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Giornali

Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni pro­ba­bil­mente si era già accorto che qual­cosa stava suc­ce­dendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più impor­tanti ini­zia­tive per­so­nali offerte dalla rete nel campo della cri­tica musi­cale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rap­pre­sen­tato una fonte sem­pre inte­res­san­tis­sima di infor­ma­zioni, rifles­sioni e recen­sioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parec­chie ‘digres­sioni’ in altri ter­ri­tori musi­cali e cul­tu­rali). Nel frat­tempo il suo libro pren­deva forma e così, accanto alle bel­lis­sime ‘clas­si­fi­che’ dei dischi più rile­vanti, accanto ai tanti appro­fon­di­menti, alle sem­pre un po’ malin­co­ni­che foto di pae­sag­gio, com­pa­ri­vano di volta in volta bel­lis­simi stralci storico-musicologici dedi­cati a Strauss, a Mahler o a Nun­car­row. Poi, men­tre l’uscita del libro si avvi­ci­nava, i post hanno comin­ciato a rare­farsi. Era evi­dente che il cosid­detto ‘day­time work’, il lavoro che ci aiuta a cam­pare, stava sof­fo­cando quello sul blog; per periodi di intere set­ti­mane sono com­parse solo le recen­sioni e gli arti­coli che Ross scri­veva per il “New Yor­ker”, ogni tanto lasciava addi­rit­tura la mano a un amico e col­lega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peg­gio­ra­rono addi­rit­tura: il suc­cesso ha por­tato con sé le pre­sen­ta­zioni, le tra­du­zioni, le revi­sioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sa­gire che Ross avrebbe mol­lato la rete, l’amica che l’aveva aiu­tato a cre­scere in que­sti anni.

La sor­presa è arri­vata con un post del 14 otto­bre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si ince­ne­ri­sce per rina­scere: ecco dun­que Unquiet Thoughts, Pen­sieri inquieti – è il titolo del bel­lis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pub­bli­cato da John Dow­land (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dow­land decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, espri­mere le pas­sioni del desi­de­rio che tra­mu­tano gli occhi in dilu­vio e i pen­sieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segna­lare il nuovo e senz’altro inte­res­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospi­tati dal sito del “New Yor­ker”, cioè di uno dei migliori perio­dici let­te­rari ame­ri­cani. Una colonna della cul­tura ame­ri­cana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne con­se­gue. Il sito del “New Yor­ker” riflette le dif­fi­coltà e le spe­ranze di tutti i siti dei perio­dici car­ta­cei di alto livello: non rac­col­gono pub­bli­cità (o ne rac­col­gono poca), rap­pre­sen­tano un costo spesso pode­roso, ma sem­pli­ce­mente non pos­sono non esi­stere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più ari­sto­cra­tico tra i grandi perio­dici let­te­rari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbo­navi (per posta) e loro oltre a man­darti il gior­nale imbu­stato nel nylon ti davano l’accesso a una cosid­detta ‘ver­sione elet­tro­nica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sor­bito nel grande cal­de­rone del sito del “Times” (nella rubrica ‘enter­tain­ment’!), arric­chito e demo­cra­tiz­zato nell’offerta gra­tuita (Mur­doch per­met­tendo), ma sem­pre con un forte rife­ri­mento alla carta stam­pata. Con­ti­nua la lettura →

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dollari

Parliamo di soldi. Non sarà gran­chè ele­gante, ma ogni tanto biso­gna pur farlo. Lo sti­molo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbat­tuto in que­sto ‘social­blog’, come egli lo defi­ni­sce, pie­nis­simo di tutto, dalla poe­sia alla let­te­ra­tura, dalla denun­cia sociale alla ricerca arti­stica. Non ho mai avuto il pia­cere di cono­scere Luigi Boschi, ma da ormai mol­tis­simi mesi, con cadenza irre­go­lare e agli orari più strani, ricevo le email di aggior­na­mento spe­dite in auto­ma­tico dal suo blog. Si tratta quasi sem­pre di mes­saggi col­le­gati alle isti­tu­zioni cul­tu­rali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penul­tima era una lunga e dolente poe­sia, nella quale sfo­gava la sua ama­rezza e soli­tu­dine nelle bat­ta­glie che da anni con­duce con­tro gli spre­chi e le assur­dità della vita musi­cale par­mense; e chi cono­sce, anche solo da lon­tano, le vicende di quella bel­lis­sima città, sa bene che di cose da dire a que­sto pro­po­sito ce ne sareb­bero dav­vero molte. E Boschi dev’essere un fasti­dio paz­ze­sco per gli ammi­ni­stra­tori locali. È sem­pre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scri­vere sul suo sito, che poi pro­ietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vec­chio e del nuovo sin­daco, del Tea­tro Regio di Parma e del Festi­val ver­diano, le spese dav­vero paz­ze­sche, le incre­di­bili risorse cata­pul­tate nella vita di pro­vin­cia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di tea­tro in tea­tro, non lascian­dosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure con­ti­nuando imper­ter­rito a far girare milioni di euro come caramelline.

Per dirne una, que­sto signor Boschi si pre­sentò alla con­fe­renza stampa di inse­dia­mento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo sti­pen­dio del noto­ria­mente non eco­no­mico sovrin­ten­dente, e se avrebbe con­ti­nuato anche a Parma a gio­varsi dei ser­vizi di Valen­tin Proc­zyn­ski, l’agente tea­trale argen­tino di nascita, russo di ori­gini e mone­ga­sco di resi­denza la cui figura è cir­con­data da una fama alquanto discu­ti­bile e cor­ru­sca. Il Meli Mauro rispose con arro­ganza che erano fatti suoi, e la pla­tea di gior­na­li­sti locali rise e applaudì – chiun­que sia stato a una con­fe­renza stampa di realtà come que­ste sa a quale livello si possa spin­gere la com­pia­cenza di certi gior­na­li­sti. Boschi da allora non ha più tro­vato pace, e oltre a denun­ciare ogni sin­golo spreco con una capar­bietà invi­dia­bile, ha dato il tor­mento a mezzo mondo sulla que­stione dello sti­pen­dio di Meli, fin­ché pochi mesi fa non è riu­scito a con­vin­cere un con­si­gliere comu­nale a fare un’interrogazione al sin­daco. E allora il sin­daco ha dovuto rispon­dere, anche se non certo con sol­le­ci­tu­dine. Un mes­sag­gio di oggi, sem­pre dell’indomito Boschi, ci informa final­mente sull’entità dello sti­pen­dio del Meli Mauro, sovrin­ten­dente. Meli costa alla Fon­da­zione Tea­tro Regio, com­ples­si­va­mente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.

Sono tanti o sono pochi?

La que­stione delle retri­bu­zioni nel mondo dello spet­ta­colo è sem­pre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spet­ta­colo dal vivo, e in par­ti­co­lare in quello della musica, la valu­ta­zione dell’eccellenza dipende da un com­plesso di fat­tori che la ren­dono sem­pre for­te­mente opi­na­bile. Quanto prende Ceci­lia Bar­toli per una recita della tale opera? Ma se lei prende que­sti soldi, allora quanto dovrebbe pren­dere quell’altra? E così via. In realtà un tarif­fa­rio di mas­sima esi­ste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il pro­blema è che in Ita­lia il tea­tro d’opera è lar­ga­mente finan­ziato da denaro pub­blico, e que­sto sem­plice fatto impone tutta una serie di cau­tele. Quando si maneg­gia i soldi della col­let­ti­vità, certi scher­zetti non si pos­sono fare. Per un certo periodo è esi­stito anche un cosid­detto ‘cal­miere’ per i cachet degli arti­sti: è cosa nota che que­sto ‘tetto di retri­bu­zione’ venisse aggi­rato in mille modi, per­ché altri­menti certi arti­sti sarebbe stato impos­si­bile averli. E certi tea­tri que­gli arti­sti li ave­vano; ah, se li avevano!

Ma il sovrin­ten­dente non è un arti­sta. Il sovrin­ten­dente è un diri­gente. E allora la valu­ta­zione non dovrebbe essere così dif­fi­cile, e anche l’attribuzione dell’equo com­penso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stu­pore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metro­po­li­tan) ha preso un milione e mezzo di dol­lari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneg­gia e riceve (ma soprat­tutto che attira) è total­mente pro­ve­niente da tasche pri­vate; ciò nono­stante l’informazione può gene­rare qual­che con­fu­sione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo pren­derla da un altro lato. Invece di para­go­nare sem­pli­ce­mente la cifra con quella che pren­dono gli altri sovrin­ten­denti ita­liani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giam­brone (Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino) 180.000, Tutino (Bolo­gna) 164 più bene­fit, Ver­gnano (Torino) 150, Via­nello (Fenice) 150 più bene­fit –, pro­viamo a para­go­narlo a un diri­gente pub­blico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.

Non molto tempo fa, dopo i grandi pro­clami del mini­stro Bru­netta, sui siti delle ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che e delle aziende par­te­ci­pate hanno comin­ciato ad appa­rire i tabu­lati con le retri­bu­zioni dei diri­genti e degli ammi­ni­stra­tori. Ricordo un grande titolo su un quo­ti­diano, che par­lava degli sti­pendi d’oro dei diri­genti della Regione Lom­bar­dia. La Regione Lom­bar­dia ha 3.600 dipen­denti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirel­lone’), 10 nelle pro­vince lom­barde, 2 all’estero ecc. Il Tea­tro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipen­denti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trat­tan­dosi di “tea­tro di tra­di­zione”, i dipen­denti, per la pre­ci­sione, sono 18], e soprat­tutto è un sistema di ben diversa com­ples­sità. Fac­ciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i diri­genti della Regione Lom­bar­dia, quella degli sti­pendi d’oro. Si chiama Nico­la­ma­ria Sanese, fa il Diret­tore gene­rale, è il brac­cio destro di Roberto For­mi­goni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Diret­tore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scan­da­losa’ Regione Lom­bar­dia, realtà politico-amministrativa colos­sale, prende meno di Meli Mauro, sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo cor­reg­germi: Sanese ha una ‘retri­bu­zione fon­da­men­tale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retri­bu­zione di risul­tato’, sostan­zial­mente un bonus, di altri 48.408 euro. La retri­bu­zione lorda di Meli al netto dei rim­borsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rim­borsi di Sanesi, inol­tre, non ho alcuna infor­ma­zione. Tut­ta­via la sostanza del discorso è la stessa: la retri­bu­zione del Sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma, oltre a svet­tare su quella di molti altri tea­tri ita­liani più grandi e ben più com­plessi da gestire, si asse­sta molto vicino alla retri­bu­zione dei più pagati diri­genti di strut­ture pub­bli­che enor­me­mente più complesse.].

Certo, il Meli non doveva essere pro­prio tran­quil­lis­simo se in un’intervista al “Cor­riere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attri­buen­dosi con fran­ce­scana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retri­bu­zione men­sile. Certo, il gio­chino è chiaro: la dif­fe­renza tra netto e lordo, il sepa­rare la retri­bu­zione ‘secca’ da bene­fit, rim­borsi, inden­nità, costi vari. I tea­tri d’opera, inol­tre, sono Fon­da­zioni, e dun­que Meli non è un diri­gente pub­blico a tutti gli effetti. Tut­ta­via, forse, assi­stere a gio­chetti di que­sto tipo con un mezzo di pub­blica infor­ma­zione avrebbe potuto cau­sare un minimo di rea­zione da parte del Sin­daco, anche solo una mani­fe­sta­zione di imba­razzo, dato che in fondo è pur sem­pre il pre­si­dente del Con­si­glio di ammi­ni­stra­zione del tea­tro. Non importa. Se non ha rite­nuto di mani­fe­starlo è per­ché, evi­den­te­mente, non aveva pia­cere che si sapesse come sta­vano vera­mente le cose. Poche set­ti­mane dopo, il mini­stro Bru­netta con l’eleganza intel­let­tuale e les­si­cale che gli si addice, tuo­nava con­tro il cul­tu­rame paras­si­ta­rio sini­stroide. Ora che sull’argomento nes­suno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma suc­ceda qual­cosa. Vedremo. Nel frat­tempo rin­gra­ziamo i rom­pi­sca­tole di talento come Boschi.

La foto è di mar­ku­sram, che rin­gra­zio, e pro­viene da flickr.

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Mentre alcuni nuovi pezzi di Fier­re­bras non vogliono pro­prio scri­versi da soli, ci sono mille noti­zie dal mondo della musica che mi pia­ce­rebbe con­di­vi­dere. Noti­zie che riflet­tono quanto esso sia com­plesso, arti­co­lato e un poco pazzo. Eccone tre di ieri.

La prima è una bella inchie­sta del New Music Box, il sito inter­net dell’Ame­ri­can Music Cen­ter, dedi­cata alla buona salute di cui godono – in un mer­cato disco­gra­fico scon­volto dalla crisi eco­no­mica e di idee – le eti­chette indi­pen­denti spe­cia­liz­zate nella pro­du­zione e distri­bu­zione di musica con­tem­po­ra­nea. Il loro modello di busi­ness non è certo quello delle major (i com­po­si­tori o gli spon­sor nor­mal­mente pagano la pro­du­zione del disco) ma il loro inso­sti­tui­bile com­pito è ricam­biato da un suc­cesso che sta assu­mendo le dimen­sioni di un boom. Con­tro qual­siasi fosca previsione.

La seconda e la terza sono col­le­gate. Un arti­colo del Times ci rac­conta del primo scio­pero pro­cla­mato dai lavo­ra­tori del Festi­val di Bay­reuth. Si tratta di 60 mac­chi­ni­sti e di un cen­ti­naio di lavo­ra­tori a con­tratto che con­te­stano la lega­lità dei con­tratti fir­mati dall’ex diret­tore del Festi­val, Wol­fgang Wag­ner. E così, men­tre si lavora per man­dare in scena l’ennesimo, son­tuoso Tri­stan und Isolde, davanti alla con­sueta pla­tea luc­ci­cante di uomini poli­tici, magnati della finanza e alta bor­ghe­sia inter­na­zio­nale, sco­priamo che la paga ora­ria di un mac­chi­ni­sta, di un elet­tri­ci­sta o di un attrez­zi­sta impe­gnati sul pal­co­sce­nico è di circa 4 euro. Con­tem­po­ra­nea­mente, un arti­colo pub­bli­cato sul sito di Bloom­berg ci informa del fatto che Peter Gelb ha gua­da­gnato nel 2008 circa 1,5 milioni di dol­lari con il suo lavoro di Gene­ral Mana­ger alla Metro­po­li­tan Opera di New York, con un incre­mento rispetto all’anno pre­ce­dente del 36%. Che cosa c’entra? Boh, ognuno si fac­cia il suo parere.

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glass

Che regalo può sce­gliere l’avvocato Bru­satti Coro­nèo per il com­pleanno della gio­vane ed ele­gante moglie? Si era deciso per una col­lana d’oro con pen­da­glio a forma di far­falla, ma ora ha letto che può fare cafone. Poi, in stu­dio, ha tro­vato il Wall Street Jour­nal e gli è venuta un’idea fantastica.

C’è scritto che un signore di Har­ri­sburg, Penn­syl­va­nia, tale Mar­tin Mur­ray, un dilet­tante di vio­lino spo­sato da meno di due anni, per il set­tan­te­simo com­pleanno della moglie (!) si è rivolto a un’associazione non­pro­fit spe­cia­liz­zata nell’intermediazione tra com­mis­sio­nari e com­po­si­tori: Meet the Com­po­ser (MTC). Voleva una sonata per vio­lino e pia­no­forte di un quarto d’ora circa, ese­gui­bile da musi­ci­sti non pro­fes­sio­ni­sti di medio livello tec­nico. Sor­presa: l’associazione l’ha messo in con­tatto con il più famoso dei com­po­si­tori ame­ri­cani viventi, Phi­lip Glass, e quest’ultimo ha accet­tato la com­mis­sione. Ne è nato un party di cui tutti gli amici ancora par­lano a Har­ri­sburg e din­torni; al momento del regalo, lui prende il vio­lino, una pia­ni­sta si siede al pia­no­forte, e arriva il grande dono. L’articolo, fir­mato da una certa Corinna da Fonseca-Wollheim, si inti­tola degna­mente “Anche Bach ebbe biso­gno di Gold­berg”, rife­ren­dosi alle parole di un local­mente noto com­po­si­tore dell’Università dell’Arizona, Daniel Asia, che con appa­rente tran­quil­lità ricorda come anche il Signor Gold­berg (nome che negli Stati Uniti assume tutta una serie di con­no­ta­zioni) sia tut­tora ricor­dato per avere pagato a Bach una certa commissione.

A parte lo sva­rione sto­rico (non ci fu mai un Signor Gold­berg che com­mis­sionò una com­po­si­zione a Bach) l’articolo si dilunga con il giu­sto piglio da gior­nale eco­no­mico sulle dimen­sioni del feno­meno, e sugli aspetti finan­ziari (da quelle parti le com­mis­sioni le puoi sca­ri­care dalle tasse); vuoi com­prare un teschio di Hirst, sem­bra dirci la Fonseca-Wollheim? lascia stare! por­tati a casa un’opera di Adams, un quar­tetto di Cori­gliano (o una sona­tina di Mr. Asia). Si par­lerà di te nei secoli dei secoli. Con­ti­nua la lettura →

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chateaubriand2

È da poco arri­vato in libre­ria l’ultimo sag­gio di Marc Fuma­roli, Cha­teau­briand. Poe­sia e ter­rore. Pode­roso (circa 800 pagine), scritto con l’intelligenza, la chia­rezza e l’estrema eru­di­zione che sono con­suete a que­sto col­tis­simo stu­dioso; la veste tipo­gra­fica è poi quella, inec­ce­pi­bile e attraente, della col­lana ‘Il ramo d’oro’ della Adel­phi. L’ho preso, l’ho sfo­gliato, ne ho letto un paio di pagine e poi l’ho ripo­sto sullo scaf­fale del libraio. So che non riu­sci­rei mai non dico a finirlo, ma nep­pure a supe­rare il cen­ti­naio di pagine; nei libri di Fuma­roli si entra come un grande museo, in ogni pagina c’è qual­cosa da impa­rare, ma si fatica molto a capire dove ci stanno por­tando, e ogni tanto si sente il biso­gno di cer­care una fine­stra per capire dove ci si trova. Non è solo che non con­di­vido per nulla le tesi di fondo di pres­so­ché ogni suo libro, ben espo­ste in que­sto post di Luigi Castaldi; la verità è che dif­fi­cil­mente arrivo a cogliere l’ideologia anti­mo­derna, per­ché è lo stile a tra­dirla prima di ogni ragio­na­mento, e non rie­sco a entrare in sin­to­nia con una scrit­tura che sem­bra fatta uni­ca­mente per sé stessa.

Scrivo que­sto non solo per il libro, ma per­ché alcuni giorni dopo avere visto il libro, mi sono imbat­tuto in una recen­sione pub­bli­cata da Libé­ra­tion alla nuova fatica let­te­ra­ria dell’instancabile Fuma­roli, uscita nel frat­tempo in Fran­cia. Fir­mato da Phi­lippe Lançon e inti­to­lato spi­ri­to­sa­mente Il man­gia­tore d’ozio (con un gioco di parole sul ‘man­gia­tore d’oppio’ di de Quin­cey), si tratta di un pezzo feroce e tal­volta ecces­si­va­mente sar­ca­stico, scritto tut­ta­via con quel corag­gio e quella spre­giu­di­cata serietà che sem­pre si vor­rebbe tro­vare in una recen­sione. Vi si dicono cose che non val­gono solo per Fuma­roli – che Lançon defi­ni­sce “il più intel­li­gente dei vec­chi trom­boni”, ma che si potreb­bero facil­mente tra­sfe­rire a una buona parte della nostra ‘cul­tura eru­dita’. Ne tra­duco qui il pas­sag­gio più interessante:

Se finora abbiamo seguito volen­tieri Fuma­roli nella sua fumi­ste­ria eru­dita è prima di tutto per­ché lui è il più intel­li­gente dei vec­chi trom­boni. O, per dirla secondo le con­ve­nienze, degli ‘anti­mo­derni’. Que­sta cate­go­ria piena di distin­zione, divisa tra il dan­dy­smo e la malin­co­nia aggres­siva, è stata ana­liz­zata da Antoine Com­pa­gnon (Gal­li­mard). È una cate­go­ria vivi­fi­cante, poi­ché stri­glia per bene l’idiozia moderna; edu­ca­tiva, poi­ché pre­cisa la pre­senza dei morti; ma sovente ste­rile, per­ché il suo sguardo è fal­sato da troppa cat­tiva fede ed ebbrezza nostal­gica. In breve, l’‘antimoderno’ passa il suo tempo a denun­ciare ciò che lo cir­conda men­tre con­tem­pla degli anti­chi affre­schi in un’antica caverna. Quando un mar­tello pneu­ma­tico fa un buco, è come nella cele­bre scena del film Roma, di Fel­lini: buona o cat­tiva che sia, l’aria entra nella caverna e can­cella tutto – e i com­menti prima di tutto.

Oltre al rife­ri­mento a una scena indi­men­ti­ca­bile del cinema di Fel­lini, l’articolo ha por­tato con sé il ricordo inde­le­bile di un altro arti­colo sulla que­stione ‘moderni e anti­mo­derni’, ben più impor­tante. Era il 1989, e Giu­lio Bol­lati aveva appena preso le redini della casa edi­trice Borin­ghieri (ribat­tez­zata Bol­lati Borin­ghieri); nel giro di pochi anni avrebbe costruito un pro­getto edi­to­riale di grande forza, tanto da lasciare una trac­cia dura­tura anche dopo la sua scom­parsa. Ma natu­ral­mente il 1989 è stato anche l’anno della cosid­detta ‘caduta del muro di Ber­lino’, e dell’inizio di un attacco fron­tale alla cul­tura pro­gres­si­sta di cui i mise­ra­bili gover­nanti attuali non sono che gli ultimi epi­goni: in que­sto simili ai sol­dati che pas­sano sul campo di bat­ta­glia per finire i feriti e, se pos­si­bile, deru­barli. Era l’inizio di un’equazione, con­dotta in esi­bita cat­tiva fede, tra pro­gres­si­smo e sta­li­ni­smo, fra Lumi’ e Ter­rore’. Pie­tro Citati, in un arti­colo su Repub­blica dedi­cato alla Nor­male di Pisa, si fece por­ta­voce di que­sta prima ondata di ven­dette con­tro la cul­tura ‘ege­mone’ della sini­stra; Giu­lio Bol­lati gli rispose, sem­pre sulla Repub­blica, con que­sta ‘let­tera aperta’ vera­mente memorabile.

Citati è un altro scrit­tore di cui forse non finirò mai un libro, pur aven­done amato e stu­diato tanti scritti, pur ammi­ran­done pro­fon­da­mente il con­trollo sti­li­stico, pur rico­no­scen­do­gli la sta­tura del mae­stro. Ma la let­tura di que­sto pezzo di Bol­lati (non l’ho tro­vato in inter­net, e dun­que lo tra­scrivo qui), a oltre vent’anni di distanza dall’uscita, fa capire molte cose sulla cul­tura ita­liana di ieri e di oggi, oltre a essere una cri­tica for­tis­sima e intel­li­gente ai tanti eru­diti che si pon­gono sotto le pro­tet­tive ma a loro volta indi­fese ali dei clas­sici, rifiu­tando il rap­porto vivo e dia­let­tico con la moder­nità. E per tor­nare ai temi più con­sueti a Fier­ra­bras, non è che nel campo musi­cale que­sti per­so­naggi siano una rarità; anzi, direi che la chiu­sura, l’elitarismo, il distacco dal pre­sente esi­bito nel lin­guag­gio oltre che nella scelta degli argo­menti siano la norma e il modello per­fino tra i cri­tici e i musi­co­logi più giovani.

Il ritratto di Fra­nçois René de Cha­teau­briand che medita sulle rovine di Roma è quello famo­sis­simo dipinto nel 1808-09 da Anne-Louis Giro­det; l’originale è in una col­le­zione pri­vata, ma un’ottima copia d’epoca (a lungo rite­nuta ori­gi­nale) è con­ser­vata al Musée d’histoire de Saint-Malo.

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pasolini

L’Italia sta mar­cendo in un benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo: pre­starsi in qual­che modo a con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza è, ora, il fasci­smo. Essere laici, libe­rali, non signi­fica nulla, quando manca quella forza morale che rie­sca a vin­cere la ten­ta­zione di essere par­te­cipi a un mondo che appa­ren­te­mente fun­ziona, con le sue leggi allet­tanti e cru­deli. Non occorre essere forti per affron­tare il fasci­smo nelle sue forme paz­ze­sche e ridi­cole: occorre essere for­tis­simi per affron­tare il fasci­smo come nor­ma­lità, come codi­fi­ca­zione, direi alle­gra, mon­dana, social­mente eletta, del fondo bru­tal­mente egoi­sta di una società.

Ho visto Paso­lini. Un delitto ita­liano di Marco Tul­lio Gior­dana, e letto il romanzo-inchiesta pub­bli­cato da Mon­da­dori con lo stesso titolo; mi sono sem­brati entrambi molto inte­res­santi e al tempo stesso piut­to­sto deboli – anche se sono riu­sciti nell’intento di fare bre­ve­mente ria­prire l’ormai impos­si­bile inchie­sta. Mi sono sem­brati deboli per­ché inda­gano i fatti, come sem­pre è suc­cesso per que­sto delitto, sotto l’abbagliante cono di luce della per­so­na­lità e dell’opera di Paso­lini. Non credo sia un’operazione sba­gliata nelle pre­messe – come si potrebbe, d’altro canto, iso­lare i fatti da quel con­te­sto umano, poli­tico e cul­tu­rale di cui Paso­lini era un pro­ta­go­ni­sta di pri­mis­simo piano? Credo tut­ta­via che sia un’operazione desti­nata ine­vi­ta­bil­mente al fal­li­mento: troppo forte la ten­ta­zione di tro­vare una giu­sti­fi­ca­zione e una pre­de­sti­na­zione nelle parole di un poeta luci­dis­simo (non è affatto un ossi­moro) e di un intel­let­tuale vio­len­te­mente deter­mi­nato a indi­care le tante vie e i tanti respon­sa­bili del disfa­ci­mento della società ita­liana. E cer­care una pre­de­sti­na­zione signi­fica anche atte­nuare il senso di una per­dita incol­ma­bile e assurda, pro­prio nel momento in cui si mani­fe­sta la sua pro­fon­dità e assurdità.

Il film con­tiene alcuni brani molto belli tratti dagli scritti e le poe­sie di Paso­lini, e così mi è tor­nato in mente il fram­mento sopra ripor­tato, tratto dalla rispo­sta che egli scrisse a due let­tori del set­ti­ma­nale comu­ni­sta “Vie nuove”. Era il 6 set­tem­bre 1962, e da due anni teneva una rubrica inti­to­lata “Dia­lo­ghi con Paso­lini”; “Vie nuove”, fon­dato nel 1946, era un perio­dico poli­tico di taglio ‘popo­lare’, che si rivol­geva in par­ti­co­lare ai più gio­vani. In una let­tera, due let­tori tori­nesi gli ave­vano doman­dato per­ché secondo lui l’idea fasci­sta eser­ci­tasse tanto fascino sui gio­vani, e Paso­lini aveva rispo­sto rac­con­tando un aned­doto. Poco tempo prima aveva con­cesso un’intervista a una gior­na­li­sta colta, deter­mi­nata e di impo­sta­zione laica e libe­rale (oggi pro­ba­bil­mente si direbbe ‘di sini­stra’). Erano andati insieme a Ostia, ave­vano par­lato come amici, fatto il bagno insieme. Paso­lini le aveva par­lato aper­ta­mente di sé, e aveva ami­che­vol­mente ascol­tato le con­fi­denze che la donna gli aveva fatto. Lei aveva un figlio neo­fa­sci­sta, con cui quo­ti­dia­na­mente lot­tava e discu­teva; era la sua spina nel fianco, il suo dolore. Al ter­mine dell’intervista si erano salu­tati in ami­ci­zia, come per­sone acco­mu­nate da una ricerca ideale. Qual­che set­ti­mana dopo, era uscito l’articolo: offen­sivo, inde­gno, colmo dei pre­giu­dizi sulla sua per­sona che Paso­lini dete­stava e a cui da sem­pre si ribel­lava. Tanto più inde­gno in quanto scritto da una per­sona che aveva gli stru­menti per capire, e per fer­mare lo scem­pio. In con­se­guenza di que­sto, si chie­deva in che cosa con­si­stesse il fasci­smo del pre­sente, ed ecco arri­vare que­sto pas­sag­gio straor­di­na­rio e profondissimo.

Basta guar­darsi attorno per vedere quanto fosse lucida que­sta visione. Il “benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo”. L’articolo si chiu­deva con una sorta di male­di­zione biblica, che forse si è nel tempo tra­sfor­mata in mera pre­mo­ni­zione. Il figlio fasci­sta era la con­se­guenza e il ‘con­trap­passo’ del fasci­smo masche­rato della madre, del suo pre­starsi a “con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza”. L’anatema è diver­tente e dolo­roso, con quell’eco da tra­ge­dia greca; diver­tente per­ché vaga­mente iro­nico, ter­ri­bile per­ché offre a noi nipoti una deso­lante spie­ga­zione della realtà duris­sima da cui siamo asse­diati, inte­rior­mente ed este­rior­mente: “Che vi ven­gano figli fasci­sti – que­sta la nuova male­di­zione – figli fasci­sti, che vi distrug­gano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio”.

Ancora una volta la bel­lis­sima foto non so di chi sia. Lo sco­prirò, pro­messo. Il brano è tratto da quella miniera ine­sau­ri­bile di idee, sti­moli e grande scrit­tura civile che è il “Meri­diano” di Paso­lini Saggi sulla poli­tica e sulla società (Mon­da­dori, 1999; la rispo­sta alla let­tera si trova alle pp. 1014–18).

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steiner3

Il 23 aprile scorso George Stei­ner ha com­piuto ottant’anni. Sui gior­nali ita­liani sono apparsi alcuni arti­coli, come que­sta inte­res­sante ma, se posso per­met­termi, un po’ super­fi­ciale inter­vi­sta di Nuc­cio Ordine per il “Cor­riere della Sera”: tra le cose più rile­vanti che vi sono dette, l’invito a leg­gere le opere di D’Arrigo, un gigante ‘diverso’ della nostra let­te­ra­tura. Ma l’articolo più bello che abbia letto da diversi anni su Stei­ner è apparso il 12 marzo scorso sul “New York Times”. Si tratta di una recen­sione del suo ultimo libro, una rac­colta di arti­coli pub­bli­cati sul “New Yor­ker” (George Stei­ner at the New Yor­ker, New Direc­tions, 2009, tra­du­zione ita­liana già in pre­pa­ra­zione presso Garzanti).

Vi si parla di un “pro­blema George Stei­ner”, con­du­cendo un’analisi intel­li­gente e pro­fonda del suo stile let­te­ra­rio, del suo talento cri­tico e delle sue prin­ci­pali e ricor­renti idee. Vi si parla, in par­ti­co­lare, dei dibat­titi che nel mondo anglo­sas­sone face­vano seguito a ogni suo libro, con una parte della cri­tica e del mondo acca­de­mico che lo rite­neva un mezzo ciar­la­tano, e un’altra parte di entrambi i mondi (ma soprat­tutto una lar­ghis­sima pla­tea di let­tori) che lo con­si­de­rava uno degli ultimi depo­si­tari del grande e minac­ciato tesoro della cul­tura occi­den­tale. Scrive in par­ti­co­lare Lee Siegel:

Cele­brato come un bastione della cul­tura alta occi­den­tale e ammi­rato per la sua sot­ti­gliezza morale da alcuni, Stei­ner fu attac­cato come pom­poso, pre­ten­zioso e scien­ti­fi­ca­mente inac­cu­rato da altri. La sua più esal­tante qua­lità era con­si­de­rata il sapersi muo­vere da Pita­gora, attra­verso Ari­sto­tele e Dante, a Nie­tzsche e Tol­stoj in un sin­golo para­grafo. Il suo difetto più irri­tante il sapersi muo­vere da Pita­gora, attra­verso Ari­sto­tele e Dante, a Nie­tzsche e Tol­stoj in un sin­golo paragrafo.

Ciò che mi ha col­pito di quest’articolo, non è stato solo il con­sta­tare quanto la nostra cri­tica si dibatta in un’ormai ata­vica indo­lenza intel­let­tuale, per cui di fronte a ogni dub­bio meglio dire qual­che parola gene­rica di lode e lasciar cadere; ciò che mi ha col­pito, dicevo, è la sere­nità con cui l’autore di grandi libri come After Babel (Dopo Babele, Gar­zanti) viene inda­gato e cri­ti­cato, non­che l’acutezza con cui i suoi tic intel­let­tuali ven­gono por­tati alla luce. Con­di­vido molto di quello che l’autore scrive, ma que­sto non mi impe­di­sce di col­lo­care alcuni dei libri di Stei­ner tra le cose migliori che mi sia capi­tato di leg­gere (tre su tutti: oltre a Dopo Babele, la rac­colta di saggi Nes­suna pas­sione spenta – Gar­zanti 1997– e, forse un po’ in subor­dine pro­prio per i difetti indi­cati nell’articolo, Gram­ma­ti­che della crea­zione – Gar­zanti 2003); altri mi sono sem­brati deci­sa­mente infe­riori, ma in ogni caso mai privi di sti­moli.

Vor­rei citare la chiu­sura dell’articolo, che riguarda l’ossessione di Stei­ner nei con­fronti dell’Olocausto come pro­dotto ver­ti­gi­noso e inspie­ga­bile della civiltà cul­tu­ral­mente, arti­sti­ca­mente e filo­so­fi­ca­mente più evo­luta dell’intera sto­ria dell’umanità. Il modo in cui Stei­ner si inter­roga affan­no­sa­mente su come ciò sia potuto acca­dere, rap­pre­senta per il let­tore, secondo Sie­gel, un forte ele­mento di fascino e di inte­resse, ma non per il motivo che ci potremmo aspettare:

Reci­tare a memo­ria que­sti ele­ganti enigmi morali è stata la maniera di Stei­ner per spin­gere il let­tore verso la cul­tura per poi for­nir­gli una via d’uscita. Dal fuoco pro­me­teico discende la distru­zione: se avete il tempo di dedi­carvi ai tesori della cul­tura occi­den­tale, bene; se non ce l’avete, con­si­de­ra­tevi ugual­mente for­tu­nati. In sostanza l’orrore di Stei­ner per il fatto che gli stru­menti della civiltà – il lin­guag­gio e per­sino la stessa razio­na­lità – sono stati anche gli stru­menti della bar­ba­rie rap­pre­senta un pal­lia­tivo per la tor­men­tata coscienza del let­tore. Non avete finito il romanzo di Proust? Essere buoni, o almeno non mostruosi, è un tra­guardo migliore. Stei­ner potrà anche con­ti­nuare a essere un pro­blema per qual­cuno, ma come cri­tico ha effi­ca­ce­mente offerto una solu­zione bifronte al vostro desi­de­rio di con­ser­vare l’attaccamento alla cul­tura dopo le lun­ghe e pia­ce­voli fre­quen­ta­zioni uni­ver­si­ta­rie. Ha man­te­nuto i let­tori nel mondo della let­te­ra­tura e delle idee, e al tempo stesso li ha libe­rati dai sensi di colpa nel momento in cui il loro inte­resse si stava assottigliando.

Beh, que­sto è dav­vero recen­sire. Si potrà essere o non essere d’accordo, e anche esserlo a metà (la mia situa­zione); è tut­ta­via inne­ga­bile il fatto che così scri­vendo si invita a riflet­tere e a osser­vare con atten­zione sé stessi e il libro recensito.

Ma in ogni caso: buon com­pleanno, George!

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Che dire di Abbado che, dopo avere ritual­mente decan­tato la Cuba delle scuole e degli ospe­dali, a domanda risponde:

Però c’è il rove­scio della meda­glia, le vio­la­zioni dei diritti umani, i gulag…
«Ma dove? Quali?»

Niente, meglio non dire niente. Il cielo lo bene­dica e gli fac­cia fare tanta bella musica nei secoli dei secoli. Ma se qual­cuno mi parla ancora di Abbado sen­si­bile, Abbado impe­gnato, Abbado eco­lo­gi­sta

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tomwolfe

Alcuni giorni fa, il Maga­zine del “Cor­riere della Sera” ha pub­bli­cato la tra­du­zione di un bel­lis­simo arti­colo di Tom Wolfe. Si trat­tava di un chi­lo­me­trico, iper­bo­lico e piro­tec­nico pezzo scritto da Wolfe per ricor­dare il geniale edi­tore Clay Fel­ker e gli anni d’oro del “New York Maga­zine”. Pur­troppo non l’ho tro­vato né sul sito del Cor­riere né su nes­sun altro sito in ita­liano, ma que­sto è l’originale pub­bli­cato dal “New York”. Si parla degli anni migliori del gior­na­li­smo di costume, quando l’indagine sulla stra­ti­fi­ca­zione sociale, gli stili di vita e l’individuazione di sta­tus è diven­tata un’arte e un genere let­te­ra­rio. E si parla anche della nascita dell’articolo che ha pro­iet­tato lo stesso Wolfe nel fir­ma­mento del gior­na­li­smo di costume ame­ri­cano; l’articolo che ha creato la defi­ni­zione poi abu­sata di Radi­cal chic, e asse­stato una maz­zata mici­diale alla cop­pia più ele­gante di New York: quella for­mata da Leo­nard e Feli­cia Bernstein.

Rias­sumo in breve il pas­sag­gio dedi­cato a quell’avvenimento, famo­sis­simo ma sem­pre diver­tente. Wolfe una mat­tina bighel­lo­nava nella reda­zione di una rivi­sta con­cor­rente (Harper’s), quando su un tavolo avvi­sta un car­ton­cino d’invito; curioso come dev’essere un cac­cia­tore di costumi, lo apre e rab­bri­vi­dendo sco­pre che riguar­dava un party nel cele­bre attico dei Bern­stein a Park Ave­nue, orga­niz­zato in soste­gno delle Pan­tere Nere. La crème dell’alta società bianca che invita le Pan­tere Nere a un party! Il mas­simo dell’esausto da stra­vizi che cerca il bri­vido per­duto con il mas­simo della gio­ventù musco­losa e furiosa!

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Natu­ral­mente Wolfe si pre­senta dai Bern­stein con in tasca un regi­stra­tore e tenendo ben visi­bili una penna e un tac­cuino (così dice lui, ma i Bern­stein hanno sem­pre soste­nuto che si fosse del tutto mime­tiz­zato). Ne nasce uno dei repor­tage più memo­ra­bili degli anni Set­tanta: occu­perà pra­ti­ca­mente tutto il numero dell’8 giu­gno 1970 del “New York”, e insieme a un altro pezzo di feroce satira sociale diven­terà molti anni dopo il libro Radi­cal Chic & Mau-Mauing the Flak Cat­chers, tra­dotto in ita­liano da Castel­vec­chi con il titolo Radi­cal chic. I Bern­stein non per­do­ne­ranno mai Wolfe e il corag­gioso Fel­ker, e ancora molti anni dopo la loro figlia si lamen­terà del “tra­di­mento” di avere intro­dotto un regi­stra­tore a un party pri­vato. L’articolo è di incre­di­bile per­fi­dia, intel­li­genza e bril­lan­tezza, com’era il Wolfe degli anni della Fiera delle vanità; anche solo la coper­tina della rivi­sta, che raf­fi­gura tre signore un po’ fané, in abito da sera ma con il pugno guan­tato delle Pan­tere, è roba da distrug­gere una cre­di­bi­lità sociale. I pen­sieri che Wolfe fa espri­mere ai padroni di casa non sono da meno. “Pia­ce­ranno alle Pan­tere que­ste tar­tine di Roque­fort coperte da bri­ciole di noci?”

Se oggi mi viene in mente que­sto arti­colo non è solo gra­zie al pezzo del Cor­riere, ma per­ché mi è capi­tato di leg­gere il breve appello di Daniel Baren­boim, fir­mato da decine e decine di intel­let­tuali e arti­sti, e pub­bli­cato sull’ultimo numero della “New York Review of Books”. Scor­rere i nomi che hanno sot­to­scritto l’appello fa una certa impres­sione: quanta parte dell’establishment cul­tu­rale! Per una volta, indub­bia­mente gra­zie a Baren­boim, anche il mondo della musica e ben rap­pre­sen­tato. L’appello dice una cosa sem­plice come l’acqua fre­sca: “tanti anni di guerra in Medio Oriente hanno pro­vato che non è così che si arriva alla pace. Fate la pace, please. Dimen­ti­cate il pas­sato e create le con­di­zioni per un futuro che rispetti i diritti di tutti, di una e dell’altra parte”. Che strano mes­sag­gio. Per­ché la crème dell’aristocrazia cul­tu­rale pensa che met­tere la firma sotto un docu­mento così possa fare qual­cosa per la pace in Pale­stina? Baren­boim ha scritto libri, col­la­bo­rato con grandi intel­let­tuali come Edward Said, pub­bli­cato diversi ottimi arti­coli e appelli, per­sino fon­dato un’orchestra che rac­co­glie gio­vani musi­ci­sti delle due parti. Ha una con­sa­pe­vo­lezza sto­rica e poli­tica che sem­bra essere ben distante da quella di tanti arti­sti che lan­ciano gene­rici mes­saggi paci­fi­sti; anche per que­sto un appello così scialbo pro­prio non rie­sco a capirlo.

GERMANY/

E si affac­cia, natu­ral­mente, il dub­bio per­fido che que­sto mode­ra­ti­smo gene­ri­ca­mente paci­fi­sta, impe­rante nel mondo delle arti ormai da molti anni, ben raf­for­zato dalla vacuità melo­diosa di mille musi­ci­sti da “La vita è bella”, impe­gnati a suo­nare in play­back per Obama o all’Auditorium per Vel­troni, siano il nuovo cul­tu­ral chic con­tem­po­ra­neo. Meno ridi­colo del radi­cal chic, forse; sicu­ra­mente un ber­sa­glio più dif­fi­cile anche per il più pun­gente dei sati­ri­sti sociali. Ma comun­que una forma di vacuità arti­stica e intel­let­tuale altret­tanto sgra­de­vole. Ma natu­ral­mente è solo un dubbio.

Nella foto in alto, Tom Wolfe negli anni di Radi­cal Chic (non cono­sco l’autore della foto). Più in basso, il famoso numero di “New York Maga­zine” quasi total­mente dedi­cato all’articolo sul party dai Bern­stein. Più in basso ancora, Daniel Baren­boim prova con la West-Eastern Divan Orche­stra, l’orchestra for­mata da gio­vani pale­sti­nesi e israe­liani (foto pro­ve­niente da Inter­mezzo, che ringrazio).

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mendelssohnNon comin­cia in maniera festosa il bicen­te­na­rio della nascita di Men­dels­sohn. In un arti­colo di Jes­sica Duchen pub­bli­cato ieri sull’«Independent» di Lon­dra, si rac­conta infatti di un mistero legato allo stret­tis­simo rap­porto affet­tivo che legò il com­po­si­tore al leg­gen­da­rio soprano Jenny Lind, che secondo un impor­tante musi­co­logo, Cur­tis Price, potrebbe get­tare una luce fosca sulle cir­co­stanze della morte di Mendelssohn.

jenny_lindIl mistero avrebbe ori­gine da un “affi­da­vit”, una dichia­ra­zione sot­to­scritta da Otto Gold­sch­midt, allievo di Men­dels­sohn e marito di Jenny Lind, depo­si­tato nell’archivio della Men­dels­sohn Scho­lar­ship Foun­da­tion (oggi ospi­tato dalla Royal Aca­demy of Music di Lon­dra), attra­verso il quale nel 1896 dichia­rava di avere distrutto una let­tera del com­po­si­tore alla can­tante; nella let­tera, datata 1847, Men­dels­sohn con­fes­sava il suo vio­lento amore alla donna, le chie­deva di fug­gire insieme a lui in Ame­rica e minac­ciava il sui­ci­dio in caso di rifiuto. Scrive la Duchen: “Lind, come si può imma­gi­nare, rifiutò. Pochi mesi dopo il com­po­si­tore era morto”.

Il docu­mento di Gold­sch­midt avrebbe dovuto rima­nere segreto per 100 anni, e dun­que fino al 1996, ma per qual­che strano motivo con­ti­nue­rebbe a essere tenuto nasco­sto, nono­stante le insi­stenze di diversi stu­diosi, tra cui l’autrice dell’articolo. Nel 1847, l’anno della miste­riosa let­tera e della morte di Men­dels­sohn, Jenny Lind era ancora nubile (si sarebbe spo­sata cin­que anni dopo), ma Felix era legato da dieci anni a Cécile Jean­re­naud in quello che è sem­pre stato descritto dall’agiografia roman­tica come un matri­mo­nio straor­di­na­ria­mente felice; dall’unione erano già nati cin­que figli.

Jenny Lind è una figura quasi leg­gen­da­ria della sto­ria dell’opera. L’“usignolo sve­dese”, come era sopran­no­mi­nata, oltre a una capa­cità vocale che le fruttò una pre­coce fama in tutto il mondo (cele­bre è rima­sto il suo tour ame­ri­cano orga­niz­zato da P.T. Bar­num, che le versò una cifra colos­sale per oltre 150 con­certi) doveva essere dotata di un discreto fascino, se fra i sui grandi ammi­ra­tori si ricor­dano anche Hans Chri­stian Ander­sen e Fre­de­ric Cho­pin. Il primo ruolo a cui è legata la sua car­riera è quello di Aga­the nel Frei­schütz di Weber; nel 1847 sarà Ama­lia alla prima mon­diale dei Masna­dieri di Verdi a Lon­dra. Per lei Men­dels­sohn sognava di scri­vere un’opera ispi­rata alla Lore­lei, e se non riu­scì mai a rea­liz­zare que­sto desi­de­rio, per la sua voce scrisse nel 1846 la parte di soprano nel mera­vi­glioso ora­to­rio Elias. In fondo, che sotto il sublime reli­gioso ci sia un fon­da­mento ero­tico non è certo una cosa nuova; anzi, è per molti versi ras­si­cu­rante. Per un anno, dopo la morte del com­po­si­tore, Jenny non riu­scì a riav­vi­ci­narsi all’oratorio; lo fece di nuovo nel 1848, rac­co­gliendo più di 1000 ster­line con cui creò pro­prio la Men­dels­sohn Scho­lar­ship Foun­da­tion, una fon­da­zione votata alla pro­te­zione dei gio­vani com­po­si­tori e musi­ci­sti. Quella stessa che oggi non sem­bra voler rive­lare la verità sul rap­porto tra lei e il compositore.

Ma per­ché tanto mistero? Che cosa c’è di scan­da­loso in que­sta sto­ria? Asso­lu­ta­mente nulla, se si osserva la cosa con occhio disin­can­tato e moderno. Che Men­dels­sohn non fosse quella figura di roman­tico e in fondo felice sogna­tore che lo sch­malz Bie­der­meier tra­manda si sapeva da tempo; i danni che que­sta cari­ca­tura bor­ghese ha fatto alle rice­zione della sua musica sono gravi, forse pari all’odio che il nazi­smo gli dimo­strò per motivi raz­ziali. Nell’articolo della Duchen, il vio­lon­cel­li­sta Ste­ven Isser­lis – che sco­priamo essere lon­tano parente di Men­dels­sohn – invita all’ascolto del Quar­tetto in fa minore (op. 80), per ren­dersi conto di quanto potesse essere tor­men­tata la sua musica (la sua anima?) sotto la super­fi­cie. Ma per qual­che oscura ragione, a due­cento anni dalla nascita, non si vuole che su que­sto com­po­si­tore si getti uno sguardo diretto e lim­pido. Non comin­cia in maniera festosa, dun­que, il suo anni­ver­sa­rio; ma non è detto che tutto il male venga per nuocere.

* * *

Que­sta è forse la più bella delle arie che il soprano canta nell’Elias: “Höre, Israel!”, con cui si apre la seconda parte dell’oratorio. Il soprano è Helen Donath, l’orchestra e il diret­tore non sono spe­ci­fi­cati ma dovreb­bero essere Kurt Masur e la Israel Phi­lhar­mo­nic, nell’incisione Tel­dec del 1993.

In altro a sini­stra, Jenny Lind nel 1846, ritratta da Eduard Magnus (Ber­lino, Staa­tli­che Museen zu Ber­lin, Natio­nal­ga­le­rie); a destra, Men­dels­sohn dieci anni prima nel ritratto di Theo­dor Hil­de­brandt (Ber­lino, Deu­tsches Histo­ri­sches Museum).

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mano

Per un musi­ci­sta (e più in par­ti­co­lare per un pia­ni­sta) è un van­tag­gio essere man­cini? Si tratta di un tema vec­chis­simo, sul quale ogni inse­gnante ha la pro­pria teo­ria. Il man­cino, come ogni por­ta­tore di una qual­che diver­sità dalla mag­gio­ranza, ha sem­pre destato sospetti: in tutte le lin­gue che io cono­sca esi­stono voca­boli che met­tono in rela­zione ciò che è “sini­stro” con l’infido, il mali­gno (che non a caso zop­pica, e natu­ral­mente dal piede sini­stro). Ci sono inse­gnanti che con incre­di­bile per­se­ve­ranza e cru­deltà hanno costretto gli allievi man­cini a scri­vere con la destra; in campo musi­cale, esi­stono stru­menti a corda per man­cini (con le corde, e dun­que le rela­tive strut­ture di soste­gno, inver­tite), e ulti­ma­mente c’è anche chi costrui­sce pia­no­forti per man­cini, anche se la cosa può sem­brare total­mente folle.

Ma natu­ral­mente c’è anche l’altra ver­sione. E meno male. Il man­cino è por­ta­tore di una diver­sità che, come ogni diver­sità, può costi­tuire uno straor­di­na­rio van­tag­gio non solo per lui, ma per la società intera. D’altro canto non si tratta cer­ta­mente di una carat­te­ri­stica rara: si stima che il dieci per cento della popo­la­zione mon­diale sia man­cino. Ma tor­nando all’interrogativo ini­ziale, per un pia­ni­sta è un van­tag­gio oppure no? Un pic­colo aiuto può venirci da un curioso arti­colo di Pierre Ruhe pub­bli­cato dall’«Atlanta Journal-Constitution», il prin­ci­pale quo­ti­diano di Atlanta (rin­gra­zio Bart Col­lins per la segna­la­zione). Curioso per­ché non sem­bra essere stato susci­tato dalla com­parsa di un nuovo stu­dio o da una dichia­ra­zione di qual­che scien­ziato, ma pro­ba­bil­mente solo dal desi­de­rio di pre­sen­tare il diret­tore prin­ci­pale ospite della Atlanta Sym­phony Orche­stra, Donald Run­ni­cles, da un diverso punto di vista; ciò nono­stante l’articolo con­tiene molte infor­ma­zioni interessanti.

Come molti destri, la mia per­so­nale opi­nione, per esem­pio, si basava sul luogo comune che essendo la mano destra, tra­di­zio­nal­mente, quella dell’agilità, lo stu­dio del pia­no­forte potesse rive­larsi par­ti­co­lar­mente impe­gna­tivo per un man­cino; è pro­ba­bile che l’argomento com­porti (incon­scia­mente) un testo sot­to­trac­cia: la mano destra è quella dell’agilità per­ché la musica è stata com­po­sta da musi­ci­sti destri per inter­preti destri. La sor­presa sta invece nello sco­prire che non solo molti gran­dis­simi pia­ni­sti erano o sono man­cini (Vla­di­mir Horo­witz, Arthur Rubin­stein, Glenn Gould, Daniel Baren­boim, Radu Lupu, Leif Ove And­snes), ma anche mol­tis­simi grandi com­po­si­tori; la lista com­prende C.P.E. Bach, Bee­tho­ven, Schu­mann, Brahms, Rach­ma­ni­noff e Scria­bin. E allora, come la mettiamo?

Ma l’articolo si spinge oltre, e afferma che l’essere man­cino per un pia­ni­sta è un van­tag­gio, come spiega Rus­sel Young, diret­tore del dipar­ti­mento di opera e tea­tro musi­cale della Ken­ne­saw State University:

[Se sei man­cino] leggi la musica stam­pata sulla pagina dal basso verso l’alto. Una volta che hai com­preso la linea di basso, ne ricavi un’idea più solida della strut­tura armo­nica, dato che la mano destra il più delle volte è occu­pata dal libero anda­mento melodico.

Non poteva man­care l’opinione dello scien­ziato. Samuel Wang, docente di Neu­ro­scienze a Prin­ce­ton, e coau­tore di Il tuo cer­vello. Istru­zioni per l’uso e la manu­ten­zione (Mon­da­dori 2008) – il pazzo titolo dell’edizione ame­ri­cana era Wel­come to Your Brain: Why You Lose Your Car Keys But Never For­get How to Drive and Other Puzz­les of Eve­ry­day Life – ci spiega che la pre­va­lenza (addi­rit­tura!) dei man­cini tra i pia­ni­sti di mas­simo livello è un fatto scien­ti­fi­ca­mente pre­ve­di­bile, poi­ché suo­nare a quel livello “è estre­ma­mente impe­gna­tivo, e qual­siasi van­tag­gio, per quanto pic­colo, si mette subito in forte evi­denza”; e prosegue:

I pia­ni­sti devono coor­di­nare l’attività di entrambi gli emi­sferi del cer­vello, dal momento che cia­scuno di essi è respon­sa­bile per il movi­mento di una sepa­rata mano. [Nel campo del lin­guag­gio] un man­cino su sette coor­dina il lin­guag­gio attra­verso entrambi gli emi­sferi, men­tre tra i destri il rap­porto è di uno a venti. Que­sto com­porta il van­tag­gio di avere il dop­pio di “spa­zio dispo­ni­bile” cere­brale per gover­nare il lin­guag­gio, e può spie­gare la quan­tità di man­cini ver­bal­mente dotati – ven­gono in mente Clin­ton e Obama.

Lasciando da parte quest’ultima con­si­de­ra­zione (poco prima ci era stato spie­gato con fie­rezza che sei degli ultimi dodici pre­si­denti degli Stati Uniti erano man­cini), a seguire quest’articolo sem­bre­rebbe dun­que che la rispo­sta alla domanda di par­tenza sia affer­ma­tiva. Certo, mi pia­ce­rebbe sen­tire quanti mae­stri di pia­no­forte sono d’accordo, però l’argomento è inte­res­sante, per­ché al di là del van­tag­gio tec­nico, si allude a una diversa “sen­si­bi­lità” nei con­fronti del suono e della strut­tura della musica, cosa che si riflette nella scrit­tura e nell’interpretazione.

In ogni caso, l’articolo ci avverte che Run­ni­cles, quando dirige la Atlanta Sym­phony, rove­scia spe­cu­lar­mente la dispo­si­zione dell’orchestra: “per sen­tire i bassi nella mia mano domi­nante, in ana­lo­gia con quanto avviene al pianoforte”.

Foto in alto: Beach Hand, © di Wzr­dry

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ulivo4

Venerdì 2 gen­naio, a pagina 5 della «Repub­blica» è apparso un breve arti­colo in cui Daniel Baren­boim com­menta la dram­ma­tica situa­zione della stri­scia di Gaza; non l’ho tro­vato sul sito del gior­nale, e così lo rico­pio io stesso. È un inter­vento sem­plice e diretto, che affronta a viso aperto la tre­menda dif­fi­coltà del con­flitto (un “con­flitto umano” lo chiama, con quella che mi sem­bra una bel­lis­sima espres­sione), indi­cando senza abban­do­narsi al luogo comune paci­fi­sta l’esigenza ine­vi­ta­bile di una ria­per­tura del dia­logo. Baren­boim è un musi­ci­sta, non un poli­to­logo, ma scrive e agi­sce dimo­strando la con­vin­zione che nulla di ciò che accade ci possa essere estra­neo, ben sapendo che la posi­zione pri­vi­le­giata offer­ta­gli dallo straor­di­na­rio livello arti­stico del suo lavoro può anche essere uti­liz­zata per inter­ve­nire nelle grandi emer­genze del momento. Ecco il testo:

Per il nuovo anno ho tre desi­deri. Il primo è che il governo israe­liano si renda conto, una volta per tutte, che il con­flitto in Medio Oriente non può essere risolto con mezzi mili­tari. Il secondo, è che Hamas si renda conto che non è suo inte­resse ser­virsi della vio­lenza e che Israele è qui per rima­nere. Il terzo è che il mondo rico­no­sca che que­sto è un con­flitto diverso da tutti gli altri con­flitti della sto­ria. È un con­flitto com­plesso e deli­cato come nes­sun altro; è un con­flitto umano tra due popoli, entrambi pro­fon­da­mente con­vinti del loro diritto di vivere sul mede­simo pic­colo lembo di terra. Ecco per­ché né la diplo­ma­zia né l’azione mili­tare pos­sono risol­verlo. Gli svi­luppi degli ultimi giorni mi pre­oc­cu­pano ter­ri­bil­mente per molte ragioni, sia di natura poli­tica che umana. Seb­bene sia di per sé evi­dente che Israele ha il diritto di difen­dersi, l’implacabile e bru­tale bom­bar­da­mento di Gaza da parte dell’esercito israe­liano ha fatto nascere nella mia mente alcuni gravi inter­ro­ga­tivi. Il primo è se il governo israe­liano abbia il diritto di rite­nere tutti i pale­sti­nesi col­pe­voli delle azioni di Hamas. Si può con­si­de­rare l’intera popo­la­zione di Gaza respon­sa­bile dei pec­cati di un’organizzazione ter­ro­ri­stica? E poi, se l’uccisione di civili è ine­vi­ta­bile, qual è lo scopo di que­sti bom­bar­da­menti? Se l’obiettivo delle ope­ra­zioni è quello di distrug­gere Hamas, allora la domanda più impor­tante da porsi è se si tratta di un obiet­tivo rag­giun­gi­bile. Se non lo è, l’intero attacco è non sol­tanto cru­dele, bar­baro e ripro­ve­vole, ma anche insen­sato. Se invece fosse dav­vero pos­si­bile distrug­gere Hamas attra­verso le ope­ra­zioni mili­tari, quale rea­zione Israele pre­vede che potrà veri­fi­carsi a Gaza una volta con­se­guito tale obiet­tivo? Un milione e mezzo di cit­ta­dini di Gaza non si ingi­noc­chie­ranno improv­vi­sa­mente di fronte alla potenza dell’esercito israe­liano. La recente sto­ria di Israele mi porta a rite­nere che se Hamas venisse distrutta, quasi cer­ta­mente il suo posto ver­rebbe preso da un’altra orga­niz­za­zione, un’organizzazione ancora più estre­mi­sta, vio­lenta e carica di odio nei con­fronti di Israele di quanto non sia oggi Hamas. Israele non può per­met­tersi una scon­fitta mili­tare per paura di scom­pa­rire dalla carta geo­gra­fica; tut­ta­via la sto­ria ha dimo­strato che tutte le vit­to­rie mili­tari hanno sem­pre lasciato Israele in una posi­zione poli­tica più debole a causa dell’affiorare di nuovi gruppi estre­mi­sti. Non sot­to­va­luto la dif­fi­coltà delle deci­sioni che il governo deve pren­dere ogni giorno, né l’importanza della sicurezza. Ciò nono­stante, resto dell’idea che l’unico piano di sicu­rezza a lungo ter­mine vera­mente attua­bile sia quello di con­qui­stare l’accettazione di tutti i nostri vicini. Mi auguro che il 2009 segni il recu­pero della famosa intel­li­genza da sem­pre attri­buita agli ebrei. Mi auguro che coloro che deten­gono le chiavi del potere ritro­vino la sag­gezza di Re Salo­mone e la impie­ghino per capire che pale­sti­nesi ed israe­liani hanno gli stessi diritti umani. La vio­lenza pale­sti­nese tor­menta gli israe­liani e non serve alla causa della Pale­stina; le ritor­sioni dell’esercito israe­liano sono inu­mane, immo­rali e non garan­ti­scono la sicu­rezza di Israele. Come ho già detto, i destini dei due popoli sono ine­stri­ca­bil­mente intrec­ciati, e li obbli­gano a vivere l’uno accanto all’altro. Essi devono deci­dere se vogliono che ciò sia una bene­di­zione o una condanna.

Una posi­zione del genere, nella quale l’artista dimo­stra di essere uma­na­mente radi­cato nella sto­ria del pre­sente, con com­pe­tenze e con­vin­zioni serie e fon­date e il desi­de­rio di discu­terle pub­bli­ca­mente, è un’eccezione. Gli arti­sti, anche quelli di ottimo livello intel­let­tuale, gene­ral­mente sfug­gono a qual­siasi discus­sione che li possa costrin­gere a pren­dere una posi­zione, anche quando pas­sano per “impegnati”.

Pochi giorni prima mi era capi­tato di leg­gere l’inter­vi­sta di Giu­sep­pina Manin a Clau­dio Abbado, pub­bli­cata sul «Cor­riere della Sera» del 30 dicem­bre. Certo, il con­te­sto è molto diverso; certo, il tono è volu­ta­mente più leg­gero; certo, si tratta di un’intervista e non di un arti­colo. Ma non è la prima volta che un musi­ci­sta come Abbado, a cui la vita ha dato molte più pos­si­bi­lità di vedere, di incon­trare e di cono­scere che a gran parte di noi, esprime le sue opi­nioni sul pre­sente con que­sta distanza ari­sto­cra­tica. Per­so­nal­mente la dif­fe­renza mi ha fatto una certa impres­sione, ma ognuno fac­cia le sue valu­ta­zioni. È una que­stione di tono, di rap­porto con il mondo e con il pre­sente sto­rico. Una “que­stione umana” ver­rebbe da dire, para­fra­sando Barenboim.

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Questo bre­vis­simo spez­zone di film muto è stato girato nel dicem­bre 1928 negli studi della Colum­bia al Théâ­tre des Champs-Elysées, a Parigi, e mostra Igor Stra­vin­sky men­tre regi­stra L’uccello di fuoco con l’Orchestre des Con­certs Stra­ram. È la prima delle tre regi­stra­zioni che Stra­vin­sky fece del bal­letto, com­po­sto diciotto anni prima; ha 46 anni, ed è nel pieno del suo “periodo neo­clas­sico” (è l’anno dell’Apol­lon musa­gète). Il fil­mato è molto inte­res­sante, per­ché mostra uno Stra­vin­sky diret­tore ben più vigo­roso di quello, più noto, delle regi­stra­zioni ame­ri­cane. La fonte che mi ha per­messo di tro­vare que­sto fil­mato è un’interessantissima serie di 3 arti­coli di Scott Fogle­song dedi­cata all’attività di Stra­vin­sky come diret­tore, e in par­ti­co­lare alle sue regi­stra­zioni disco­gra­fi­che (i tre pezzi trat­tano rispet­ti­va­mente: dagli inizi al 1938, le regi­stra­zioni mono degli anni 1950–60 e le regi­stra­zioni Colum­bia dei tardi anni ’50 e ’60).

Ma accanto all’interesse intrin­seco del fil­mato e degli arti­coli, ben scritti e docu­men­tati, c’è un altro aspetto che mi preme sot­to­li­neare. Scott Fogle­song scrive per il sito examiner.com, che rap­pre­senta un espe­ri­mento molto inte­res­sante per quanto attiene all’informazione del futuro. Nato come ver­sione web dell’Examiner, una rete di gior­nali locali gra­tuiti di pro­prietà del ric­chis­simo Phi­lip Anschutz, il sito è diven­tato un espe­ri­mento di “gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo” (citi­zen jour­na­lism); la sto­ria di examiner.com la si può leg­gere rias­sunta in que­sto arti­colo. Fogle­song, docente al con­ser­va­to­rio di San Fran­ci­sco e a Ber­ke­ley, fa parte delle cen­ti­naia di “exa­mi­ners” scelti dal sito (su auto­can­di­da­tura) dap­prima per rac­con­tare la realtà locale e super­lo­cale (si arriva fino ai pro­blemi di quar­tiere), poi con uno sguardo sem­pre più diretto all’informazione gene­rale, senza tra­scu­rare quella cul­tu­rale. Oggi il sito ha 1,2 milioni di con­tatti al mese, e con­ti­nua a cre­scere; i con­te­nuti pos­sono sem­brare orga­niz­zati un po’ cao­ti­ca­mente, ma si sa che gli utenti di inter­net sono velo­cis­simi a crearsi delle rou­tine. Quello che viene spesso pre­sen­tato come un remoto futuro, sem­bra dun­que essere già fra di noi, e la citata voce di wiki­pe­dia pre­senta un qua­dro abba­stanza impres­sio­nante. Lunga vita alla glo­riosa infor­ma­zione dei grandi media, ma sarebbe bene che comin­cias­sero ad attrezzarsi…

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salieriAllevi ha rispo­sto all’inter­vi­sta in cui Ughi si diceva offeso dal con­certo di Natale al Senato (vedi post del 24 dicem­bre). Come ha rispo­sto? Con una Let­tera Aperta. In fondo quello che riguarda lui riguarda l’Arte, e dun­que due righe avve­le­nate nella pagina della Posta gli sareb­bero sem­brate da morti di fame. E cosa scrive, in que­sta Let­tera Aperta? Fa l’Allevi. Una miscela di fur­be­ria, gio­va­ni­li­smo pia­gnone, auto­com­mi­se­ra­zione che poi diventa autoe­sal­ta­zione per con­clu­dersi nell’autotrionfalismo più sca­te­nato (spac­ciato per “visionarietà”).

ughiDun­que comin­cia con una favo­letta, quella del gio­vane com­po­si­tore che va a un con­certo della grande star Uto Ughi e ne resta tanto col­pito da andare nel suo came­rino a chie­der­gli un auto­grafo: è l’unico auto­grafo che Allevi abbia mai chie­sto a un arti­sta, ed è suc­cesso 10 anni fa. Che strana idea, quella diar­ri­vare a 28 anni senza chie­dere mai un auto­grafo a nes­suno, e poi improv­vi­sa­mente chie­derlo a Uto Ughi. Boh. In ogni caso, otte­nuto il pre­zioso fetic­cio, Allevi torna nel suo mono­lo­cale; per­ché ci dà la metra­tura di casa sua? Per­ché ci vuole dire che è povero, è fuori dai gio­chi, non cono­sce nes­suno del mondo ruti­lante dello spettacolo:

Io non avevo ami­ci­zie influenti, a stento arri­vavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacri­fici per diplo­marmi in Com­po­si­zione e il biglietto del con­certo l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti vio­li­ni­sti del mondo: lei, Mae­stro Ughi.

Ecco, pra­ti­ca­mente la pic­cola fiam­mi­fe­raia. Ma la fase dell’autocommiserazione dura poco. Men­tre la “casta” difen­deva i suoi onori e le sue ric­chezze, Allevi stu­diava dura­mente, con­for­tato dalla Feno­me­no­lo­gia di Hegel (!). Ed ecco che, all’improvviso arriva l’illuminazione. Allevi capi­sce la pro­pria missione:

Per­ché costrin­gere il pub­blico del nostro tempo a rap­por­tarsi solo a capo­la­vori con­ce­piti secoli fa, e per­dere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espres­sione dei nostri giorni, che sia una rigo­rosa evo­lu­zione della tra­di­zione clas­sica euro­pea? La musica cosid­detta «con­tem­po­ra­nea», ato­nale e dode­ca­fo­nica, in ogni caso non è più tale, per­ché espres­sione delle lace­ra­zioni che agi­ta­vano l’Europa in tempi ormai lon­tani. Ecco allora il mio pro­getto visio­na­rio. È neces­sa­rio uno sforzo crea­tivo a monte, piuttosto che insi­stere solo sull’educazione musi­cale, get­tando le basi di una nuova musica colta con­tem­po­ra­nea, che recu­peri il con­tatto pro­fondo con la gente. Ho pro­vato a farlo, con le mie par­ti­ture e i miei scritti. È stato necessario.

Il gio­chino è abba­stanza sem­plice: si dice che la musica con­tem­po­ra­nea è quella delle lace­ra­zioni del pas­sato, quella brutta e dif­fi­cile, insomma quella derisa da Alberto Sordi nelle Vacanze intel­li­genti. E quindi il suo ten­ta­tivo diventa quello di ricu­cire lo strappo, di ridare al pre­sente una musica del pre­sente. Ora, che il suo pro­blema sia stato posto da gran parte dei com­po­si­tori degli ultimi trent’anni (e più) lui non lo dice. Lui legge Hegel e capi­sce cosa deve fare; che ci sia stato un mini­ma­li­smo ame­ri­cano, e poi un post­mi­ni­ma­li­smo, che in Ita­lia sia stata scritta della musica defi­nita neo­ro­man­tica, che mezzo mondo non navi­ghi più nella scia di Bou­lez, Allevi fa finta di non saperlo, e in ogni caso non lo dice. Ed ecco che l’accusa di sfrut­tare l’ignoranza della gente diventa piut­to­sto ragio­ne­vole. Ma l’ardito inno­va­tore si spinge più in là:

Da amante di Hegel, quindi, sapevo benis­simo che l’ondata di novità avrebbe man­dato in crisi il vec­chio sistema e che i sacer­doti della casta, con i loro adepti, non potendo rico­no­scere su di me alcuna pater­nità, avreb­bero messo in atto una cri­mi­nale quanto spie­tata opera di «cro­ci­fis­sione di Allevi».

Ora, che Allevi sia stato addi­rit­tura “cro­ce­fisso” dai sacer­doti della casta è cosa alquanto dif­fi­cile da soste­nere: è coc­co­lato e invi­tato da tutte le mag­giori isti­tu­zioni musi­cali, è pre­sen­tato a tutte le ore su tutti i canali tele­vi­sivi e radio­fo­nici come il nuovo Mozart e, con tutto il rispetto, non mi sem­bra che Ughi abbia la sta­tura per imper­so­nare il Salieri del film di For­man (e del dramma di Schaf­fer). Ma la sua rivo­lu­zione parte dal basso, vuole dirci:

Non c’è alcuna mac­chi­na­zione, tutto è asso­lu­ta­mente lim­pido e puro: le per­sone spon­ta­nea­mente hanno scelto di seguirmi. Ma biso­gna smet­tere di rite­nere igno­rante la gente «comune». Il pub­blico cui si rivol­geva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro?

Eppure era chiaro che nes­suno si fosse mai detto offeso dal suc­cesso di Allevi. Ognuno ha il diritto di scri­vere e di ascol­tare quello che pre­fe­ri­sce. Il pro­blema nasce quando qual­cuno ti dice che ciò che sta facendo è l’eccellenza di un certo ambito, ma qual­siasi con­si­de­ra­zione sti­li­stica, este­tica e sto­rica che abbia un minimo di costrutto indica pla­teal­mente il con­tra­rio. E qui, curio­sa­mente, Allevi usa un argo­mento abba­stanza incon­sueto: invece di soste­nere che non ha senso chie­dersi se la sua musica sia “clas­sica” o meno – si con­si­deri che tutto nasce da un con­certo al Senato spac­ciato per con­certo clas­sico di altis­simo livello – usando la vec­chia e alquanto usu­rata argo­men­ta­zione della scom­parsa delle distin­zioni fra i generi musi­cali, dell’esigenza della con­ta­mi­na­zione, del metic­ciag­gio ecc., invece di fare tutto que­sto, lui riven­dica la purezza raz­ziale della sua musica:

È una musica colta che non può pre­scin­dere dalla par­ti­tura scritta e che rifiuta qua­lun­que con­ta­mi­na­zione, con le parole, con le immagini, con stru­menti musi­cali e forme che non siano pro­pri della tra­di­zione clas­sica. […] La mia è una musica clas­sica, per­ché uti­lizza il lin­guag­gio colto, la cui padro­nanza è frutto di anni di stu­dio acca­de­mico. […] La mia non è una musica pop, per­ché non con­tem­pla alcun can­tante, alcuna chi­tarra elet­trica e bat­te­ria e non usa la tra­di­zione orale, o una scrit­tura sem­pli­fi­cata come mezzo di propagazione…

Insomma non è uno scherzo: Allevi vuole pro­prio affer­mare che la sua è la “musica clas­sica” del pre­sente e del futuro, e che l’unico motivo per cui una per­sona come Ughi – che con la musica con­tem­po­ra­nea “lace­rata” e dis­so­nante ha lo stesso legame che potrebbe avere con l’heavy metal – lo rifiuta è per­ché Ughi è un Gran Sacer­dote della casta pas­sa­ti­sta. Abba­stanza incredibile.

Ma il vero capo­la­voro è la chiusa, dove sotto i linea­menti dell’artista del futuro si riaf­fac­ciano quelli, imbron­ciati, della pic­cola fiam­mi­fe­raia: “Quel suo auto­grafo che ho sem­pre con­ser­vato gelo­sa­mente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente”. Addio, Bruto Ughi!

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