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Film

pasolini

L’Italia sta mar­cendo in un benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo: pre­starsi in qual­che modo a con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza è, ora, il fasci­smo. Essere laici, libe­rali, non signi­fica nulla, quando manca quella forza morale che rie­sca a vin­cere la ten­ta­zione di essere par­te­cipi a un mondo che appa­ren­te­mente fun­ziona, con le sue leggi allet­tanti e cru­deli. Non occorre essere forti per affron­tare il fasci­smo nelle sue forme paz­ze­sche e ridi­cole: occorre essere for­tis­simi per affron­tare il fasci­smo come nor­ma­lità, come codi­fi­ca­zione, direi alle­gra, mon­dana, social­mente eletta, del fondo bru­tal­mente egoi­sta di una società.

Ho visto Paso­lini. Un delitto ita­liano di Marco Tul­lio Gior­dana, e letto il romanzo-inchiesta pub­bli­cato da Mon­da­dori con lo stesso titolo; mi sono sem­brati entrambi molto inte­res­santi e al tempo stesso piut­to­sto deboli – anche se sono riu­sciti nell’intento di fare bre­ve­mente ria­prire l’ormai impos­si­bile inchie­sta. Mi sono sem­brati deboli per­ché inda­gano i fatti, come sem­pre è suc­cesso per que­sto delitto, sotto l’abbagliante cono di luce della per­so­na­lità e dell’opera di Paso­lini. Non credo sia un’operazione sba­gliata nelle pre­messe – come si potrebbe, d’altro canto, iso­lare i fatti da quel con­te­sto umano, poli­tico e cul­tu­rale di cui Paso­lini era un pro­ta­go­ni­sta di pri­mis­simo piano? Credo tut­ta­via che sia un’operazione desti­nata ine­vi­ta­bil­mente al fal­li­mento: troppo forte la ten­ta­zione di tro­vare una giu­sti­fi­ca­zione e una pre­de­sti­na­zione nelle parole di un poeta luci­dis­simo (non è affatto un ossi­moro) e di un intel­let­tuale vio­len­te­mente deter­mi­nato a indi­care le tante vie e i tanti respon­sa­bili del disfa­ci­mento della società ita­liana. E cer­care una pre­de­sti­na­zione signi­fica anche atte­nuare il senso di una per­dita incol­ma­bile e assurda, pro­prio nel momento in cui si mani­fe­sta la sua pro­fon­dità e assurdità.

Il film con­tiene alcuni brani molto belli tratti dagli scritti e le poe­sie di Paso­lini, e così mi è tor­nato in mente il fram­mento sopra ripor­tato, tratto dalla rispo­sta che egli scrisse a due let­tori del set­ti­ma­nale comu­ni­sta “Vie nuove”. Era il 6 set­tem­bre 1962, e da due anni teneva una rubrica inti­to­lata “Dia­lo­ghi con Paso­lini”; “Vie nuove”, fon­dato nel 1946, era un perio­dico poli­tico di taglio ‘popo­lare’, che si rivol­geva in par­ti­co­lare ai più gio­vani. In una let­tera, due let­tori tori­nesi gli ave­vano doman­dato per­ché secondo lui l’idea fasci­sta eser­ci­tasse tanto fascino sui gio­vani, e Paso­lini aveva rispo­sto rac­con­tando un aned­doto. Poco tempo prima aveva con­cesso un’intervista a una gior­na­li­sta colta, deter­mi­nata e di impo­sta­zione laica e libe­rale (oggi pro­ba­bil­mente si direbbe ‘di sini­stra’). Erano andati insieme a Ostia, ave­vano par­lato come amici, fatto il bagno insieme. Paso­lini le aveva par­lato aper­ta­mente di sé, e aveva ami­che­vol­mente ascol­tato le con­fi­denze che la donna gli aveva fatto. Lei aveva un figlio neo­fa­sci­sta, con cui quo­ti­dia­na­mente lot­tava e discu­teva; era la sua spina nel fianco, il suo dolore. Al ter­mine dell’intervista si erano salu­tati in ami­ci­zia, come per­sone acco­mu­nate da una ricerca ideale. Qual­che set­ti­mana dopo, era uscito l’articolo: offen­sivo, inde­gno, colmo dei pre­giu­dizi sulla sua per­sona che Paso­lini dete­stava e a cui da sem­pre si ribel­lava. Tanto più inde­gno in quanto scritto da una per­sona che aveva gli stru­menti per capire, e per fer­mare lo scem­pio. In con­se­guenza di que­sto, si chie­deva in che cosa con­si­stesse il fasci­smo del pre­sente, ed ecco arri­vare que­sto pas­sag­gio straor­di­na­rio e profondissimo.

Basta guar­darsi attorno per vedere quanto fosse lucida que­sta visione. Il “benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo”. L’articolo si chiu­deva con una sorta di male­di­zione biblica, che forse si è nel tempo tra­sfor­mata in mera pre­mo­ni­zione. Il figlio fasci­sta era la con­se­guenza e il ‘con­trap­passo’ del fasci­smo masche­rato della madre, del suo pre­starsi a “con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza”. L’anatema è diver­tente e dolo­roso, con quell’eco da tra­ge­dia greca; diver­tente per­ché vaga­mente iro­nico, ter­ri­bile per­ché offre a noi nipoti una deso­lante spie­ga­zione della realtà duris­sima da cui siamo asse­diati, inte­rior­mente ed este­rior­mente: “Che vi ven­gano figli fasci­sti – que­sta la nuova male­di­zione – figli fasci­sti, che vi distrug­gano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio”.

Ancora una volta la bel­lis­sima foto non so di chi sia. Lo sco­prirò, pro­messo. Il brano è tratto da quella miniera ine­sau­ri­bile di idee, sti­moli e grande scrit­tura civile che è il “Meri­diano” di Paso­lini Saggi sulla poli­tica e sulla società (Mon­da­dori, 1999; la rispo­sta alla let­tera si trova alle pp. 1014–18).

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Un Orfeo a Mumbai

2 febbraio 2009

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La vita­lità di una forma arti­stica può essere giu­di­cata anche attra­verso la capa­cità di comu­ni­care che i suoi codici sim­bo­lici con­ser­vano nel tempo. Curio­sa­mente l’opera lirica, mille volte data per defunta e con­si­de­rata alla stre­gua di una forma di assi­sten­zia­li­smo arti­stico per­sino da qual­che mini­stro della cul­tura, con­ti­nua a rive­larsi capace di comu­ni­care con­cetti ed emo­zioni in una tale mol­te­pli­cità di con­te­sti da stu­pire anche il più appas­sio­nato dei suoi spettatori-ascoltatori.

In que­sti giorni è nei cinema ita­liani un bel­lis­simo film del regi­sta inglese Danny Boyle: The Mil­lio­naire (Slu­m­dog Mil­lio­naire nella ver­sione ori­gi­nale). È la sto­ria di Jamal Malik, un ragazzo degli slum di Mum­bai, e della sua lotta per sot­trarsi al destino di mise­ria al quale sem­bra con­dan­nato per nascita e con­di­zione; una lotta che è scan­dita dai tempi di due vicende paral­lele e intrec­ciate: la ricerca del riscatto eco­no­mico attra­verso la par­te­ci­pa­zione al quiz tele­vi­sivo Chi vuol esser milio­na­rio, e la dispe­rata lotta per ria­vere Malika, la donna che ama fin da bam­bino, fin dal giorno in cui ha perso la madre, uccisa dal fana­ti­smo reli­gioso. Gli sta a fianco, alter­na­ti­va­mente come spalla e anta­go­ni­sta, il fra­tello mag­giore Salim, un ragazzo più vio­lento e deter­mi­nato, cor­re­spon­sa­bile al tempo stesso del dolore e del suc­cesso di Jamal.

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È un film molto ben costruito, che gioca con diversi codici sim­bo­lici e diversi ritmi: il mondo della tele­vi­sione con i suoi for­mat uni­ver­sali e il suo pathos, il cinema com­mer­ciale indiano con le sue con­ven­zioni, i suoi miti e i suoi ritmi, in una giran­dola di fili nar­ra­tivi intrec­ciati e salti tem­po­rali, di rimandi e allu­sioni che lo rende a volte per­sino ecces­si­va­mente “ripieno”. Ma c’è una scena che col­pi­sce la retina e rimane miste­rio­sa­mente regi­strata nella memo­ria, con tutti i signi­fi­cati e i sim­boli che porta con sé.

Jamal, Salim e Malika, i due moschet­tieri più uno (come si defi­ni­scono per gioco), si tro­vano a un certo punto del film a dover scap­pare da una banda di cri­mi­nali che sfrut­tano i bam­bini degli slum costrin­gen­doli a chie­dere l’elemosina per le strade di Mum­bai; i due fra­telli rie­scono a salire su un treno in corsa, ma Malika viene cat­tu­rata. Scesi avven­tu­ro­sa­mente dal treno in quella che si sco­prirà essere la città di Agra, davanti agli occhi di Jamal e Selim si dispiega improv­vi­sa­mente la visione del Taj Mahal; una bel­lezza assurda, si potrebbe dire “fuori scala”, vista la durezza delle scene pre­ce­denti. I due bam­bini comin­ciano a vivere di espe­dienti attorno alle attra­zioni del luogo, deru­bando i turi­sti o riven­dendo le scarpe lasciate dai visi­ta­tori all’ingresso del palazzo. In seguito a uno di que­sti furti, Jamal viene dura­mente pic­chiato, e men­tre si sta lavando le ferite nell’acqua di un fiume, sente una musica strana venire dai giar­dini del palazzo: noi lo sap­piamo, è il suono di un oboe accom­pa­gnato dagli archi; lui comin­cia comin­cia a seguirlo, e arriva in un luogo che dato il con­te­sto sem­bra quasi sur­reale: nei giar­dini si sta rap­pre­sen­tando uno spet­ta­colo d’opera all’aperto, fra le luci dei riflet­tori e le sce­no­gra­fie. Men­tre i suoi amici si arram­pi­cano sui tra­licci delle gra­di­nate per rubare le borse degli spet­ta­tori, lui si sof­ferma a guardare.

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Quella che si vede è una grande scena infer­nale, coperta di fuoco e sol­cata da rivoli incan­de­scenti, con due per­sone al cen­tro, un uomo e una donna: lei sem­bra morta, lui la abbrac­cia. Ma ciò che col­pi­sce è quello che si sente: ter­mi­nato il pas­sag­gio dell’oboe, l’uomo comin­cia a can­tare, e le parole che intona sono di quelle che chi ama l’opera cono­sce molto bene: “Eury­dice, Eury­dice! Mor­tel silence! Vaine espé­rance! Quelle souf­france!”. È l’aria di Orfeo dal II atto dell’Orphée et Eury­dice di Gluck, la famosa “J’ai perdu mon Eury­dice”; l’oboe, anche se i titoli di coda non lo indi­cano, pro­viene da un’altra pagina mera­vi­gliosa, l’arioso “Quel nou­veau ciel”.

Ecco la melo­dia dell’oboe:

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ed ecco l’aria; la parte che si sente nel film è da 2:16

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Due tra i pas­saggi più pate­tici e pro­fondi dell’opera, incol­lati con molta astu­zia. L’inquadratura passa dal primo piano del viso pesto e incan­tato di Jamal a un fla­sh­back sul momento della sepa­ra­zione da Malika, il treno che corre, lei immo­bile che si fa sem­pre più lon­tana, e poi ancora lei, più grande, molto tempo dopo, che sor­ride alla sta­zione, in quel gioco di rimandi tem­po­rali incro­ciati che è una delle cose più belle di que­sto film.

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Ecco che attra­verso pochi secondi di musica, Boyle for­ni­sce una chiave inter­pre­ta­tiva molto forte, e lo fa uti­liz­zando il codice sim­bo­lico del melo­dramma. Il desi­de­rio, il dolore e l’ostinazione di Orfeo, che per ria­vere Euri­dice attra­versa la palude infer­nale, sono quelli di Jamal; il suo canto, la sua prova di bra­vura, il gesto con cui com­muove il mondo è la par­te­ci­pa­zione a un quiz tele­vi­sivo. Ma l’aria di Orfeo non è solo di dolore: con­tiene il senso di colpa. Orfeo piange per­ché la sua curio­sità gli ha fatto per­dere di nuovo Euri­dice; doveva tenere gli occhi chiusi, non doveva guar­dare, doveva fidarsi. Jamal è fug­gito dai cri­mi­nali che lo sta­vano per acce­care; ha voluto sot­trarsi a un destino segnato per sem­pre, ha voluto cono­scere la vita, pas­sare attra­verso l’inferno del mondo per ricon­qui­stare dav­vero la libertà di Malika e la pro­pria. Il signi­fi­cato che poche note musi­cali sanno por­tare è cen­trale per la com­pren­sione del film, e curio­sa­mente viene uti­liz­zata un’opera del diciot­te­simo secolo; qual­cosa di appa­ren­te­mente lon­ta­nis­simo dall’ambientazione della vicenda. Ma volendo guar­dare, c’è anche di più.

Che il codice dell’opera barocca non sia in realtà poi così lon­tano da quello del cinema di Bol­ly­wood, è cosa che più di un regi­sta ci ha fatto sco­prire da tempo (vedi per esem­pio il famoso Giu­lio Cesare di David McVi­car). Ma anche senza abban­do­narsi all’accanimento inter­pre­ta­tivo, c’è un altro filo, chissà se del tutto casuale, che la pre­senza dell’aria di Gluck in quella scena porta con sé. Jamal fugge per evi­tare una muti­la­zione det­tata da esi­genze este­ti­che, pur se cri­mi­nali: il canto di un bam­bino cieco attira dieci volte di più ele­mo­sine, dice uno dei per­so­naggi. Gluck ha scritto quella melo­dia per Gae­tano Gua­da­gni, un castrato; la ver­sione del film, tut­ta­via, è quella pari­gina per tenore… Chissà se Boyle ci ha pen­sato. La distanza tra le cose spesso è una que­stione di punti di vista; a volte sem­bra incre­di­bile, ma l’opera sa ancora offrirne uno cen­trale e pri­vi­le­giato rispetto a buona parte del nostro immaginario.


Le imma­gini sono tutte foto­grammi del film. I due brani musi­cali sono tratti dall’edizione dell’Orphée et Eury­dice di C.W. Gluck uti­liz­zata anche da Boyle per la colonna sonora. Si tratta dell’esecuzione diretta da Hans Rosbaud, con Leo­pold Simo­neau, Suzanne Danco e l’Orchestre des Con­certs Lamou­reux (Phi­lips 1956). La ver­sione dell’opera è quella di Parigi del 1774, con Orfeo inter­pre­tato da un tenore (e Simo­neau nella parte è una vera lezione di stile e fra­seg­gio, anche se lon­tana anni luce dalle ver­sioni filo­lo­gi­che di oggi).

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Una bella favola roman­tica, un po’ melensa ma comun­que com­mo­vente; pro­prio come dev’essere una favola. Si inti­tola The Vio­lin, ed è un cor­to­me­trag­gio del 1974 di George Pastic da una sto­ria sua e di George Welsh (nel 1977 ne fu rica­vato anche un libro). Nel 1974 fu can­di­data all’Oscar. Il fil­mato è stato reso dispo­ni­bile in rete da Michael Mon­roe sul suo blog MMmu­sing (gra­zie!). Il vec­chio vio­li­ni­sta è il cana­dese Mau­rice Sol­way, che ha anche curato la colonna sonora; non uno qua­lun­que, ma un allievo di Eugène Ysaÿe. Certo, lo si può but­tare come una roba sdol­ci­nata e inge­nua, ma assi­curo che, pur nel lin­guag­gio delle favole, in chi da pic­colo ha stu­diato il vio­lino (ma forse qual­siasi stru­mento), que­sto film qual­che richiamo sen­ti­men­tale e per­sino pro­fondo lo suscita; riguarda il fascino dello stru­mento, il potere ipno­tico della musica, il desi­de­rio di emu­la­zione e la figura dell’insegnante. Ma ognuno lo veda come gli pare.

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