Contemporanea

phaedra

Il 24 aprile scorso sono stati pub­bli­cati i nomi dei vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati; la ceri­mo­nia di con­se­gna, come un po’ pom­po­sa­mente si chia­mano que­ste occa­sioni, si terrà il 29 mag­gio pros­simo al Tea­tro Sociale di Ber­gamo. In un pre­ce­dente post, in mar­gine ad alcune osser­va­zioni sul Puli­tzer Price, avevo mani­fe­stato una certa insof­fe­renza nei con­fronti dei premi musi­cali ita­liani e dei loro mec­ca­ni­smi di asse­gna­zione. L’Abbiati è il più pre­sti­gioso e ambìto di que­sti, forse l’unico che sap­pia ancora dire qual­cosa al mondo musi­cale, e quindi vale la pena di osser­varlo con attenzione.

Il pre­mio e i suoi prin­cìpi (o prìncipi?)

Inti­to­lato al musi­co­logo Franco Abbiati, per quasi quarant’anni cri­tico del “Cor­riere della Sera”, il “Pre­mio della cri­tica musi­cale” viene asse­gnato dall’Asso­cia­zione Nazio­nale Cri­tici Musi­cali fin dal 1980 (per la pre­ci­sione, l’associazione è nata nel 1986 pro­prio intorno alle riu­nioni che da diversi anni si tene­vano a Ber­gamo per l’assegnazione del pre­mio). Per capire che cosa rap­pre­senti nello spa­zio cul­tu­rale ita­liano (e nei desi­deri di chi ogni anno se ne assume le fati­che), vale la pena di citare un brano tratto dal sito dell’Associazione:

Attra­verso i vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati, l’Associazione nazio­nale cri­tici musi­cali ha dato spa­zio alle realtà locali che rap­pre­sen­tano l’autentica ric­chezza della vita musi­cale ita­liana e che non hanno la visi­bi­lità dei grandi enti pur aven­done, tal­volta, l’importanza cul­tu­rale. Allo stesso modo l’Associazione si è impe­gnata a ricor­dare il lavoro iso­lato e silen­zioso di per­so­naggi non rico­no­sciuti dal “potere” né dai mass-media (ope­ra­tori arti­stici, didatti, edi­tori, “mae­stri” di vita non solo musi­cale), e a segna­lare il rilievo intel­let­tuale di fatti o mani­fe­sta­zioni che hanno indi­riz­zato la vita musi­cale del nostro paese. Elo­quente annua­rio più che pagella l’albo d’oro del Pre­mio Abbiati è una sorta di pro­me­mo­ria arti­stico di oltre un quarto di secolo di musica in Ita­lia, ma è stato anche un tram­po­lino di lan­cio per gio­vani arti­sti e una dichia­ra­zione di fidu­cia nei con­fronti di realtà poco con­si­de­rate. Oltre a essere lo stru­mento pri­vi­le­giato dell’Associazione per prese di posi­zione ‘poli­ti­che’, tal­volta for­te­mente cri­ti­che, nei con­fronti di cru­ciali que­stioni isti­tu­zio­nali e legislative.

La frase sull’albo d’oro riflette l’antico ossi­moro dei premi: un pre­mio dovrebbe fare onore a qual­cuno, ma ono­rando chi è dav­vero meri­te­vole, in fondo onora soprat­tutto se stesso e chi lo con­fe­ri­sce. In que­sto senso, ogni pre­mio è uno scam­bio: l’autorevolezza dell’artista pre­miato rico­no­sce e mani­fe­sta l’autorevolezza dei pre­mianti. Lo sapeva molto bene l’amato Tho­mas Ber­n­hard, che con i premi intrat­tenne sem­pre un rap­porto di amore-odio – con netta pre­va­lenza dell’odio – e che in più di un caso si sca­gliò con ter­ri­fi­cante vio­lenza con­tro que­sto mec­ca­ni­smo infer­nale. Nel caso di un pre­mio con­fe­rito da un’associazione di cri­tici musi­cali, poi, la fac­cenda si fa ancora più com­pli­cata; certo, sem­pre meno com­pli­cata di quando sono gli orga­niz­za­tori musi­cali a pre­miare i cri­tici (vedi per esem­pio il Pre­mio D’Arcangelo, che per for­tuna con­si­ste in 50 bot­ti­glie di vino). Discorso ancora a parte, i premi per la cri­tica musi­cale, in cui i cri­tici stessi se la can­tano e se la suo­nano da soli. L’apoteosi dell’autoreferenzialità, insomma.

Un luc­ci­cante “albo d’oro”

Ma tor­nando all’Abbiati, il cosid­detto albo d’oro è effet­ti­va­mente un ritratto molto vivace della vita musi­cale ita­liana, con una netta pre­va­lenza dei valori spet­ta­co­lari (come in fondo è pre­ve­di­bile data la com­po­si­zione della giu­ria). Vediamo un po’, per esem­pio, i diret­tori d’orchestra. Si parte con un buffo ex-aequo Abbado-Muti (una spe­cie di Camp David?) nella prima edi­zione 1980–81 – negli anni i pre­mianti ripa­re­ranno: Muti viene ripre­miato nell’88–89, Abbado nel 2000-01. In ogni caso il qua­dro rispec­chia cor­ret­ta­mente il meglio della vita musi­cale ita­liana (e natu­ral­mente non solo): si comin­cia con i giganti sto­rici (Bern­stein, Klei­ber, Celi­bi­da­che, Gavaz­zeni, Sawal­lish ecc.), poi piano piano la rosa si apre e con andate e ritorni (Temir­ka­nov vince due volte) si vede scor­rere tutto il meglio che il setac­cio ita­liano ha trat­te­nuto dalla scena mon­diale. Quest’anno il vin­ci­tore è Roberto Abbado: molto meri­tato e pun­tuale, si potrebbe dire, dati i begli spet­ta­coli che ha ina­nel­lato nel 2008, in Ita­lia e all’estero.

Ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per quasi tutte le altre cate­go­rie. I regi­sti, per esem­pio. Si parte con Stre­hler, e poi via via, com­pa­iono gli autori, a volte accom­pa­gnati dagli sce­no­grafi, di tanti bel­lis­simi spet­ta­coli ita­liani; in più di un caso la scelta è abba­stanza ardita, in altri più scon­tata: Ronconi-De Simone-Chéreau-Pizzi-Asari-Cobelli-Ronconi (e due)-Vick-Krämer-Ronconi/Palli (e tre)-Terleckij/Hugues-Wilson-Zeffirelli-De Ana-Vick (e due)-De Monticelli-Pountney/Bjorson-Krief-De Ana (e due)-Moschopoulos/Fotopoulos-Carsen-Martone-Medcalf-Barberio Corsetti-Michieletto. Quest’anno il pre­miato è Tcher­nia­kov per il Gio­ca­tore della Scala. Anche per i can­tanti, una scelta ocu­lata che rispec­chia una fre­quen­ta­zione con­ti­nua della realtà musi­cale. I cri­tici ita­liani girano per i tea­tri, ascol­tano, guar­dano i grandi spet­ta­coli – quelli di cui molta parte di mondo non tro­verà mai i biglietti – anno­tano, ricor­dano. Giu­di­cano spesso con equi­li­brio, tal­volta con pigri­zia, ma poi pre­miano ciò che è impor­tante, signi­fi­ca­tivo, grande o meno grande che sia.

Quest’anno, lo spet­ta­colo pre­miato (pote­vano esserci dubbi?) è il Fide­lio di Abbado e Kraus a Reg­gio Emi­lia. Se Abbado torna all’opera, tutto il ruti­lante car­roz­zone degli amanti dello spet­ta­colo da impe­ra­tori con­verge sul mira­co­lato tea­tro; due recite? che importa, quanti vuoi che siano gli aventi diritto?! 2300 posti sono anche troppi. Costi? Sono coperti degli spon­sor, non stiamo a fic­care troppo il naso, che poi non ci invi­tano più. Così è ovvio, non c’è gara. Certo, la difesa delle realtà locali che sono la ric­chezza della vita musi­cale ita­liana, così com’era scritto nel fer­vo­rino dell’associazione, qui prende un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare; ma d’altro canto, par­lare di tea­tro d’opera oggi richiede un “razio­nale e lucido pes­si­mi­smo”, come dice la moti­va­zione del pre­mio al Fide­lio. E in ogni caso si sa che le pole­mi­chette negli anni si per­dono, ma l’albo d’oro rimane, lasciando al mondo un’immagine di eccel­lenza asso­luta. E così, effet­ti­va­mente, è. Ha ragione il sito, l’albo d’oro pre­senta un Ita­lia dello spet­ta­colo lirico viva e crea­tiva. Forse con un’eccezione…

Ma siamo sicuri che la musica di oggi sia pro­prio questa?

Ed ecco che si ritorna a quanto si disse a pro­po­sito del Puli­tzer. Certo, quel famoso (ma anche discusso, come tutto, dap­per­tutto!) pre­mio si limita alla crea­ti­vità sta­tu­ni­tense, e in que­sto senso il gioco potrebbe sem­brare più sem­plice. Il pre­mio Abbiati riflette invece la realtà spet­ta­co­lare: cosa i cri­tici hanno ascol­tato e visto. Eppure, a un nor­male ascol­ta­tore curioso della musica d’oggi che scor­resse la lista dei pre­miati per la cate­go­ria “novità asso­luta per l’Italia”, potrebbe anche pren­dere una stretta al cuore. Stockhausen-Donatoni-Nono-Boulez-Togni-Manzoni-Guarnieri-Kurtág-Boulez (e due)-Sciarrino-Gubaidulina-Clementi-Rihm-Berio-Holliger-Berio (e due)-Grisey-Henze-Kagel-Boulez (e tre)-Cappelli-Guarnieri (e due)-Vacchi/Carter-Romitelli-Kurtág (e due)-Lachenmann-Fedele. In 28 anni di sto­ria musi­cale, l’unico ame­ri­cano pre­miato è stato Car­ter (però a metà con Vac­chi). L’intera sta­gione del neo­ro­man­ti­ci­smo, dei post-minimalisti dei non-avanguardisti è pas­sata inos­ser­vata. Non un solo mave­rick, di qua­lun­que colore, paese, visione o cre­denza (in que­sto senso, forse solo Gubaidulina).

Certo si potrà obiet­tare: il pre­mio riguarda le prime ese­cu­zioni asso­lute in Ita­lia. Non è colpa dei cri­tici se Andries­sen o Reich o Adams (e que­sti non sono certo mave­rick) non ven­gono a rap­pre­sen­tare le loro cose per la prima volta da noi; piut­to­sto pren­de­te­vela con gli orga­niz­za­tori musi­cali. Va bene. Certo che però quel Bou­lez pre­miato tre volte come com­po­si­tore per Repons (1983−84), Le Visage nup­tial (1988−89) e Sur incises (1999−2000), poi, natu­ral­mente, una quarta come diret­tore (1986−87): non è che la cosa fac­cia pro­prio pen­sare a un grande sforzo di auto­no­mia, vita­lità cul­tu­rale e curio­sità intellettuale.

Quest’anno il pre­mio è andato alla Phae­dra di Henze del Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; in que­sto caso il pre­mio non per­mette alcuna pole­mica, per­ché lo spet­ta­colo era dav­vero molto bello: Henze è un mae­stro la cui forza emo­tiva e crea­tiva sono una straor­di­na­ria bene­di­zione per l’intero mondo dell’arte; Henze, che ha vinto tre Abbiati di cui due “spe­ciali”, è tut­ta­via anche il mas­simo allon­ta­na­mento con­sen­tito dal main­stream della musica con­tem­po­ra­nea in Ita­lia; in ogni caso “con­sen­tito” adesso, per­ché quarant’anni fa lo si copriva di fischi. Altro caso, Kur­tág ha vinto due volte, se non si conta il pre­mio al Festi­val Kur­tág di “Milano Musica”; Kur­tág pren­derà quest’anno anche il Leone d’Oro alla car­riera a Vene­zia. È un grande com­po­si­tore, e que­ste con­ver­genze non dovreb­bero stupire.

E allora?

E allora la tri­stezza non viene dalle sin­gole e iso­late asse­gna­zioni, tutte più o meno sacro­sante dal punto di vista del valore asso­luto (dif­fi­cile avere un qua­dro suf­fi­cien­te­mente com­pleto di ogni sin­golo anno per potersi espri­mere sul valore rela­tivo); la tri­stezza viene dall’abissale distanza che divide que­sta ‘com­ples­siva’ visione da parte della cri­tica, rispetto alla realtà della vita musi­cale odierna. E parlo della realtà della musica che si ascolta, si ese­gue e si “con­suma”, in Ita­lia come nel resto del mondo. Una distanza che nessun’altra cate­go­ria pre­miata dai “giu­rati” dell’Abbiati mi pare rispec­chiare. Perché?

Nella foto un istante della Phae­dra di H.W. Henze rap­pre­sen­tata al Mag­gio Musi­cale Fiorentino.

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Questa volta ce l’ha fatta. Dopo essere arri­vato nella rosa dei fina­li­sti nel 2003 (con Three Tales, mica con un pez­zet­tino!), 2004 e 2005 quest’anno Reich ha vinto il Puli­tzer per la musica con Dou­ble Sex­tet, un pezzo per dodici stru­men­ti­sti o per sestetto e nastro magne­tico che sicu­ra­mente pre­sto potremo ascol­tare su cd o dal vivo (infor­ma­zioni sul sito di Boosey).

Il pre­mio con­si­ste in 10.000 dol­lari e tanta pub­bli­cità, dovuta soprat­tutto al pre­sti­gio di un nome legato alle altre sezioni, quelle per il gior­na­li­smo e la let­te­ra­tura. Ciò detto, osser­vare la lista dei fina­li­sti e dei vin­ci­tori fa un certo effetto. Menotti l’ha vinto due volte, con The Saint of Bleec­ker Street e con le musi­che di The Con­sul (più una terza con il bel libretto per la Vanessa di Bar­ber); Copland l’ha vinto con Appa­la­chian Spring (era il 1945; pochi anni dopo invece dei premi sareb­bero arri­vate le basto­nate gover­na­tive); Ives con la Terza Sin­fo­nia; Car­ter due volte con gli incre­di­bili SecondoTerzo Quar­tetto; e poi Vir­gil Thomp­son, Wal­ter Piston, Ned Rorem, Col­grass, Del Tre­dici, Ses­sions, Har­bi­son, Cori­gliano, Lie­ber­son (quat­tro volte in finale, l’ultima con i bel­lis­simi Neruda Songs, ma mai vin­ci­tore); John Adams va in finale nel 1998 con i Cen­tury Rolls, ma vince nel 2004 con il grande On the Tran­smi­gra­tion of Souls. E ancora: Stucky, Ornette Cole­man, David Lang, Aaron Jay Ker­nis. Certo, ce n’è per tutti i gusti; c’è anche qual­che assenza – una per tutte, quella oggi visto­sis­sima di Bern­stein (fino a non molti anni fa deci­sa­mente meno vistosa).

Ma la cosa che mi col­pi­sce di più è que­sta: potrò sba­gliarmi, ma la lista rap­pre­senta bene i gusti musi­cali e la vita con­cer­ti­stica del tempo; non solo per la quan­tità di musica più o meno bella ma comun­que ese­guita (!) che com­prende, ma anche per gli alti e bassi dei diversi stili e dei com­po­si­tori che li rap­pre­sen­tano nel corso degli anni. Dico que­sto per­ché non rie­sco a vedere niente di simile in Ita­lia. Nes­sun pre­mio ha un pre­sti­gio para­go­na­bile, e fra quelli che hanno una certa impor­tanza se non altro per il con­te­sto (penso per esem­pio alla Bien­nale Musica di Vene­zia e ai suoi due Leoni d’oro) l’assegnazione dei rico­no­sci­menti segue pale­se­mente delle strade tutte par­ti­co­lari. Ma se uno guarda al deso­lante momento dei premi e dei con­corsi negli altri campi dell’arte e della cul­tura in Ita­lia, poi si chiede per­ché la situa­zione dovrebbe essere diversa per la musica. E infatti non lo è. Peccato.

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Come è noto, un quar­tetto all-stars for­mato da Yo-Yo Ma, Itz­hak Perl­man, Gabriela Mon­tero e Anthony McGill ha ese­guito, poco prima del giu­ra­mento di Barak Obama, “Air and Sim­ple Gift”, una com­po­si­zione scritta per l’occasione da John Wil­liams. Data la tem­pe­ra­tura, i quat­tro musi­ci­sti hanno suo­nato in play-back, cioè agli ascol­ta­tori era dif­fusa una ver­sione pre­re­gi­strata del pezzo. Ma visto che, per esi­genze di figura, davanti agli stru­men­ti­sti erano stati piaz­zati dei micro­foni, qual­cuno potrebbe chie­dersi che cosa que­sti micro­foni abbiano cap­tato in quello sto­rico evento.

In breve: che cosa hanno vera­mente suo­nato i quat­tro esperti musi­ci­sti? Ci viene oggi in aiuto una rico­stru­zione (sati­rica?) messa a dispo­si­zione di You­Tube da qual­che infor­mato insi­der. La segnala Alex Ross, che ringrazio.

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Alcuni giorni fa, il Maga­zine del “Cor­riere della Sera” ha pub­bli­cato la tra­du­zione di un bel­lis­simo arti­colo di Tom Wolfe. Si trat­tava di un chi­lo­me­trico, iper­bo­lico e piro­tec­nico pezzo scritto da Wolfe per ricor­dare il geniale edi­tore Clay Fel­ker e gli anni d’oro del “New York Maga­zine”. Pur­troppo non l’ho tro­vato né sul sito del Cor­riere né su nes­sun altro sito in ita­liano, ma que­sto è l’originale pub­bli­cato dal “New York”. Si parla degli anni migliori del gior­na­li­smo di costume, quando l’indagine sulla stra­ti­fi­ca­zione sociale, gli stili di vita e l’individuazione di sta­tus è diven­tata un’arte e un genere let­te­ra­rio. E si parla anche della nascita dell’articolo che ha pro­iet­tato lo stesso Wolfe nel fir­ma­mento del gior­na­li­smo di costume ame­ri­cano; l’articolo che ha creato la defi­ni­zione poi abu­sata di Radi­cal chic, e asse­stato una maz­zata mici­diale alla cop­pia più ele­gante di New York: quella for­mata da Leo­nard e Feli­cia Bernstein.

Rias­sumo in breve il pas­sag­gio dedi­cato a quell’avvenimento, famo­sis­simo ma sem­pre diver­tente. Wolfe una mat­tina bighel­lo­nava nella reda­zione di una rivi­sta con­cor­rente (Harper’s), quando su un tavolo avvi­sta un car­ton­cino d’invito; curioso come dev’essere un cac­cia­tore di costumi, lo apre e rab­bri­vi­dendo sco­pre che riguar­dava un party nel cele­bre attico dei Bern­stein a Park Ave­nue, orga­niz­zato in soste­gno delle Pan­tere Nere. La crème dell’alta società bianca che invita le Pan­tere Nere a un party! Il mas­simo dell’esausto da stra­vizi che cerca il bri­vido per­duto con il mas­simo della gio­ventù musco­losa e furiosa!

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Natu­ral­mente Wolfe si pre­senta dai Bern­stein con in tasca un regi­stra­tore e tenendo ben visi­bili una penna e un tac­cuino (così dice lui, ma i Bern­stein hanno sem­pre soste­nuto che si fosse del tutto mime­tiz­zato). Ne nasce uno dei repor­tage più memo­ra­bili degli anni Set­tanta: occu­perà pra­ti­ca­mente tutto il numero dell’8 giu­gno 1970 del “New York”, e insieme a un altro pezzo di feroce satira sociale diven­terà molti anni dopo il libro Radi­cal Chic & Mau-Mauing the Flak Cat­chers, tra­dotto in ita­liano da Castel­vec­chi con il titolo Radi­cal chic. I Bern­stein non per­do­ne­ranno mai Wolfe e il corag­gioso Fel­ker, e ancora molti anni dopo la loro figlia si lamen­terà del “tra­di­mento” di avere intro­dotto un regi­stra­tore a un party pri­vato. L’articolo è di incre­di­bile per­fi­dia, intel­li­genza e bril­lan­tezza, com’era il Wolfe degli anni della Fiera delle vanità; anche solo la coper­tina della rivi­sta, che raf­fi­gura tre signore un po’ fané, in abito da sera ma con il pugno guan­tato delle Pan­tere, è roba da distrug­gere una cre­di­bi­lità sociale. I pen­sieri che Wolfe fa espri­mere ai padroni di casa non sono da meno. “Pia­ce­ranno alle Pan­tere que­ste tar­tine di Roque­fort coperte da bri­ciole di noci?”

Se oggi mi viene in mente que­sto arti­colo non è solo gra­zie al pezzo del Cor­riere, ma per­ché mi è capi­tato di leg­gere il breve appello di Daniel Baren­boim, fir­mato da decine e decine di intel­let­tuali e arti­sti, e pub­bli­cato sull’ultimo numero della “New York Review of Books”. Scor­rere i nomi che hanno sot­to­scritto l’appello fa una certa impres­sione: quanta parte dell’establishment cul­tu­rale! Per una volta, indub­bia­mente gra­zie a Baren­boim, anche il mondo della musica e ben rap­pre­sen­tato. L’appello dice una cosa sem­plice come l’acqua fre­sca: “tanti anni di guerra in Medio Oriente hanno pro­vato che non è così che si arriva alla pace. Fate la pace, please. Dimen­ti­cate il pas­sato e create le con­di­zioni per un futuro che rispetti i diritti di tutti, di una e dell’altra parte”. Che strano mes­sag­gio. Per­ché la crème dell’aristocrazia cul­tu­rale pensa che met­tere la firma sotto un docu­mento così possa fare qual­cosa per la pace in Pale­stina? Baren­boim ha scritto libri, col­la­bo­rato con grandi intel­let­tuali come Edward Said, pub­bli­cato diversi ottimi arti­coli e appelli, per­sino fon­dato un’orchestra che rac­co­glie gio­vani musi­ci­sti delle due parti. Ha una con­sa­pe­vo­lezza sto­rica e poli­tica che sem­bra essere ben distante da quella di tanti arti­sti che lan­ciano gene­rici mes­saggi paci­fi­sti; anche per que­sto un appello così scialbo pro­prio non rie­sco a capirlo.

GERMANY/

E si affac­cia, natu­ral­mente, il dub­bio per­fido che que­sto mode­ra­ti­smo gene­ri­ca­mente paci­fi­sta, impe­rante nel mondo delle arti ormai da molti anni, ben raf­for­zato dalla vacuità melo­diosa di mille musi­ci­sti da “La vita è bella”, impe­gnati a suo­nare in play­back per Obama o all’Auditorium per Vel­troni, siano il nuovo cul­tu­ral chic con­tem­po­ra­neo. Meno ridi­colo del radi­cal chic, forse; sicu­ra­mente un ber­sa­glio più dif­fi­cile anche per il più pun­gente dei sati­ri­sti sociali. Ma comun­que una forma di vacuità arti­stica e intel­let­tuale altret­tanto sgra­de­vole. Ma natu­ral­mente è solo un dubbio.

Nella foto in alto, Tom Wolfe negli anni di Radi­cal Chic (non cono­sco l’autore della foto). Più in basso, il famoso numero di “New York Maga­zine” quasi total­mente dedi­cato all’articolo sul party dai Bern­stein. Più in basso ancora, Daniel Baren­boim prova con la West-Eastern Divan Orche­stra, l’orchestra for­mata da gio­vani pale­sti­nesi e israe­liani (foto pro­ve­niente da Inter­mezzo, che ringrazio).

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Take Care of This House

20 gennaio 2009

white_house

“1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue” non è solo l’indirizzo della casa che da oggi avrà come nuovi inqui­lini Barak Obama e fami­glia: è anche il titolo della meno cono­sciuta e rap­pre­sen­tata fra le opere di Leo­nard Bern­stein. Non viene rap­pre­sen­tata per­ché non si può: la Bern­stein Foun­da­tion, che rac­co­glie l’eredità del grande Lenny, lo proi­bi­sce; e lo proi­bi­sce per­ché così volle Leo­nard, quando lo spet­ta­colo, un musi­cal, l’8 mag­gio del 1976 chiuse i bat­tenti dopo sol­tanto 7 recite, mas­sa­crato dalla cri­tica e deriso dal pub­blico. Durante le 13 “ante­prime”, con­scio del fatto che la debo­lezza fosse da adde­bi­tarsi soprat­tutto al libretto di Alan Jay Ler­ner, Bern­stein chiamò al capez­zale del suo spet­ta­colo tutti i migliori amici, Jerome Rob­bins com­preso, che furono con­cordi nel con­si­de­rarlo irre­cu­pe­ra­bile. Si potrebbe dire che 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue sia stata la più grande delu­sione della car­riera di Bern­stein; eppure fu anche l’opera per la quale, in asso­luto, scrisse più musica: più di Can­dide, più di A Quiet Place. Se si vuole cono­scere la sto­ria di que­sto sfor­tu­nato musi­cal, si può leg­gere il suc­cinto ma pre­ciso arti­colo di wikipedia.

Il libretto è un intrico di plot e sub­plot, il cui filo prin­ci­pale era defi­nito dal curioso sot­to­ti­tolo: “A musi­cal about the pro­blems of hou­se­kee­ping”, dove la “cura della casa” (hou­se­kee­ping), visto di quale casa si tratta, assume tutta una serie di signi­fi­cati poli­tici e sati­rici. In que­sto filo nar­ra­tivo prin­ci­pale sono rap­pre­sen­tati 12 pre­si­denti degli Stati Uniti, da George Washing­ton a Theo­dor Roo­se­velt (dun­que dalla fine del Set­te­cento ai primi del Nove­cento), ognuno con una pro­pria par­ti­co­lare scena. C’è dun­que il boz­zetto par­la­men­tare, con Washing­ton e i dele­gati del Con­gresso che discu­tono su quale dovesse essere la capi­tale degli Stati Uniti, poi John Adams e con­sorte, quindi Jef­fer­son che orga­nizza un lucul­liano pranzo uffi­ciale, Madi­son che fugge e gli inglesi che ten­tano di dare fuoco alla Casa Bianca (1812), James Mon­roe e la moglie che non rie­scono a pren­dere sonno e discu­tono di schia­vitù, e così via, fino all’augurio che Roo­se­velt porge al nuovo secolo. Dal punto di vista musi­cale, ogni situa­zione è un diverso pezzo di bra­vura: arie liri­che, duetti, ter­zetti, con­cer­tati, cori, pezzi da ballo con finta musica otto­cen­te­sca, una Min­strel parade jaz­zi­stica, blues e via dicendo; si prenda per esem­pio lo stre­pi­toso tour de force di un duetto per il soprano solo che si svolge durante il giu­ra­mento di Ruther­ford Hayes (1877), dove la stessa can­tante alterna velo­ce­mente le emo­zioni della moglie del pre­si­dente uscente Grant e di quella dell’eletto Hayes, la prima che impaz­zi­sce di rab­bia per il potere per­duto e di invi­dia per la seconda, che invece conta i secondi che la sepa­rano dal diven­tare final­mente First Lady. Nono­stante il fia­sco, si tratta di un Ber­stein in gran forma.

bernstein

Accanto a que­sto primo filo nar­ra­tivo, soprat­tutto nella prima parte, se ne intrec­cia un secondo che ritrae la vita dei due dome­stici neri della Casa Bianca, Lud e Seena, dalla gio­ventù alla vec­chiaia, e attra­verso la loro sto­ria (i due si inna­mo­rano, si spo­sano, si con­fron­tano con i diversi pre­si­denti) il pro­blema della schia­vitù e poi dei diritti dei neri. A tutto que­sto si aggiunge un terzo filo nar­ra­tivo, molto di moda all’epoca e oggi piut­to­sto demodè: le discus­sioni della com­pa­gnia di attori e can­tanti che sta pro­vando l’opera, e che ogni tanto si ferma per ana­liz­zare le que­stioni poli­ti­che e sociali col­le­gate. Insomma, una trama forse inu­til­mente intri­cata per un totale di più di quat­tro ore di spet­ta­colo. Troppo sia per il pub­blico sia per la critica.

Dopo la morte di Bern­stein, pur rima­nendo il veto alla rap­pre­sen­ta­zione (credo che un solo alle­sti­mento, nel 1992, superò que­sta cen­sura), dallo spet­ta­colo fu rica­vata una Can­tata di 80 minuti circa, che cuciva insieme i numeri musi­cali più belli, eli­mi­nando total­mente il sub­plot di “tea­tro nel tea­tro”: A White House Can­tata. Nel 1998 Kent Nagano la incise per la Deu­tsche Gram­mo­phon, con una com­pa­gnia di canto (Tho­mas Hamp­son, June Ander­son, Bar­bara Hen­dricks ecc.) che spo­stava deci­sa­mente in ambito lirico il sound e l’impostazione gene­rale dell’opera, man­te­nendo tut­ta­via l’orchestrazione ori­gi­nale del musi­cal. È solo da quell’incisione che oggi ci si può fare un’idea di quali perle con­te­nesse 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue, e di quanto var­rebbe la pena di risco­prirla. Alcuni numeri della par­ti­tura ori­gi­nale furono tra­pian­tati da Bern­stein in altri lavori, altri riu­sci­rono a soprav­vi­vere nono­stante il veto.

Fra que­sti ultimi, la bel­lis­sima aria di Abi­gail Adams, la moglie del secondo pre­si­dente, che rivol­gen­dosi al dome­stico ancora bam­bino gli rac­co­manda di pren­dersi cura della Casa anche quando loro non ci saranno più: “Care for this house | It’s the hope of us all”. Un song sofi­sti­cato, pieno di quel senso di feli­cità e faci­lità inven­tiva che è la gran­dezza di Bern­stein, ma che lo con­dan­nerà per sem­pre agli occhi della cri­tica più bacchettona.

Melo­dia, armo­nia, ritmo e reto­rica: dif­fi­cile pen­sare a qual­cosa di più ame­ri­cano di “Take Care of This House”: Fre­de­rica Von Stade, sotto la dire­zione di Bern­stein, la cantò nel con­certo dell’“Inauguration Day” di Jimmy Car­ter, 32 anni fa esatti esatti. Oggi il mar­ke­ting del sogno di Obama ha richie­sto ben altro con­certo, ma per il grande amore che tutti (spero) por­tiamo al grande Lenny, può essere di ottimo auspi­cio rin­no­vare oggi l’invito di Abi­gail, con tutto il cuore: take care of this house, Barak. Dato l’inquilino pre­ce­dente, ne ha molto bisogno.

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“Take Care of This House”, June Ander­son (sop.), Vic­tor Acquah (v. bianca), da L. Bern­stein, A White House Can­tata, Lon­don Sym­phony Orche­stra, Lon­don Voi­ces, dir. Kent Nagano. Deu­tsche Gram­mo­phon 463 448–2.

Foto in alto: Bern­stein a metà degli anni ’70, © Ber­nice Perry.

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Questo bre­vis­simo spez­zone di film muto è stato girato nel dicem­bre 1928 negli studi della Colum­bia al Théâ­tre des Champs-Elysées, a Parigi, e mostra Igor Stra­vin­sky men­tre regi­stra L’uccello di fuoco con l’Orchestre des Con­certs Stra­ram. È la prima delle tre regi­stra­zioni che Stra­vin­sky fece del bal­letto, com­po­sto diciotto anni prima; ha 46 anni, ed è nel pieno del suo “periodo neo­clas­sico” (è l’anno dell’Apol­lon musa­gète). Il fil­mato è molto inte­res­sante, per­ché mostra uno Stra­vin­sky diret­tore ben più vigo­roso di quello, più noto, delle regi­stra­zioni ame­ri­cane. La fonte che mi ha per­messo di tro­vare que­sto fil­mato è un’interessantissima serie di 3 arti­coli di Scott Fogle­song dedi­cata all’attività di Stra­vin­sky come diret­tore, e in par­ti­co­lare alle sue regi­stra­zioni disco­gra­fi­che (i tre pezzi trat­tano rispet­ti­va­mente: dagli inizi al 1938, le regi­stra­zioni mono degli anni 1950–60 e le regi­stra­zioni Colum­bia dei tardi anni ’50 e ’60).

Ma accanto all’interesse intrin­seco del fil­mato e degli arti­coli, ben scritti e docu­men­tati, c’è un altro aspetto che mi preme sot­to­li­neare. Scott Fogle­song scrive per il sito examiner.com, che rap­pre­senta un espe­ri­mento molto inte­res­sante per quanto attiene all’informazione del futuro. Nato come ver­sione web dell’Examiner, una rete di gior­nali locali gra­tuiti di pro­prietà del ric­chis­simo Phi­lip Anschutz, il sito è diven­tato un espe­ri­mento di “gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo” (citi­zen jour­na­lism); la sto­ria di examiner.com la si può leg­gere rias­sunta in que­sto arti­colo. Fogle­song, docente al con­ser­va­to­rio di San Fran­ci­sco e a Ber­ke­ley, fa parte delle cen­ti­naia di “exa­mi­ners” scelti dal sito (su auto­can­di­da­tura) dap­prima per rac­con­tare la realtà locale e super­lo­cale (si arriva fino ai pro­blemi di quar­tiere), poi con uno sguardo sem­pre più diretto all’informazione gene­rale, senza tra­scu­rare quella cul­tu­rale. Oggi il sito ha 1,2 milioni di con­tatti al mese, e con­ti­nua a cre­scere; i con­te­nuti pos­sono sem­brare orga­niz­zati un po’ cao­ti­ca­mente, ma si sa che gli utenti di inter­net sono velo­cis­simi a crearsi delle rou­tine. Quello che viene spesso pre­sen­tato come un remoto futuro, sem­bra dun­que essere già fra di noi, e la citata voce di wiki­pe­dia pre­senta un qua­dro abba­stanza impres­sio­nante. Lunga vita alla glo­riosa infor­ma­zione dei grandi media, ma sarebbe bene che comin­cias­sero ad attrezzarsi…

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salieriAllevi ha rispo­sto all’inter­vi­sta in cui Ughi si diceva offeso dal con­certo di Natale al Senato (vedi post del 24 dicem­bre). Come ha rispo­sto? Con una Let­tera Aperta. In fondo quello che riguarda lui riguarda l’Arte, e dun­que due righe avve­le­nate nella pagina della Posta gli sareb­bero sem­brate da morti di fame. E cosa scrive, in que­sta Let­tera Aperta? Fa l’Allevi. Una miscela di fur­be­ria, gio­va­ni­li­smo pia­gnone, auto­com­mi­se­ra­zione che poi diventa autoe­sal­ta­zione per con­clu­dersi nell’autotrionfalismo più sca­te­nato (spac­ciato per “visionarietà”).

ughiDun­que comin­cia con una favo­letta, quella del gio­vane com­po­si­tore che va a un con­certo della grande star Uto Ughi e ne resta tanto col­pito da andare nel suo came­rino a chie­der­gli un auto­grafo: è l’unico auto­grafo che Allevi abbia mai chie­sto a un arti­sta, ed è suc­cesso 10 anni fa. Che strana idea, quella diar­ri­vare a 28 anni senza chie­dere mai un auto­grafo a nes­suno, e poi improv­vi­sa­mente chie­derlo a Uto Ughi. Boh. In ogni caso, otte­nuto il pre­zioso fetic­cio, Allevi torna nel suo mono­lo­cale; per­ché ci dà la metra­tura di casa sua? Per­ché ci vuole dire che è povero, è fuori dai gio­chi, non cono­sce nes­suno del mondo ruti­lante dello spettacolo:

Io non avevo ami­ci­zie influenti, a stento arri­vavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacri­fici per diplo­marmi in Com­po­si­zione e il biglietto del con­certo l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti vio­li­ni­sti del mondo: lei, Mae­stro Ughi.

Ecco, pra­ti­ca­mente la pic­cola fiam­mi­fe­raia. Ma la fase dell’autocommiserazione dura poco. Men­tre la “casta” difen­deva i suoi onori e le sue ric­chezze, Allevi stu­diava dura­mente, con­for­tato dalla Feno­me­no­lo­gia di Hegel (!). Ed ecco che, all’improvviso arriva l’illuminazione. Allevi capi­sce la pro­pria missione:

Per­ché costrin­gere il pub­blico del nostro tempo a rap­por­tarsi solo a capo­la­vori con­ce­piti secoli fa, e per­dere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espres­sione dei nostri giorni, che sia una rigo­rosa evo­lu­zione della tra­di­zione clas­sica euro­pea? La musica cosid­detta «con­tem­po­ra­nea», ato­nale e dode­ca­fo­nica, in ogni caso non è più tale, per­ché espres­sione delle lace­ra­zioni che agi­ta­vano l’Europa in tempi ormai lon­tani. Ecco allora il mio pro­getto visio­na­rio. È neces­sa­rio uno sforzo crea­tivo a monte, piuttosto che insi­stere solo sull’educazione musi­cale, get­tando le basi di una nuova musica colta con­tem­po­ra­nea, che recu­peri il con­tatto pro­fondo con la gente. Ho pro­vato a farlo, con le mie par­ti­ture e i miei scritti. È stato necessario.

Il gio­chino è abba­stanza sem­plice: si dice che la musica con­tem­po­ra­nea è quella delle lace­ra­zioni del pas­sato, quella brutta e dif­fi­cile, insomma quella derisa da Alberto Sordi nelle Vacanze intel­li­genti. E quindi il suo ten­ta­tivo diventa quello di ricu­cire lo strappo, di ridare al pre­sente una musica del pre­sente. Ora, che il suo pro­blema sia stato posto da gran parte dei com­po­si­tori degli ultimi trent’anni (e più) lui non lo dice. Lui legge Hegel e capi­sce cosa deve fare; che ci sia stato un mini­ma­li­smo ame­ri­cano, e poi un post­mi­ni­ma­li­smo, che in Ita­lia sia stata scritta della musica defi­nita neo­ro­man­tica, che mezzo mondo non navi­ghi più nella scia di Bou­lez, Allevi fa finta di non saperlo, e in ogni caso non lo dice. Ed ecco che l’accusa di sfrut­tare l’ignoranza della gente diventa piut­to­sto ragio­ne­vole. Ma l’ardito inno­va­tore si spinge più in là:

Da amante di Hegel, quindi, sapevo benis­simo che l’ondata di novità avrebbe man­dato in crisi il vec­chio sistema e che i sacer­doti della casta, con i loro adepti, non potendo rico­no­scere su di me alcuna pater­nità, avreb­bero messo in atto una cri­mi­nale quanto spie­tata opera di «cro­ci­fis­sione di Allevi».

Ora, che Allevi sia stato addi­rit­tura “cro­ce­fisso” dai sacer­doti della casta è cosa alquanto dif­fi­cile da soste­nere: è coc­co­lato e invi­tato da tutte le mag­giori isti­tu­zioni musi­cali, è pre­sen­tato a tutte le ore su tutti i canali tele­vi­sivi e radio­fo­nici come il nuovo Mozart e, con tutto il rispetto, non mi sem­bra che Ughi abbia la sta­tura per imper­so­nare il Salieri del film di For­man (e del dramma di Schaf­fer). Ma la sua rivo­lu­zione parte dal basso, vuole dirci:

Non c’è alcuna mac­chi­na­zione, tutto è asso­lu­ta­mente lim­pido e puro: le per­sone spon­ta­nea­mente hanno scelto di seguirmi. Ma biso­gna smet­tere di rite­nere igno­rante la gente «comune». Il pub­blico cui si rivol­geva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro?

Eppure era chiaro che nes­suno si fosse mai detto offeso dal suc­cesso di Allevi. Ognuno ha il diritto di scri­vere e di ascol­tare quello che pre­fe­ri­sce. Il pro­blema nasce quando qual­cuno ti dice che ciò che sta facendo è l’eccellenza di un certo ambito, ma qual­siasi con­si­de­ra­zione sti­li­stica, este­tica e sto­rica che abbia un minimo di costrutto indica pla­teal­mente il con­tra­rio. E qui, curio­sa­mente, Allevi usa un argo­mento abba­stanza incon­sueto: invece di soste­nere che non ha senso chie­dersi se la sua musica sia “clas­sica” o meno – si con­si­deri che tutto nasce da un con­certo al Senato spac­ciato per con­certo clas­sico di altis­simo livello – usando la vec­chia e alquanto usu­rata argo­men­ta­zione della scom­parsa delle distin­zioni fra i generi musi­cali, dell’esigenza della con­ta­mi­na­zione, del metic­ciag­gio ecc., invece di fare tutto que­sto, lui riven­dica la purezza raz­ziale della sua musica:

È una musica colta che non può pre­scin­dere dalla par­ti­tura scritta e che rifiuta qua­lun­que con­ta­mi­na­zione, con le parole, con le immagini, con stru­menti musi­cali e forme che non siano pro­pri della tra­di­zione clas­sica. […] La mia è una musica clas­sica, per­ché uti­lizza il lin­guag­gio colto, la cui padro­nanza è frutto di anni di stu­dio acca­de­mico. […] La mia non è una musica pop, per­ché non con­tem­pla alcun can­tante, alcuna chi­tarra elet­trica e bat­te­ria e non usa la tra­di­zione orale, o una scrit­tura sem­pli­fi­cata come mezzo di propagazione…

Insomma non è uno scherzo: Allevi vuole pro­prio affer­mare che la sua è la “musica clas­sica” del pre­sente e del futuro, e che l’unico motivo per cui una per­sona come Ughi – che con la musica con­tem­po­ra­nea “lace­rata” e dis­so­nante ha lo stesso legame che potrebbe avere con l’heavy metal – lo rifiuta è per­ché Ughi è un Gran Sacer­dote della casta pas­sa­ti­sta. Abba­stanza incredibile.

Ma il vero capo­la­voro è la chiusa, dove sotto i linea­menti dell’artista del futuro si riaf­fac­ciano quelli, imbron­ciati, della pic­cola fiam­mi­fe­raia: “Quel suo auto­grafo che ho sem­pre con­ser­vato gelo­sa­mente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente”. Addio, Bruto Ughi!

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Un allevamento al Senato

24 dicembre 2008

allevi

Alla fine di un pre­ce­dente post, in cui si par­lava della que­stione Kaplan-NY Phi­lhar­mo­nic, facevo cenno all’impressione che mi aveva fatto vedere Gio­vanni Allevi snoc­cio­lare le sue bana­lità sonore al Senato, e vedere mezzo Par­la­mento ita­liano accla­marlo in piedi come fosse Stra­vin­skij redi­vivo. La sen­sa­zione che avevo sen­tito den­tro di me, e avevo subito cer­cato di comu­ni­care agli amici, era stata di offesa: la sen­sa­zione quasi fisica di uno schiaffo. Si passa la vita a capire che cosa è buono e che cosa non lo è, a disti­nuere gli amici veri da quelli meno, a impa­rare a sce­gliere. Che Gio­vanni Allevi possa ven­dere migliaia/milioni/miliardi di dischi non è una cosa che mi offende: se li hanno ven­duti le Spice Girls, per­ché Allevi non dovrebbe? Per­ché la sua melo­dia allude alla tra­di­zione clas­sica? È la prova che quando il mar­ke­ting coglie un’onda, la sa por­tare fino a riva fre­gan­do­sene di qual­siasi diga o distin­zione: negli anni abbiamo visto le case disco­gra­fi­che caval­care i più dispa­rati generi, scher­zare con la poli­tica, la cul­tura, la fede. Se si tratta di fare soldi, tutto può fun­zio­nare, e nes­sun cavallo è dav­vero zoppo: fac­ciamo tor­nare il croo­ner alla Bublè, il can­tante latino impe­gnato alla Manu Chao, il tenore alla Bocelli, il vio­li­ni­sta alla Ken­nedy, il coro di monaci dell’abbazia cister­cense. Potreb­bero far­cela anche con un quar­tetto di tube wag­ne­riane, se solo tro­vas­sero il mix accattivante.

Ma a costo di farlo io, il vec­chio trom­bone, devo dire che per me un con­certo al Senato ha un valore diverso. Non è una sala che si affitta per i party azien­dali; non è un tea­tro che si subap­palta alle agen­zie; non è uno stu­dio tele­vi­sivo, anche se c’è chi lavora inde­fes­sa­mente per far­celo diven­tare. Insomma, vedere quella che dovrebbe essere l’élite cul­tu­rale e poli­tica del paese (si pensi alla figura del sena­tore a vita), spel­larsi le mani e inchi­narsi davanti a un arti­sta che ha fatto della faci­lo­ne­ria e della super­fi­cie la pro­pria for­tuna, mi ha fatto sen­tire offeso nel pro­fondo. Giuro, pro­prio nel profondo.

Ma se oggi ci torno su, è per­ché per una volta i miei sen­ti­menti hanno tro­vato espres­sione quasi let­te­rale nelle parole di un arti­sta verso il quale nutro sen­ti­menti con­tra­stanti, ma che sicu­ra­mente rap­pre­senta qual­cosa di infi­ni­ta­mente distante dal gio­va­nis­simo musicista-filosofo-poeta-creativo-a-tutto-tondo: Uto Ughi.

La bella inter­vi­sta di San­dro Cap­pel­letto sulla Stampa di oggi, riporta frasi intere di Ughi che sot­to­scri­ve­rei senza cam­biare una vir­gola. Lo scon­certo sui con­su­lenti musi­cali del Senato, il negare la paren­tela con la tra­di­zione clas­sica, la sen­sa­zione di un inqui­na­mento della verità e del gusto, del furbo caval­care un equi­voco cul­tu­rale. Solo quando parla del “trionfo del rela­ti­vi­smo”, giu­sto per­ché so dove si va poi a parare, richia­me­rei un più sem­plice “qua­lun­qui­smo” o una più uni­ver­sale “super­fi­cia­lità”. Non sarà certo un caso, se molti quo­ti­diani nella ver­sione on-line hanno ripreso un lan­cio d’agenzia che descri­veva l’omaggio di Allevi, durante il con­certo, al grande com­po­si­tore Gio­vanni Puc­cini, di cui si cele­bra quest’anno il 150° anni­ver­sa­rio. Per non par­lare poi della pre­sen­ta­trice, Milly Car­lucci, e del suo tono sfron­ta­ta­mente, fasti­dio­sa­mente trio­fa­li­stico e genu­flesso nei con­fronti del pre­si­dente del Senato e della mag­gio­ranza che lo ha inse­diato; tutto torna, se si pensa che Milly è la sorella dell’ineffabile Gabriella, la mas­sima esperta di spet­ta­colo che il governo del Cava­liere abbia saputo esprimere.

In quanto alla frase di Allevi, rag­ge­lante per igno­ranza e pre­sun­zione, che Cap­pel­letto riporta in chiu­sura dell’articolo (“La mia musica avrà sulla musica clas­sica lo stesso impatto che l’Islam sta avendo sulla civiltà occi­den­tale”), la acco­ste­rei alla fan­ta­sma­go­rica teo­ria este­tica espressa altrove dal pic­colo Leo­nardo: “stiamo tor­nando nel Rina­sci­mento ita­liano, dove l’artista deve essere un po’ filo­sofo, un po’ inven­tore, un po’ folle, deve uscire dalla torre d’avorio e avvi­ci­narsi al sen­tire comune”. Ma che Rina­sci­mento ha stu­diato, Allevi?

Va bene che il Senato di que­sta legi­sla­tura non è certo un’Accademia pla­to­nica, ma porca misera, un po’ meno di acquie­scenza bovina avrebbe fatto bene a tutti. Spe­cial­mente quando quelle manine che si spel­lano ad applau­dire, sono poi le stesse che schiac­ciano il pul­san­tino del “sì” per votare dei pesanti tagli all’inutile cul­tura pas­sa­ti­sta. Una pro­messa con­creta: più Allevi per tutti.

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Puccini!

23 dicembre 2008

puccini2

Quanti anni­ver­sari, quante cose da festeg­giare e da ricor­dare in quest’anno tanto dif­fi­cile! Forse festeg­giare i com­pleanni fa invec­chiare i ricordi: si fa un gesto di gene­rico tri­buto e poi ci si butta tutto alle spalle, e per un po’ non ci si pensa più. O forse gli anni­ver­sari sono tor­nati di gran moda per via della dispe­rata fame di ricavi delle aziende: quante edi­zioni com­plete di Mes­siaen sono uscite quest’anno? Almeno quat­tro, credo. Domani saranno ancora sugli scaf­fali? Fino a ieri Mes­siaen era un autore dif­fi­cile (e per qual­cuno anche peg­gio)…

Insomma, è tutto vero. I ricordi biso­gna cer­care di tener­seli stretti tutto l’anno. Ma Puccini…

No, Puc­cini biso­gna pro­prio festeg­giarlo. Sarebbe un’offesa troppo grave. E devo dire che sapere che oggi sarebbe il suo 150° com­pleanno mi fa una certa impres­sione. 150 anni. Un sof­fio. Mio nonno potrebbe averlo cono­sciuto. Io stesso ho cono­sciuto chi lo ha cono­sciuto. Qual­cuno si ricor­derà il baf­futo custode della villa di Torre del Lago, che rac­con­tava di come il Mae­stro lo tenesse in brac­cio quando era pic­colo. Asso­mi­gliava mol­tis­simo a Puc­cini, la cosa ali­men­tava qual­che pet­te­go­lezzo tra i visi­ta­tori, e que­sto chia­ra­mente lo inorgogliva.

Ma l’omaggio, per essere tale, deve anche essere per­so­nale. E allora potrei rac­con­tare del foto­grafo di Puc­cini a Torre del Lago e a Via­reg­gio, il Cava­lier (come teneva a fir­marsi) Gior­gio Magrini (anche la foto che si vede qui sopra è sua). Fino a dieci anni fa uno dei due nipoti, Giu­seppe, aveva ancora un nego­zio di ottica e foto­gra­fia a Via­reg­gio, in via Zanar­delli. Vi si pote­vano tro­vare le car­to­line con le foto di Puc­cini scat­tate dal nonno, con il vistoso copy­right: “Foto del Cav. G. Magrini”. Puc­cini era molto attento a quella che oggi si defi­ni­rebbe “gestione dell’immagine”, tanto da arri­vare in più di un caso a delle vere e pro­prie spon­so­riz­za­zioni (per le auto­mo­bili, per esem­pio). L’altro nipote di Gior­gio Magrini, tut­tora in atti­vità, è Ugo­lino, foto­grafo e pit­tore molto cono­sciuto in Versilia.

Si potrebbe dire del Mar­ghe­rita, il caffè dalle linee liberty fre­quen­tato da Puc­cini e dagli arti­sti e intel­let­tuali ver­si­liesi dell’epoca, che dopo aver resi­stito per anni come caffè-ristorante, essere poi diven­tato una piz­ze­ria e un locale un po’ chip, oggi è una libre­ria Mon­da­dori. La grande scul­tura che raf­fi­gu­rava Puc­cini seduto con la siga­retta in mano è stata rimossa, in com­penso all’interno della libre­ria si ven­dono libri foto­gra­fici, bio­gra­fie e saggi sulle sue opere. The times, they are a-changin’ can­tava Bob Dylan.

Nella sua casa di Via­reg­gio, oggi a cento metri circa dal grande lun­go­mare, all’angolo della pineta, ma allora pra­ti­ca­mente sulla spiag­gia, abi­tano da tempo due gio­vani e bra­vis­simi archi­tetti e la loro mamma. L’edificio è deci­sa­mente déla­bré, ma le per­sone che lo abi­tano hanno impe­dito che diven­tasse una vil­letta bor­ghese ristrut­tu­rata da geo­me­tri. È molto più che qual­cosa, vedendo cosa è capi­tato ai tanti, bel­lis­simi edi­fici della Via­reg­gio d’epoca, tra­sfor­mati con pochis­sima cura e rispetto.

E a pro­po­sito di geo­me­tri, ora, nel brutto piaz­zale costruito davanti alla villa di Torre del Lago sorge un Tea­tro in mura­tura (vedi la sto­ria di Kaplan. Cosa c’entra? C’entra, c’entra! quando arri­vano i soldi si può fare di tutto). Niente con­corso inter­na­zio­nale. L’edificio pare sia fun­zio­nale, ma este­ti­ca­mente potrebbe essere opera di uno dei pra­ti­coni che hanno edi­fi­cato così tante taver­nette e por­ti­cati nella zone cir­co­stanti, da far diven­tare Torre del Lago una delle desti­na­zioni più ambìte per il sog­giorno obbli­gato dai con­dan­nati di mezza ita­lia. Brutto porta brutto. Nelle sere d’estate, sotto i poten­tis­simi riflet­tori, gli acuti fanno a gara con il ron­zio delle zan­zare. L’Autan regna incon­tra­stato; come la Vio­letta di Parma nei tea­tri pie­mon­tesi di un paio di decenni fa.

Quante altre cose si potreb­bero dire. Ma oggi ci si può fer­mare qui, e aggiun­gere sem­pli­ce­mente: auguri, gran­dis­simo Giacomo!

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salome

Forse, se si dovesse indi­care l’evento che ha più pro­fon­da­mente modi­fi­cato la sto­ria della rece­zione del tea­tro d’opera negli ultimi trent’anni, non biso­gne­rebbe guar­dare alle novità di car­tel­lone, alle inno­va­zioni regi­sti­che o a quelle mana­ge­riali. Biso­gne­rebbe sem­pli­ce­mente alzare lo sguardo al boc­ca­scena, e fis­sare quelle due, a volte tre righe di testo lumi­noso che sovra­stano i can­tanti. Biso­gne­rebbe osser­vare quel movi­mento rit­mico che l’intero pub­blico in sala fa con gli occhi (o con l’intera testa), ogni dieci, venti o trenta secondi, per l’intera durata dello spettacolo.

I sopra­ti­toli quest’anno com­piono il loro primo quarto di secolo. La loro intro­du­zione in quella che sem­brava una forma spet­ta­co­lare immo­bile nel suo rituale codi­fi­cato – in realtà mobi­lis­sima, come tutte le forme di spet­ta­colo dal vivo – si deve a Lofti Man­souri, il manager-sovrintendente, ira­niano di nascita e ame­ri­cano d’adozione, che nel gen­naio del 1983, in occa­sione di una pro­du­zione della Elek­tra di Strauss della Cana­dian Opera Com­pany a Toronto, chiese la pro­ie­zione del libretto su uno schermo oriz­zon­tale posto sulla cor­nice del pal­co­sce­nico (boc­ca­scena). Fu l’inizio di una pic­cola rivo­lu­zione, dap­prima tutta ame­ri­cana, in seguito, con inso­lita rapi­dità, accet­tata in tutto il mondo. Il nome che in un primo momento prese que­sta inno­va­zione tec­nica fu Sur­ti­tles, anche se, con spi­rito tutto anglo­sas­sone, il mar­chio fu imme­dia­ta­mente regi­strato dalla Cana­dian Opera Com­pany, e dun­que da allora in poi per il resto del mondo anglo­fono il ter­mine da usare per evi­tare di pagare royal­ties fu Super­ti­tles, manco fosse un gruppo di supe­re­roi (in realtà, il ter­mine ori­gi­nale cana­dese è rima­sto quello più dif­fuso, anche se non viene mai messo per iscritto). Negli Stati Uniti fu la grande Beverly Sills, allora mana­ger della New York City Opera, a intro­durli per la prima volta, nel set­tem­bre del 1983, in occa­sione di una pro­du­zione di Cen­dril­lon di Mas­se­net al New York State Theater.

Il debutto ita­liano di quelle che per un po’ di tempo furono popo­lar­mente defi­nite, con un ter­mine meno scioc­cante per il mondo della lirica, “dida­sca­lie”, avvenne il 1° giu­gno del 1986 in una pro­du­zione dei Mei­ster­sin­ger al Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; la loro impor­ta­zione si deve pre­su­mi­bil­mente a Zubin Mehta, di casa tanto a New York quanto a Firenze, ma tro­va­rono da subito un soste­ni­tore bril­lante, auto­re­vole e influente in Ser­gio Sablich, che non solo firmò la prima tra­du­zione (anche se in que­sto caso sarebbe più giu­sto defi­nirla “sce­neg­gia­tura”), ma li sostenne sem­pre e ovun­que con­tro l’antipatia della cri­tica più con­ser­va­trice. Anti­pa­tia che durò per anni, e che fu tutt’altro che leggera.

Quello fio­ren­tino era il debutto euro­peo dei sopra­ti­toli, e dovet­tero pas­sare ancora degli anni per­ché essi fos­sero accet­tati ovun­que. In Ita­lia una parte della cri­tica li accettò con una certa indif­fe­renza (“non hanno distur­bato lo spet­ta­colo”, scrisse Gior­gio Pestelli, “non ha dato troppo fasti­dio” Bor­to­lotto), altra parte fu seve­ris­sima (“una scelta di un pro­vin­cia­li­smo turi­stico ripro­ve­vole” scrisse, comi­ca­mente, Dui­lio Curier).

Che io sap­pia, la prima pro­ie­zione di sopra­ti­toli di un libretto in lin­gua ita­liana fu fatta a Torino in occa­sione del Mitri­date di Mozart il 28 aprile del 1995; li volle Carlo Majer, allora diret­tore arti­stico del Tea­tro Regio, che non solo dall’anno pre­ce­dente li aveva richie­sti per tutte le opere in lin­gua stra­niera, ma che dopo una serie di espe­ri­menti e messe a punto, li rese una pre­senza sta­bile per tutte le opere rap­pre­sen­tate, indi­pen­den­te­mente dalla lin­gua del libretto.

In Ita­lia la prima realtà a farne il pro­prio busi­ness fu la Eikon, azienda con sede all’Impruneta (Firenze), fon­data dall’imprenditore e foto­grafo pub­bli­ci­ta­rio Nedo Ferri; per più di dieci anni dominò incon­tra­stata il mer­cato, e solo nel 1996 nac­que Pre­scott Stu­dio, di Mauro Conti, sto­rico mae­stro del Tea­tro Comu­nale di Firenze ed ex col­la­bo­ra­tore di Ferri. Oggi molti tea­tri si sono attrez­zati auto­no­ma­mente, ma le due aziende con­cor­renti con­ti­nuano a for­nire il loro ser­vi­zio a molti tea­tri d’opera e di prosa.

Anche dal punto di vista tec­no­lo­gico molte cose sono cam­biate. Le prime pro­ie­zioni erano deci­sa­mente rias­sun­tive, poi­ché si avva­le­vano di pro­iet­tori di dia­po­si­tive di alta qua­lità ma fisi­ca­mente impo­nenti e far­ra­gi­nosi da uti­liz­zare. La Eikon per prima si fece creare un pro­gramma per Apple Macin­tosh che met­teva in sequenza diversi pro­iet­tori, in modo da ren­dere il lavoro del mae­stro col­la­bo­ra­tore addetto alla pro­ie­zione più sem­plice. Poi sono arri­vati anche i video­pro­iet­tori, sem­pre più potenti e com­pe­ti­tivi, tali da ren­dere in parte obso­leta la vec­chia dia­po­si­tiva (ma molti pre­fe­ri­scono ancora il lavoro foto­gra­fico). Infine i tanti display luminosi.

Ma più che l’innovazione tec­no­lo­gica, ciò che più col­pi­sce è la tra­sfor­ma­zione este­tica e nella rece­zione che i sopra­ti­toli hanno pro­vo­cato. Se qual­cuno facesse una sta­ti­stica con­fron­tando il numero di Ring o di pro­du­zioni di Janačék nei tea­tri euro­pei prima e dopo l’introduzione dei sopra­ti­toli, sono sicuro che sco­pri­rebbe un for­tis­simo incre­mento. I sopra­ti­toli hanno spa­lan­cato le porte dei tea­tri a titoli fino a non molto tempo fa pro­gram­ma­bili solo come rarità per inten­di­tori, e ali­men­tato una ripresa di inte­resse da parte del pub­blico di dimen­sioni straor­di­na­rie nei con­fronti dei titoli meno acces­si­bili. Hanno dun­que con­tri­buito a ren­dere lo spet­ta­colo lirico un’esperienza meno dedita alla ripe­ti­zione di sé stessa, e più vicina alla sen­si­bi­lità cul­tu­rale odierna.

Pre­su­mi­bil­mente il loro viag­gio non è finito. Alcuni tea­tri già pro­iet­tano i testi in più lin­gue (la Flo­rida Grand Opera di Miami, per esem­pio, offre le tra­du­zioni spa­gnola e inglese affian­cate). Altri, dal Metro­po­li­tan alla Scala, hanno optato per dei sistemi appa­ren­te­mente più discreti come i cosid­detti “video­li­bretti”; dico appa­ren­te­mente per­ché in realtà richie­dono lo stesso sforzo con­cet­tuale e, soprat­tutto, lo stesso muta­mento di moda­lità recet­tiva (“Opera is not a rea­ding expe­rience!”, tuo­nava anni fa il diret­tore di «Opera News»). Altri ancora imma­gino che prima o poi deci­de­ranno di rece­dere da un ele­mento che, comun­que lo si voglia inten­dere, rimane piut­to­sto inva­sivo; saranno aiu­tati in que­sto da nuove tec­no­lo­gie, come la distri­bu­zione di pal­mari all’ingresso a chi ne facesse richie­sta, o da chissà cos’altro. L’assenza di sopra­ti­toli diven­terà così parte di una nuova filo­lo­gia dell’ascolto.

È dif­fi­cile da dire che cosa ne sarà in futuro, ma ciò che è inne­ga­bile è che da ser­vi­zio acces­so­rio i sopra­ti­toli sono diven­tati parte inte­grante dello spet­ta­colo e del modo di goderlo. Sono diven­tati una delle tante com­pe­tenze arti­gia­nali neces­sa­rie allo spet­ta­colo dal vivo.

Dun­que: Buon com­pleanno, sopratitoli!

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