Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Blog di letteratura, musica e altre idee.
Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:
Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.
L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.
La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)
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Da alcune settimane, l’esclusivo parterre dei critici musicali italiani si è arricchito di un nuovo arrivo. Lo spazio è quello della pagina dedicata alla musica dall’inserto domenicale del “Sole 24ore”, che già ospita gli storici articoli di un colto e monumentale reazionario come Quirino Principe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fierrabras aveva già espresso qualche riserva alcuni anni fa). La firma fa pensare alle scorrerie dei pirati o, in alternativa, ai calendari da cucina e agli oroscopi: Barbanera, niente di meno.
Questa firma che si suppone corsara è comparsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piuttosto sgangherata stroncatura di un doppio cd contenente gli Studi brillanti op. 740 di Czerny e gli Studi trascendentali di Liszt eseguiti da Fred Oldenburg: il commento era da antologia della “non critica” italiana: “Il confronto con Liszt è perdente in partenza sotto tutti i punti di vista e poi nessun allievo potrebbe aspirare di arrivare [sic!] a un livello esecutivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un automobile a pedali a un pilota di formula uno”. Come se si trattasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.
La domenica successiva però Barbanera torna all’arrembaggio, e anche questa volta lo fa scegliendo un tema non esattamente di ‘avanguardia’. L’articolo è un pavido rimbrotto al fantasma di Herbert von Karajan, in occasione del riversamento in cd dei Concerti Brandeburghesi da lui incisi con i Berliner 47 anni fa (!); se il soggetto è già quasi archeologia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muffosa, e raggiunge il suo apice di apnea intellettuale quando, in riferimento alla grande corrente di riscoperta della ‘musica antica’, scrive: “Doveroso precisare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affinamento, si è arrivati a un ottimo compromesso che consente di apprezzare della musica piacevole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica piacevole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quotidiana, si potrebbero leggere parole come queste, se non in un giornale locale della provincia più profonda, che magari affida una rubrica di musica al parroco che un po’ di musica l’ha masticata in seminario, o al professore di pianoforte del locale conservatorio?
Terza puntata, il 17 luglio, e terzo brivido: una specie di stroncatura di un’incisione di tre concerti per pianoforte di Mozart eseguiti al fortepiano da Ronald Brautigam, con la Kölner Akademie. Qui le argomentazioni non sono più solo muffose, sono decrepite e squinternate. Continua la lettura →
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C’era da scommetterlo. Ogni volta che c’è uno scontro con la Polizia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qualcosa che parla quel linguaggio rivoluzionario che la sinistra ha deciso di abbandonare – a costo di trasformarsi in un ossimoro vivente – qualche cretino tira fuori Pasolini. Sfogli il giornale, sai che si parla di scontri tra i nefasti ‘black bloc’ e la Polizia, e cominci a pensare: speriamo di no, speriamo che non ci sia il solito miserabile del PD che dice “io sto con Pasolini” – forse ritenendo che Pasolini, espulso dal Pci e perseguitato per il suo radicalismo, sarebbe stato con lui! E naturalmente succede, non c’è niente da fare.
L’in-“utile idiota” questa volta si chiama Dario Ginefra, e dice “Cari ragazzi, rileggete le pagine corsare che Pasolini dedicò ai giovani del Pci”; e subito Matteo Renzi, uno che non si fa mancare mai nulla, nel suo panegirico dei poveri poliziotti pagati 1200 euro cita PPP, perché così le sue misere parole sembrano subito di sinistra; e naturalmente nel suo fine ragionamento accomuna tutti, estremisti a antitav, con una lungimiranza degna di Maroni. (Purtroppo una foto di Renzi accompagna la dichiarazione; una foto che lo fa rientrare di diritto nella categoria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cravatta racconta più di un’autobiografia: seta lucidissima bordeaux, enorme, annodata come i buttafuori delle discoteche e i mafiosi di Coppola. Racconta le aspirazioni, le frustrazioni e soprattutto la cultura estetica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cravatta e prende in mano con aria efficiente la cornetta del telefono, della poesia di Pasolini se ne impipa allegramente.)
Io proprio non lo so che cosa Pasolini penserebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chiedere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poesia dedicata agli scontri di Valle Giulia, perché leggere la protesta della Val di Susa come una manifestazione di lotta di classe, come sembra fare Ginefra, è veramente ridicolo e pretestuoso; penso invece alle pagine, e soprattutto al progetto, di Petrolio, al rapporto tra individuo e potere che descrive, all’intreccio fra interesse economico e degenerazione dell’etica pubblica che disegna. Perché non mi sembra che dall’altra parte, rispetto alla polizia di Stato, ci siano i figli di papà che inneggiano alla rivoluzione comunista. Dall’altra parte, dietro alla cortina di fumo che l’idiozia degli estremisti solleva, c’è forse un movimento antimoderno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indifendibile per definizione, se non talvolta sotto le bandiere tristi e volgari del leghismo. Qualcosa che, se stenta a trovare un simbolo credibile sotto il quale lottare, dovrebbe comunque essere ascoltato con profonda attenzione e rispetto da chi dichiara valori progressisti, al di là di ogni semplificazione e colpevole omissione giornalistica; da chi, soprattutto, non finga di dimenticare quali siano gli interessi in gioco.
Del resto, credo che i poliziotti sappiano meglio di me che non devono aspettarsi da Renzi e Ginefra una lotta per l’aumento del loro stipendio. Quello che mi chiedo è che cosa dobbiamo aspettarci noi cittadini da una sinistra come questa, e che cosa possiamo fare per cambiarla.
NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Commenti si possono leggere le repliche dell’On. Ginefra (PD, Commissione Trasporti) al post di Fierrbras, e le successive risposte.
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Da un divertente articolo di Tony Perrottet, sul New York Times, dedicato alle tecniche di autopromozione dei grandi scrittori, da Erodoto a Hemingway:
“Gli autori americani cercarono di tenere il passo. È noto che Walt Whitman si scrivesse da solo recensioni anonime che oggi non sfigurerebbero su Amazon: “Un bardo americano, finalmente!”, scrisse con entusiasmo nel 1855, “Grande, orgoglioso, affettuoso, di abitudini libere e virili nel mangiare, nel bere e nel riprodursi, il volto barbuto e bruciato dal sole.” Ma nessuno riuscì a eguagliare la creatività degli europei. Forse la trovata più stupefacente nel mondo delle pubbliche relazioni – quella che dovrebbe ispirare un timore reverenziale tra gli autori di oggi – fu escogitata a Parigi nel 1927 da Georges Simenon, l’autore di origine belga dei romanzi dell’ispettore Maigret. Per 100.000 franchi, il selvaggiamente prolifico Simenon accettò di scrivere un romanzo intero in 72 ore, restando chiuso in una gabbia di vetro collocata fuori dal Moulin Rouge. Il pubblico sarebbe stato invitato a scegliere i personaggi del romanzo, il soggetto e il titolo, mentre Simenon martellava le pagine su una macchina da scrivere. La pubblicità in un giornale annunciò che il risultato sarebbe stato “un romanzo da record: record di velocità, record di resistenza e, osiamo aggiungere, record di talento”. Fu un grande colpo di marketing. Come Pierre Assouline scrive in Simenon: biographie, i giornalisti a Parigi “non parlavano d’altro”. Continua la lettura →
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Un gruppo di scrittori, poeti, critici, alcuni rapper, molti studenti: non esattamente il ritratto di una pericolosa cellula terroristica. Eppure nel tendone in cui dovevano riunirsi per festeggiare la conclusione del Palestine Festival of Literature (PalFest), la rassegna dedicata alla scrittura che da quattro anni si svolge, tra incredibili difficoltà, in territorio palestinese, sono stati lanciati dei lacrimogeni dall’esercito occupante. Da quelle parti le cose vanno così, e nessuno sembra stupirsi più di tanto.
Sobborgo di Silwan, a sud di Gerusalemme, quartiere a larga maggioranza palestinese su cui negli ultimi anni si sono concentrati nuovi piani di espansione delle colonie israeliane e un progetto per l’ampliamento di un parco archeologico contestato dai residenti; luogo di forti tensioni e frequenti scontri; luogo di violazione dei diritti umani secondo gli osservatori stranieri, che denunciano il reiterato arresto di bambini da parte della polizia e dell’esercito occupante. Per guadagnare un po’ di sostegno da parte della stampa internazionale contro i preoccupanti progetti dei coloni, è stato issato un tendone, luogo di ritrovo e di scambio di informazioni. È proprio qui che, con un certo coraggio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festival che per cinque giorni ha riunito, come ogni anno, migliaia di persone intorno alle forze della letteratura palestinese e ad alcuni illustri e meno illustri ospiti stranieri.
Nato nel 2008, il PalFest ha avuto tra i suoi fondatori e sostenitori nomi importanti della letteratura di tutto il mondo, come lo scrittore nigeriano Chinua Achebe, John Berger, Harold Pinter (scomparso nel 2008), il premio Nobel Seamus Heaney, il poeta ‘nazionale’ palestinese Mahmoud Darwish, e molti altri. Gli organizzatori lo definiscono ‘festival itinerante’, cosa che naturalmente, in un paese in cui la difficoltà di spostamento è uno dei segni più tangibili dell’occupazione, assume un significato tutto particolare: quest’anno ha portato nei diversi luoghi delle manifestazioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramallah, Hebron e Gerusalemme) scrittori e scrittrici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Walker (l’autrice di Il colore viola), il pakistano Mohammed Hanif (Il caso dei manghi esplosivi, Bompiani 2009) e molti altri, e li ha fatti incontrare con gli scrittori locali e con il pubblico, in una serie di workshop, letture, dibattiti.
L’appuntamento conclusivo era per le 19.30 sotto il tendone di Silwan, ma gli scontri sono cominciati alcune ore prima, l’aria era irrespirabile per i lacrimogeni e molti ospiti erano stati trattenuti ai posti di blocco, così tutto sembrava essere andato in fumo. E invece hanno aspettato che il fumo si disperdesse, che gli scontri cessassero, e quando ormai era quasi notte sotto quel tendone ci si sono davvero seduti, e hanno letto le loro benedette poesie, e hanno fatto i loro benedetti discorsi, e hanno suonato le loro benedette canzoni. Ne parla un articolo dell’Economist, lo si può leggere anche in alcuni blog e siti come i coraggiosi Rete Eco – Ebrei contro l’occupazione o Invisible Arabs della giornalista Paola Caridi. Se ne può sentire l’atmosfera, tutta particolare, nel video postato dagli organizzatori del Festival su Youtube.
Sono i momenti in cui la letteratura e le arti si riprendono il loro valore di ponte sospeso fra le persone e i luoghi, fra personale e collettivo, allontanandosi da quella fruizione un po’ solipsistica e consumistica che sempre più stanno assumendo nelle nostre vite. Piacerebbe pensare che queste iniziative siano ben viste se non addirittura sostenute dagli occupanti israeliani, poiché ogni occasione di incontro e crescita culturale rappresenta anche un freno al diffondersi del cancro estremista e integralista. Ancora una volta non è così, e viene da chiedersi se non ci sia un metodo in questa sistematica volontà di ostacolare la crescita sociale della popolazione palestinese, in questa obliterazione delle proprie radici culturali, del proprio tessuto sociale e del proprio paesaggio a cui la si vuole spietatamente costringere.
È la storia che racconta nei suoi libri uno dei fondatori e sostenitori del Festival, Raja Shehadeh, scrittore e avvocato nato a Ramallah. Il disgregarsi di una società in stretto rapporto con il territorio, l’umiliazione di una borghesia istruita, fatta di professionisti, commercianti e possidenti terrieri, costretta a emigrare o a vivere in un contesto sempre più contrassegnato dalla violenza e dalla coercizione, e ad assistere infine all’affermazione dell’integralismo, la peggiore delle medicine, quella che uccide il paziente insieme ai sintomi del suo male.
Uno dei suoi libri, in particolare, racconta la storia degli ultimi decenni in Palestina da un punto di vista unico e pregnante, quello del paesaggio e della sua trasformazione. Riprendendo un’antica tradizione palestinese, quella della sarha, il vagabondaggio disintossicante che l’uomo si concede una volta all’anno, Shehadeh ama le lunghe camminate, e ne Il pallido dio delle colline (EDT 2010) racconta 7 di questi viaggi a piedi fra le colline e i wadi della Cisgiordania, distribuite nell’arco degli ultimi venticinque anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era piccolo, poi lo spostamento coatto verso Ramallah, luogo fino ad allora destinato alla villeggiatura, la scoperta delle colline, con i loro ulivi, i terrazzamenti, il fresco dei rifugi per il bestiame. E poi lentamente il disgregarsi del tessuto sociale, l’abbandono delle terre, la comparsa degli insediamenti sempre più invadenti, l’occupazione e la frammentazione del territorio, gli espropri. Tutto però scandito dal passo di chi cammina e osserva, e camminando e osservando in qualche modo riflette e sorpassa. Un libro che mi ha aiutato molto a capire come stanno le cose al di là delle notizie di cronaca e dei libri di storia. E soprattutto un libro guidato da quella stessa disperata fiducia nella parola e nel pensiero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfidare la sorte e il rancore dei propri nemici per andare ad ascoltare poesie sotto un tendone che sapeva ancora di gas lacrimogeno.
La foto di Raja Shehadeh è di Chris Boland, ed è stata scattata a Cambridge nel marzo scorso; la persona dietro di lui è lo scrittore inglese Robert Macfarlane.
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Che cosa si può dire di Giuliano Ferrara che improvvisa una lezione di storia della musica in difesa del suo datore di lavoro, e lo fa citando dalla Breve storia della musica di Massimo Mila? Già si sapeva che Mila non rappresentò esattamente il culmine, la summa dell’esegesi verdiana. Ma leggere il Mila che spiega il melodramma italiano in antitesi al Romanticismo europeo (per via di semplificazione), è già di per sé abbastanza triste; leggerlo poi attraverso la rimasticatura sgangherata di Ferrara, è davvero sconfortante. L’articolo vale il tempo della lettura, perché dimostra una volta di più la distanza del mondo intellettuale italiano dalla musica; mai e poi mai Ferrara avrebbe potuto impancarsi storico dell’arte e tenere una concione squinternata su Piero della Francesca, o della letteratura scrivendo della morale in Manzoni, senza coprirsi di ridicolo. La citazione di Mila gli serviva ovviamente per fare ironia sull’”azionismo” di cui tanto si parla nelle ultime settimane, ma la quantità di sciocchezze, ‘elixir’ e tutto il resto, è abbastanza palese. La traduzione dell’idea di ‘paese del melodramma’, come luogo dell’amore innalzato a fine supremo, esclusiva patria dell’opera buffa e dello spasso solare, rappresenta veramente una falsificazione incredibile sia del melodramma ottocentesco, sia dell’Italia di oggi. Se infatti le notti di Arcore sarebbero più degne di Offenbach (orrore, un tedesco!) che del Donizetti buffo, l’atmosfera cupa e rabbiosa che domina l’Italia di oggi è effettivamente degna del Donizetti più disperato e del Verdi più severo. Fingere di dimenticare quanto preciso sia stato il ritratto impietoso, moralmente nettissimo e acuto, che il melodramma ottocentesco ha fatto del potere, della violenza politica, dell’asservimento popolare e della cortigianeria interessata, è veramente da bestie. Dispiace dirlo, ma è anche attraverso queste uscite che colui che vorrebbe farsi amare dal suo padrone come un Marchese di Posa, e che spesso è stato ritratto dai suoi nemici come uno Iago, finisce per manifestarsi come un semplice Marullo.
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Sabato scorso Tuttolibri, l’inserto librario della Stampa, apriva con una replica di Ferdinando Camon alle critiche piovute sul giornale torinese dopo l’infelice intervista a Buscaroli del 6 febbraio. Fra i siti più battaglieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibattito è diventato acceso e interessante. La replica di Camon consiste di poche righe che possono essere lette anche sul suo sito.
Non scriverò di nuovo al giornale, per evitare di ricevere risposte come quella, non firmata e un po’ sommaria, inviata dalla redazione di Tuttolibri (inserita fra i commenti del precedente post); e per non alimentare una polemica tutto sommato abbastanza marginale. Mi limito tuttavia a qualche appunto.
Ciò che la replica di Camon e quella privata ricevuta dalla redazione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non conosco i rapporti di Quaranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrittore. Mi dispiace che un autore complesso e profondissimo come lui venga ormai utilizzato come ‘patente’ antirazzista; lo si è fatto per anni con Pasolini e l’antifascismo: quando si voleva dire qualcosa veramente di destra, si aggiungeva una citazione di Pasolini e il messaggio diventava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.
La cosa triste è che il pezzo di Camon si impernia su un ragionamento palesemente viziato. L’intervista di Bruno Quaranta a Buscaroli viene da lui paragonata all’operazione che Armando Cossutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nessuno lo stampava, nessuno poteva leggerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiettare. Mein Kampf era un libro tabù, ma regolarmente ristampato e venduto in migliaia di copie attraverso una fittissima rete di distribuzione; non c’era bancarella italiana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – frugando tra i libri usati, non saltasse fuori un’edizione di quel pattume senza indicazione di tipografia o editore. Era venduto sottobanco anche da molte librerie, bastava conoscere. Ma era un circuito semiclandestino, senza alcuna garanzia editoriale; l’operazione di Cossutta fu dunque prima di tutto filologica e critica. Continua la lettura →
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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni probabilmente si era già accorto che qualcosa stava succedendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più importanti iniziative personali offerte dalla rete nel campo della critica musicale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rappresentato una fonte sempre interessantissima di informazioni, riflessioni e recensioni dal mondo della musica classica (ma con parecchie ‘digressioni’ in altri territori musicali e culturali). Nel frattempo il suo libro prendeva forma e così, accanto alle bellissime ‘classifiche’ dei dischi più rilevanti, accanto ai tanti approfondimenti, alle sempre un po’ malinconiche foto di paesaggio, comparivano di volta in volta bellissimi stralci storico-musicologici dedicati a Strauss, a Mahler o a Nuncarrow. Poi, mentre l’uscita del libro si avvicinava, i post hanno cominciato a rarefarsi. Era evidente che il cosiddetto ‘daytime work’, il lavoro che ci aiuta a campare, stava soffocando quello sul blog; per periodi di intere settimane sono comparse solo le recensioni e gli articoli che Ross scriveva per il “New Yorker”, ogni tanto lasciava addirittura la mano a un amico e collega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peggiorarono addirittura: il successo ha portato con sé le presentazioni, le traduzioni, le revisioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava presagire che Ross avrebbe mollato la rete, l’amica che l’aveva aiutato a crescere in questi anni.
La sorpresa è arrivata con un post del 14 ottobre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si incenerisce per rinascere: ecco dunque Unquiet Thoughts, Pensieri inquieti – è il titolo del bellissimo primo Song del primo libro di arie e canti pubblicato da John Dowland (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dowland decide di non tacere, e anzi di “tell the passions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, esprimere le passioni del desiderio che tramutano gli occhi in diluvio e i pensieri in fuoco.
Ma oltre a segnalare il nuovo e senz’altro interessante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospitati dal sito del “New Yorker”, cioè di uno dei migliori periodici letterari americani. Una colonna della cultura americana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne consegue. Il sito del “New Yorker” riflette le difficoltà e le speranze di tutti i siti dei periodici cartacei di alto livello: non raccolgono pubblicità (o ne raccolgono poca), rappresentano un costo spesso poderoso, ma semplicemente non possono non esistere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più aristocratico tra i grandi periodici letterari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbonavi (per posta) e loro oltre a mandarti il giornale imbustato nel nylon ti davano l’accesso a una cosiddetta ‘versione elettronica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato prestampa; ora il sito del “TLS” è stato riassorbito nel grande calderone del sito del “Times” (nella rubrica ‘entertainment’!), arricchito e democratizzato nell’offerta gratuita (Murdoch permettendo), ma sempre con un forte riferimento alla carta stampata. Continua la lettura →
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Parliamo di soldi. Non sarà granchè elegante, ma ogni tanto bisogna pur farlo. Lo stimolo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbattuto in questo ‘socialblog’, come egli lo definisce, pienissimo di tutto, dalla poesia alla letteratura, dalla denuncia sociale alla ricerca artistica. Non ho mai avuto il piacere di conoscere Luigi Boschi, ma da ormai moltissimi mesi, con cadenza irregolare e agli orari più strani, ricevo le email di aggiornamento spedite in automatico dal suo blog. Si tratta quasi sempre di messaggi collegati alle istituzioni culturali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penultima era una lunga e dolente poesia, nella quale sfogava la sua amarezza e solitudine nelle battaglie che da anni conduce contro gli sprechi e le assurdità della vita musicale parmense; e chi conosce, anche solo da lontano, le vicende di quella bellissima città, sa bene che di cose da dire a questo proposito ce ne sarebbero davvero molte. E Boschi dev’essere un fastidio pazzesco per gli amministratori locali. È sempre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scrivere sul suo sito, che poi proietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vecchio e del nuovo sindaco, del Teatro Regio di Parma e del Festival verdiano, le spese davvero pazzesche, le incredibili risorse catapultate nella vita di provincia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di teatro in teatro, non lasciandosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure continuando imperterrito a far girare milioni di euro come caramelline.
Per dirne una, questo signor Boschi si presentò alla conferenza stampa di insediamento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo stipendio del notoriamente non economico sovrintendente, e se avrebbe continuato anche a Parma a giovarsi dei servizi di Valentin Proczynski, l’agente teatrale argentino di nascita, russo di origini e monegasco di residenza la cui figura è circondata da una fama alquanto discutibile e corrusca. Il Meli Mauro rispose con arroganza che erano fatti suoi, e la platea di giornalisti locali rise e applaudì – chiunque sia stato a una conferenza stampa di realtà come queste sa a quale livello si possa spingere la compiacenza di certi giornalisti. Boschi da allora non ha più trovato pace, e oltre a denunciare ogni singolo spreco con una caparbietà invidiabile, ha dato il tormento a mezzo mondo sulla questione dello stipendio di Meli, finché pochi mesi fa non è riuscito a convincere un consigliere comunale a fare un’interrogazione al sindaco. E allora il sindaco ha dovuto rispondere, anche se non certo con sollecitudine. Un messaggio di oggi, sempre dell’indomito Boschi, ci informa finalmente sull’entità dello stipendio del Meli Mauro, sovrintendente. Meli costa alla Fondazione Teatro Regio, complessivamente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.
La questione delle retribuzioni nel mondo dello spettacolo è sempre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spettacolo dal vivo, e in particolare in quello della musica, la valutazione dell’eccellenza dipende da un complesso di fattori che la rendono sempre fortemente opinabile. Quanto prende Cecilia Bartoli per una recita della tale opera? Ma se lei prende questi soldi, allora quanto dovrebbe prendere quell’altra? E così via. In realtà un tariffario di massima esiste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il problema è che in Italia il teatro d’opera è largamente finanziato da denaro pubblico, e questo semplice fatto impone tutta una serie di cautele. Quando si maneggia i soldi della collettività, certi scherzetti non si possono fare. Per un certo periodo è esistito anche un cosiddetto ‘calmiere’ per i cachet degli artisti: è cosa nota che questo ‘tetto di retribuzione’ venisse aggirato in mille modi, perché altrimenti certi artisti sarebbe stato impossibile averli. E certi teatri quegli artisti li avevano; ah, se li avevano!
Ma il sovrintendente non è un artista. Il sovrintendente è un dirigente. E allora la valutazione non dovrebbe essere così difficile, e anche l’attribuzione dell’equo compenso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stupore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metropolitan) ha preso un milione e mezzo di dollari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneggia e riceve (ma soprattutto che attira) è totalmente proveniente da tasche private; ciò nonostante l’informazione può generare qualche confusione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo prenderla da un altro lato. Invece di paragonare semplicemente la cifra con quella che prendono gli altri sovrintendenti italiani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giambrone (Maggio Musicale Fiorentino) 180.000, Tutino (Bologna) 164 più benefit, Vergnano (Torino) 150, Vianello (Fenice) 150 più benefit –, proviamo a paragonarlo a un dirigente pubblico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.
Non molto tempo fa, dopo i grandi proclami del ministro Brunetta, sui siti delle amministrazioni pubbliche e delle aziende partecipate hanno cominciato ad apparire i tabulati con le retribuzioni dei dirigenti e degli amministratori. Ricordo un grande titolo su un quotidiano, che parlava degli stipendi d’oro dei dirigenti della Regione Lombardia. La Regione Lombardia ha 3.600 dipendenti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirellone’), 10 nelle province lombarde, 2 all’estero ecc. Il Teatro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipendenti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trattandosi di “teatro di tradizione”, i dipendenti, per la precisione, sono 18], e soprattutto è un sistema di ben diversa complessità. Facciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i dirigenti della Regione Lombardia, quella degli stipendi d’oro. Si chiama Nicolamaria Sanese, fa il Direttore generale, è il braccio destro di Roberto Formigoni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Direttore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scandalosa’ Regione Lombardia, realtà politico-amministrativa colossale, prende meno di Meli Mauro, sovrintendente del Teatro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo correggermi: Sanese ha una ‘retribuzione fondamentale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retribuzione di risultato’, sostanzialmente un bonus, di altri 48.408 euro. La retribuzione lorda di Meli al netto dei rimborsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rimborsi di Sanesi, inoltre, non ho alcuna informazione. Tuttavia la sostanza del discorso è la stessa: la retribuzione del Sovrintendente del Teatro Regio di Parma, oltre a svettare su quella di molti altri teatri italiani più grandi e ben più complessi da gestire, si assesta molto vicino alla retribuzione dei più pagati dirigenti di strutture pubbliche enormemente più complesse.].
Certo, il Meli non doveva essere proprio tranquillissimo se in un’intervista al “Corriere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attribuendosi con francescana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retribuzione mensile. Certo, il giochino è chiaro: la differenza tra netto e lordo, il separare la retribuzione ‘secca’ da benefit, rimborsi, indennità, costi vari. I teatri d’opera, inoltre, sono Fondazioni, e dunque Meli non è un dirigente pubblico a tutti gli effetti. Tuttavia, forse, assistere a giochetti di questo tipo con un mezzo di pubblica informazione avrebbe potuto causare un minimo di reazione da parte del Sindaco, anche solo una manifestazione di imbarazzo, dato che in fondo è pur sempre il presidente del Consiglio di amministrazione del teatro. Non importa. Se non ha ritenuto di manifestarlo è perché, evidentemente, non aveva piacere che si sapesse come stavano veramente le cose. Poche settimane dopo, il ministro Brunetta con l’eleganza intellettuale e lessicale che gli si addice, tuonava contro il culturame parassitario sinistroide. Ora che sull’argomento nessuno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma succeda qualcosa. Vedremo. Nel frattempo ringraziamo i rompiscatole di talento come Boschi.
La foto è di markusram, che ringrazio, e proviene da flickr.
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