna, tanto che quando a cin­que minuti dalla fine il brano comin­cia a essere rit­mato da una bat­te­ria con effetti che sem­brano riman­dare al rock pro­gres­sivo dei primi anni Ottanta, la cosa non rie­sce più a stu­pire. Come ci spiega il com­po­si­tore nelle note di coper­tina, si tratta del primo brano in cui uti­lizza un nuovo metodo di com­po­si­zione, defi­nito “scrit­tura vet­to­riale”; dal poco che ci è dato di capire, si trat­te­rebbe di un sistema “non dog­ma­tico” che per­met­te­rebbe “la siste­ma­tica com­bi­na­zione di carat­te­ri­sti­che ete­ro­ge­nee o con­tra­stanti nel mate­riale tonale e nel pro­gre­dire della musica”. Di nuovo un con­tra­sto, ma que­sta volta di carat­tere per così dire “etico”: il rife­ri­mento a un nuovo sistema di com­po­si­zione di carat­tere para­ma­te­ma­tico, degna di un pro­gramma di sala anni Set­tanta, con­trap­po­sta a una grande libertà espres­siva e a un meti­co­loso con­trollo for­male. Nono­stante tutte que­ste appa­renti stra­nezze e spi­go­lo­sità intel­let­tuali, Tüür rimane uno dei com­po­si­tori più com­plessi e affa­sci­nanti delle ultime gene­ra­zioni; musica sicu­ra­mente non facile, ma che non cerca la dif­fi­coltà fine a se stessa, e che meri­te­rebbe di poter essere ascol­tata più spesso nelle nostre sale da concerto.

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L’oceano di Golijov

29 dicembre 2007

oceanaOceana è il penul­timo dei Can­tos cere­mo­nia­les di Pablo Neruda, una lunga lirica ricca di sim­boli e di meta­fore ero­ti­che, forse la più appas­sio­nata della rac­colta pub­bli­cata a Bue­nos Aires nel 1961 (in ita­liano si può leg­gere nella tra­du­zione di Giu­seppe Bel­lina, edita da Pas­si­gli nel 2005). Pas­saggi oscuri e intrisi della per­so­nale epica di Neruda vi si alter­nano a versi di splen­dida lumi­no­sità. Una lunga invo­ca­zione, rivolta indi­ret­ta­mente all’amatissima Matilde, in cui la donna viene para­go­nata a una divi­nità marina, all’oceano stesso, al suo tota­liz­zante e vio­lento potere sul cuore del poeta.

Tengo ham­bre de no ser sino pie­dra marina,
esta­tua, lava, terca torre de monu­mento
donde se estrel­lan olas ya desa­pa­re­ci­das,
mares que fal­le­cie­ron con cán­tico y viajero.

(Ho fame di non essere che pie­tra marina, | sta­tua, lava, torre osti­nata di monu­mento | dove s’infrangono onde ormai scom­parse, | mari che mori­rono con can­tico e viaggiatore.)

La com­mis­sione a Osvaldo Goli­jov, datata 1996, si deve a quello stesso Hel­muth Ril­ling che quat­tro anni dopo lo spin­gerà a scri­vere la Pasión Según San Mar­cos, che otterrà un’autentica ova­zione alla prima di Stoc­carda, e che nel marzo del 2008 potrà essere ascol­tata a Fer­rara. Goli­jov – nato nel 1960 in Argen­tina da una fami­glia di ori­gine aske­na­zita (pro­ve­niente da Roma­nia e Ucraina) – è nel frat­tempo diven­tato uno dei più popo­lari com­po­si­tori della scena ame­ri­cana. La Deu­tsche Gram­mo­phon ha inciso tre dischi di sue com­po­si­zioni (e non nella col­lana di con­tem­po­ra­nea!), la sua ultima opera, Aina­da­mar ha vinto due Grammy, ha scritto le musi­che per l’ultimo film di Cop­pola Un’altra gio­vi­nezza [Youth Without Youth] e mille altre cose. Le tappe che con­trad­di­stin­guono il cur­sus hono­rum di un com­po­si­tore di suc­cesso negli Stati Uniti, ma che non sem­pre spia­nano la strada al rico­no­sci­mento in Europa.

Oceana è una sor­pren­dente com­po­si­zione, che mescola in un par­ti­co­lare e per molti versi astuto sin­cre­ti­smo ele­menti baroc­chi, neo­clas­sici, sti­lemi della musica pop e di diverse tra­di­zioni popo­lari. Goli­jov prende 4 fram­menti dalle 11 stanze del testo di Neruda, li orga­nizza in tre “ondate” corali, un’aria soli­stica e un Corale finale, infram­mez­zan­doli con due “richiami” vir­tuo­si­stici per la voce sola della splen­dida can­tante world argen­tina Luciana Souza e un gruppo di chi­tarre e arpa. Le prime tre parti corali pos­sono ricor­dare, nel loro impeto tra­vol­gente, la Turba della Pas­sione secondo San Mat­teo di Bach (vero­si­mil­mente in omag­gio a Ril­ling e al con­te­sto della com­mis­sione), a cui però si aggiunge un senso di tem­pe­stoso e rit­mico riflusso, di imme­diato rife­ri­mento marino. Devo con­fes­sare che al primo ascolto que­sta mol­te­pli­cità di segnali este­tici diver­genti lascia molto per­plessi, e si fatica a capirne la cifra personale.

osvaldo_golijov_2L’impaginazione del disco, del resto, non aiuta. Alla “can­tata” Oceana segue un lavoro per quar­tetto d’archi in due movi­menti, inti­to­lato Tene­brae, inter­pre­tato dal Kro­nos Quar­tet, e la rac­colta si chiude con i Three Songs per soprano e orche­stra, can­tati mera­vi­glio­sa­mente da Dawn Upshaw. Se in Tene­brae, che dovrebbe in qual­che modo ispi­rarsi alle mera­vi­gliose Leçons de Ténè­bres di Fra­nçois Cou­pe­rin, si ascol­tano cadenze baroc­che alter­nate a pas­saggi quasi pop, dove l’ostinato si con­fonde con il riff, le tre liri­che per soprano riman­dano a mondi molto diversi: in Lúa desco­lo­rida, per esem­pio, si sente il fin troppo facile rimando all’aria che nella Rusalka di Dvořák la pro­ta­go­ni­sta rivolge alla luna, ma altrove si sente Mahler (per esem­pio nella bella nin­na­nanna Close Your Eyes), e via dicendo.

Se attra­verso l’ascolto di que­sto disco si cer­cherà di capire se Goli­jov sia o meno quel grande com­po­si­tore di cui spesso si sente par­lare, la rispo­sta non è né imme­diata né facile. Sicu­ra­mente pos­siede una grande abi­lità tec­nica – ottimo, per esem­pio, è il suo uso delle voci, e non stu­pi­sce che trovi inter­preti di così alto livello; è chia­ra­mente molto bravo nel mesco­lare i lin­guaggi e nel mol­ti­pli­care i rimandi; non ha paura di abban­do­narsi a momenti che rasen­tano il kitsch o il sentimental-pop; pos­siede un voca­bo­la­rio poe­tico e crea­tivo molto vasto. È una voce ori­gi­nale? Sicu­ra­mente sì: per esem­pio rife­ri­mento simul­ta­neo kle­tz­mer e latino-americano, giu­sti­fi­cato dalla sto­ria fami­liare di emi­gra­zione, è dotato di un discreto fascino e con­duce a sono­rità inte­res­santi e in qual­che modo inat­tese. Se tutto que­sto basti o no a farne una voce impor­tante della musica d’oggi, è giu­sto che ognuno lo decida da sé. Per­so­nal­mente nutro qual­che dub­bio, ma sono più che dispo­sto a modi­fi­care que­sta opi­nione, in futuro.

Nella foto, Osvaldo Goli­jov; © Sara Evans, 2002.

O. Goli­jov, First Wave: “Oceana nup­tial, cadera de las islas” (Ocèana nuziale, fian­chi delle isole), Atlanta Sym­phony Orche­stra and Cho­rus, dir. Robert Spano (reg. 2004)

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Meditazioni amorose

29 novembre 2007

lieberson_avedons

Lorraine Hunt è stata una splen­dida mez­zo­so­prano, amata dal pub­blico della musica barocca per le sue tante inter­pre­ta­zioni di Hän­del e Mon­te­verdi con Chri­stie, McGe­gan, Jacobs e altri; nel 1999 aveva spo­sato il com­po­si­tore Peter Lie­ber­son, comin­ciando a dedi­carsi anche alla musica con­tem­po­ra­nea e dando voce a molti com­po­si­tori delle ultime gene­ra­zioni. La ricorda ora un disco molto bello, che rac­co­glie cin­que sonetti di Pablo Neruda tratti dai Cien sone­tos de amor (1959), musi­cati e a lei dedi­cati da Lie­ber­son. Lo stile è deci­sa­mente eclet­tico, con brevi pun­tate nella popu­lar e un solido voca­bo­la­rio post e neo­ro­man­tico; ma la carat­te­ri­stica che più col­pi­sce di que­sti cin­que brani, al di là di qual­siasi con­si­de­ra­zione sti­li­stica, è la pro­fonda sen­sua­lità da cui sono per­vasi. Tra­sci­nato dai testi di Neruda, Lie­ber­son costrui­sce una medi­ta­zione su amore e morte, sulla gioia atto­nita del pos­sesso e sulla paura della per­dita. I Neruda Songs sono il risul­tato di una com­mis­sione della Los Ange­les Phi­lar­mo­nic, e sono stati regi­strati da James Levine con la Boston Sym­phony Orche­stra nel 2005, dal vivo. Meno di un anno dopo Lor­raine Hunt Lie­ber­son, come volle fir­marsi dopo il matri­mo­nio, è scom­parsa per le com­pli­canze di un can­cro al seno. Al momento della regi­stra­zione lot­tava da tempo con­tro la malat­tia, eppure non c’è ombra di esa­ge­ra­zione o affet­ta­zione dolo­rosa nel suo canto: pen­soso e appas­sio­nato, lo si direbbe invece. Anche quando il testo si fa for­te­mente dram­ma­tico, rimane quel distacco che i versi neo­ba­roc­chi di Neruda con­sen­tono; versi bel­lis­simi, come que­sti del sonetto XCII, inti­to­lato Amor mío, si muero y tú no mue­res (Amore mio, se io muoio e tu non muori):

Pero este amor, amor, no ha ter­mi­nado,
y así como no tuvo naci­miento
no tiene muerte, es como un largo río,
sólo cam­bia de tier­ras y de labios.

(Però que­sto amore, amore, non è finito: | e così come non ha avuto nascita | non cono­sce la morte e, come un lungo fiume, | cam­bia solo di terra e di labbra).

Nella foto, Lor­raine Hunt Lie­ber­son foto­gra­fata nel 2003 da Richard Aven­don (per il «New Yorker»).

P. Lie­ber­son, Ya eres mia. Reposa con tu sueño en mi sueño (Ormai sei mia. Riposa col tuo sonno nel mio sonno), ms. L.H. Lie­ber­son, Boston Sym­phony Orche­stra, dir. James Levine (2005)

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L’evo di Adams

30 ottobre 2007

adamsÈ strano come il con­certo soli­stico, ben lungi dall’essere in qual­che modo ridi­men­sio­nato dalla fine di un mondo, quello del grande con­cer­ti­smo inter­na­zio­nale, con­ti­nui a gene­rare nei migliori com­po­si­tori ispi­ra­zioni spesso più felici della musica per orchestra. Gli ultimi grandi divi-virtuosi si stanno spe­gnendo, nascono figure di volta in volta più “gla­mour” o più tec­ni­ca­mente pre­pa­rate, ma dif­fi­cil­mente si potrà ritro­vare, almeno nel futuro pros­simo, quel par­ti­co­lare cari­sma che il soli­sta con­qui­stava con l’appartenere a un mondo che aveva qual­cosa da dire, che rap­pre­sen­tava qual­cosa oltre a se stesso. Eppure di quel mondo si nutriva la forma stessa della musica: difficile pen­sare al ruolo, alla voce che il vio­lino “porta” nel con­certo di Brahms senza Joa­chim, o al vio­lon­cello di Sosta­ko­vic senza il rim­pianto Rostropovich.

Eppure il con­certo soli­stico con­ti­nua la sua strada, con dei momenti di altis­sima ispi­ra­zione. The Dharma at Big Sur è uno di essi. Scritto per l’eccezionale vio­lino elet­trico a cin­que corde di Tracy Sil­ber­man, dimo­stra quanta strada con­ti­nui a fare John Adams senza lasciarsi acciuf­fare dall’etichettatrice della critica, cercando, spe­ri­men­tando e più di una volta tro­vando. Due movi­menti per un totale di 27 minuti circa, orga­nico ricco, forma com­plessa e colma di ricer­ca­tezze, tante cita­zioni e omaggi ma scar­sis­sima pro­pen­sione alla paro­dia. Un pezzo vera­mente bel­lis­simo, che non ci si stanca di ria­scol­tare, che non rifugge il pathos ma senza neo­ro­man­ti­ci­smi. In Ita­lia lo suona (e bene, dice chi lo ha ascol­tato) Fran­ce­sco D’Orazio.

Ora lo si può ascol­tare in un pre­zioso dop­pio cd, acco­stato a un’altra e diver­sis­sima com­po­si­zione recente di Adams, My Father knew Char­les Ives. Un pezzo più rifles­sivo (si tenga conto del fatto che The Dharma at Big Sur era stato scritto per l’inaugurazione della Walt Disney Hall) ma sem­pre carat­te­riz­zato dalla stessa con­trol­lata estro­ver­sione; una voglia di comu­ni­care senza sven­dere la pro­pria per­so­na­lità crea­tiva. Ma al tempo stesso un altis­simo con­trollo delle dina­mi­che, della strumentazione, dello stile. Più ricco del pre­ce­dente di omaggi alla tra­di­zione musi­cale ame­ri­cana (a Copland più di tutti), fitto di rife­ri­menti auto­bio­gra­fici e fami­liari, con quella ten­denza all’epicizzazione del pri­vato che solo gli ame­ri­cani sanno avere (è per que­sto che amano tanto Mahler?). Tre movi­menti per 26 minuti circa di musica; miste­rioso il motivo della ripar­ti­zione in due cd dei con­te­nuti (natu­ral­mente il costo è quello di un sin­golo). Una delle migliori cose che abbia ascol­tato di recente.

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Lettere a Vermeer

18 ottobre 2007

andriessen_vermeerNon capita molto spesso di ascol­tare una nuova opera con la sen­sa­zione di tro­varsi di fronte a un lavoro di grande feli­cità espres­siva e ric­chezza cul­tu­rale. È però il caso di Wri­ting to Ver­meer, l’opera com­po­sta da Louis Andries­sen negli anni 1997–98 su com­mis­sione di De Neder­landse Opera di Amster­dam, dove ha debut­tato nel 1999. La si può ora ascol­tare in un dop­pio cd, molto ben con­fe­zio­nato dalla Nonesuch.

L’opera si com­pone di sei scene, nelle quali si inter­se­cano diverse linee di arti­co­la­zione dram­ma­tica, psicologica, intellettuale e musi­cale. La base è un affa­sci­nante libretto di Peter Gree­neway, sostan­zial­mente privo di azione dram­ma­tica ma al tempo stesso dotato di un par­ti­co­lare cre­scendo ansio­geno, ampli­fi­cato con grande sapienza dram­ma­tur­gica da Andries­sen. Tra il 16 e il 26 mag­gio 1672, tre donne scri­vono sei let­tere cia­scuna a Johan­nes Vermeer, momentaneamente lon­tando da Delft per un viag­gio d’affari all’Aja; Catharina Bol­nes, moglie del pit­tore, Maria Thins, la di lei madre, e un’immaginaria modella di nome Saskia de Vries rac­con­tano a Veer­mer i pic­coli fatti della vita dome­stica quo­ti­diana – un pro­getto di matri­mo­nio fal­lito e un altro di cui si get­tano le basi per la gio­vane Saskia, la vita dei figli dell’artista – cer­cando di far­gli sen­tire quanto a loro man­chi la sua pre­senza, pre­gan­dolo con­ti­nua­mente di tor­nare al più pre­sto. Come sem­pre accade nei lavori in cui è coin­volto Gree­na­way, la trama pro­cede per allu­sioni più o meno crip­ti­che a fatti e cir­co­stanze che si rie­scono solo a imma­gi­nare in fili­grana; per esem­pio la pre­senza di cin­que fluidi che minac­ciano la sere­nità dome­stica della fami­glia: la ver­nice, che un mat­tino la pic­cola Cor­ne­lia man­gia per gioco, il latte, che con­ti­nua­mente viene ver­sato, il san­gue, che sim­bo­lizza l’assassinio e la vio­lenza, e infine l’acqua, che negli ultimi secondi dell’opera som­mer­gerà la scena.

Cin­que ele­menti che rap­pre­sen­tano nella loro quo­ti­dia­nità la sot­ter­ra­nea minac­cia che il mondo esterno, la sto­ria e l’attualità recano all’apparentemente serena vita della fami­glia Ver­meer. La sto­ria d’altro canto fa irru­zione nell’opera anche attra­verso dieci inserti sonori sapien­te­mente inca­sto­nati nel dipa­narsi del libretto, nei quali essa agi­sce come in un fon­dale che len­ta­mente e peri­co­lo­sa­mente si avvi­cina alla scena fami­liare fino a som­mer­gerla nel finale. Si tratta di dieci momenti della cruenta sto­ria olan­dese di quei giorni: la dura oppo­si­zione tra cat­to­lici e pro­te­stanti, un’esplosione a Delft, il crollo del mer­cato dei tuli­pani, l’orribile assas­si­nio di due diplo­ma­tici olan­desi, l’invasione fran­cese, fino all’inondazione con cui gli olan­desi si difen­dono dai fran­cesi, prin­ci­pale causa della rovina di Ver­meer secondo i docu­menti sto­rici. Que­sti inserti sono rea­liz­zati attra­verso il live elec­tro­nic di Michel vad der Aa, che com­pone cel­lule melo­di­che a suoni for­te­mente reli­stici: cam­pane da chiesa, esplo­sioni, respiri affan­nosi, scro­sci d’acqua, urla, passi.

La musica è altret­tanto ricca di sug­ge­stioni, cita­zioni rimandi, ma cucita in un tes­suto di grande coe­renza e fascino; i nomi che ven­gono in mente o che Andries­sen stesso cita nelle note di coper­tina del disco sono quelli di John Cage per le scelte strut­tu­rali e per diverse sono­rità, ma anche Steve Reich in alcuni trat­ta­menti delle tastiere, perfino Webern in alcuni momenti di forte rare­fa­zione tim­brica e melo­dica. Il suono com­bina in maniera dav­vero bril­lante la moder­nità estrema e le sono­rità baroc­che delle ese­cu­zioni filo­lo­gi­che, senza solu­zione di con­ti­nuità e in bel­lis­simo tra­sco­lo­rare da una tavo­lozza all’altra; la voca­lità ricorda tal­volta Brit­ten, ma è sem­pre molto natu­rale e sciolta. L’orchestra com­prende un gruppo di archi incon­sue­ta­mente cor­poso per Andries­sen (12 vio­lini, 8 fra viole e vio­lon­celli, due con­tab­bassi), legni, ottoni, due arpe, due chi­tarre elet­tri­che, due pia­no­forti e percussioni.

Su tutto domina la sen­sa­zione di una pro­fonda com­pren­sione dell’opera pit­to­rica di Ver­meer, di quella sospen­sione del tempo, di quella feli­cità esclu­siva e venata di malin­co­nia e ansia, nella quale l’esterno è sem­pre alluso (una let­tera, una fine­stra, una porta aperta), ma al tempo stesso tenuto fuori dallo spa­zio arti­stico e psi­co­lo­gico; un lavoro in cui rea­li­smo e sogno sem­brano fon­dersi in un’unità inscin­di­bile. Un’opera dav­vero bellissima.

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