From the category archives:

DVD

jarman3

Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

jarman4

Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

britten1

Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

{ 0 comments }

stravinsky-e-nadia-boulangerÈ dif­fi­cile soprav­va­lu­tare e l’influenza che Nadia Bou­lan­ger ha avuto sulla musica del Nove­cento. I suoi Mer­co­ledì, durante i quali una cin­quan­tina di stu­denti e ammi­ra­tori, cele­bri e meno cele­bri, inva­de­vano il cele­bre appar­ta­mento di rue Ballu 36 – una casa let­te­ral­mente tra­boc­cante di libri, par­ti­ture, stru­menti, foto­gra­fie e cimeli – sono ormai entrati nella leg­genda. “Made­moi­selle”, come era affet­tuo­sa­mente defi­nita, vi teneva banco con le sue dot­tis­sime ana­lisi, gli ascolti di nuove com­po­si­zioni, la con­ver­sa­zione sem­pre ele­vata e bril­lante, ma in nes­sun caso sciatta o salot­tiera; con i suoi occhiali a pince-nez, così pro­fes­so­rali e incon­sueti su un volto fem­mi­nile; con la sua pro­fonda inti­mità intel­let­tuale con molte delle mag­giori menti arti­sti­che del secolo. Fauré, Stra­vin­sky, Valèry, Coc­teau, Ger­sh­win, Bern­stein, la prin­ci­pessa di Poli­gnac, Sze­ryng fra i tan­tis­simi fre­quen­ta­tori; un’intera gene­ra­zione di com­po­si­tori ame­ri­cani tra i suoi allievi (gli “ame­ri­cani a Parigi” degli anni Venti): Car­ter, Copland, Piston, Thom­son ecc., ma anche molti diret­tori d’orchestra (Barem­boim e Gar­di­ner per fare tre nomi “recenti”); pia­ni­sti, come il grande Dinu Lipatti; ma osser­vare la lista dei fre­quen­ta­tori e degli allievi è sor­pren­dente per l’impressionante escur­sione tem­po­rale e cul­tu­rale dei suoi ammi­ra­tori, da Jaques Ibert a Piaz­zolla, da Menotti a Phi­lip Glass o a Quincy Jones. Prima donna a diri­gere una grande orche­stra come la New York Phi­lar­mo­nic, Nadia Bou­lan­ger ha rap­pre­sen­tato per anni il con­cetto stesso di cul­tura musi­cale; poi qual­cosa ha comin­ciato a cam­biare. La sua distanza dalle tec­ni­che della seria­lità (distanza nutrita di rispetto e di com­pe­tenza, come sem­pre nel suo caso) l’ha resa invisa ai gio­vani ram­panti degli anni Ses­santa e Set­tanta, Bou­lez in testa, che comin­cia­rono a par­lare sprez­zan­te­mente del suo entou­rage come di un mondo di bolsi acca­de­mici (la “bou­lan­ge­rie” lo defi­ni­vano, con una bat­tuta che gra­zie alla sua facile roz­zezza diventò pre­sto celebre).

dvd_boulangerÈ una sto­ria che ci viene oggi rac­con­tata dal river­sa­mento in DVD di un film del 1977 di Bruno Mon­sain­geon inti­to­lato pro­prio Made­moi­selle, e girato su pel­li­cola in b/n in occa­siuone dei novant’anni della Bou­lan­ger. Il film dura 80 minuti circa, e se non fosse per il suo altis­simo valore docu­men­ta­rio si potrebbe dire che è un’opera minore di que­sto grande regi­sta docu­men­ta­ri­sta. Ma assi­stere a una lezione della Bou­lan­ger, già molto anziana, ascol­tare il suo fran­cese col­tis­simo e per­fetto, ammi­rare l’esibizione natu­rale e con­ti­nua di “clartè” del suo pen­siero, la pron­tezza con cui risponde alle domande, a volte un po’ fumose o vaga­mente petu­lanti, dell’intervistatore ne fanno uno spet­ta­colo strao­di­na­rio. Accom­pa­gnano la visione due com­men­ta­tori d’eccezione: il miste­rioso Igor Mar­ke­vitch, e il grande Leo­nard Bern­stein, natu­ral­mente seduto al pianoforte.

Rac­conta Mon­sain­geon nelle note di coper­tina che ori­gi­na­ria­mente il film si apriva con una scena di Love Story, il film drammatico/sentimentale di Arthur Hil­ler che a par­tire dal 1970 ha fatto pian­gere gene­ra­zioni di inna­mo­rati. Nella trama del dram­mone, lei, la sem­plice e bel­lis­sima musi­ci­sta (Ali Mac­Graw), per spo­sare lui (Ryan O’Neal), ricco e alto­bor­ghese, aveva rinun­ciato alla borsa di stu­dio a Parigi a cui tanto teneva; lui aveva rinun­ciato al patri­mo­nio di fami­glia e alla bril­lante car­riera con­nessa. La scena, tagliata dal DVD per una que­stione di diritti, era quella, pre­ce­dente al sacri­fi­cio, in cui lei comu­ni­cava a lui che sarebbe par­tita per la Fran­cia: aveva final­mente otte­nuto la pos­si­bi­lità di andare a stu­diare a Parigi con la cele­bre Nadia Bou­lan­ger. Cosa non si fa per amore.

{ 0 comments }

messiaen_cristal

Il pros­simo 10 dicem­bre saranno pas­sati 100 anni dalla nascita di Oli­vier Mes­siaen, e gli omaggi hanno da tempo comin­ciato ad appa­rire un po’ ovun­que. Qui vor­rei ricor­darne due, di taglio molto diverso: il film di Oli­vier Mille, inti­to­lato La Litur­gie de cri­stal, del 2002, da poco pub­bli­cato in DVD nella bella col­lana “Jux­ta­po­si­tions” (The Cry­stal Liturgy, Ideale Audience 2007), e un buffo quanto incon­gruo arti­colo che gli ha recen­te­mente dedi­cato il «Nou­vel Observateur».

Il film di Mille è un bel­lis­simo omag­gio. Comin­cia con una lunga sequenza di canyon dello Utah, per poi riper­cor­rere la vita crea­tiva di Mes­siaen per ampi capi­toli, uti­liz­zando fram­menti di inter­vi­ste, scene di pae­sag­gio ed ese­cu­zioni musi­cali. Ci sono tutti gli aspetti della lunga e per molti versi sor­pren­dente vita di Mes­siaen: l’ornitologo seris­simo, appas­sio­nato, spesso quasi infa­sti­dito dalla suf­fi­cienza con cui tal­volta era (e per molti versi tut­tora è) con­si­de­rato que­sto aspetto della sua crea­ti­vità. Lo stu­dioso di disci­pline filo­so­fi­che e spi­ri­tuali, con il capi­tolo sul Giap­pone, e l’indissolubile legame con le imma­gini e i motivi della fede cat­to­lica. Mes­siaen com­po­si­tore, dalla classe di Dukas alle prime crea­zioni, il campo di pri­gio­nia e la genesi del Qua­tuor puor la fine du temps, poi le tante fasi e la straor­di­na­ria ric­chezza e varietà del suo cata­logo, com­preso il periodo ame­ri­cano e il vasto affre­sco di Des Canyons aux Etoi­les (con delle belle riprese del Mount Mes­siaen, la mon­ta­gna che gli fu dedi­cata nello Utah nel 1978). E ancora: Mes­siaen didatta, con gli inte­res­santi fram­menti di lezione al Con­ser­va­to­rio. E sopra tutto, molta bel­lis­sima musica, dal Cata­lo­gue des oiseux al San Fran­ce­sco d’Assisi. Tutto in un’ora, sin­te­ti­ca­mente rias­sunto ma non imbot­tito d’informazioni. Il DVD com­prende anche tre fram­menti di un pre­ce­dente docu­men­ta­rio di Mille su Mes­siaen, Des canyons aux étoi­les, le Mode d’Olivier Mes­siaen, del 1997, fatto di inter­vi­ste a inter­preti, amici e allievi. Un invito ad appro­fon­dire e a cono­scere, pro­prio come dev’essere un omaggio.

messiaenboulezopNei tanti inserti di inter­vi­sta si ritrova il Mes­siaen imma­gi­ni­fico, quasi serioso nelle spie­ga­zioni – ma con un filo di spi­rito sor­nione e un vistoso pia­cere nell’essere ascol­tato e ammi­rato – intel­li­gente e privo del timore di sem­brare pre­sun­tuoso. Le prime parole che gli si sente dire sono:

Je suis musi­cien d’abord, bien entendu, com­po­si­teur de musi­que, pro­fes­seur de com­po­si­tion, orga­ni­ste, pia­ni­ste, aussi ryth­mi­cien – j’ai fait des études par­ti­cu­lier des ryth­mes, sur­tout sur la métri­que grec­que et les decî-tâlas de l’Inde anti­que – mais je suis égale­ment orni­tho­lo­gue, et orni­tho­lo­gue pro­fes­sion­nel et de métier, et ça fait plus de trente ans que je note des chants d’oiseaux pas seu­le­ment en France et dans tou­tes le pro­vin­ces de France, mais dans tous les pays où j’ai pu voya­ger au cours de mes concerts.

La cosa che più piace e sor­prende della sua intel­li­genza, è la capa­cità di por­tare all’interno del discorso musi­cale delle “imma­gini strut­tu­rali” (non saprei come chia­mare altri­menti dei pro­ce­di­menti di com­po­si­zione basati su impres­sioni visive e audi­tive) pro­ve­nienti da mondi ad essa estra­nei, fos­sero mondi della bio­lo­gia (il canto degli uccelli, prima di tutto, ma anche una certa visione della sto­ria natu­rale), dell’etnografia (la musica giap­po­nese, il game­lan) o della filo­so­fia e della reli­gione (per esem­pio l’idea del “prin­ci­pio della vetrata”, cioè dell’utilizzo di una mol­ti­tu­dine di colori allo scopo di comu­ni­care un unico colore com­ples­sivo). Tra gli ese­cu­tori che il film mostra, Ivonne Loriod (la sua seconda moglie), Kent Nagano (gio­va­nis­simo), Pierre-Lauren Aimard, e natu­ral­mente Pierre Boulez.

boulezE pro­prio quest’ultimo trova un modo tutto par­ti­co­lare di ricor­dare Mes­siaen in occa­sione del cen­te­na­rio. Il «Nou­vel Obser­va­teur» lo inter­vi­sta in un arti­colo inti­to­lato “Mes­siaen, mon Mai­tre”, e lui ricorda sere­na­mente di aver defi­nito la musica del suo mae­stro “musi­que de bor­delle”: doveva farlo, era una giu­sta ribel­lione, dice. Poi aggiunge anche che in realtà nes­suno lo seguiva nelle sue manie, in par­ti­co­lare il canto degli uccelli, la musica reli­giosa e quella d’organo. È così che Bou­lez con­ti­nua a dif­fon­dere l’immagine di un biz­zarro bigotto, un acca­de­mico con dei lati geniali e capace di grandi com­po­si­zioni, alter­nate però a delle cose impre­sen­ta­bili e retrive («Mes­siaen ne com­pose pas, il jux­ta­pose» ha per­sino scritto a suo tempo il suo caro allievo). Quanto ha fatto male, alla com­pren­sione di Mes­siaen que­sta inter­pre­ta­zione? E per­ché in Fran­cia non sem­bra essere pos­si­bile libe­rarsi dei pareri ex cha­te­dra di Bou­lez? Basta osser­vare il senso di libera crea­ti­vità che comu­nica Mes­siaen e il chiuso acca­de­mi­smo delle imma­gini di Bou­lez diret­tore per capire che le cose stanno esat­ta­mente al con­tra­rio. Bou­lez ha l’aria di un car­di­nale che offi­cia i suoi misteri con gesti impe­riosi e oscuri. Se poi si voles­sero con­fron­tare le com­po­si­zioni dei due, beh le cose si met­tono anche peg­gio. Ma è dav­vero ancora così ine­vi­ta­bile con­fron­tarsi con lui su tutta la musica con­tem­po­ra­nea francese?

{ 0 comments }

goreckiÈ da poco apparso in DVD un film di Tony Pal­mer del 1993, dedi­cato alla famosa, ado­rata e disprez­zata insieme Terza sin­fo­nia di Hen­ryk Górecki, Sym­fo­nia pie­sni zalo­snych, o “dei canti dolo­rosi”. Per sapere qual­cosa di più su que­sta sin­fo­nia e sull’immenso suc­cesso che portò al suo eccen­trico autore, con­si­glio un breve arti­colo di Nor­man Lebre­cht di poco più di un anno fa. Oggi, con la distanza cri­tica che i quin­dici anni pas­sati da quell’incredibile exploit con­sen­tono, forse si pos­sono trac­ciare delle linee che riman­dano que­sto brano alla crisi delle avan­guar­die, e alla nascita nell’Europa dell’Est di mol­tis­sime inte­res­santi ricer­che libere da qual­siasi vin­colo estetico-politico. Non biso­gna dimen­ti­care che si tratta di un brano scritto a metà degli anni Set­tanta, nella Polo­nia di Jaru­zel­ski, da un com­po­si­tore inviso al regime, a cui veniva impe­dita qual­siasi par­te­ci­pa­zione agli eventi musi­cali, qual­siasi pos­si­bi­lità di ascol­tare le pro­prie com­po­si­zioni più vaste. La sin­fo­nia è insieme gran­dis­sima ed ele­men­tare, arcaica e post-moderna: può irri­tare la sua voluta sem­pli­cità strut­tu­rale e poe­tica, ma è vera­mente dif­fi­cile non lasciarsi commuovere.

palmerE che dire del film di Pal­mer? Tony Pal­mer ha comin­ciato a girare film sulla musica prima che io nascessi, lavo­rato con gran­dis­simi regi­sti e fatto cose molto impor­tanti. Come pren­dere allora un film di cin­quanta minuti (la durata della sin­fo­nia) che sovrap­pone imma­gini ter­ri­bili di fame, mise­ria, dispe­ra­zione e atroce vio­lenza a quelle della Lon­don Sin­fo­nietta diretta da Zin­man con la splen­dida Dawn Upshaw, e a fram­menti di inter­vi­sta con il sor­nione com­po­si­tore? Io l’ho tro­vato dete­sta­bile come qual­siasi colpo sfer­rato sotto la cin­tura, ma è pra­ti­ca­mente impos­si­bile non rima­nerne in qual­che modo scon­volti. Ho letto che nel 1993, alla prima pro­ie­zione del canale tele­vi­sivo Chan­nel Four (che lo aveva com­mis­sio­nato), fu defi­nito da un diri­gente “rub­bish”; ma poi fu tra­smesso al South Bank Show tra la com­mo­zione e le accla­ma­zioni del pub­blico. D’altro canto il gioco è ter­ri­bil­mente facile, e se un mae­stro navi­gato come Pal­mer l’ha voluto met­tere comun­que in atto, è forse per­ché ha capito che si trat­tava dello stesso colpo sotto la cin­tura che la musica di Gorecki sfer­rava. Andare dritto alla radice del dolore e della com­pas­sione, evi­tando qual­siasi media­zione o bar­riera difen­siva eretta dalla cul­tura. Dete­sta­bile e incre­di­bil­mente com­mo­vente come può esserlo la musica, dun­que; ma comun­que non indifferente.

{ 0 comments }

concentrationariaÈ molto dif­fi­cile inter­ro­garsi sul signi­fi­cato che la musica può avere per la vita di un uomo quando una tap­pez­ze­ria sonora rive­ste inte­ra­mente le nostre gior­nate; così come appare sem­pre più raro riu­scire a col­ti­vare quel par­ti­co­lare silen­zio inte­riore che l’ascolto richiede; capita di arri­vare tra­fe­lati al con­certo di un grande arti­sta, e aspet­tare invano che il tur­bine della sua grande ala ci sfiori. Assue­fatti e rin­tro­nati dall’onnipresenza della musica. Ma ascol­tare il rac­conto di chi ha vis­suto l’esperienza musi­cale al limite dell’esperienza umana fa tor­nare in mente alcuni valori fon­da­men­tali, sopiti da quella che potrebbe essere defi­nita “sovra­sti­mo­la­zione este­tica”. Musica Con­cen­tra­tio­na­ria è uno strano docu­men­ta­rio, nato come parte di un ambi­zio­sis­simo pro­getto con­dotto dal musi­ci­sta pugliese Fran­ce­sco Lotoro: rac­co­gliere tutta la docu­men­ta­zione rela­tiva alla musica com­po­sta in pri­gio­nia lungo l’intero arco del Ven­te­simo Secolo, sotto ogni lati­tu­dine, e regi­strarla poi in una son­tuosa col­lana di dischi (24 cd, per la Musik­strasse). In que­sto DVD sono rac­colte una ven­tina di inter­vi­ste a soprav­vis­suti ai campi di pri­gio­nia o di con­cen­tra­mento euro­pei, o a loro parenti stretti, e viene docu­men­tata la ter­ri­bile situa­zione di chi vede dipen­dere la pro­pria soprav­vi­venza mate­riale o anche solo spi­ri­tuale dall’emozione o dal mestiere del fare musica. Chi ha fatto musica per pro­vare un estremo bar­lume di libertà o di comu­nità spi­ri­tuale, per supe­rare la soli­tu­dine e la dispe­ra­zione di una deten­zione inu­mana e sel­vag­gia, di una con­danna a un lavoro stre­mante e senza spe­ranza; o chi ha dovuto fare musica per allie­tare i pro­pri aguz­zini. Fra que­sti due poli, l’enorme varietà di espe­rienze che la musica rende pos­si­bili anche “al di fuori” della civiltà da cui si vor­rebbe creata. Il DVD ha una regia piut­to­sto som­ma­ria, fatta con un mate­riale di base costi­tuito da pochi piani sequenza e tante inter­vi­ste a camera quasi fissa; eppure, qua e là, momenti di grande emo­zione. E poi quei visi. I visi di chi ha visto; di chi vor­rebbe che non fosse scor­dato, di chi ha pas­sato un’intera vita a ela­bo­rare, e vor­rebbe aiu­tarci a non dovere un giorno ripar­tire da zero. Prima e ultima testi­mo­nianza, quella della grande cla­vi­cem­ba­li­sta ceca Zuzana Ruzic­kova, depor­tata nel 1941 nel cosid­detto “ghetto di Tere­zín” (Tere­sien­stadt). Sullo sfondo, la sto­ria incre­di­bile di alcuni grandi com­po­si­tori che con­ti­nua­rono a fare musica, spesso con straor­di­na­rio impe­gno e con impor­tanti risul­tati, anche quando per loro tutto era per­duto, quando per­sino la fidu­cia nell’essere umano non poteva che essere sva­nita: Vik­tor Ull­mann, Hans Krása, Pavel Haas, Gideon Klein, e tanti altri minori, fino ai minimi, a coloro che sape­vano solo can­tare una can­zone, e magari lo face­vano in cam­bio di tre minuti di sospen­sione del lavoro. Da non dimen­ti­care. Asso­lu­ta­mente, per il bene di tutti.

{ 0 comments }

mahler_drummer

A dicias­sette anni dalla sua scom­parsa, Lenny Bern­stein non fini­sce di rap­pre­sen­tare una gal­lina dalle uova d’oro per l’industria disco­gra­fica e una fonte di sco­perte e pia­ceri per gli appas­sio­nati di musica. La dif­fu­sione del DVD ha fatto sì che le sue cen­ti­naia (o migliaia?) di ore di regi­stra­zione video pos­sano uscire poco alla volta, con­ti­nuando a riser­vare delle sor­prese al grande pub­blico. L’ultima serie di DVD pub­bli­cata dalla Deu­tsche Gram­mo­phon com­prende, per esem­pio, una bella inte­grale delle Sin­fo­nie di Brahms, un docu­men­ta­rio sulla vita di Bern­stein e que­sto curioso “sag­gio” video: The Lit­tle Drum­mer Boy: an Essay on Gustav Mahler. Girato nel 1984 a più riprese e in diversi luo­ghi, è una lunga lezione di Bern­stein sulla com­po­nente ebraica nella musica e nella vita inte­riore di Mahler. Una let­tura spesso a senso unico, colma di una com­mo­vente iden­ti­fi­ca­zione del diret­tore con il suo com­po­si­tore più amato, ricca di evi­denti for­za­ture ma anche di pas­saggi straor­di­nari. Bern­stein comin­cia a par­lare di Mahler seduto al pia­no­forte in un caldo pome­rig­gio di mag­gio a Tel-Aviv; cami­cia com­ple­ta­mente sbot­to­nata su un torso sudato, aria da chi ha appena posato il bic­chiere di whi­sky sul coper­chio dello stru­mento. Ma poco dopo lo stu­dio si tra­sfe­ri­sce a Lon­dra, in tutt’altro clima, e Lenny ora porta la stessa cami­cia, ma con sotto un dol­ce­vita nero. Il pic­colo tam­bu­rino del titolo e quello del Lied del Kna­ben Wun­de­rhorn; il soldato-bambino che mar­cia verso la forca, disprez­zato dai com­mi­li­toni per un’inesplicata colpa. E la colpa diventa subito la chiave per capire il dolore radi­cato nella musica di Mahler; la colpa di essere ebrei, la colpa di sen­tire tale con­di­zione come una colpa; la colpa della con­ver­sione. Pieno di bel­lis­sima musica, il video si guarda e si ascolta come un sag­gio di Bern­stein su se stesso, sul suo rap­porto con la musica, con le radici ebrai­che, con la colpa dell’assimilazione (e Can­dide fa con­ti­nua­mente capo­lino) esat­ta­mente come un sag­gio su Mahler. Un’ambiguità radi­cata nel modo di fare musica di un arti­sta indimenticabile.

{ 0 comments }

henze

Devo ammet­tere la mia pas­sione per i docu­men­tari. Quando il regi­sta è una per­sona sen­si­bile e intel­li­gente, rara­mente li si guarda senza pro­vare delle emo­zioni para­go­na­bili a quelle che si pro­vano con un buon film. Que­sto su Henze, parte di una riu­scita col­lana di Arthaus Musik inti­to­lata Com­po­sers of our time, mi è sem­brato par­ti­co­lar­mente bello. Henze si lascia inter­vi­stare par­lando spesso per metafore, cercando parole che tal­volta si ha l’impressione che non abbia più grande inte­resse a tro­vare, con quell’atteggiamento un po’ ludico e un po’ acido che spesso i com­po­si­tori hanno dopo una certa età, quando non hanno più voglia di bat­ta­glie e pole­mi­che ma si tol­gono comun­que qual­che sod­di­sfa­zione. La respon­sa­bi­lità più forte del compositore, dice a un certo punto, è quella di “costrin­gere a essere creativi”; questa frase già da sola ren­de­rebbe, a mio avviso, pre­ziosa la visione.

Il film, pro­dotto nel 2001 in occa­sione dei suoi 75 anni, è in buona parte girato nella sua splen­dida villa di Marino; così ordinata, ‘leccata’ ver­rebbe da dire, con il suo giar­dino in cui la natura non sem­bra avere più niente di miste­rioso, in cui tutto è così straor­di­na­ria­mente coun­try, così inti­ma­mente bor­gese che quando gli si sente dire che nella sua vita molto è stato col­le­gato all’“incertezza” ver­rebbe da non cre­der­gli. Ma sotto, per tutto il tempo, tra­scorre la sua musica, con una scelta ocu­la­tis­sima dei fram­menti, in qual­che caso dav­vero toc­cante. Come quando si parla dell’incontro con la Bach­mann (o meglio, ancora una volta vi si allude), e per qual­che decina di secondi si ascolta il primo Not­turno di Nach­tstücke und Arien, incre­di­bil­mente bello e misterioso. Allora anche l’idea dell’incertezza si chia­ri­fica, e ogni sta­bi­lità si rende com­pren­si­bile come paci­fi­ca­zione a poste­riori. In due brevi testi­mo­nianze appare anche Fau­sto Moroni, il com­pa­gno scom­parso pochi mesi fa; anche in que­sto caso, una vaga sen­sa­zione di benes­sere fami­liare quasi bor­ghese; ma ancora una volta è un’impressione che sva­ni­sce in una nebu­loso senso di dram­ma­tica insta­bi­lità quotidiana.

Nel dvd com­pa­iono Simon Rat­tle, Ingo Metz­ma­cher, Oli­ver Knus­sen e molti altri, si ascolta splen­dida musica ed è com­presa anche un’esecuzione inte­grale del Requiem (1990−93). Ma soprat­tutto si pensa alla musica, al suo pas­sato e al suo pre­sente; e non è poco.

{ 0 comments }

L’eredità di Gould

20 ottobre 2007

gould_hereafter1Forse qual­cuno poteva pen­sare che Bruno Mon­sain­geon avesse già detto tutto su Glenn Gould, dopo quat­tro libri e sei o sette film. Eppure Glenn Gould Hereaf­ter è un grande pia­cere per gli occhi e la mente. Qui spez­zoni editi e ine­diti di “girato” con Gould come pro­ta­go­ni­sta (ce ne sono cen­tiaia di ore molte delle quali mai viste se non all’epoca) si alter­nano a epi­sodi che riguar­dano la poste­rità di un arti­sta così par­ti­co­lare. Sei per­so­naggi, fra cui una sim­pa­tica signora bolo­gnese, rac­con­tano il loro rap­porto con Gould, la nascita della loro pas­sione e il pecu­liare modo attra­verso cui si esprime. La gio­vane pia­ni­sta che si è fatta tatuare il tema del quar­tetto di Gould sulla schiena, l’anziana signora russa il cui ultimo scopo di vita è “goul­dia­niz­zare” il mondo, il gio­vane giap­po­nese che reca­pita le let­tere con desti­na­tari giap­po­nesi che Gould ha scritto e mai spe­dito, e altri ancora. Poteva deri­varne un atto di ado­ra­zione stuc­che­vole, un pro­dotto con­fe­zio­nato per i tanti maniaci del pianista-mito, e invece Mon­sain­geon rie­sce a costruire un film intel­li­gente, ricco e commovente.

Il tema di fondo è quello dell’eredità, del retag­gio che Gould ha lasciato alla poste­rità, della pro­di­giosa capa­cità epi­de­mica che i virus di un arti­sta di que­sto valore man­ten­gono nel tempo. Dopo la visione riman­gono nelle mente due con­si­de­ra­zioni, fra le tante che il film sol­leva. La prima è che un arti­sta che decide di pre­sen­tare una pre­cisa imma­gine di sé al mondo crea una più o meno grande bar­riera fatta di imma­gini, suoni e parole che ci danno la sen­sa­zione di cono­scere, quasi di pos­se­dere inte­ra­mente la sua anima. Ma guar­dan­dole molto da vicino, col­la­zio­nan­dole con atten­zione ci si accorge del trucco, del fatto che tutto è pro­iet­tato su uno schermo, e che fra que­sto schermo e l’artista sus­si­ste un vuoto incol­ma­bile. Così nasce il mistero, e così nascono le forme mania­cali attra­verso cui si cerca di col­marlo. Non diver­sa­mente che in amore, forse. La seconda è che effet­ti­va­mente Gould ha rap­pre­sen­tato un tipo di arti­sta con cui non smet­tiamo di dover fare i conti. Una delle scene più belle del film è uno dei famosi incon­tri fra Gould e Menu­hin; i due arti­sti discu­tono della pre­mi­nenza del con­certo dal vivo o della regi­stra­zione in stu­dio nella per­ce­zione musi­cale del futuro. La distanza che li divide è grande: due mondi le cui mas­sime espres­sioni si sfio­rano senza capirsi. Menu­hin soprav­vi­verà a Gould per quasi dicias­sette anni, la sua ere­dità arti­stica rimarrà per sem­pre altis­sima, tra le mas­sime del Nove­cento; ma il retag­gio umano, arti­stico e intel­let­tuale di Gould gigan­teg­gia, supe­rando il con­fine del secolo in cui è nato e dis­se­mi­nando il pre­sente di quei molti dubbi e inquie­tu­dini che solo la grande arte sa (e forse deve) trasmettere.

J.S. Bach, Gavotta dalla Suite fran­cese n. 6 (1971)

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

{ 0 comments }