Contemporanea

L’art doit discu­ter,
doit con­te­ster,
doit protester.

L’arte deve discu­tere, deve con­te­stare, deve pro­te­stare. È una visione este­tica, e non neces­sa­ria­mente la migliore. Ma la cosa che col­pi­sce è che a pro­nun­ciare que­sta frase sia stato un uomo poli­tico, e non certo un poli­tico di sini­stra: Geor­ges Pom­pi­dou, Primo mini­stro a metà degli Ses­santa e poi Pre­si­dente della Repub­blica fran­cese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una poli­tica cul­tu­rale e di un inve­sti­mento. Leg­gerla sulla fac­ciata del ‘Beau­bourg’, il com­plesso dedi­cato alla dif­fu­sione delle arti che porta il suo nome, col­pi­sce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale man­canza di una visione este­tica da parte dell’attuale classe poli­tica, ma anche per una que­stione di lin­guag­gio. Si pensi anche solo ai modi super­fi­cial­mente sus­sie­gosi e segre­ta­mente sprez­zanti con cui l’arte è oggi trat­tata nei discorsi poli­tici. Anzi, non è trat­tata, per­ché quasi mai si parla di arte, ma sem­pre di ‘cul­tura’. La cul­tura è quella cosa a cui biso­gna dare i soldi, per­ché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umi­liante ritor­nello. Sem­bra che nelle orec­chie dei cit­ta­dini ita­liani la parola cul­tura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una effe­rata, silen­ziosa ven­detta del mondo poli­tico: ren­dere l’artista un que­stuante, una sorta di arcaico sot­to­pro­le­ta­rio da difen­dere dalla fame o da abban­do­nare a se stesso, a seconda della parte a cui si appar­tiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la poli­tica, que­sta poli­tica, che è arcaica, non l’arte. Per­ché l’arte discute, con­te­sta e pro­te­sta. La poli­tica non più.

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Post image for Come ricordare Sergio Sablich

Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

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Il pianoforte parlante

8 ottobre 2009

ablinger2

Da secoli si discetta e filo­so­feg­gia sulla musica come lin­guag­gio. Mi sono per caso imbat­tuto in un fil­mato piut­to­sto sor­pren­dente, e volevo con­di­vi­derlo. Un com­po­si­tore austriaco, Peter Ablin­ger, ha fatto reci­tare a un bam­bino ber­li­nese la Pro­cla­ma­zione (in inglese) della Corte penale inter­na­zio­nale dell’ambiente, poi ne ha ana­liz­zato il suono e lo ha ricom­po­sto in un com­ples­sis­simo ‘spar­tito’ per pia­no­forte azio­nato mec­ca­ni­ca­mente attra­verso un sistema com­pu­te­riz­zato. Il risul­tato è un pia­no­forte che parla. Let­te­ral­mente!

Ablin­ger, nato nel 1959, non è nuovo a que­sto tipo di per­for­mance, e un’occhiata al suo cata­logo può far capire la varietà delle sue tro­vate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione ber­li­nese di “A Let­ter from Schoen­berg, rea­ding piece for mini­sters for player piano and an audience rea­ding the text while hea­ring the piece”, tratto dalla rac­colta Qua­dra­tu­ren III (lo si può ascol­tare qui) In quel caso, il pia­no­forte ‘suo­nava’ una let­tera di Schoenberg.

La nuova com­po­si­zione è stata pre­sen­tata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Vene­zia, 2–3 otto­bre), dedi­cato per l’appunto alla crea­zione di una Corte mon­diale e di una Corte euro­pea per i cri­mini ambien­tali. Il fil­mato è un fram­mento di un docu­men­ta­rio tede­sco dedi­cato all’opera.

Per­so­nal­mente non lo ritengo molto più inte­res­sante di una curio­sità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato que­sta sen­sa­zione. E al tempo stesso, tut­ta­via, devo ammet­tere che accanto all’ammirazione per il mar­chin­ge­gno, la per­for­mance mi ha dato da pen­sare. È musica? È tea­tro? Qual­cosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiaz­zanti e appa­ren­te­mente ano­dine quelle che aiu­tano a riflet­tere meglio.

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bravo_gustavo

Quanti anni sono pas­sati da quando il mer­cato disco­gra­fico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assi­ste all’invecchiamento del pub­blico dei con­certi clas­sici, al pro­sciu­garsi della spinta este­tica e inno­va­tiva dello spet­ta­colo dal vivo? Quante spie­ga­zioni sono state cer­cate, quante vie d’uscita sono state inda­gate? Nel frat­tempo, sulla già fra­gile eco­no­mia della musica si sono abbat­tuti il crollo del sistema finan­zia­rio, la reces­sione, i tagli, la disoc­cu­pa­zione. Si è molto par­lato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capo­li­nea un costume finan­zia­rio che aveva por­tato l’economia mon­diale al col­lasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispun­tare i super­bo­nus per i mana­ger, i deri­vati, i titoli spaz­za­tura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti con­ve­gni, tante parole. E nel frat­tempo, un po’ come a Wall Street, cosa sta­vano facendo gli intel­li­gen­tis­simi super­ma­na­ger del big busi­ness musicale?

È molto sem­plice. Sta­vano cer­cando un nuovo Bern­stein. Quello hanno impa­rato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, per­ché nel frat­tempo non hanno matu­rato nient’altro. In fondo è un po’ come ven­dere titoli spaz­za­tura: li si occulta in un pac­chetto com­ples­si­va­mente attraente spe­rando che nes­suno abbia voglia di guar­dare troppo a fondo, e li si spac­cia per mera­vi­glie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chie­dono il per­ché. Abbiamo distrutto un mer­cato dro­gan­dolo di tre tenori, di incre­di­bili por­che­rie cros­so­ver per un pub­blico umi­liato da grande fra­tello? Abbiamo sca­vato ogni recesso della vol­ga­rità e del kitsch, uti­liz­zato ogni pos­si­bile appi­glio per ren­dere appe­ti­bile un genere musi­cale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva man­te­nuto? E ora che, dopo il pre­ve­di­bile tra­collo, qual­cosa sem­bra tor­nare a muo­versi che cosa fac­ciamo? Rico­min­ciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osser­vasse l’incredibile onda media­tica che si dif­fonde dalla Cali­for­nia, in que­sti giorni, per l’incoronazione di Duda­mel a diret­tore della Los Ange­les Phi­lhar­mo­nic. Senza un nuovo eroe su cui inve­stire tutti gli spic­cioli rima­sti, sem­bra sia impos­si­bile pro­get­tare una qual­siasi ripresa. Ed ecco che il pas­sag­gio di un gio­vane (e bravo, per carità) diret­tore alla guida di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane non può che diven­tare un lan­cio in stile Hol­ly­wood, con tanto di brand (Gustavo!), mini­siti, tec­ni­che aggres­sive di mar­ke­ting e per­sino un gio­chino elet­tro­nico, finan­ziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giu­sta per uscire dalla crisi? Inu­tile doman­dar­selo: è l’unica che que­sta indu­stria dello spet­ta­colo, i suoi finan­zia­tori e i suoi impro­ba­bili mana­ger, sap­piano tro­vare. Per­so­nal­mente la defi­ni­rei una coa­zione a ripe­tere che ha del pato­lo­gico. Ma imma­gino che tro­vare qual­siasi altra strada avrebbe com­por­tato così tanto lavoro e così tante sfide intel­let­tuali ed eco­no­mi­che che la sola spe­ranza sarebbe stata da folli. Senza con­tare, e que­sto è forse l’elemento deter­mi­nante, che sarebbe stato tutto infi­ni­ta­mente meno diver­tente. Il grande busi­ness della musica è un vec­chio malato che gioca a fare il bam­bino, diviso tra la flebo e la play­sta­tion. Quello che ci chiede è solo di chiu­dere gli occhi e di gio­care con lui; tutto tor­nerà come prima, promesso.

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ross_libro

Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pet­te­go­lezzo. Con­ti­nua la lettura →

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose sel­va­ti­che
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubria­chi di baci
Tuf­fate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove tro­vare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il rag­gio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stri­dono le bandiere.

Mit gel­ben Bir­nen hän­get
Und voll mit wil­den Rosen
Das Land in den See,
Ihr hol­den Sch­wäne,
Und trun­ken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins hei­li­gnü­ch­terne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Win­ter ist, die Blu­men, und wo
Den Son­nen­schein,
Und Schat­ten der Erde?
Die Mauern stehn
Spra­chlos und kalt, im Winde
Klir­ren die Fahnen.

Si può anche solo imma­gi­nare poe­sia più bella e pro­fonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Frie­drich Höl­der­lin? Credo di non esa­ge­rare se dico che si tratta di una delle più belle della let­te­ra­tura euro­pea. Quella prima strofa così sen­suale, con una divi­sione che è un inno alla com­ple­tezza: la super­fi­cie dell’acqua che separa il visi­bile dall’invisibile, e tutto che sem­bra volere tra­pas­sare, feli­ce­mente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori sel­va­tici – le rose –, i cigni che nuo­tando immer­gendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sen­suale abbrac­cio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di ele­menti infer­tili e impe­ne­tra­bili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desi­de­rio e volontà – le ban­de­ruole al vento. Com’è lon­tana la fidu­cia nel ciclico tor­nare delle sta­gioni che tanta parte della cul­tura occi­den­tale aveva nutrito, dalla natura di Lucre­zio ai mera­vi­gliosi mesi di Bene­detto Ante­lami nel bat­ti­stero del Duomo di Parma – e sul por­tale del Duomo di Fidenza e su quello di Cre­mona, e di chissà quante altre archi­tet­ture roma­ni­che – dai con­certi delle Sta­gioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piut­to­sto da chie­dersi e se Wilhelm Mül­ler, l’autore delle poe­sie che poi Schu­bert, con fol­go­rante intui­zione ha rac­colto nella Win­ter­reise, “Viag­gio d’inverno”, cono­scesse que­sta poe­sia. La rac­colta di Mül­ler era stata pub­bli­cata sulla rivi­sta “Ura­nia” nel 1823. L’immagine della ban­de­ruola segna­vento, ‘die Wet­ter­fähne’, così lace­ran­te­mente tra­sfi­gu­rata da Schu­bert, sem­bre­rebbe quasi una cita­zione let­te­rale. Si potrebbe per­sino dire che in que­sti 14 versi sia pre­fi­gu­rato in breve l’intero ciclo schu­ber­tiano. Con­ti­nua la lettura →

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Mentre alcuni nuovi pezzi di Fier­re­bras non vogliono pro­prio scri­versi da soli, ci sono mille noti­zie dal mondo della musica che mi pia­ce­rebbe con­di­vi­dere. Noti­zie che riflet­tono quanto esso sia com­plesso, arti­co­lato e un poco pazzo. Eccone tre di ieri.

La prima è una bella inchie­sta del New Music Box, il sito inter­net dell’Ame­ri­can Music Cen­ter, dedi­cata alla buona salute di cui godono – in un mer­cato disco­gra­fico scon­volto dalla crisi eco­no­mica e di idee – le eti­chette indi­pen­denti spe­cia­liz­zate nella pro­du­zione e distri­bu­zione di musica con­tem­po­ra­nea. Il loro modello di busi­ness non è certo quello delle major (i com­po­si­tori o gli spon­sor nor­mal­mente pagano la pro­du­zione del disco) ma il loro inso­sti­tui­bile com­pito è ricam­biato da un suc­cesso che sta assu­mendo le dimen­sioni di un boom. Con­tro qual­siasi fosca previsione.

La seconda e la terza sono col­le­gate. Un arti­colo del Times ci rac­conta del primo scio­pero pro­cla­mato dai lavo­ra­tori del Festi­val di Bay­reuth. Si tratta di 60 mac­chi­ni­sti e di un cen­ti­naio di lavo­ra­tori a con­tratto che con­te­stano la lega­lità dei con­tratti fir­mati dall’ex diret­tore del Festi­val, Wol­fgang Wag­ner. E così, men­tre si lavora per man­dare in scena l’ennesimo, son­tuoso Tri­stan und Isolde, davanti alla con­sueta pla­tea luc­ci­cante di uomini poli­tici, magnati della finanza e alta bor­ghe­sia inter­na­zio­nale, sco­priamo che la paga ora­ria di un mac­chi­ni­sta, di un elet­tri­ci­sta o di un attrez­zi­sta impe­gnati sul pal­co­sce­nico è di circa 4 euro. Con­tem­po­ra­nea­mente, un arti­colo pub­bli­cato sul sito di Bloom­berg ci informa del fatto che Peter Gelb ha gua­da­gnato nel 2008 circa 1,5 milioni di dol­lari con il suo lavoro di Gene­ral Mana­ger alla Metro­po­li­tan Opera di New York, con un incre­mento rispetto all’anno pre­ce­dente del 36%. Che cosa c’entra? Boh, ognuno si fac­cia il suo parere.

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glass

Che regalo può sce­gliere l’avvocato Bru­satti Coro­nèo per il com­pleanno della gio­vane ed ele­gante moglie? Si era deciso per una col­lana d’oro con pen­da­glio a forma di far­falla, ma ora ha letto che può fare cafone. Poi, in stu­dio, ha tro­vato il Wall Street Jour­nal e gli è venuta un’idea fantastica.

C’è scritto che un signore di Har­ri­sburg, Penn­syl­va­nia, tale Mar­tin Mur­ray, un dilet­tante di vio­lino spo­sato da meno di due anni, per il set­tan­te­simo com­pleanno della moglie (!) si è rivolto a un’associazione non­pro­fit spe­cia­liz­zata nell’intermediazione tra com­mis­sio­nari e com­po­si­tori: Meet the Com­po­ser (MTC). Voleva una sonata per vio­lino e pia­no­forte di un quarto d’ora circa, ese­gui­bile da musi­ci­sti non pro­fes­sio­ni­sti di medio livello tec­nico. Sor­presa: l’associazione l’ha messo in con­tatto con il più famoso dei com­po­si­tori ame­ri­cani viventi, Phi­lip Glass, e quest’ultimo ha accet­tato la com­mis­sione. Ne è nato un party di cui tutti gli amici ancora par­lano a Har­ri­sburg e din­torni; al momento del regalo, lui prende il vio­lino, una pia­ni­sta si siede al pia­no­forte, e arriva il grande dono. L’articolo, fir­mato da una certa Corinna da Fonseca-Wollheim, si inti­tola degna­mente “Anche Bach ebbe biso­gno di Gold­berg”, rife­ren­dosi alle parole di un local­mente noto com­po­si­tore dell’Università dell’Arizona, Daniel Asia, che con appa­rente tran­quil­lità ricorda come anche il Signor Gold­berg (nome che negli Stati Uniti assume tutta una serie di con­no­ta­zioni) sia tut­tora ricor­dato per avere pagato a Bach una certa commissione.

A parte lo sva­rione sto­rico (non ci fu mai un Signor Gold­berg che com­mis­sionò una com­po­si­zione a Bach) l’articolo si dilunga con il giu­sto piglio da gior­nale eco­no­mico sulle dimen­sioni del feno­meno, e sugli aspetti finan­ziari (da quelle parti le com­mis­sioni le puoi sca­ri­care dalle tasse); vuoi com­prare un teschio di Hirst, sem­bra dirci la Fonseca-Wollheim? lascia stare! por­tati a casa un’opera di Adams, un quar­tetto di Cori­gliano (o una sona­tina di Mr. Asia). Si par­lerà di te nei secoli dei secoli. Con­ti­nua la lettura →

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Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

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Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

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Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

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Il rap­porto tra autore e libro tal­volta ricorda quello fra cane e padrone. Li vedi insieme e ti sem­bra che l’animale ras­so­mi­gli all’uomo, ne abbia assunto i tratti soma­tici e gli atteg­gia­menti; non saprai mai se è una tua fis­sa­zione – per­ché hai in testa quell’aspetto un po’ dinoc­co­lato del padrone, magari, e lo stai ini­qua­mente pro­iet­tando sul cane. Dinoc­co­lato è il padrone, dinoc­co­lato ti sem­bra anche il cane.

Io non ho cono­sciuto Luciano Berio, e non potrei dire se fosse dinoc­co­lato (ma non mi pare pro­prio per niente). Però ho cer­cato più volte di cono­scere la sua opera, e posso dire che Un ricordo al futuro, il libro che rac­co­glie le tra­scri­zioni delle sue “lezioni ame­ri­cane” (Einaudi 2006, a cura di Talia Pec­ker Berio) le ras­so­mi­gli molto. Berio ha dot­tis­simi ese­geti e allievi mici­diali capaci di sca­gliare spa­ven­tosi ana­temi, e allora metto in fila qual­che carat­te­ri­stica del libro, fac­cio finta di attri­buirla solo al libro e poi passo velo­ce­mente oltre, per­ché non è di tutto il libro che vor­rei par­lare, ma di un pre­ciso capi­tolo (di una pre­cisa conferenza).

Dun­que: il libro è scritto con una stra­nis­sima alter­nanza di zone deci­sa­mente crip­ti­che e pas­saggi di canto spia­nato. Il libro ha delle intui­zioni che ti fanno chiu­dere gli occhi e vedere quello che non avevi mai visto, e dei momenti che ti ricor­dano i pan­ta­loni a zampa d’elefante del babbo. Il libro ha dei pas­saggi, a volte pagine intere, che le rileggi una, poi due, poi tre volte per capire di cosa sta par­lando, e poi vai avanti facendo finta di capire, per­ché non ha voglia di com­mi­se­rarti a ogni pagina. Il libro mani­fe­sta un amore scon­fi­nato per l’intelligenza; un amore che a volte fa quasi paura, per­ché non sem­pre il fuoco dell’intelligenza basta a scal­darti dalla testa ai piedi; e per­ché magari ti è capi­tato di leg­gere autori che erano meno inna­mo­rati dell’intelligenza, ma in que­sto ti sem­bra­vano per­fino più intel­li­genti; ma in ogni caso ti fa venir voglia di essere più intel­li­gente (che è come cer­care di diven­tare più alti). Il libro, in ogni sin­gola con­fe­renza, mostra uno strano equi­li­brio fra trat­ta­zione pun­tuale e diva­ga­zione improv­visa. Il libro infine sem­bre­rebbe un siste­ma­tico pano­rama, ma ti rimane in testa soprat­tutto per molti brevi pas­saggi in cui ti sof­fia nell’orecchio intui­zioni e idee molto brillanti.

Dimen­ti­care la musica

berio_libroSei bel­lis­sime con­fe­renze tenute nel 1993–94 come tito­lare della cat­te­dra di poe­tica Char­les Eliot Nor­ton alla Har­vard Uni­ver­sity. Quella stessa cat­te­dra che pochi anni prima aveva ispi­rato le Lezioni ame­ri­cane di Cal­vino, e qual­che anno prima ancora The Unan­swe­red Que­stion di Bern­stein, e prima ancora Musica e imma­gi­na­zione di Copland, e prima ancora La poe­tica della musica di Stra­vin­sky. E tanti, tanti altri, fra cui il recen­tis­simo La musica sve­glia il tempo di Daniel Baren­boim. Sei diversi temi, tutti molto cari alla poe­tica di Berio. Ma fra tutte, la lezione che mi è sem­brata più inte­res­sante, per quanto breve e per certi versi imper­fetta, è la terza, dedi­cata alla memo­ria nella musica e al rap­porto con il pas­sato. Il titolo, bel­lis­simo, è “Dimen­ti­care la musica”.

Sono dodici pagine, e come le altre con­fe­renze sem­brano più un invito alla rifles­sione che una trat­ta­zione com­ples­siva, ma sono molto dense di sti­moli per chiun­que si inte­ressi alla musica di oggi, intesa sia come inter­pre­ta­zione sia come com­po­si­zione. Vi fanno ritorno alcuni dei temi che attra­ver­sano tutto il bre­vis­simo libro, e che sono cari alla poe­tica di Berio. Vor­rei per esem­pio citare la frase ini­ziale, molto bella:

Ci sono mille modi di dimen­ti­care la musica e a me inte­res­sano i modi attivi di dimen­ti­carla, piut­to­sto di quelli pas­sivi e incon­sa­pe­voli. In altre parole, mi inte­res­sano le amne­sie volon­ta­rie, anche se il desi­de­rio e il ten­ta­tivo di pos­se­dere e di ricor­dare tutta la sto­ria, di tutti i tempi e di tutti i luo­ghi, è un aspetto costi­tu­tivo del pen­siero moderno; e anche se i mezzi per sod­di­sfare que­sto desi­de­rio cer­ta­mente oggi non man­cano.
C’è, da parte di chi ascolta, la ten­denza a ricor­dare tutto il pas­sato musi­cale come fosse un bene di con­sumo a lui con­tem­po­ra­neo. Tale ten­denza ha un suo senso, per­ché il pas­sato, per l’ascoltatore, è la risorsa più dispo­ni­bile del sapere musi­cale; ma essa assume tal­volta i carat­teri di una incon­sa­pe­vole fru­stra­zione ideo­lo­gica, avendo alle sue radici non tanto un plau­si­bile codice di valori musi­cali quanto con­di­zio­na­menti di mercato.

L’idea del pas­sato musi­cale non come una grande biblio­teca della sal­vezza umana (non saprei altri­menti come defi­nirla), ma come un super­mer­cato della con­fe­zione musi­cale ricorre più volte, con mol­te­plici riso­nanze in que­sto libro. Ma poco oltre, dopo avere pagato il giu­sto debito este­tico a Adorno, c’è una frase che mi ha col­pito per come sistema le nume­rose e dif­fuse ten­ta­zioni di este­nua­zione del testo basate sulle micro­va­ria­zioni inter­pre­ta­tive, e il loro rap­porto con il mondo del consumo:

Ma la con­ser­va­zione del pas­sato ha un senso anche nega­ti­va­mente, quando diventa un modo per dimen­ti­care la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di con­ti­nuità che gli per­mette di sele­zio­nare quanto pare con­fer­mare quella stessa con­ti­nuità e di cen­su­rare tutto quanto pare distur­barla. Que­sta è la ragione per cui spesso l’esecuzione musi­cale sem­bra avere una vita auto­noma: diventa una spe­cie di mer­can­zia indif­fe­rente alla musica che dovrebbe ser­vire. Per quanto diver­si­fi­cate pos­sano sem­brare le varie maniere di ese­cu­zione, sono tutte pro­fon­da­mente radi­cate, insi­sto, nella società di con­sumo piut­to­sto che nel mondo delle idee.

Il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza

Quello della memo­ria e del rap­porto con il pas­sato è uno di temi che toc­cano con più inten­sità chiun­que abbia a che fare con la musica. Una volta si sarebbe spe­ci­fi­cato “con la musica clas­sica”, ma oggi esso riguarda in maniera altret­tanto pro­fonda il jazz e il rock. Molti com­po­si­tori, da Brahms a Mahler a Stra­vin­sky (ma anche un autore straor­di­na­rio e ati­pico come Valen­tin Silvestrov, su cui mi pia­ce­rebbe tor­nare pre­sto) sareb­bero incom­pren­si­bili senza il desi­de­rio, anche incon­scio, di riflet­tere su que­sto rap­porto. Berio stesso, in que­sta con­fe­renza, dedica un pas­sag­gio molto inte­res­sante a Mahler, autore che “soli­ta­rio all’interno di se stesso, ela­bora un discorso fatto di forze in con­tra­sto e, appunto, com­ple­men­tari, esi­bendo in uno stesso fiato, segnali melo­dici banali e con­ce­zioni ori­gi­nali isti­tu­zio­nal­mente incom­pa­ti­bili fra loro, tra­scen­dendo gesti musi­cali pri­vati in dimen­sioni spi­ri­tual­mente visio­na­rie mai udite prima”.

Molto altro ci sarebbe da dire su que­sto testo, e sulle bre­vis­sime e dense ana­lisi della Sequenza III (per voce sola) di Berio o del bal­letto Agon di Stra­vin­sky che con­tiene. Ma pre­fe­ri­sco chiu­dere qui il fin troppo lungo post, con un’altro pas­sag­gio che mi è pia­ciuto molto, e che offro all’altrui rifles­sione dopo averlo io stesso rima­sti­cato a lungo. Si parla ancora dell’interpretazione, e nella sua lapi­da­rietà si intra­ve­dono in fili­grana tante vicende della vita e della poe­tica di Berio:

L’unica forma di vir­tuo­si­smo degna di que­sto nome è il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza, capace di pene­trare e ren­dere mondi musi­cali diversi.

Amare il pas­sato, cono­scerlo e farlo vivere con rispetto nel pre­sente dell’interpretazione e della rifles­sione, ma saperlo anche dimen­ti­care per affron­tare in una pro­spet­tiva fre­sca e fidu­ciosa il futuro. Pur nella (mia) sem­pli­fi­ca­zione estrema, mi sem­bra che siano non solo le parti migliori dell’estetica di Berio, ma un pro­getto inte­res­sante per tutti. Com­po­si­tori e non.

Nella foto ini­ziale, il cui autore non ho ancora indi­vi­duato, Luciano Berio insieme a Cathy Ber­be­rian (qui per un ricordo della Berberian)

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