Giornali

Ciao Gustav

19 gennaio 2012

Gustav Leo­n­hardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo coper­tine come que­sta prova qual­che emo­zione, sa bene chi e che cosa scom­pare con lui:

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Dopo il pastic­ciac­cio brutto della cit­ta­di­nanza ono­ra­ria capi­to­lina, offerta dalla giunta di Ale­manno a Ric­cardo Muti e poi sfu­mata nel vociare di beghe bor­ga­tare, ecco che la mejo destra tenta di ripa­rare alzando la posta, e chiede la nomina del Mae­stro a sena­tore a vita. Ora si espone anche Carlo Ros­sella, il nostro Tom Wolfe for­mato Olget­tina, con un raf­fi­nato pezzo di cri­tica musi­cale nella sua rubri­china “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più effi­caci spazi di appro­fon­di­mento dell’imbecillità umana:

Straor­di­na­rio Mac­beth di Muti al Festi­val di Sali­sburgo. Il mae­stro sor­ride quando si parla della sua even­tuale nomina a sena­tore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nes­suno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sba­gliata. Il pro­blema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude ita­liana: con uno spon­sor così, chi ha il corag­gio di tirarsi indie­tro? Napo­li­tano sarà sicu­ra­mente felice del consiglio.

La splen­dida foto di Muti nella “fore­sta di Bir­namo” è di Ker­stin Joens­son (AP Photo/dapd)

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Da alcune set­ti­mane, l’esclusivo par­terre dei cri­tici musi­cali ita­liani si è arric­chito di un nuovo arrivo. Lo spa­zio è quello della pagina dedi­cata alla musica dall’inserto dome­ni­cale del “Sole 24ore”, che già ospita gli sto­rici arti­coli di un colto e monu­men­tale rea­zio­na­rio come Qui­rino Prin­cipe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fier­ra­bras aveva già espresso qual­che riserva alcuni anni fa). La firma fa pen­sare alle scor­re­rie dei pirati o, in alter­na­tiva, ai calen­dari da cucina e agli oro­scopi: Bar­ba­nera, niente di meno.

Que­sta firma che si sup­pone cor­sara è com­parsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piut­to­sto sgan­ghe­rata stron­ca­tura di un dop­pio cd con­te­nente gli Studi bril­lanti op. 740 di Czerny e gli Studi tra­scen­den­tali di Liszt ese­guiti da Fred Olden­burg: il com­mento era da anto­lo­gia della “non cri­tica” ita­liana: “Il con­fronto con Liszt è per­dente in par­tenza sotto tutti i punti di vista e poi nes­sun allievo potrebbe aspi­rare di arri­vare [sic!] a un livello ese­cu­tivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un auto­mo­bile a pedali a un pilota di for­mula uno”. Come se si trat­tasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.

La dome­nica suc­ces­siva però Bar­ba­nera torna all’arrembaggio, e anche que­sta volta lo fa sce­gliendo un tema non esat­ta­mente di ‘avan­guar­dia’. L’articolo è un pavido rim­brotto al fan­ta­sma di Her­bert von Kara­jan, in occa­sione del river­sa­mento in cd dei Con­certi Bran­de­bur­ghesi da lui incisi con i Ber­li­ner 47 anni fa (!); se il sog­getto è già quasi archeo­lo­gia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muf­fosa, e rag­giunge il suo apice di apnea intel­let­tuale quando, in rife­ri­mento alla grande cor­rente di risco­perta della ‘musica antica’, scrive: “Dove­roso pre­ci­sare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affi­na­mento, si è arri­vati a un ottimo com­pro­messo che con­sente di apprez­zare della musica pia­ce­vole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica pia­ce­vole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quo­ti­diana, si potreb­bero leg­gere parole come que­ste, se non in un gior­nale locale della pro­vin­cia più pro­fonda, che magari affida una rubrica di musica al par­roco che un po’ di musica l’ha masti­cata in semi­na­rio, o al pro­fes­sore di pia­no­forte del locale conservatorio?

Terza pun­tata, il 17 luglio, e terzo bri­vido: una spe­cie di stron­ca­tura di un’incisione di tre con­certi per pia­no­forte di Mozart ese­guiti al for­te­piano da Ronald Brau­ti­gam, con la Köl­ner Aka­de­mie. Qui le argo­men­ta­zioni non sono più solo muf­fose, sono decre­pite e squin­ter­nate. Con­ti­nua la lettura →

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C’era da scom­met­terlo. Ogni volta che c’è uno scon­tro con la Poli­zia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qual­cosa che parla quel lin­guag­gio rivo­lu­zio­na­rio che la sini­stra ha deciso di abban­do­nare – a costo di tra­sfor­marsi in un ossi­moro vivente – qual­che cre­tino tira fuori Paso­lini. Sfo­gli il gior­nale, sai che si parla di scon­tri tra i nefa­sti ‘black bloc’ e la Poli­zia, e cominci a pen­sare: spe­riamo di no, spe­riamo che non ci sia il solito mise­ra­bile del PD che dice “io sto con Paso­lini” – forse rite­nendo che Paso­lini, espulso dal Pci e per­se­gui­tato per il suo radi­ca­li­smo, sarebbe stato con lui! E natu­ral­mente suc­cede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” que­sta volta si chiama Dario Gine­fra, e dice “Cari ragazzi, rileg­gete le pagine cor­sare che Paso­lini dedicò ai gio­vani del Pci”; e subito Mat­teo Renzi, uno che non si fa man­care mai nulla, nel suo pane­gi­rico dei poveri poli­ziotti pagati 1200 euro cita PPP, per­ché così le sue misere parole sem­brano subito di sini­stra; e natu­ral­mente nel suo fine ragio­na­mento acco­muna tutti, estre­mi­sti a anti­tav, con una lun­gi­mi­ranza degna di Maroni. (Pur­troppo una foto di Renzi accom­pa­gna la dichia­ra­zione; una foto che lo fa rien­trare di diritto nella cate­go­ria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cra­vatta rac­conta più di un’autobiografia: seta luci­dis­sima bor­deaux, enorme, anno­data come i but­ta­fuori delle disco­te­che e i mafiosi di Cop­pola. Rac­conta le aspi­ra­zioni, le fru­stra­zioni e soprat­tutto la cul­tura este­tica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cra­vatta e prende in mano con aria effi­ciente la cor­netta del tele­fono, della poe­sia di Paso­lini se ne impipa allegramente.)

Io pro­prio non lo so che cosa Paso­lini pen­se­rebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chie­dere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poe­sia dedi­cata agli scon­tri di Valle Giu­lia, per­ché leg­gere la pro­te­sta della Val di Susa come una mani­fe­sta­zione di lotta di classe, come sem­bra fare Gine­fra, è vera­mente ridi­colo e pre­te­stuoso; penso invece alle pagine, e soprat­tutto al pro­getto, di Petro­lio, al rap­porto tra indi­vi­duo e potere che descrive, all’intreccio fra inte­resse eco­no­mico e dege­ne­ra­zione dell’etica pub­blica che dise­gna. Per­ché non mi sem­bra che dall’altra parte, rispetto alla poli­zia di Stato, ci siano i figli di papà che inneg­giano alla rivo­lu­zione comu­ni­sta. Dall’altra parte, die­tro alla cor­tina di fumo che l’idiozia degli estre­mi­sti sol­leva, c’è forse un movi­mento anti­mo­derno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indi­fen­di­bile per defi­ni­zione, se non tal­volta sotto le ban­diere tri­sti e vol­gari del leghi­smo. Qual­cosa che, se stenta a tro­vare un sim­bolo cre­di­bile sotto il quale lot­tare, dovrebbe comun­que essere ascol­tato con pro­fonda atten­zione e rispetto da chi dichiara valori pro­gres­si­sti, al di là di ogni sem­pli­fi­ca­zione e col­pe­vole omis­sione gior­na­li­stica; da chi, soprat­tutto, non finga di dimen­ti­care quali siano gli inte­ressi in gioco.

Del resto, credo che i poli­ziotti sap­piano meglio di me che non devono aspet­tarsi da Renzi e Gine­fra una lotta per l’aumento del loro sti­pen­dio. Quello che mi chiedo è che cosa dob­biamo aspet­tarci noi cit­ta­dini da una sini­stra come que­sta, e che cosa pos­siamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Com­menti si pos­sono leg­gere le repli­che dell’On. Gine­fra (PD, Com­mis­sione Tra­sporti) al post di Fierr­bras, e le suc­ces­sive risposte.

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Da un diver­tente arti­colo di Tony Per­rot­tet, sul New York Times, dedi­cato alle tec­ni­che di auto­pro­mo­zione dei grandi scrit­tori, da Ero­doto a Hemingway:

Gli autori ame­ri­cani cer­ca­rono di tenere il passo. È noto che Walt Whit­man si scri­vesse da solo recen­sioni ano­nime che oggi non sfi­gu­re­reb­bero su Ama­zon: “Un bardo ame­ri­cano, final­mente!”, scrisse con entu­sia­smo nel 1855, “Grande, orgo­glioso, affet­tuoso, di abi­tu­dini libere e virili nel man­giare, nel bere e nel ripro­dursi, il volto bar­buto e bru­ciato dal sole.” Ma nes­suno riu­scì a egua­gliare la crea­ti­vità degli euro­pei. Forse la tro­vata più stu­pe­fa­cente nel mondo delle pub­bli­che rela­zioni – quella che dovrebbe ispi­rare un timore reve­ren­ziale tra gli autori di oggi – fu esco­gi­tata a Parigi nel 1927 da Geor­ges Sime­non, l’autore di ori­gine belga dei romanzi dell’ispettore Mai­gret. Per 100.000 fran­chi, il sel­vag­gia­mente pro­li­fico Sime­non accettò di scri­vere un romanzo intero in 72 ore, restando chiuso in una gab­bia di vetro col­lo­cata fuori dal Mou­lin Rouge. Il pub­blico sarebbe stato invi­tato a sce­gliere i per­so­naggi del romanzo, il sog­getto e il titolo, men­tre Sime­non mar­tel­lava le pagine su una mac­china da scri­vere. La pub­bli­cità in un gior­nale annun­ciò che il risul­tato sarebbe stato “un romanzo da record: record di velo­cità, record di resi­stenza e, osiamo aggiun­gere, record di talento”. Fu un grande colpo di mar­ke­ting. Come Pierre Assou­line scrive in Sime­non: bio­gra­phie, i gior­na­li­sti a Parigi “non par­la­vano d’altro”. Con­ti­nua la lettura →

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Un gruppo di scrit­tori, poeti, cri­tici, alcuni rap­per, molti stu­denti: non esat­ta­mente il ritratto di una peri­co­losa cel­lula ter­ro­ri­stica. Eppure nel ten­done in cui dove­vano riu­nirsi per festeg­giare la con­clu­sione del Pale­stine Festi­val of Lite­ra­ture (Pal­Fest), la ras­se­gna dedi­cata alla scrit­tura che da quat­tro anni si svolge, tra incre­di­bili dif­fi­coltà, in ter­ri­to­rio pale­sti­nese, sono stati lan­ciati dei lacri­mo­geni dall’esercito occu­pante. Da quelle parti le cose vanno così, e nes­suno sem­bra stu­pirsi più di tanto.

Sob­borgo di Sil­wan, a sud di Geru­sa­lemme, quar­tiere a larga mag­gio­ranza pale­sti­nese su cui negli ultimi anni si sono con­cen­trati nuovi piani di espan­sione delle colo­nie israe­liane e un pro­getto per l’ampliamento di un parco archeo­lo­gico con­te­stato dai resi­denti; luogo di forti ten­sioni e fre­quenti scon­tri; luogo di vio­la­zione dei diritti umani secondo gli osser­va­tori stra­nieri, che denun­ciano il rei­te­rato arre­sto di bam­bini da parte della poli­zia e dell’esercito occu­pante. Per gua­da­gnare un po’ di soste­gno da parte della stampa inter­na­zio­nale con­tro i pre­oc­cu­panti pro­getti dei coloni, è stato issato un ten­done, luogo di ritrovo e di scam­bio di infor­ma­zioni. È pro­prio qui che, con un certo corag­gio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festi­val che per cin­que giorni ha riu­nito, come ogni anno, migliaia di per­sone intorno alle forze della let­te­ra­tura pale­sti­nese e ad alcuni illu­stri e meno illu­stri ospiti stranieri.

Nato nel 2008, il Pal­Fest ha avuto tra i suoi fon­da­tori e soste­ni­tori nomi impor­tanti della let­te­ra­tura di tutto il mondo, come lo scrit­tore nige­riano Chi­nua Achebe, John Ber­ger, Harold Pin­ter (scom­parso nel 2008), il pre­mio Nobel Sea­mus Hea­ney, il poeta ‘nazio­nale’ pale­sti­nese Mah­moud Dar­wish, e molti altri. Gli orga­niz­za­tori lo defi­ni­scono ‘festi­val iti­ne­rante’, cosa che natu­ral­mente, in un paese in cui la dif­fi­coltà di spo­sta­mento è uno dei segni più tan­gi­bili dell’occupazione, assume un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare: quest’anno ha por­tato nei diversi luo­ghi delle mani­fe­sta­zioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramal­lah, Hebron e Geru­sa­lemme) scrit­tori e scrit­trici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Wal­ker (l’autrice di Il colore viola), il paki­stano Moham­med Hanif (Il caso dei man­ghi esplo­sivi, Bom­piani 2009) e molti altri, e li ha fatti incon­trare con gli scrit­tori locali e con il pub­blico, in una serie di work­shop, let­ture, dibattiti.

L’appuntamento con­clu­sivo era per le 19.30 sotto il ten­done di Sil­wan, ma gli scon­tri sono comin­ciati alcune ore prima, l’aria era irre­spi­ra­bile per i lacri­mo­geni e molti ospiti erano stati trat­te­nuti ai posti di blocco, così tutto sem­brava essere andato in fumo. E invece hanno aspet­tato che il fumo si disper­desse, che gli scon­tri ces­sas­sero, e quando ormai era quasi notte sotto quel ten­done ci si sono dav­vero seduti, e hanno letto le loro bene­dette poe­sie, e hanno fatto i loro bene­detti discorsi, e hanno suo­nato le loro bene­dette can­zoni. Ne parla un arti­colo dell’Economist, lo si può leg­gere anche in alcuni blog e siti come i corag­giosi Rete Eco – Ebrei con­tro l’occupazioneInvi­si­ble Arabs della gior­na­li­sta Paola Caridi. Se ne può sen­tire l’atmosfera, tutta par­ti­co­lare, nel video postato dagli orga­niz­za­tori del Festi­val su Youtube.

Sono i momenti in cui la let­te­ra­tura e le arti si ripren­dono il loro valore di ponte sospeso fra le per­sone e i luo­ghi, fra per­so­nale e col­let­tivo, allon­ta­nan­dosi da quella frui­zione un po’ solip­si­stica e con­su­mi­stica che sem­pre più stanno assu­mendo nelle nostre vite. Pia­ce­rebbe pen­sare che que­ste ini­zia­tive siano ben viste se non addi­rit­tura soste­nute dagli occu­panti israe­liani, poi­ché ogni occa­sione di incon­tro e cre­scita cul­tu­rale rap­pre­senta anche un freno al dif­fon­dersi del can­cro estre­mi­sta e inte­gra­li­sta. Ancora una volta non è così, e viene da chie­dersi se non ci sia un metodo in que­sta siste­ma­tica volontà di osta­co­lare la cre­scita sociale della popo­la­zione pale­sti­nese, in que­sta obli­te­ra­zione delle pro­prie radici cul­tu­rali, del pro­prio tes­suto sociale e del pro­prio pae­sag­gio a cui la si vuole spie­ta­ta­mente costringere.

È la sto­ria che rac­conta nei suoi libri uno dei fon­da­tori e soste­ni­tori del Festi­val, Raja She­ha­deh, scrit­tore e avvo­cato nato a Ramal­lah. Il disgre­garsi di una società in stretto rap­porto con il ter­ri­to­rio, l’umiliazione di una bor­ghe­sia istruita, fatta di pro­fes­sio­ni­sti, com­mer­cianti e pos­si­denti ter­rieri, costretta a emi­grare o a vivere in un con­te­sto sem­pre più con­tras­se­gnato dalla vio­lenza e dalla coer­ci­zione, e ad assi­stere infine all’affermazione dell’integralismo, la peg­giore delle medi­cine, quella che uccide il paziente insieme ai sin­tomi del suo male.

Uno dei suoi libri, in par­ti­co­lare, rac­conta la sto­ria degli ultimi decenni in Pale­stina da un punto di vista unico e pre­gnante, quello del pae­sag­gio e della sua tra­sfor­ma­zione. Ripren­dendo un’antica tra­di­zione pale­sti­nese, quella della sarha, il vaga­bon­dag­gio disin­tos­si­cante che l’uomo si con­cede una volta all’anno, She­ha­deh ama le lun­ghe cam­mi­nate, e ne Il pal­lido dio delle col­line (EDT 2010) rac­conta 7 di que­sti viaggi a piedi fra le col­line e i wadi della Cisgior­da­nia, distri­buite nell’arco degli ultimi ven­ti­cin­que anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era pic­colo, poi lo spo­sta­mento coatto verso Ramal­lah, luogo fino ad allora desti­nato alla vil­leg­gia­tura, la sco­perta delle col­line, con i loro ulivi, i ter­raz­za­menti, il fre­sco dei rifugi per il bestiame. E poi len­ta­mente il disgre­garsi del tes­suto sociale, l’abbandono delle terre, la com­parsa degli inse­dia­menti sem­pre più inva­denti, l’occupazione e la fram­men­ta­zione del ter­ri­to­rio, gli espro­pri. Tutto però scan­dito dal passo di chi cam­mina e osserva, e cam­mi­nando e osser­vando in qual­che modo riflette e sor­passa. Un libro che mi ha aiu­tato molto a capire come stanno le cose al di là delle noti­zie di cro­naca e dei libri di sto­ria. E soprat­tutto un libro gui­dato da quella stessa dispe­rata fidu­cia nella parola e nel pen­siero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfi­dare la sorte e il ran­core dei pro­pri nemici per andare ad ascol­tare poe­sie sotto un ten­done che sapeva ancora di gas lacrimogeno.

La foto di Raja She­ha­deh è di Chris Boland, ed è stata scat­tata a Cam­bridge nel marzo scorso; la per­sona die­tro di lui è lo scrit­tore inglese Robert Macfarlane.

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Che cosa si può dire di Giu­liano Fer­rara che improv­visa una lezione di sto­ria della musica in difesa del suo datore di lavoro, e lo fa citando dalla Breve sto­ria della musica di Mas­simo Mila? Già si sapeva che Mila non rap­pre­sentò esat­ta­mente il cul­mine, la summa dell’esegesi ver­diana. Ma leg­gere il Mila che spiega il melo­dramma ita­liano in anti­tesi al Roman­ti­ci­smo euro­peo (per via di sem­pli­fi­ca­zione), è già di per sé abba­stanza tri­ste; leg­gerlo poi attra­verso la rima­sti­ca­tura sgan­ghe­rata di Fer­rara, è dav­vero scon­for­tante. L’articolo vale il tempo della let­tura, per­ché dimo­stra una volta di più la distanza del mondo intel­let­tuale ita­liano dalla musica; mai e poi mai Fer­rara avrebbe potuto impan­carsi sto­rico dell’arte e tenere una con­cione squin­ter­nata su Piero della Fran­ce­sca, o della let­te­ra­tura scri­vendo della morale in Man­zoni, senza coprirsi di ridi­colo. La cita­zione di Mila gli ser­viva ovvia­mente per fare iro­nia sull’”azionismo” di cui tanto si parla nelle ultime set­ti­mane, ma la quan­tità di scioc­chezze, ‘eli­xir’ e tutto il resto, è abba­stanza palese. La tra­du­zione dell’idea di ‘paese del melo­dramma’, come luogo dell’amore innal­zato a fine supremo, esclu­siva patria dell’opera buffa e dello spasso solare, rap­pre­senta vera­mente una fal­si­fi­ca­zione incre­di­bile sia del melo­dramma otto­cen­te­sco, sia dell’Italia di oggi. Se infatti le notti di Arcore sareb­bero più degne di Offen­bach (orrore, un tede­sco!) che del Doni­zetti buffo, l’atmosfera cupa e rab­biosa che domina l’Italia di oggi è effet­ti­va­mente degna del Doni­zetti più dispe­rato e del Verdi più severo. Fin­gere di dimen­ti­care quanto pre­ciso sia stato il ritratto impie­toso, moral­mente net­tis­simo e acuto, che il melo­dramma otto­cen­te­sco ha fatto del potere, della vio­lenza poli­tica, dell’asservimento popo­lare e della cor­ti­gia­ne­ria inte­res­sata, è vera­mente da bestie. Dispiace dirlo, ma è anche attra­verso que­ste uscite che colui che vor­rebbe farsi amare dal suo padrone come un Mar­chese di Posa, e che spesso è stato ritratto dai suoi nemici come uno Iago, fini­sce per mani­fe­starsi come un sem­plice Marullo.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni pro­ba­bil­mente si era già accorto che qual­cosa stava suc­ce­dendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più impor­tanti ini­zia­tive per­so­nali offerte dalla rete nel campo della cri­tica musi­cale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rap­pre­sen­tato una fonte sem­pre inte­res­san­tis­sima di infor­ma­zioni, rifles­sioni e recen­sioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parec­chie ‘digres­sioni’ in altri ter­ri­tori musi­cali e cul­tu­rali). Nel frat­tempo il suo libro pren­deva forma e così, accanto alle bel­lis­sime ‘clas­si­fi­che’ dei dischi più rile­vanti, accanto ai tanti appro­fon­di­menti, alle sem­pre un po’ malin­co­ni­che foto di pae­sag­gio, com­pa­ri­vano di volta in volta bel­lis­simi stralci storico-musicologici dedi­cati a Strauss, a Mahler o a Nun­car­row. Poi, men­tre l’uscita del libro si avvi­ci­nava, i post hanno comin­ciato a rare­farsi. Era evi­dente che il cosid­detto ‘day­time work’, il lavoro che ci aiuta a cam­pare, stava sof­fo­cando quello sul blog; per periodi di intere set­ti­mane sono com­parse solo le recen­sioni e gli arti­coli che Ross scri­veva per il “New Yor­ker”, ogni tanto lasciava addi­rit­tura la mano a un amico e col­lega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peg­gio­ra­rono addi­rit­tura: il suc­cesso ha por­tato con sé le pre­sen­ta­zioni, le tra­du­zioni, le revi­sioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sa­gire che Ross avrebbe mol­lato la rete, l’amica che l’aveva aiu­tato a cre­scere in que­sti anni.

La sor­presa è arri­vata con un post del 14 otto­bre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si ince­ne­ri­sce per rina­scere: ecco dun­que Unquiet Thoughts, Pen­sieri inquieti – è il titolo del bel­lis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pub­bli­cato da John Dow­land (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dow­land decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, espri­mere le pas­sioni del desi­de­rio che tra­mu­tano gli occhi in dilu­vio e i pen­sieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segna­lare il nuovo e senz’altro inte­res­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospi­tati dal sito del “New Yor­ker”, cioè di uno dei migliori perio­dici let­te­rari ame­ri­cani. Una colonna della cul­tura ame­ri­cana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne con­se­gue. Il sito del “New Yor­ker” riflette le dif­fi­coltà e le spe­ranze di tutti i siti dei perio­dici car­ta­cei di alto livello: non rac­col­gono pub­bli­cità (o ne rac­col­gono poca), rap­pre­sen­tano un costo spesso pode­roso, ma sem­pli­ce­mente non pos­sono non esi­stere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più ari­sto­cra­tico tra i grandi perio­dici let­te­rari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbo­navi (per posta) e loro oltre a man­darti il gior­nale imbu­stato nel nylon ti davano l’accesso a una cosid­detta ‘ver­sione elet­tro­nica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sor­bito nel grande cal­de­rone del sito del “Times” (nella rubrica ‘enter­tain­ment’!), arric­chito e demo­cra­tiz­zato nell’offerta gra­tuita (Mur­doch per­met­tendo), ma sem­pre con un forte rife­ri­mento alla carta stam­pata. Con­ti­nua la lettura →

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dollari

Parliamo di soldi. Non sarà gran­chè ele­gante, ma ogni tanto biso­gna pur farlo. Lo sti­molo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbat­tuto in que­sto ‘social­blog’, come egli lo defi­ni­sce, pie­nis­simo di tutto, dalla poe­sia alla let­te­ra­tura, dalla denun­cia sociale alla ricerca arti­stica. Non ho mai avuto il pia­cere di cono­scere Luigi Boschi, ma da ormai mol­tis­simi mesi, con cadenza irre­go­lare e agli orari più strani, ricevo le email di aggior­na­mento spe­dite in auto­ma­tico dal suo blog. Si tratta quasi sem­pre di mes­saggi col­le­gati alle isti­tu­zioni cul­tu­rali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penul­tima era una lunga e dolente poe­sia, nella quale sfo­gava la sua ama­rezza e soli­tu­dine nelle bat­ta­glie che da anni con­duce con­tro gli spre­chi e le assur­dità della vita musi­cale par­mense; e chi cono­sce, anche solo da lon­tano, le vicende di quella bel­lis­sima città, sa bene che di cose da dire a que­sto pro­po­sito ce ne sareb­bero dav­vero molte. E Boschi dev’essere un fasti­dio paz­ze­sco per gli ammi­ni­stra­tori locali. È sem­pre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scri­vere sul suo sito, che poi pro­ietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vec­chio e del nuovo sin­daco, del Tea­tro Regio di Parma e del Festi­val ver­diano, le spese dav­vero paz­ze­sche, le incre­di­bili risorse cata­pul­tate nella vita di pro­vin­cia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di tea­tro in tea­tro, non lascian­dosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure con­ti­nuando imper­ter­rito a far girare milioni di euro come caramelline.

Per dirne una, que­sto signor Boschi si pre­sentò alla con­fe­renza stampa di inse­dia­mento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo sti­pen­dio del noto­ria­mente non eco­no­mico sovrin­ten­dente, e se avrebbe con­ti­nuato anche a Parma a gio­varsi dei ser­vizi di Valen­tin Proc­zyn­ski, l’agente tea­trale argen­tino di nascita, russo di ori­gini e mone­ga­sco di resi­denza la cui figura è cir­con­data da una fama alquanto discu­ti­bile e cor­ru­sca. Il Meli Mauro rispose con arro­ganza che erano fatti suoi, e la pla­tea di gior­na­li­sti locali rise e applaudì – chiun­que sia stato a una con­fe­renza stampa di realtà come que­ste sa a quale livello si possa spin­gere la com­pia­cenza di certi gior­na­li­sti. Boschi da allora non ha più tro­vato pace, e oltre a denun­ciare ogni sin­golo spreco con una capar­bietà invi­dia­bile, ha dato il tor­mento a mezzo mondo sulla que­stione dello sti­pen­dio di Meli, fin­ché pochi mesi fa non è riu­scito a con­vin­cere un con­si­gliere comu­nale a fare un’interrogazione al sin­daco. E allora il sin­daco ha dovuto rispon­dere, anche se non certo con sol­le­ci­tu­dine. Un mes­sag­gio di oggi, sem­pre dell’indomito Boschi, ci informa final­mente sull’entità dello sti­pen­dio del Meli Mauro, sovrin­ten­dente. Meli costa alla Fon­da­zione Tea­tro Regio, com­ples­si­va­mente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.

Sono tanti o sono pochi?

La que­stione delle retri­bu­zioni nel mondo dello spet­ta­colo è sem­pre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spet­ta­colo dal vivo, e in par­ti­co­lare in quello della musica, la valu­ta­zione dell’eccellenza dipende da un com­plesso di fat­tori che la ren­dono sem­pre for­te­mente opi­na­bile. Quanto prende Ceci­lia Bar­toli per una recita della tale opera? Ma se lei prende que­sti soldi, allora quanto dovrebbe pren­dere quell’altra? E così via. In realtà un tarif­fa­rio di mas­sima esi­ste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il pro­blema è che in Ita­lia il tea­tro d’opera è lar­ga­mente finan­ziato da denaro pub­blico, e que­sto sem­plice fatto impone tutta una serie di cau­tele. Quando si maneg­gia i soldi della col­let­ti­vità, certi scher­zetti non si pos­sono fare. Per un certo periodo è esi­stito anche un cosid­detto ‘cal­miere’ per i cachet degli arti­sti: è cosa nota che que­sto ‘tetto di retri­bu­zione’ venisse aggi­rato in mille modi, per­ché altri­menti certi arti­sti sarebbe stato impos­si­bile averli. E certi tea­tri que­gli arti­sti li ave­vano; ah, se li avevano!

Ma il sovrin­ten­dente non è un arti­sta. Il sovrin­ten­dente è un diri­gente. E allora la valu­ta­zione non dovrebbe essere così dif­fi­cile, e anche l’attribuzione dell’equo com­penso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stu­pore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metro­po­li­tan) ha preso un milione e mezzo di dol­lari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneg­gia e riceve (ma soprat­tutto che attira) è total­mente pro­ve­niente da tasche pri­vate; ciò nono­stante l’informazione può gene­rare qual­che con­fu­sione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo pren­derla da un altro lato. Invece di para­go­nare sem­pli­ce­mente la cifra con quella che pren­dono gli altri sovrin­ten­denti ita­liani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giam­brone (Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino) 180.000, Tutino (Bolo­gna) 164 più bene­fit, Ver­gnano (Torino) 150, Via­nello (Fenice) 150 più bene­fit –, pro­viamo a para­go­narlo a un diri­gente pub­blico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.

Non molto tempo fa, dopo i grandi pro­clami del mini­stro Bru­netta, sui siti delle ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che e delle aziende par­te­ci­pate hanno comin­ciato ad appa­rire i tabu­lati con le retri­bu­zioni dei diri­genti e degli ammi­ni­stra­tori. Ricordo un grande titolo su un quo­ti­diano, che par­lava degli sti­pendi d’oro dei diri­genti della Regione Lom­bar­dia. La Regione Lom­bar­dia ha 3.600 dipen­denti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirel­lone’), 10 nelle pro­vince lom­barde, 2 all’estero ecc. Il Tea­tro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipen­denti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trat­tan­dosi di “tea­tro di tra­di­zione”, i dipen­denti, per la pre­ci­sione, sono 18], e soprat­tutto è un sistema di ben diversa com­ples­sità. Fac­ciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i diri­genti della Regione Lom­bar­dia, quella degli sti­pendi d’oro. Si chiama Nico­la­ma­ria Sanese, fa il Diret­tore gene­rale, è il brac­cio destro di Roberto For­mi­goni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Diret­tore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scan­da­losa’ Regione Lom­bar­dia, realtà politico-amministrativa colos­sale, prende meno di Meli Mauro, sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo cor­reg­germi: Sanese ha una ‘retri­bu­zione fon­da­men­tale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retri­bu­zione di risul­tato’, sostan­zial­mente un bonus, di altri 48.408 euro. La retri­bu­zione lorda di Meli al netto dei rim­borsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rim­borsi di Sanesi, inol­tre, non ho alcuna infor­ma­zione. Tut­ta­via la sostanza del discorso è la stessa: la retri­bu­zione del Sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma, oltre a svet­tare su quella di molti altri tea­tri ita­liani più grandi e ben più com­plessi da gestire, si asse­sta molto vicino alla retri­bu­zione dei più pagati diri­genti di strut­ture pub­bli­che enor­me­mente più complesse.].

Certo, il Meli non doveva essere pro­prio tran­quil­lis­simo se in un’intervista al “Cor­riere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attri­buen­dosi con fran­ce­scana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retri­bu­zione men­sile. Certo, il gio­chino è chiaro: la dif­fe­renza tra netto e lordo, il sepa­rare la retri­bu­zione ‘secca’ da bene­fit, rim­borsi, inden­nità, costi vari. I tea­tri d’opera, inol­tre, sono Fon­da­zioni, e dun­que Meli non è un diri­gente pub­blico a tutti gli effetti. Tut­ta­via, forse, assi­stere a gio­chetti di que­sto tipo con un mezzo di pub­blica infor­ma­zione avrebbe potuto cau­sare un minimo di rea­zione da parte del Sin­daco, anche solo una mani­fe­sta­zione di imba­razzo, dato che in fondo è pur sem­pre il pre­si­dente del Con­si­glio di ammi­ni­stra­zione del tea­tro. Non importa. Se non ha rite­nuto di mani­fe­starlo è per­ché, evi­den­te­mente, non aveva pia­cere che si sapesse come sta­vano vera­mente le cose. Poche set­ti­mane dopo, il mini­stro Bru­netta con l’eleganza intel­let­tuale e les­si­cale che gli si addice, tuo­nava con­tro il cul­tu­rame paras­si­ta­rio sini­stroide. Ora che sull’argomento nes­suno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma suc­ceda qual­cosa. Vedremo. Nel frat­tempo rin­gra­ziamo i rom­pi­sca­tole di talento come Boschi.

La foto è di mar­ku­sram, che rin­gra­zio, e pro­viene da flickr.

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