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Contemporanea

Post image for Come ricordare Sergio Sablich

Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

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Il pianoforte parlante

8 ottobre 2009

ablinger2

Da secoli si discetta e filo­so­feg­gia sulla musica come lin­guag­gio. Mi sono per caso imbat­tuto in un fil­mato piut­to­sto sor­pren­dente, e volevo con­di­vi­derlo. Un com­po­si­tore austriaco, Peter Ablin­ger, ha fatto reci­tare a un bam­bino ber­li­nese la Pro­cla­ma­zione (in inglese) della Corte penale inter­na­zio­nale dell’ambiente, poi ne ha ana­liz­zato il suono e lo ha ricom­po­sto in un com­ples­sis­simo ‘spar­tito’ per pia­no­forte azio­nato mec­ca­ni­ca­mente attra­verso un sistema com­pu­te­riz­zato. Il risul­tato è un pia­no­forte che parla. Let­te­ral­mente!

Ablin­ger, nato nel 1959, non è nuovo a que­sto tipo di per­for­mance, e un’occhiata al suo cata­logo può far capire la varietà delle sue tro­vate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione ber­li­nese di “A Let­ter from Schoen­berg, rea­ding piece for mini­sters for player piano and an audience rea­ding the text while hea­ring the piece”, tratto dalla rac­colta Qua­dra­tu­ren III (lo si può ascol­tare qui) In quel caso, il pia­no­forte ‘suo­nava’ una let­tera di Schoenberg.

La nuova com­po­si­zione è stata pre­sen­tata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Vene­zia, 2–3 otto­bre), dedi­cato per l’appunto alla crea­zione di una Corte mon­diale e di una Corte euro­pea per i cri­mini ambien­tali. Il fil­mato è un fram­mento di un docu­men­ta­rio tede­sco dedi­cato all’opera.

Per­so­nal­mente non lo ritengo molto più inte­res­sante di una curio­sità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato que­sta sen­sa­zione. E al tempo stesso, tut­ta­via, devo ammet­tere che accanto all’ammirazione per il mar­chin­ge­gno, la per­for­mance mi ha dato da pen­sare. È musica? È tea­tro? Qual­cosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiaz­zanti e appa­ren­te­mente ano­dine quelle che aiu­tano a riflet­tere meglio.

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bravo_gustavo

Quanti anni sono pas­sati da quando il mer­cato disco­gra­fico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assi­ste all’invecchiamento del pub­blico dei con­certi clas­sici, al pro­sciu­garsi della spinta este­tica e inno­va­tiva dello spet­ta­colo dal vivo? Quante spie­ga­zioni sono state cer­cate, quante vie d’uscita sono state inda­gate? Nel frat­tempo, sulla già fra­gile eco­no­mia della musica si sono abbat­tuti il crollo del sistema finan­zia­rio, la reces­sione, i tagli, la disoc­cu­pa­zione. Si è molto par­lato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capo­li­nea un costume finan­zia­rio che aveva por­tato l’economia mon­diale al col­lasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispun­tare i super­bo­nus per i mana­ger, i deri­vati, i titoli spaz­za­tura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti con­ve­gni, tante parole. E nel frat­tempo, un po’ come a Wall Street, cosa sta­vano facendo gli intel­li­gen­tis­simi super­ma­na­ger del big busi­ness musicale?

È molto sem­plice. Sta­vano cer­cando un nuovo Bern­stein. Quello hanno impa­rato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, per­ché nel frat­tempo non hanno matu­rato nient’altro. In fondo è un po’ come ven­dere titoli spaz­za­tura: li si occulta in un pac­chetto com­ples­si­va­mente attraente spe­rando che nes­suno abbia voglia di guar­dare troppo a fondo, e li si spac­cia per mera­vi­glie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chie­dono il per­ché. Abbiamo distrutto un mer­cato dro­gan­dolo di tre tenori, di incre­di­bili por­che­rie cros­so­ver per un pub­blico umi­liato da grande fra­tello? Abbiamo sca­vato ogni recesso della vol­ga­rità e del kitsch, uti­liz­zato ogni pos­si­bile appi­glio per ren­dere appe­ti­bile un genere musi­cale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva man­te­nuto? E ora che, dopo il pre­ve­di­bile tra­collo, qual­cosa sem­bra tor­nare a muo­versi che cosa fac­ciamo? Rico­min­ciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osser­vasse l’incredibile onda media­tica che si dif­fonde dalla Cali­for­nia, in que­sti giorni, per l’incoronazione di Duda­mel a diret­tore della Los Ange­les Phi­lhar­mo­nic. Senza un nuovo eroe su cui inve­stire tutti gli spic­cioli rima­sti, sem­bra sia impos­si­bile pro­get­tare una qual­siasi ripresa. Ed ecco che il pas­sag­gio di un gio­vane (e bravo, per carità) diret­tore alla guida di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane non può che diven­tare un lan­cio in stile Hol­ly­wood, con tanto di brand (Gustavo!), mini­siti, tec­ni­che aggres­sive di mar­ke­ting e per­sino un gio­chino elet­tro­nico, finan­ziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giu­sta per uscire dalla crisi? Inu­tile doman­dar­selo: è l’unica che que­sta indu­stria dello spet­ta­colo, i suoi finan­zia­tori e i suoi impro­ba­bili mana­ger, sap­piano tro­vare. Per­so­nal­mente la defi­ni­rei una coa­zione a ripe­tere che ha del pato­lo­gico. Ma imma­gino che tro­vare qual­siasi altra strada avrebbe com­por­tato così tanto lavoro e così tante sfide intel­let­tuali ed eco­no­mi­che che la sola spe­ranza sarebbe stata da folli. Senza con­tare, e que­sto è forse l’elemento deter­mi­nante, che sarebbe stato tutto infi­ni­ta­mente meno diver­tente. Il grande busi­ness della musica è un vec­chio malato che gioca a fare il bam­bino, diviso tra la flebo e la play­sta­tion. Quello che ci chiede è solo di chiu­dere gli occhi e di gio­care con lui; tutto tor­nerà come prima, promesso.

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ross_libro

Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pet­te­go­lezzo. Con­ti­nua la lettura →

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose sel­va­ti­che
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubria­chi di baci
Tuf­fate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove tro­vare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il rag­gio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stri­dono le bandiere.

Mit gel­ben Bir­nen hän­get
Und voll mit wil­den Rosen
Das Land in den See,
Ihr hol­den Sch­wäne,
Und trun­ken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins hei­li­gnü­ch­terne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Win­ter ist, die Blu­men, und wo
Den Son­nen­schein,
Und Schat­ten der Erde?
Die Mauern stehn
Spra­chlos und kalt, im Winde
Klir­ren die Fahnen.

Si può anche solo imma­gi­nare poe­sia più bella e pro­fonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Frie­drich Höl­der­lin? Credo di non esa­ge­rare se dico che si tratta di una delle più belle della let­te­ra­tura euro­pea. Quella prima strofa così sen­suale, con una divi­sione che è un inno alla com­ple­tezza: la super­fi­cie dell’acqua che separa il visi­bile dall’invisibile, e tutto che sem­bra volere tra­pas­sare, feli­ce­mente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori sel­va­tici – le rose –, i cigni che nuo­tando immer­gendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sen­suale abbrac­cio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di ele­menti infer­tili e impe­ne­tra­bili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desi­de­rio e volontà – le ban­de­ruole al vento. Com’è lon­tana la fidu­cia nel ciclico tor­nare delle sta­gioni che tanta parte della cul­tura occi­den­tale aveva nutrito, dalla natura di Lucre­zio ai mera­vi­gliosi mesi di Bene­detto Ante­lami nel bat­ti­stero del Duomo di Parma – e sul por­tale del Duomo di Fidenza e su quello di Cre­mona, e di chissà quante altre archi­tet­ture roma­ni­che – dai con­certi delle Sta­gioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piut­to­sto da chie­dersi e se Wilhelm Mül­ler, l’autore delle poe­sie che poi Schu­bert, con fol­go­rante intui­zione ha rac­colto nella Win­ter­reise, “Viag­gio d’inverno”, cono­scesse que­sta poe­sia. La rac­colta di Mül­ler era stata pub­bli­cata sulla rivi­sta “Ura­nia” nel 1823. L’immagine della ban­de­ruola segna­vento, ‘die Wet­ter­fähne’, così lace­ran­te­mente tra­sfi­gu­rata da Schu­bert, sem­bre­rebbe quasi una cita­zione let­te­rale. Si potrebbe per­sino dire che in que­sti 14 versi sia pre­fi­gu­rato in breve l’intero ciclo schu­ber­tiano. Con­ti­nua la lettura →

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Mentre alcuni nuovi pezzi di Fier­re­bras non vogliono pro­prio scri­versi da soli, ci sono mille noti­zie dal mondo della musica che mi pia­ce­rebbe con­di­vi­dere. Noti­zie che riflet­tono quanto esso sia com­plesso, arti­co­lato e un poco pazzo. Eccone tre di ieri.

La prima è una bella inchie­sta del New Music Box, il sito inter­net dell’Ame­ri­can Music Cen­ter, dedi­cata alla buona salute di cui godono – in un mer­cato disco­gra­fico scon­volto dalla crisi eco­no­mica e di idee – le eti­chette indi­pen­denti spe­cia­liz­zate nella pro­du­zione e distri­bu­zione di musica con­tem­po­ra­nea. Il loro modello di busi­ness non è certo quello delle major (i com­po­si­tori o gli spon­sor nor­mal­mente pagano la pro­du­zione del disco) ma il loro inso­sti­tui­bile com­pito è ricam­biato da un suc­cesso che sta assu­mendo le dimen­sioni di un boom. Con­tro qual­siasi fosca previsione.

La seconda e la terza sono col­le­gate. Un arti­colo del Times ci rac­conta del primo scio­pero pro­cla­mato dai lavo­ra­tori del Festi­val di Bay­reuth. Si tratta di 60 mac­chi­ni­sti e di un cen­ti­naio di lavo­ra­tori a con­tratto che con­te­stano la lega­lità dei con­tratti fir­mati dall’ex diret­tore del Festi­val, Wol­fgang Wag­ner. E così, men­tre si lavora per man­dare in scena l’ennesimo, son­tuoso Tri­stan und Isolde, davanti alla con­sueta pla­tea luc­ci­cante di uomini poli­tici, magnati della finanza e alta bor­ghe­sia inter­na­zio­nale, sco­priamo che la paga ora­ria di un mac­chi­ni­sta, di un elet­tri­ci­sta o di un attrez­zi­sta impe­gnati sul pal­co­sce­nico è di circa 4 euro. Con­tem­po­ra­nea­mente, un arti­colo pub­bli­cato sul sito di Bloom­berg ci informa del fatto che Peter Gelb ha gua­da­gnato nel 2008 circa 1,5 milioni di dol­lari con il suo lavoro di Gene­ral Mana­ger alla Metro­po­li­tan Opera di New York, con un incre­mento rispetto all’anno pre­ce­dente del 36%. Che cosa c’entra? Boh, ognuno si fac­cia il suo parere.

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glass

Che regalo può sce­gliere l’avvocato Bru­satti Coro­nèo per il com­pleanno della gio­vane ed ele­gante moglie? Si era deciso per una col­lana d’oro con pen­da­glio a forma di far­falla, ma ora ha letto che può fare cafone. Poi, in stu­dio, ha tro­vato il Wall Street Jour­nal e gli è venuta un’idea fantastica.

C’è scritto che un signore di Har­ri­sburg, Penn­syl­va­nia, tale Mar­tin Mur­ray, un dilet­tante di vio­lino spo­sato da meno di due anni, per il set­tan­te­simo com­pleanno della moglie (!) si è rivolto a un’associazione non­pro­fit spe­cia­liz­zata nell’intermediazione tra com­mis­sio­nari e com­po­si­tori: Meet the Com­po­ser (MTC). Voleva una sonata per vio­lino e pia­no­forte di un quarto d’ora circa, ese­gui­bile da musi­ci­sti non pro­fes­sio­ni­sti di medio livello tec­nico. Sor­presa: l’associazione l’ha messo in con­tatto con il più famoso dei com­po­si­tori ame­ri­cani viventi, Phi­lip Glass, e quest’ultimo ha accet­tato la com­mis­sione. Ne è nato un party di cui tutti gli amici ancora par­lano a Har­ri­sburg e din­torni; al momento del regalo, lui prende il vio­lino, una pia­ni­sta si siede al pia­no­forte, e arriva il grande dono. L’articolo, fir­mato da una certa Corinna da Fonseca-Wollheim, si inti­tola degna­mente “Anche Bach ebbe biso­gno di Gold­berg”, rife­ren­dosi alle parole di un local­mente noto com­po­si­tore dell’Università dell’Arizona, Daniel Asia, che con appa­rente tran­quil­lità ricorda come anche il Signor Gold­berg (nome che negli Stati Uniti assume tutta una serie di con­no­ta­zioni) sia tut­tora ricor­dato per avere pagato a Bach una certa commissione.

A parte lo sva­rione sto­rico (non ci fu mai un Signor Gold­berg che com­mis­sionò una com­po­si­zione a Bach) l’articolo si dilunga con il giu­sto piglio da gior­nale eco­no­mico sulle dimen­sioni del feno­meno, e sugli aspetti finan­ziari (da quelle parti le com­mis­sioni le puoi sca­ri­care dalle tasse); vuoi com­prare un teschio di Hirst, sem­bra dirci la Fonseca-Wollheim? lascia stare! por­tati a casa un’opera di Adams, un quar­tetto di Cori­gliano (o una sona­tina di Mr. Asia). Si par­lerà di te nei secoli dei secoli. Con­ti­nua la lettura →

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Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

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Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

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Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

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Il rap­porto tra autore e libro tal­volta ricorda quello fra cane e padrone. Li vedi insieme e ti sem­bra che l’animale ras­so­mi­gli all’uomo, ne abbia assunto i tratti soma­tici e gli atteg­gia­menti; non saprai mai se è una tua fis­sa­zione – per­ché hai in testa quell’aspetto un po’ dinoc­co­lato del padrone, magari, e lo stai ini­qua­mente pro­iet­tando sul cane. Dinoc­co­lato è il padrone, dinoc­co­lato ti sem­bra anche il cane.

Io non ho cono­sciuto Luciano Berio, e non potrei dire se fosse dinoc­co­lato (ma non mi pare pro­prio per niente). Però ho cer­cato più volte di cono­scere la sua opera, e posso dire che Un ricordo al futuro, il libro che rac­co­glie le tra­scri­zioni delle sue “lezioni ame­ri­cane” (Einaudi 2006, a cura di Talia Pec­ker Berio) le ras­so­mi­gli molto. Berio ha dot­tis­simi ese­geti e allievi mici­diali capaci di sca­gliare spa­ven­tosi ana­temi, e allora metto in fila qual­che carat­te­ri­stica del libro, fac­cio finta di attri­buirla solo al libro e poi passo velo­ce­mente oltre, per­ché non è di tutto il libro che vor­rei par­lare, ma di un pre­ciso capi­tolo (di una pre­cisa conferenza).

Dun­que: il libro è scritto con una stra­nis­sima alter­nanza di zone deci­sa­mente crip­ti­che e pas­saggi di canto spia­nato. Il libro ha delle intui­zioni che ti fanno chiu­dere gli occhi e vedere quello che non avevi mai visto, e dei momenti che ti ricor­dano i pan­ta­loni a zampa d’elefante del babbo. Il libro ha dei pas­saggi, a volte pagine intere, che le rileggi una, poi due, poi tre volte per capire di cosa sta par­lando, e poi vai avanti facendo finta di capire, per­ché non ha voglia di com­mi­se­rarti a ogni pagina. Il libro mani­fe­sta un amore scon­fi­nato per l’intelligenza; un amore che a volte fa quasi paura, per­ché non sem­pre il fuoco dell’intelligenza basta a scal­darti dalla testa ai piedi; e per­ché magari ti è capi­tato di leg­gere autori che erano meno inna­mo­rati dell’intelligenza, ma in que­sto ti sem­bra­vano per­fino più intel­li­genti; ma in ogni caso ti fa venir voglia di essere più intel­li­gente (che è come cer­care di diven­tare più alti). Il libro, in ogni sin­gola con­fe­renza, mostra uno strano equi­li­brio fra trat­ta­zione pun­tuale e diva­ga­zione improv­visa. Il libro infine sem­bre­rebbe un siste­ma­tico pano­rama, ma ti rimane in testa soprat­tutto per molti brevi pas­saggi in cui ti sof­fia nell’orecchio intui­zioni e idee molto brillanti.

Dimen­ti­care la musica

berio_libroSei bel­lis­sime con­fe­renze tenute nel 1993–94 come tito­lare della cat­te­dra di poe­tica Char­les Eliot Nor­ton alla Har­vard Uni­ver­sity. Quella stessa cat­te­dra che pochi anni prima aveva ispi­rato le Lezioni ame­ri­cane di Cal­vino, e qual­che anno prima ancora The Unan­swe­red Que­stion di Bern­stein, e prima ancora Musica e imma­gi­na­zione di Copland, e prima ancora La poe­tica della musica di Stra­vin­sky. E tanti, tanti altri, fra cui il recen­tis­simo La musica sve­glia il tempo di Daniel Baren­boim. Sei diversi temi, tutti molto cari alla poe­tica di Berio. Ma fra tutte, la lezione che mi è sem­brata più inte­res­sante, per quanto breve e per certi versi imper­fetta, è la terza, dedi­cata alla memo­ria nella musica e al rap­porto con il pas­sato. Il titolo, bel­lis­simo, è “Dimen­ti­care la musica”.

Sono dodici pagine, e come le altre con­fe­renze sem­brano più un invito alla rifles­sione che una trat­ta­zione com­ples­siva, ma sono molto dense di sti­moli per chiun­que si inte­ressi alla musica di oggi, intesa sia come inter­pre­ta­zione sia come com­po­si­zione. Vi fanno ritorno alcuni dei temi che attra­ver­sano tutto il bre­vis­simo libro, e che sono cari alla poe­tica di Berio. Vor­rei per esem­pio citare la frase ini­ziale, molto bella:

Ci sono mille modi di dimen­ti­care la musica e a me inte­res­sano i modi attivi di dimen­ti­carla, piut­to­sto di quelli pas­sivi e incon­sa­pe­voli. In altre parole, mi inte­res­sano le amne­sie volon­ta­rie, anche se il desi­de­rio e il ten­ta­tivo di pos­se­dere e di ricor­dare tutta la sto­ria, di tutti i tempi e di tutti i luo­ghi, è un aspetto costi­tu­tivo del pen­siero moderno; e anche se i mezzi per sod­di­sfare que­sto desi­de­rio cer­ta­mente oggi non man­cano.
C’è, da parte di chi ascolta, la ten­denza a ricor­dare tutto il pas­sato musi­cale come fosse un bene di con­sumo a lui con­tem­po­ra­neo. Tale ten­denza ha un suo senso, per­ché il pas­sato, per l’ascoltatore, è la risorsa più dispo­ni­bile del sapere musi­cale; ma essa assume tal­volta i carat­teri di una incon­sa­pe­vole fru­stra­zione ideo­lo­gica, avendo alle sue radici non tanto un plau­si­bile codice di valori musi­cali quanto con­di­zio­na­menti di mercato.

L’idea del pas­sato musi­cale non come una grande biblio­teca della sal­vezza umana (non saprei altri­menti come defi­nirla), ma come un super­mer­cato della con­fe­zione musi­cale ricorre più volte, con mol­te­plici riso­nanze in que­sto libro. Ma poco oltre, dopo avere pagato il giu­sto debito este­tico a Adorno, c’è una frase che mi ha col­pito per come sistema le nume­rose e dif­fuse ten­ta­zioni di este­nua­zione del testo basate sulle micro­va­ria­zioni inter­pre­ta­tive, e il loro rap­porto con il mondo del consumo:

Ma la con­ser­va­zione del pas­sato ha un senso anche nega­ti­va­mente, quando diventa un modo per dimen­ti­care la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di con­ti­nuità che gli per­mette di sele­zio­nare quanto pare con­fer­mare quella stessa con­ti­nuità e di cen­su­rare tutto quanto pare distur­barla. Que­sta è la ragione per cui spesso l’esecuzione musi­cale sem­bra avere una vita auto­noma: diventa una spe­cie di mer­can­zia indif­fe­rente alla musica che dovrebbe ser­vire. Per quanto diver­si­fi­cate pos­sano sem­brare le varie maniere di ese­cu­zione, sono tutte pro­fon­da­mente radi­cate, insi­sto, nella società di con­sumo piut­to­sto che nel mondo delle idee.

Il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza

Quello della memo­ria e del rap­porto con il pas­sato è uno di temi che toc­cano con più inten­sità chiun­que abbia a che fare con la musica. Una volta si sarebbe spe­ci­fi­cato “con la musica clas­sica”, ma oggi esso riguarda in maniera altret­tanto pro­fonda il jazz e il rock. Molti com­po­si­tori, da Brahms a Mahler a Stra­vin­sky (ma anche un autore straor­di­na­rio e ati­pico come Valen­tin Silvestrov, su cui mi pia­ce­rebbe tor­nare pre­sto) sareb­bero incom­pren­si­bili senza il desi­de­rio, anche incon­scio, di riflet­tere su que­sto rap­porto. Berio stesso, in que­sta con­fe­renza, dedica un pas­sag­gio molto inte­res­sante a Mahler, autore che “soli­ta­rio all’interno di se stesso, ela­bora un discorso fatto di forze in con­tra­sto e, appunto, com­ple­men­tari, esi­bendo in uno stesso fiato, segnali melo­dici banali e con­ce­zioni ori­gi­nali isti­tu­zio­nal­mente incom­pa­ti­bili fra loro, tra­scen­dendo gesti musi­cali pri­vati in dimen­sioni spi­ri­tual­mente visio­na­rie mai udite prima”.

Molto altro ci sarebbe da dire su que­sto testo, e sulle bre­vis­sime e dense ana­lisi della Sequenza III (per voce sola) di Berio o del bal­letto Agon di Stra­vin­sky che con­tiene. Ma pre­fe­ri­sco chiu­dere qui il fin troppo lungo post, con un’altro pas­sag­gio che mi è pia­ciuto molto, e che offro all’altrui rifles­sione dopo averlo io stesso rima­sti­cato a lungo. Si parla ancora dell’interpretazione, e nella sua lapi­da­rietà si intra­ve­dono in fili­grana tante vicende della vita e della poe­tica di Berio:

L’unica forma di vir­tuo­si­smo degna di que­sto nome è il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza, capace di pene­trare e ren­dere mondi musi­cali diversi.

Amare il pas­sato, cono­scerlo e farlo vivere con rispetto nel pre­sente dell’interpretazione e della rifles­sione, ma saperlo anche dimen­ti­care per affron­tare in una pro­spet­tiva fre­sca e fidu­ciosa il futuro. Pur nella (mia) sem­pli­fi­ca­zione estrema, mi sem­bra che siano non solo le parti migliori dell’estetica di Berio, ma un pro­getto inte­res­sante per tutti. Com­po­si­tori e non.

Nella foto ini­ziale, il cui autore non ho ancora indi­vi­duato, Luciano Berio insieme a Cathy Ber­be­rian (qui per un ricordo della Berberian)

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phaedra

Il 24 aprile scorso sono stati pub­bli­cati i nomi dei vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati; la ceri­mo­nia di con­se­gna, come un po’ pom­po­sa­mente si chia­mano que­ste occa­sioni, si terrà il 29 mag­gio pros­simo al Tea­tro Sociale di Ber­gamo. In un pre­ce­dente post, in mar­gine ad alcune osser­va­zioni sul Puli­tzer Price, avevo mani­fe­stato una certa insof­fe­renza nei con­fronti dei premi musi­cali ita­liani e dei loro mec­ca­ni­smi di asse­gna­zione. L’Abbiati è il più pre­sti­gioso e ambìto di que­sti, forse l’unico che sap­pia ancora dire qual­cosa al mondo musi­cale, e quindi vale la pena di osser­varlo con attenzione.

Il pre­mio e i suoi prin­cìpi (o prìncipi?)

Inti­to­lato al musi­co­logo Franco Abbiati, per quasi quarant’anni cri­tico del “Cor­riere della Sera”, il “Pre­mio della cri­tica musi­cale” viene asse­gnato dall’Asso­cia­zione Nazio­nale Cri­tici Musi­cali fin dal 1980 (per la pre­ci­sione, l’associazione è nata nel 1986 pro­prio intorno alle riu­nioni che da diversi anni si tene­vano a Ber­gamo per l’assegnazione del pre­mio). Per capire che cosa rap­pre­senti nello spa­zio cul­tu­rale ita­liano (e nei desi­deri di chi ogni anno se ne assume le fati­che), vale la pena di citare un brano tratto dal sito dell’Associazione:

Attra­verso i vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati, l’Associazione nazio­nale cri­tici musi­cali ha dato spa­zio alle realtà locali che rap­pre­sen­tano l’autentica ric­chezza della vita musi­cale ita­liana e che non hanno la visi­bi­lità dei grandi enti pur aven­done, tal­volta, l’importanza cul­tu­rale. Allo stesso modo l’Associazione si è impe­gnata a ricor­dare il lavoro iso­lato e silen­zioso di per­so­naggi non rico­no­sciuti dal “potere” né dai mass-media (ope­ra­tori arti­stici, didatti, edi­tori, “mae­stri” di vita non solo musi­cale), e a segna­lare il rilievo intel­let­tuale di fatti o mani­fe­sta­zioni che hanno indi­riz­zato la vita musi­cale del nostro paese. Elo­quente annua­rio più che pagella l’albo d’oro del Pre­mio Abbiati è una sorta di pro­me­mo­ria arti­stico di oltre un quarto di secolo di musica in Ita­lia, ma è stato anche un tram­po­lino di lan­cio per gio­vani arti­sti e una dichia­ra­zione di fidu­cia nei con­fronti di realtà poco con­si­de­rate. Oltre a essere lo stru­mento pri­vi­le­giato dell’Associazione per prese di posi­zione ‘poli­ti­che’, tal­volta for­te­mente cri­ti­che, nei con­fronti di cru­ciali que­stioni isti­tu­zio­nali e legislative.

La frase sull’albo d’oro riflette l’antico ossi­moro dei premi: un pre­mio dovrebbe fare onore a qual­cuno, ma ono­rando chi è dav­vero meri­te­vole, in fondo onora soprat­tutto se stesso e chi lo con­fe­ri­sce. In que­sto senso, ogni pre­mio è uno scam­bio: l’autorevolezza dell’artista pre­miato rico­no­sce e mani­fe­sta l’autorevolezza dei pre­mianti. Lo sapeva molto bene l’amato Tho­mas Ber­n­hard, che con i premi intrat­tenne sem­pre un rap­porto di amore-odio – con netta pre­va­lenza dell’odio – e che in più di un caso si sca­gliò con ter­ri­fi­cante vio­lenza con­tro que­sto mec­ca­ni­smo infer­nale. Nel caso di un pre­mio con­fe­rito da un’associazione di cri­tici musi­cali, poi, la fac­cenda si fa ancora più com­pli­cata; certo, sem­pre meno com­pli­cata di quando sono gli orga­niz­za­tori musi­cali a pre­miare i cri­tici (vedi per esem­pio il Pre­mio D’Arcangelo, che per for­tuna con­si­ste in 50 bot­ti­glie di vino). Discorso ancora a parte, i premi per la cri­tica musi­cale, in cui i cri­tici stessi se la can­tano e se la suo­nano da soli. L’apoteosi dell’autoreferenzialità, insomma.

Un luc­ci­cante “albo d’oro”

Ma tor­nando all’Abbiati, il cosid­detto albo d’oro è effet­ti­va­mente un ritratto molto vivace della vita musi­cale ita­liana, con una netta pre­va­lenza dei valori spet­ta­co­lari (come in fondo è pre­ve­di­bile data la com­po­si­zione della giu­ria). Vediamo un po’, per esem­pio, i diret­tori d’orchestra. Si parte con un buffo ex-aequo Abbado-Muti (una spe­cie di Camp David?) nella prima edi­zione 1980–81 – negli anni i pre­mianti ripa­re­ranno: Muti viene ripre­miato nell’88–89, Abbado nel 2000-01. In ogni caso il qua­dro rispec­chia cor­ret­ta­mente il meglio della vita musi­cale ita­liana (e natu­ral­mente non solo): si comin­cia con i giganti sto­rici (Bern­stein, Klei­ber, Celi­bi­da­che, Gavaz­zeni, Sawal­lish ecc.), poi piano piano la rosa si apre e con andate e ritorni (Temir­ka­nov vince due volte) si vede scor­rere tutto il meglio che il setac­cio ita­liano ha trat­te­nuto dalla scena mon­diale. Quest’anno il vin­ci­tore è Roberto Abbado: molto meri­tato e pun­tuale, si potrebbe dire, dati i begli spet­ta­coli che ha ina­nel­lato nel 2008, in Ita­lia e all’estero.

Ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per quasi tutte le altre cate­go­rie. I regi­sti, per esem­pio. Si parte con Stre­hler, e poi via via, com­pa­iono gli autori, a volte accom­pa­gnati dagli sce­no­grafi, di tanti bel­lis­simi spet­ta­coli ita­liani; in più di un caso la scelta è abba­stanza ardita, in altri più scon­tata: Ronconi-De Simone-Chéreau-Pizzi-Asari-Cobelli-Ronconi (e due)-Vick-Krämer-Ronconi/Palli (e tre)-Terleckij/Hugues-Wilson-Zeffirelli-De Ana-Vick (e due)-De Monticelli-Pountney/Bjorson-Krief-De Ana (e due)-Moschopoulos/Fotopoulos-Carsen-Martone-Medcalf-Barberio Corsetti-Michieletto. Quest’anno il pre­miato è Tcher­nia­kov per il Gio­ca­tore della Scala. Anche per i can­tanti, una scelta ocu­lata che rispec­chia una fre­quen­ta­zione con­ti­nua della realtà musi­cale. I cri­tici ita­liani girano per i tea­tri, ascol­tano, guar­dano i grandi spet­ta­coli – quelli di cui molta parte di mondo non tro­verà mai i biglietti – anno­tano, ricor­dano. Giu­di­cano spesso con equi­li­brio, tal­volta con pigri­zia, ma poi pre­miano ciò che è impor­tante, signi­fi­ca­tivo, grande o meno grande che sia.

Quest’anno, lo spet­ta­colo pre­miato (pote­vano esserci dubbi?) è il Fide­lio di Abbado e Kraus a Reg­gio Emi­lia. Se Abbado torna all’opera, tutto il ruti­lante car­roz­zone degli amanti dello spet­ta­colo da impe­ra­tori con­verge sul mira­co­lato tea­tro; due recite? che importa, quanti vuoi che siano gli aventi diritto?! 2300 posti sono anche troppi. Costi? Sono coperti degli spon­sor, non stiamo a fic­care troppo il naso, che poi non ci invi­tano più. Così è ovvio, non c’è gara. Certo, la difesa delle realtà locali che sono la ric­chezza della vita musi­cale ita­liana, così com’era scritto nel fer­vo­rino dell’associazione, qui prende un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare; ma d’altro canto, par­lare di tea­tro d’opera oggi richiede un “razio­nale e lucido pes­si­mi­smo”, come dice la moti­va­zione del pre­mio al Fide­lio. E in ogni caso si sa che le pole­mi­chette negli anni si per­dono, ma l’albo d’oro rimane, lasciando al mondo un’immagine di eccel­lenza asso­luta. E così, effet­ti­va­mente, è. Ha ragione il sito, l’albo d’oro pre­senta un Ita­lia dello spet­ta­colo lirico viva e crea­tiva. Forse con un’eccezione…

Ma siamo sicuri che la musica di oggi sia pro­prio questa?

Ed ecco che si ritorna a quanto si disse a pro­po­sito del Puli­tzer. Certo, quel famoso (ma anche discusso, come tutto, dap­per­tutto!) pre­mio si limita alla crea­ti­vità sta­tu­ni­tense, e in que­sto senso il gioco potrebbe sem­brare più sem­plice. Il pre­mio Abbiati riflette invece la realtà spet­ta­co­lare: cosa i cri­tici hanno ascol­tato e visto. Eppure, a un nor­male ascol­ta­tore curioso della musica d’oggi che scor­resse la lista dei pre­miati per la cate­go­ria “novità asso­luta per l’Italia”, potrebbe anche pren­dere una stretta al cuore. Stockhausen-Donatoni-Nono-Boulez-Togni-Manzoni-Guarnieri-Kurtág-Boulez (e due)-Sciarrino-Gubaidulina-Clementi-Rihm-Berio-Holliger-Berio (e due)-Grisey-Henze-Kagel-Boulez (e tre)-Cappelli-Guarnieri (e due)-Vacchi/Carter-Romitelli-Kurtág (e due)-Lachenmann-Fedele. In 28 anni di sto­ria musi­cale, l’unico ame­ri­cano pre­miato è stato Car­ter (però a metà con Vac­chi). L’intera sta­gione del neo­ro­man­ti­ci­smo, dei post-minimalisti dei non-avanguardisti è pas­sata inos­ser­vata. Non un solo mave­rick, di qua­lun­que colore, paese, visione o cre­denza (in que­sto senso, forse solo Gubaidulina).

Certo si potrà obiet­tare: il pre­mio riguarda le prime ese­cu­zioni asso­lute in Ita­lia. Non è colpa dei cri­tici se Andries­sen o Reich o Adams (e que­sti non sono certo mave­rick) non ven­gono a rap­pre­sen­tare le loro cose per la prima volta da noi; piut­to­sto pren­de­te­vela con gli orga­niz­za­tori musi­cali. Va bene. Certo che però quel Bou­lez pre­miato tre volte come com­po­si­tore per Repons (1983−84), Le Visage nup­tial (1988−89) e Sur incises (1999−2000), poi, natu­ral­mente, una quarta come diret­tore (1986−87): non è che la cosa fac­cia pro­prio pen­sare a un grande sforzo di auto­no­mia, vita­lità cul­tu­rale e curio­sità intellettuale.

Quest’anno il pre­mio è andato alla Phae­dra di Henze del Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; in que­sto caso il pre­mio non per­mette alcuna pole­mica, per­ché lo spet­ta­colo era dav­vero molto bello: Henze è un mae­stro la cui forza emo­tiva e crea­tiva sono una straor­di­na­ria bene­di­zione per l’intero mondo dell’arte; Henze, che ha vinto tre Abbiati di cui due “spe­ciali”, è tut­ta­via anche il mas­simo allon­ta­na­mento con­sen­tito dal main­stream della musica con­tem­po­ra­nea in Ita­lia; in ogni caso “con­sen­tito” adesso, per­ché quarant’anni fa lo si copriva di fischi. Altro caso, Kur­tág ha vinto due volte, se non si conta il pre­mio al Festi­val Kur­tág di “Milano Musica”; Kur­tág pren­derà quest’anno anche il Leone d’Oro alla car­riera a Vene­zia. È un grande com­po­si­tore, e que­ste con­ver­genze non dovreb­bero stupire.

E allora?

E allora la tri­stezza non viene dalle sin­gole e iso­late asse­gna­zioni, tutte più o meno sacro­sante dal punto di vista del valore asso­luto (dif­fi­cile avere un qua­dro suf­fi­cien­te­mente com­pleto di ogni sin­golo anno per potersi espri­mere sul valore rela­tivo); la tri­stezza viene dall’abissale distanza che divide que­sta ‘com­ples­siva’ visione da parte della cri­tica, rispetto alla realtà della vita musi­cale odierna. E parlo della realtà della musica che si ascolta, si ese­gue e si “con­suma”, in Ita­lia come nel resto del mondo. Una distanza che nessun’altra cate­go­ria pre­miata dai “giu­rati” dell’Abbiati mi pare rispec­chiare. Perché?

Nella foto un istante della Phae­dra di H.W. Henze rap­pre­sen­tata al Mag­gio Musi­cale Fiorentino.

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steve_reich

Questa volta ce l’ha fatta. Dopo essere arri­vato nella rosa dei fina­li­sti nel 2003 (con Three Tales, mica con un pez­zet­tino!), 2004 e 2005 quest’anno Reich ha vinto il Puli­tzer per la musica con Dou­ble Sex­tet, un pezzo per dodici stru­men­ti­sti o per sestetto e nastro magne­tico che sicu­ra­mente pre­sto potremo ascol­tare su cd o dal vivo (infor­ma­zioni sul sito di Boosey).

Il pre­mio con­si­ste in 10.000 dol­lari e tanta pub­bli­cità, dovuta soprat­tutto al pre­sti­gio di un nome legato alle altre sezioni, quelle per il gior­na­li­smo e la let­te­ra­tura. Ciò detto, osser­vare la lista dei fina­li­sti e dei vin­ci­tori fa un certo effetto. Menotti l’ha vinto due volte, con The Saint of Bleec­ker Street e con le musi­che di The Con­sul (più una terza con il bel libretto per la Vanessa di Bar­ber); Copland l’ha vinto con Appa­la­chian Spring (era il 1945; pochi anni dopo invece dei premi sareb­bero arri­vate le basto­nate gover­na­tive); Ives con la Terza Sin­fo­nia; Car­ter due volte con gli incre­di­bili SecondoTerzo Quar­tetto; e poi Vir­gil Thomp­son, Wal­ter Piston, Ned Rorem, Col­grass, Del Tre­dici, Ses­sions, Har­bi­son, Cori­gliano, Lie­ber­son (quat­tro volte in finale, l’ultima con i bel­lis­simi Neruda Songs, ma mai vin­ci­tore); John Adams va in finale nel 1998 con i Cen­tury Rolls, ma vince nel 2004 con il grande On the Tran­smi­gra­tion of Souls. E ancora: Stucky, Ornette Cole­man, David Lang, Aaron Jay Ker­nis. Certo, ce n’è per tutti i gusti; c’è anche qual­che assenza – una per tutte, quella oggi visto­sis­sima di Bern­stein (fino a non molti anni fa deci­sa­mente meno vistosa).

Ma la cosa che mi col­pi­sce di più è que­sta: potrò sba­gliarmi, ma la lista rap­pre­senta bene i gusti musi­cali e la vita con­cer­ti­stica del tempo; non solo per la quan­tità di musica più o meno bella ma comun­que ese­guita (!) che com­prende, ma anche per gli alti e bassi dei diversi stili e dei com­po­si­tori che li rap­pre­sen­tano nel corso degli anni. Dico que­sto per­ché non rie­sco a vedere niente di simile in Ita­lia. Nes­sun pre­mio ha un pre­sti­gio para­go­na­bile, e fra quelli che hanno una certa impor­tanza se non altro per il con­te­sto (penso per esem­pio alla Bien­nale Musica di Vene­zia e ai suoi due Leoni d’oro) l’assegnazione dei rico­no­sci­menti segue pale­se­mente delle strade tutte par­ti­co­lari. Ma se uno guarda al deso­lante momento dei premi e dei con­corsi negli altri campi dell’arte e della cul­tura in Ita­lia, poi si chiede per­ché la situa­zione dovrebbe essere diversa per la musica. E infatti non lo è. Peccato.

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Come è noto, un quar­tetto all-stars for­mato da Yo-Yo Ma, Itz­hak Perl­man, Gabriela Mon­tero e Anthony McGill ha ese­guito, poco prima del giu­ra­mento di Barak Obama, “Air and Sim­ple Gift”, una com­po­si­zione scritta per l’occasione da John Wil­liams. Data la tem­pe­ra­tura, i quat­tro musi­ci­sti hanno suo­nato in play-back, cioè agli ascol­ta­tori era dif­fusa una ver­sione pre­re­gi­strata del pezzo. Ma visto che, per esi­genze di figura, davanti agli stru­men­ti­sti erano stati piaz­zati dei micro­foni, qual­cuno potrebbe chie­dersi che cosa que­sti micro­foni abbiano cap­tato in quello sto­rico evento.

In breve: che cosa hanno vera­mente suo­nato i quat­tro esperti musi­ci­sti? Ci viene oggi in aiuto una rico­stru­zione (sati­rica?) messa a dispo­si­zione di Yout Tube da qual­che infor­mato insi­der. La segnala Alex Ross, che ringrazio.

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Alcuni giorni fa, il Maga­zine del “Cor­riere della Sera” ha pub­bli­cato la tra­du­zione di un bel­lis­simo arti­colo di Tom Wolfe. Si trat­tava di un chi­lo­me­trico, iper­bo­lico e piro­tec­nico pezzo scritto da Wolfe per ricor­dare il geniale edi­tore Clay Fel­ker e gli anni d’oro del “New York Maga­zine”. Pur­troppo non l’ho tro­vato né sul sito del Cor­riere né su nes­sun altro sito in ita­liano, ma que­sto è l’originale pub­bli­cato dal “New York”. Si parla degli anni migliori del gior­na­li­smo di costume, quando l’indagine sulla stra­ti­fi­ca­zione sociale, gli stili di vita e l’individuazione di sta­tus è diven­tata un’arte e un genere let­te­ra­rio. E si parla anche della nascita dell’articolo che ha pro­iet­tato lo stesso Wolfe nel fir­ma­mento del gior­na­li­smo di costume ame­ri­cano; l’articolo che ha creato la defi­ni­zione poi abu­sata di Radi­cal chic, e asse­stato una maz­zata mici­diale alla cop­pia più ele­gante di New York: quella for­mata da Leo­nard e Feli­cia Bernstein.

Rias­sumo in breve il pas­sag­gio dedi­cato a quell’avvenimento, famo­sis­simo ma sem­pre diver­tente. Wolfe una mat­tina bighel­lo­nava nella reda­zione di una rivi­sta con­cor­rente (Harper’s), quando su un tavolo avvi­sta un car­ton­cino d’invito; curioso come dev’essere un cac­cia­tore di costumi, lo apre e rab­bri­vi­dendo sco­pre che riguar­dava un party nel cele­bre attico dei Bern­stein a Park Ave­nue, orga­niz­zato in soste­gno delle Pan­tere Nere. La crème dell’alta società bianca che invita le Pan­tere Nere a un party! Il mas­simo dell’esausto da stra­vizi che cerca il bri­vido per­duto con il mas­simo della gio­ventù musco­losa e furiosa!

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Natu­ral­mente Wolfe si pre­senta dai Bern­stein con in tasca un regi­stra­tore e tenendo ben visi­bili una penna e un tac­cuino (così dice lui, ma i Bern­stein hanno sem­pre soste­nuto che si fosse del tutto mime­tiz­zato). Ne nasce uno dei repor­tage più memo­ra­bili degli anni Set­tanta: occu­perà pra­ti­ca­mente tutto il numero dell’8 giu­gno 1970 del “New York”, e insieme a un altro pezzo di feroce satira sociale diven­terà molti anni dopo il libro Radi­cal Chic & Mau-Mauing the Flak Cat­chers, tra­dotto in ita­liano da Castel­vec­chi con il titolo Radi­cal chic. I Bern­stein non per­do­ne­ranno mai Wolfe e il corag­gioso Fel­ker, e ancora molti anni dopo la loro figlia si lamen­terà del “tra­di­mento” di avere intro­dotto un regi­stra­tore a un party pri­vato. L’articolo è di incre­di­bile per­fi­dia, intel­li­genza e bril­lan­tezza, com’era il Wolfe degli anni della Fiera delle vanità; anche solo la coper­tina della rivi­sta, che raf­fi­gura tre signore un po’ fané, in abito da sera ma con il pugno guan­tato delle Pan­tere, è roba da distrug­gere una cre­di­bi­lità sociale. I pen­sieri che Wolfe fa espri­mere ai padroni di casa non sono da meno. “Pia­ce­ranno alle Pan­tere que­ste tar­tine di Roque­fort coperte da bri­ciole di noci?”

Se oggi mi viene in mente que­sto arti­colo non è solo gra­zie al pezzo del Cor­riere, ma per­ché mi è capi­tato di leg­gere il breve appello di Daniel Baren­boim, fir­mato da decine e decine di intel­let­tuali e arti­sti, e pub­bli­cato sull’ultimo numero della “New York Review of Books”. Scor­rere i nomi che hanno sot­to­scritto l’appello fa una certa impres­sione: quanta parte dell’establishment cul­tu­rale! Per una volta, indub­bia­mente gra­zie a Baren­boim, anche il mondo della musica e ben rap­pre­sen­tato. L’appello dice una cosa sem­plice come l’acqua fre­sca: “tanti anni di guerra in Medio Oriente hanno pro­vato che non è così che si arriva alla pace. Fate la pace, please. Dimen­ti­cate il pas­sato e create le con­di­zioni per un futuro che rispetti i diritti di tutti, di una e dell’altra parte”. Che strano mes­sag­gio. Per­ché la crème dell’aristocrazia cul­tu­rale pensa che met­tere la firma sotto un docu­mento così possa fare qual­cosa per la pace in Pale­stina? Baren­boim ha scritto libri, col­la­bo­rato con grandi intel­let­tuali come Edward Said, pub­bli­cato diversi ottimi arti­coli e appelli, per­sino fon­dato un’orchestra che rac­co­glie gio­vani musi­ci­sti delle due parti. Ha una con­sa­pe­vo­lezza sto­rica e poli­tica che sem­bra essere ben distante da quella di tanti arti­sti che lan­ciano gene­rici mes­saggi paci­fi­sti; anche per que­sto un appello così scialbo pro­prio non rie­sco a capirlo.

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E si affac­cia, natu­ral­mente, il dub­bio per­fido che que­sto mode­ra­ti­smo gene­ri­ca­mente paci­fi­sta, impe­rante nel mondo delle arti ormai da molti anni, ben raf­for­zato dalla vacuità melo­diosa di mille musi­ci­sti da “La vita è bella”, impe­gnati a suo­nare in play­back per Obama o all’Auditorium per Vel­troni, siano il nuovo cul­tu­ral chic con­tem­po­ra­neo. Meno ridi­colo del radi­cal chic, forse; sicu­ra­mente un ber­sa­glio più dif­fi­cile anche per il più pun­gente dei sati­ri­sti sociali. Ma comun­que una forma di vacuità arti­stica e intel­let­tuale altret­tanto sgra­de­vole. Ma natu­ral­mente è solo un dubbio.

Nella foto in alto, Tom Wolfe negli anni di Radi­cal Chic (non cono­sco l’autore della foto). Più in basso, il famoso numero di “New York Maga­zine” quasi total­mente dedi­cato all’articolo sul party dai Bern­stein. Più in basso ancora, Daniel Baren­boim prova con la West-Eastern Divan Orche­stra, l’orchestra for­mata da gio­vani pale­sti­nesi e israe­liani (foto pro­ve­niente da Inter­mezzo, che ringrazio).

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Take Care of This House

20 gennaio 2009

white_house

“1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue” non è solo l’indirizzo della casa che da oggi avrà come nuovi inqui­lini Barak Obama e fami­glia: è anche il titolo della meno cono­sciuta e rap­pre­sen­tata fra le opere di Leo­nard Bern­stein. Non viene rap­pre­sen­tata per­ché non si può: la Bern­stein Foun­da­tion, che rac­co­glie l’eredità del grande Lenny, lo proi­bi­sce; e lo proi­bi­sce per­ché così volle Leo­nard, quando lo spet­ta­colo, un musi­cal, l’8 mag­gio del 1976 chiuse i bat­tenti dopo sol­tanto 7 recite, mas­sa­crato dalla cri­tica e deriso dal pub­blico. Durante le 13 “ante­prime”, con­scio del fatto che la debo­lezza fosse da adde­bi­tarsi soprat­tutto al libretto di Alan Jay Ler­ner, Bern­stein chiamò al capez­zale del suo spet­ta­colo tutti i migliori amici, Jerome Rob­bins com­preso, che furono con­cordi nel con­si­de­rarlo irre­cu­pe­ra­bile. Si potrebbe dire che 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue sia stata la più grande delu­sione della car­riera di Bern­stein; eppure fu anche l’opera per la quale, in asso­luto, scrisse più musica: più di Can­dide, più di A Quiet Place. Se si vuole cono­scere la sto­ria di que­sto sfor­tu­nato musi­cal, si può leg­gere il suc­cinto ma pre­ciso arti­colo di wikipedia.

Il libretto è un intrico di plot e sub­plot, il cui filo prin­ci­pale era defi­nito dal curioso sot­to­ti­tolo: “A musi­cal about the pro­blems of hou­se­kee­ping”, dove la “cura della casa” (hou­se­kee­ping), visto di quale casa si tratta, assume tutta una serie di signi­fi­cati poli­tici e sati­rici. In que­sto filo nar­ra­tivo prin­ci­pale sono rap­pre­sen­tati 12 pre­si­denti degli Stati Uniti, da George Washing­ton a Theo­dor Roo­se­velt (dun­que dalla fine del Set­te­cento ai primi del Nove­cento), ognuno con una pro­pria par­ti­co­lare scena. C’è dun­que il boz­zetto par­la­men­tare, con Washing­ton e i dele­gati del Con­gresso che discu­tono su quale dovesse essere la capi­tale degli Stati Uniti, poi John Adams e con­sorte, quindi Jef­fer­son che orga­nizza un lucul­liano pranzo uffi­ciale, Madi­son che fugge e gli inglesi che ten­tano di dare fuoco alla Casa Bianca (1812), James Mon­roe e la moglie che non rie­scono a pren­dere sonno e discu­tono di schia­vitù, e così via, fino all’augurio che Roo­se­velt porge al nuovo secolo. Dal punto di vista musi­cale, ogni situa­zione è un diverso pezzo di bra­vura: arie liri­che, duetti, ter­zetti, con­cer­tati, cori, pezzi da ballo con finta musica otto­cen­te­sca, una Min­strel parade jaz­zi­stica, blues e via dicendo; si prenda per esem­pio lo stre­pi­toso tour de force di un duetto per il soprano solo che si svolge durante il giu­ra­mento di Ruther­ford Hayes (1877), dove la stessa can­tante alterna velo­ce­mente le emo­zioni della moglie del pre­si­dente uscente Grant e di quella dell’eletto Hayes, la prima che impaz­zi­sce di rab­bia per il potere per­duto e di invi­dia per la seconda, che invece conta i secondi che la sepa­rano dal diven­tare final­mente First Lady. Nono­stante il fia­sco, si tratta di un Ber­stein in gran forma.

bernstein

Accanto a que­sto primo filo nar­ra­tivo, soprat­tutto nella prima parte, se ne intrec­cia un secondo che ritrae la vita dei due dome­stici neri della Casa Bianca, Lud e Seena, dalla gio­ventù alla vec­chiaia, e attra­verso la loro sto­ria (i due si inna­mo­rano, si spo­sano, si con­fron­tano con i diversi pre­si­denti) il pro­blema della schia­vitù e poi dei diritti dei neri. A tutto que­sto si aggiunge un terzo filo nar­ra­tivo, molto di moda all’epoca e oggi piut­to­sto demodè: le discus­sioni della com­pa­gnia di attori e can­tanti che sta pro­vando l’opera, e che ogni tanto si ferma per ana­liz­zare le que­stioni poli­ti­che e sociali col­le­gate. Insomma, una trama forse inu­til­mente intri­cata per un totale di più di quat­tro ore di spet­ta­colo. Troppo sia per il pub­blico sia per la critica.

Dopo la morte di Bern­stein, pur rima­nendo il veto alla rap­pre­sen­ta­zione (credo che un solo alle­sti­mento, nel 1992, superò que­sta cen­sura), dallo spet­ta­colo fu rica­vata una Can­tata di 80 minuti circa, che cuciva insieme i numeri musi­cali più belli, eli­mi­nando total­mente il sub­plot di “tea­tro nel tea­tro”: A White House Can­tata. Nel 1998 Kent Nagano la incise per la Deu­tsche Gram­mo­phon, con una com­pa­gnia di canto (Tho­mas Hamp­son, June Ander­son, Bar­bara Hen­dricks ecc.) che spo­stava deci­sa­mente in ambito lirico il sound e l’impostazione gene­rale dell’opera, man­te­nendo tut­ta­via l’orchestrazione ori­gi­nale del musi­cal. È solo da quell’incisione che oggi ci si può fare un’idea di quali perle con­te­nesse 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue, e di quanto var­rebbe la pena di risco­prirla. Alcuni numeri della par­ti­tura ori­gi­nale furono tra­pian­tati da Bern­stein in altri lavori, altri riu­sci­rono a soprav­vi­vere nono­stante il veto.

Fra que­sti ultimi, la bel­lis­sima aria di Abi­gail Adams, la moglie del secondo pre­si­dente, che rivol­gen­dosi al dome­stico ancora bam­bino gli rac­co­manda di pren­dersi cura della Casa anche quando loro non ci saranno più: “Care for this house | It’s the hope of us all”. Un song sofi­sti­cato, pieno di quel senso di feli­cità e faci­lità inven­tiva che è la gran­dezza di Bern­stein, ma che lo con­dan­nerà per sem­pre agli occhi della cri­tica più bacchettona.

Melo­dia, armo­nia, ritmo e reto­rica: dif­fi­cile pen­sare a qual­cosa di più ame­ri­cano di “Take Care of This House”: Fre­de­rica Von Stade, sotto la dire­zione di Bern­stein, la cantò nel con­certo dell’“Inauguration Day” di Jimmy Car­ter, 32 anni fa esatti esatti. Oggi il mar­ke­ting del sogno di Obama ha richie­sto ben altro con­certo, ma per il grande amore che tutti (spero) por­tiamo al grande Lenny, può essere di ottimo auspi­cio rin­no­vare oggi l’invito di Abi­gail, con tutto il cuore: take care of this house, Barak. Dato l’inquilino pre­ce­dente, ne ha molto bisogno.

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

“Take Care of This House”, June Ander­son (sop.), Vic­tor Acquah (v. bianca), da L. Bern­stein, A White House Can­tata, Lon­don Sym­phony Orche­stra, Lon­don Voi­ces, dir. Kent Nagano. Deu­tsche Gram­mo­phon 463 448–2.

Foto in alto: Bern­stein a metà degli anni ’70, © Ber­nice Perry.

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Questo bre­vis­simo spez­zone di film muto è stato girato nel dicem­bre 1928 negli studi della Colum­bia al Théâ­tre des Champs-Elysées, a Parigi, e mostra Igor Stra­vin­sky men­tre regi­stra L’uccello di fuoco con l’Orchestre des Con­certs Stra­ram. È la prima delle tre regi­stra­zioni che Stra­vin­sky fece del bal­letto, com­po­sto diciotto anni prima; ha 46 anni, ed è nel pieno del suo “periodo neo­clas­sico” (è l’anno dell’Apol­lon musa­gète). Il fil­mato è molto inte­res­sante, per­ché mostra uno Stra­vin­sky diret­tore ben più vigo­roso di quello, più noto, delle regi­stra­zioni ame­ri­cane. La fonte che mi ha per­messo di tro­vare que­sto fil­mato è un’interessantissima serie di 3 arti­coli di Scott Fogle­song dedi­cata all’attività di Stra­vin­sky come diret­tore, e in par­ti­co­lare alle sue regi­stra­zioni disco­gra­fi­che (i tre pezzi trat­tano rispet­ti­va­mente: dagli inizi al 1938, le regi­stra­zioni mono degli anni 1950–60 e le regi­stra­zioni Colum­bia dei tardi anni ’50 e ’60).

Ma accanto all’interesse intrin­seco del fil­mato e degli arti­coli, ben scritti e docu­men­tati, c’è un altro aspetto che mi preme sot­to­li­neare. Scott Fogle­song scrive per il sito examiner.com, che rap­pre­senta un espe­ri­mento molto inte­res­sante per quanto attiene all’informazione del futuro. Nato come ver­sione web dell’Examiner, una rete di gior­nali locali gra­tuiti di pro­prietà del ric­chis­simo Phi­lip Anschutz, il sito è diven­tato un espe­ri­mento di “gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo” (citi­zen jour­na­lism); la sto­ria di examiner.com la si può leg­gere rias­sunta in que­sto arti­colo. Fogle­song, docente al con­ser­va­to­rio di San Fran­ci­sco e a Ber­ke­ley, fa parte delle cen­ti­naia di “exa­mi­ners” scelti dal sito (su auto­can­di­da­tura) dap­prima per rac­con­tare la realtà locale e super­lo­cale (si arriva fino ai pro­blemi di quar­tiere), poi con uno sguardo sem­pre più diretto all’informazione gene­rale, senza tra­scu­rare quella cul­tu­rale. Oggi il sito ha 1,2 milioni di con­tatti al mese, e con­ti­nua a cre­scere; i con­te­nuti pos­sono sem­brare orga­niz­zati un po’ cao­ti­ca­mente, ma si sa che gli utenti di inter­net sono velo­cis­simi a crearsi delle rou­tine. Quello che viene spesso pre­sen­tato come un remoto futuro, sem­bra dun­que essere già fra di noi, e la citata voce di wiki­pe­dia pre­senta un qua­dro abba­stanza impres­sio­nante. Lunga vita alla glo­riosa infor­ma­zione dei grandi media, ma sarebbe bene che comin­cias­sero ad attrezzarsi…

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