From the category archives:

Interpreti

Post image for Come ricordare Sergio Sablich

Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

{ 0 comments }

Post image for Moresco e la tenia della Callas

Anto­nio More­sco è uno degli scrit­tori più inte­res­santi del pano­rama ita­liano degli ultimi decenni. La sua non è una scrit­tura per amanti delle belle let­tere, della frase flau­tata, della trama sua­dente. È let­te­ra­tura come schiaffo che risve­glia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evi­tiamo di guar­dare; non, o almeno non solo nel senso della denun­cia, ma della rimo­zione incon­scia. Quel tipo di let­te­ra­tura che non si legge per sognare ma che della visio­na­rietà fa un mezzo per risve­gliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.

Ovvio che non si tratti di una let­te­ra­tura dalla vita edi­to­riale facile, e per chi volesse far­sene un’idea il suo recente Let­tere a nes­suno, pub­bli­cato da Einaudi nel 2008, può essere una let­tura illu­mi­nante – a tratti esi­la­rante, più spesso dram­ma­tica e scon­for­tante. Ma il suo libro mag­giore, for­tis­simo e per certi versi scon­vol­gente, è Canti del caos (parte I, IIIII), pub­bli­cato da Mon­da­dori l’anno successivo.

È in que­sto qua­dro che vor­rei segna­lare un bel­lis­simo rac­conto – o forse più esat­ta­mente pièce tea­trale – inti­to­lato Duetto, com­preso nel volume Merda e luce (Effi­gie, 2007). Mette in scena un dia­logo imma­gi­na­rio tra Maria Cal­las e la tenia, il verme soli­ta­rio che, secondo una vec­chia leg­genda del mondo ope­ri­stico, il soprano avrebbe volon­ta­ria­mente inge­rito allo scopo di per­dere peso.

Cre­scendo nelle sue viscere attra­ver­sate dallo scon­vol­gente feno­meno del canto – che pro­prio dalle viscere nasce per dif­fon­dersi nella side­rale luce dello spet­ta­colo e dell’arte – la tenia len­ta­mente impara a can­tare, tanto da diven­tare un con­trap­punto interno alla voce della grande arti­sta che la ospita, e uno degli ele­menti che la ren­dono ini­mi­ta­bile e miste­riosa per tutto il suo pubblico.

Duetto è una let­tura che, lo ripeto, potrebbe anche distur­bare, ma che sicu­ra­mente parla di qual­cosa di molto pro­fondo e impor­tante per chiun­que ami la musica e più in gene­rale l’arte e la let­te­ra­tura. È una let­tura che porta alla mente la domanda fon­da­men­tale su dove nasce la voce di un arti­sta. E lo fa in un modo che solo un grande scrit­tore potrebbe escogitare.

Il rac­conto può essere sca­ri­cato in for­mato pdf dal sito della rivi­sta Il primo amore.

«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cre­sciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sba­raz­zarmi di quel far­dello per­ché rima­nesse solo la voce, la mia voce. Si sen­tisse e si vedesse solo quella men­tre spa­lan­cavo sui pal­co­sce­nici dei più impor­tanti tea­tri del mondo la mia grande cia­batta greca incen­diata dal ros­setto sotto gli occhi sfa­vil­lanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di vel­luto e d’oro, come altre crea­ture amma­liate e impie­trite di fronte al canto inven­tato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capi­sco, io lo so cosa prova il cor­pi­cino rico­perto di piume dell’usignolo che si espande attra­verso il canto! Cosa può pro­vare l’allodola in un campo di grano men­tre lan­cia il suo richiamo sessuale!»

{ 0 comments }

Post image for Boccanegra e il canto delle balene

Un miste­rioso feno­meno pre­oc­cupa i bio­logi di tutto il mondo. Secondo uno stu­dio recen­te­mente pub­bli­cato da un fisico acu­stico del Colo­rado, la voce delle Bale­not­tere azzurre, già famose per il loro pro­fon­dis­simo e ipno­tico canto (inse­rito in molte regi­stra­zioni di musica New Age da mas­sag­gio), si sta pro­gres­si­va­mente abbas­sando di frequenza.

Il canto delle balene, infatti, regi­strato per la prima volta negli anni cin­quanta gra­zie a spe­ciali micro­foni subac­quei costruiti per usi mili­tari, è sem­pre stato con­si­de­rato una mani­fe­sta­zione musi­cale tra le più affa­sci­nanti ed enig­ma­ti­che del mondo natu­rale. Mark McDo­nald, ricer­ca­tore di acu­stica ocea­nica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni que­sto canto è diven­tato più grave di circa il trenta per cento. “È un feno­meno pla­ne­ta­rio”, dice, e spera che dif­fon­dendo la noti­zia su inter­net si possa tro­vare un qual­che scien­ziato in grado di spie­gare il fenomeno.

Alcuni osser­va­tori della comu­nità scien­ti­fica sospet­tano tut­ta­via che die­tro l’identità del fisico ocea­nico si possa in realtà nascon­dere il famoso tenore mes­si­cano Pla­cido Domingo, fra i primi a denun­ciare il feno­meno. Si atten­dono smen­tite e forse querele.

{ 0 comments }

Post image for Gli aspri Capricci di Zehetmair

Fra le molte cose di cui avrei voluto scri­vere in que­ste set­ti­mane di lon­ta­nanza da Fier­ra­bras, almeno le impres­sioni pro­ve­nienti dall’ascolto di un disco vor­rei non tra­la­sciarle. Si tratta dell’incisione dei 24 capricci per vio­lino solo di Nic­colò Paga­nini fatta da Tho­mas Zehet­mair per la ECM.

Di inci­sioni dei Capricci ne ho sen­tite tante, ma devo dire che que­sta è dav­vero par­ti­co­lare. Zehet­mair pos­siede una tec­nica che lascia senza fiato, ma non è que­sto ciò che più col­pi­sce. Il suo è un Paga­nini vio­lento, secco, più fan­ta­stico che ele­gante; i suoni sem­brano tutti incli­nare verso lo strap­pato, verso gesti di forza al tal­lone più che deli­cate volate alla punta dell’arco. Il suono è quasi sem­pre aspro di colo­fo­nia – la pece che tiene ade­renti i crini dell’archetto alla corda – e poco pro­penso a per­dersi nel can­ta­bile. Per inten­dersi, all’opposto della dia­bo­lica ele­ganza di Sal­va­tore Accardo o di Mintz.

Dove la cosa si fa più evi­dente è nei primi 12 Capricci, quelli a mio avviso più spe­ri­men­tali e arti­sti­ca­mente ricer­cati; all’ascolto ho sem­pre avuto il dub­bio che la seconda parte della rac­colta, fatta esclu­sione per il Tema con varia­zioni del Capric­cio 24, non appar­tenga alla stessa linea crea­tiva – la data­zione della rac­colta, pub­bli­cata nel 1820, è attri­buita a un lasso di tempo che va dal 1805 agl’anni 1817–18 – ma non ho mai tro­vato con­ferme al sospetto. Non sono né meno belli né più facili, ma la forma è diversa, più rego­lare nella con­trap­po­si­zione cantabile-presto e da capo del can­ta­bile. Così come nella pre­ce­dente inci­sione (Tel­dec), Zehet­mair fio­ri­sce e varia tutti i da capo, dimo­strando una grande capa­cità crea­tiva e mime­tica, nell’equilibrio tra rispetto del testo e inven­zione. Ma le modi­fi­che e le fio­ri­ture sono pre­senti anche nei primi 12, qua e là; mai una bat­tuta di più o di meno, ma più di una licenza ben nasco­sta – le aggiunte per esem­pio dei suoni armo­nici, crea­ti­va­mente pre­senti nei con­certi ma non inse­riti dall’autore nei Capricci. Con­ti­nua la lettura →

{ 1 comment }

bravo_gustavo

Quanti anni sono pas­sati da quando il mer­cato disco­gra­fico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assi­ste all’invecchiamento del pub­blico dei con­certi clas­sici, al pro­sciu­garsi della spinta este­tica e inno­va­tiva dello spet­ta­colo dal vivo? Quante spie­ga­zioni sono state cer­cate, quante vie d’uscita sono state inda­gate? Nel frat­tempo, sulla già fra­gile eco­no­mia della musica si sono abbat­tuti il crollo del sistema finan­zia­rio, la reces­sione, i tagli, la disoc­cu­pa­zione. Si è molto par­lato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capo­li­nea un costume finan­zia­rio che aveva por­tato l’economia mon­diale al col­lasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispun­tare i super­bo­nus per i mana­ger, i deri­vati, i titoli spaz­za­tura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti con­ve­gni, tante parole. E nel frat­tempo, un po’ come a Wall Street, cosa sta­vano facendo gli intel­li­gen­tis­simi super­ma­na­ger del big busi­ness musicale?

È molto sem­plice. Sta­vano cer­cando un nuovo Bern­stein. Quello hanno impa­rato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, per­ché nel frat­tempo non hanno matu­rato nient’altro. In fondo è un po’ come ven­dere titoli spaz­za­tura: li si occulta in un pac­chetto com­ples­si­va­mente attraente spe­rando che nes­suno abbia voglia di guar­dare troppo a fondo, e li si spac­cia per mera­vi­glie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chie­dono il per­ché. Abbiamo distrutto un mer­cato dro­gan­dolo di tre tenori, di incre­di­bili por­che­rie cros­so­ver per un pub­blico umi­liato da grande fra­tello? Abbiamo sca­vato ogni recesso della vol­ga­rità e del kitsch, uti­liz­zato ogni pos­si­bile appi­glio per ren­dere appe­ti­bile un genere musi­cale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva man­te­nuto? E ora che, dopo il pre­ve­di­bile tra­collo, qual­cosa sem­bra tor­nare a muo­versi che cosa fac­ciamo? Rico­min­ciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osser­vasse l’incredibile onda media­tica che si dif­fonde dalla Cali­for­nia, in que­sti giorni, per l’incoronazione di Duda­mel a diret­tore della Los Ange­les Phi­lhar­mo­nic. Senza un nuovo eroe su cui inve­stire tutti gli spic­cioli rima­sti, sem­bra sia impos­si­bile pro­get­tare una qual­siasi ripresa. Ed ecco che il pas­sag­gio di un gio­vane (e bravo, per carità) diret­tore alla guida di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane non può che diven­tare un lan­cio in stile Hol­ly­wood, con tanto di brand (Gustavo!), mini­siti, tec­ni­che aggres­sive di mar­ke­ting e per­sino un gio­chino elet­tro­nico, finan­ziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giu­sta per uscire dalla crisi? Inu­tile doman­dar­selo: è l’unica che que­sta indu­stria dello spet­ta­colo, i suoi finan­zia­tori e i suoi impro­ba­bili mana­ger, sap­piano tro­vare. Per­so­nal­mente la defi­ni­rei una coa­zione a ripe­tere che ha del pato­lo­gico. Ma imma­gino che tro­vare qual­siasi altra strada avrebbe com­por­tato così tanto lavoro e così tante sfide intel­let­tuali ed eco­no­mi­che che la sola spe­ranza sarebbe stata da folli. Senza con­tare, e que­sto è forse l’elemento deter­mi­nante, che sarebbe stato tutto infi­ni­ta­mente meno diver­tente. Il grande busi­ness della musica è un vec­chio malato che gioca a fare il bam­bino, diviso tra la flebo e la play­sta­tion. Quello che ci chiede è solo di chiu­dere gli occhi e di gio­care con lui; tutto tor­nerà come prima, promesso.

{ 0 comments }

Una notizia triste

26 agosto 2009

Ritorno al lavoro dopo un periodo di riposo, e pur­troppo arriva subito una brutta notizia.

Dome­nica scorsa è scom­parso Roberto Bosio, “diret­tore area arti­stica” del Tea­tro Regio di Torino nel gergo azien­da­li­stico, anima dell’organizzazione e della pro­du­zione di quel tea­tro nella sem­pli­cità dei fatti. Mi ero ripro­messo di non scri­vere mai su Fier­ra­bras a pro­po­sito delle realtà a cui sono lavo­ra­ti­va­mente legato, ma in que­sto caso vor­rei fare un’eccezione, per­ché Roberto Bosio rap­pre­senta qual­cosa di troppo impor­tante. Rap­pre­senta il mondo delle per­sone che vivono il tea­tro in modo tale da per­met­tere al tea­tro di vivere; per­sone che non appa­iono sui gior­nali a fare dichia­ra­zioni su que­sto o quello, che il pub­blico spesso non cono­sce, ma che abi­tano la vita dello spet­ta­colo in maniera al tempo stesso for­te­mente pro­fes­sio­nale ed emo­ti­va­mente pro­fonda; per­sone che vedono con chia­rezza die­tro ogni nota ese­guita l’intreccio di arte e mestiere, vir­tuo­si­smi e vanità, amori, ran­cori, con­tratti, pro­te­ste, glo­rie e diso­nori dal cui magma sem­pre nasce l’arte; ma che nono­stante la chia­rezza di que­sta visione man­ten­gono in loro stessi un’intatta capa­cità di emo­zio­narsi e di comu­ni­care con uma­nità. Se uno spet­ta­colo rie­sce, se un tea­tro va avanti nono­stante l’eccezionale tasso di indi­vi­dua­li­smo, se non per­sino di fol­lia che ne per­vade l’atmosfera, è gra­zie a que­ste per­sone. Che non sono poche, ma di cui Roberto Bosio resta un esempio.

Bosio era entrato al Regio come mae­stro col­la­bo­ra­tore, si era lau­reato in Eco­no­mia con una tesi sul mondo della pro­du­zione lirica (con Milena Boni, pio­niera degli studi sul mar­ke­ting dello spet­ta­colo dal vivo); nel frat­tempo, per molti anni ha inse­gnato al con­ser­va­to­rio di Ivrea (se non ricordo male), fino alla nomina di vice­di­ret­tore arti­stico, arri­vata nel cul­tu­ral­mente fecondo periodo Majer-Tessore; da allora è sem­pre rima­sto nell’area della dire­zione arti­stica, e nell’avvicendarsi delle dire­zioni e delle sovrin­ten­denze ha rap­pre­sen­tato la con­ti­nuità e il punto di rife­ri­mento per gli arti­sti che con il suo tea­tro col­la­bo­ra­vano. Era spo­sato, con due figlie ancora piccole.

Anche se ci asso­mi­glia molto, que­sto però non voleva essere un necro­lo­gio. Volevo solo comu­ni­care un par­ti­co­lare tipo di sgo­mento; nel tea­tro – e forse nella vita – ci sono per­sone che vedi arri­vare, agi­tarsi, bril­lare – di luce pro­pria o più spesso di luce riflessa – e poi allon­ta­narsi veloci; non sai nep­pure dove siano andate, e tutto som­mato nep­pure ti inte­ressa tanto. Ce ne sono altre che incar­nano invece la sta­bi­lità e la con­ti­nuità; non sono alla ricerca di qualcos’altro, o almeno non ora, forse domani. Sono lì, sai che ci puoi con­tare, che la loro voca­zione è risol­vere i pro­blemi e non crearli per fare rumore; andare sem­pre avanti, alla fac­cia di quell’atmosfera da apo­ca­lissi immi­nente che sem­pre intos­sica ed elet­trizza i tea­tri. Bosio era una di que­ste per­sone: raris­sime e dif­fi­cil­mente sosti­tui­bili per le aziende, ma soprat­tutto impos­si­bili da pen­sare assenti per gli amici e i col­la­bo­ra­tori. La vita arti­stica ha biso­gno di entrambi i tipi di per­sone: le comete e le stelle polari. Ma è quando ven­gono a man­care que­ste ultime che lo sgo­mento ti afferra con mag­giore intensità.

{ 1 comment }

jarman3

Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

jarman4

Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

britten1

Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

{ 0 comments }

luciano-berio-cathy-berberian

Il rap­porto tra autore e libro tal­volta ricorda quello fra cane e padrone. Li vedi insieme e ti sem­bra che l’animale ras­so­mi­gli all’uomo, ne abbia assunto i tratti soma­tici e gli atteg­gia­menti; non saprai mai se è una tua fis­sa­zione – per­ché hai in testa quell’aspetto un po’ dinoc­co­lato del padrone, magari, e lo stai ini­qua­mente pro­iet­tando sul cane. Dinoc­co­lato è il padrone, dinoc­co­lato ti sem­bra anche il cane.

Io non ho cono­sciuto Luciano Berio, e non potrei dire se fosse dinoc­co­lato (ma non mi pare pro­prio per niente). Però ho cer­cato più volte di cono­scere la sua opera, e posso dire che Un ricordo al futuro, il libro che rac­co­glie le tra­scri­zioni delle sue “lezioni ame­ri­cane” (Einaudi 2006, a cura di Talia Pec­ker Berio) le ras­so­mi­gli molto. Berio ha dot­tis­simi ese­geti e allievi mici­diali capaci di sca­gliare spa­ven­tosi ana­temi, e allora metto in fila qual­che carat­te­ri­stica del libro, fac­cio finta di attri­buirla solo al libro e poi passo velo­ce­mente oltre, per­ché non è di tutto il libro che vor­rei par­lare, ma di un pre­ciso capi­tolo (di una pre­cisa conferenza).

Dun­que: il libro è scritto con una stra­nis­sima alter­nanza di zone deci­sa­mente crip­ti­che e pas­saggi di canto spia­nato. Il libro ha delle intui­zioni che ti fanno chiu­dere gli occhi e vedere quello che non avevi mai visto, e dei momenti che ti ricor­dano i pan­ta­loni a zampa d’elefante del babbo. Il libro ha dei pas­saggi, a volte pagine intere, che le rileggi una, poi due, poi tre volte per capire di cosa sta par­lando, e poi vai avanti facendo finta di capire, per­ché non ha voglia di com­mi­se­rarti a ogni pagina. Il libro mani­fe­sta un amore scon­fi­nato per l’intelligenza; un amore che a volte fa quasi paura, per­ché non sem­pre il fuoco dell’intelligenza basta a scal­darti dalla testa ai piedi; e per­ché magari ti è capi­tato di leg­gere autori che erano meno inna­mo­rati dell’intelligenza, ma in que­sto ti sem­bra­vano per­fino più intel­li­genti; ma in ogni caso ti fa venir voglia di essere più intel­li­gente (che è come cer­care di diven­tare più alti). Il libro, in ogni sin­gola con­fe­renza, mostra uno strano equi­li­brio fra trat­ta­zione pun­tuale e diva­ga­zione improv­visa. Il libro infine sem­bre­rebbe un siste­ma­tico pano­rama, ma ti rimane in testa soprat­tutto per molti brevi pas­saggi in cui ti sof­fia nell’orecchio intui­zioni e idee molto brillanti.

Dimen­ti­care la musica

berio_libroSei bel­lis­sime con­fe­renze tenute nel 1993–94 come tito­lare della cat­te­dra di poe­tica Char­les Eliot Nor­ton alla Har­vard Uni­ver­sity. Quella stessa cat­te­dra che pochi anni prima aveva ispi­rato le Lezioni ame­ri­cane di Cal­vino, e qual­che anno prima ancora The Unan­swe­red Que­stion di Bern­stein, e prima ancora Musica e imma­gi­na­zione di Copland, e prima ancora La poe­tica della musica di Stra­vin­sky. E tanti, tanti altri, fra cui il recen­tis­simo La musica sve­glia il tempo di Daniel Baren­boim. Sei diversi temi, tutti molto cari alla poe­tica di Berio. Ma fra tutte, la lezione che mi è sem­brata più inte­res­sante, per quanto breve e per certi versi imper­fetta, è la terza, dedi­cata alla memo­ria nella musica e al rap­porto con il pas­sato. Il titolo, bel­lis­simo, è “Dimen­ti­care la musica”.

Sono dodici pagine, e come le altre con­fe­renze sem­brano più un invito alla rifles­sione che una trat­ta­zione com­ples­siva, ma sono molto dense di sti­moli per chiun­que si inte­ressi alla musica di oggi, intesa sia come inter­pre­ta­zione sia come com­po­si­zione. Vi fanno ritorno alcuni dei temi che attra­ver­sano tutto il bre­vis­simo libro, e che sono cari alla poe­tica di Berio. Vor­rei per esem­pio citare la frase ini­ziale, molto bella:

Ci sono mille modi di dimen­ti­care la musica e a me inte­res­sano i modi attivi di dimen­ti­carla, piut­to­sto di quelli pas­sivi e incon­sa­pe­voli. In altre parole, mi inte­res­sano le amne­sie volon­ta­rie, anche se il desi­de­rio e il ten­ta­tivo di pos­se­dere e di ricor­dare tutta la sto­ria, di tutti i tempi e di tutti i luo­ghi, è un aspetto costi­tu­tivo del pen­siero moderno; e anche se i mezzi per sod­di­sfare que­sto desi­de­rio cer­ta­mente oggi non man­cano.
C’è, da parte di chi ascolta, la ten­denza a ricor­dare tutto il pas­sato musi­cale come fosse un bene di con­sumo a lui con­tem­po­ra­neo. Tale ten­denza ha un suo senso, per­ché il pas­sato, per l’ascoltatore, è la risorsa più dispo­ni­bile del sapere musi­cale; ma essa assume tal­volta i carat­teri di una incon­sa­pe­vole fru­stra­zione ideo­lo­gica, avendo alle sue radici non tanto un plau­si­bile codice di valori musi­cali quanto con­di­zio­na­menti di mercato.

L’idea del pas­sato musi­cale non come una grande biblio­teca della sal­vezza umana (non saprei altri­menti come defi­nirla), ma come un super­mer­cato della con­fe­zione musi­cale ricorre più volte, con mol­te­plici riso­nanze in que­sto libro. Ma poco oltre, dopo avere pagato il giu­sto debito este­tico a Adorno, c’è una frase che mi ha col­pito per come sistema le nume­rose e dif­fuse ten­ta­zioni di este­nua­zione del testo basate sulle micro­va­ria­zioni inter­pre­ta­tive, e il loro rap­porto con il mondo del consumo:

Ma la con­ser­va­zione del pas­sato ha un senso anche nega­ti­va­mente, quando diventa un modo per dimen­ti­care la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di con­ti­nuità che gli per­mette di sele­zio­nare quanto pare con­fer­mare quella stessa con­ti­nuità e di cen­su­rare tutto quanto pare distur­barla. Que­sta è la ragione per cui spesso l’esecuzione musi­cale sem­bra avere una vita auto­noma: diventa una spe­cie di mer­can­zia indif­fe­rente alla musica che dovrebbe ser­vire. Per quanto diver­si­fi­cate pos­sano sem­brare le varie maniere di ese­cu­zione, sono tutte pro­fon­da­mente radi­cate, insi­sto, nella società di con­sumo piut­to­sto che nel mondo delle idee.

Il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza

Quello della memo­ria e del rap­porto con il pas­sato è uno di temi che toc­cano con più inten­sità chiun­que abbia a che fare con la musica. Una volta si sarebbe spe­ci­fi­cato “con la musica clas­sica”, ma oggi esso riguarda in maniera altret­tanto pro­fonda il jazz e il rock. Molti com­po­si­tori, da Brahms a Mahler a Stra­vin­sky (ma anche un autore straor­di­na­rio e ati­pico come Valen­tin Silvestrov, su cui mi pia­ce­rebbe tor­nare pre­sto) sareb­bero incom­pren­si­bili senza il desi­de­rio, anche incon­scio, di riflet­tere su que­sto rap­porto. Berio stesso, in que­sta con­fe­renza, dedica un pas­sag­gio molto inte­res­sante a Mahler, autore che “soli­ta­rio all’interno di se stesso, ela­bora un discorso fatto di forze in con­tra­sto e, appunto, com­ple­men­tari, esi­bendo in uno stesso fiato, segnali melo­dici banali e con­ce­zioni ori­gi­nali isti­tu­zio­nal­mente incom­pa­ti­bili fra loro, tra­scen­dendo gesti musi­cali pri­vati in dimen­sioni spi­ri­tual­mente visio­na­rie mai udite prima”.

Molto altro ci sarebbe da dire su que­sto testo, e sulle bre­vis­sime e dense ana­lisi della Sequenza III (per voce sola) di Berio o del bal­letto Agon di Stra­vin­sky che con­tiene. Ma pre­fe­ri­sco chiu­dere qui il fin troppo lungo post, con un’altro pas­sag­gio che mi è pia­ciuto molto, e che offro all’altrui rifles­sione dopo averlo io stesso rima­sti­cato a lungo. Si parla ancora dell’interpretazione, e nella sua lapi­da­rietà si intra­ve­dono in fili­grana tante vicende della vita e della poe­tica di Berio:

L’unica forma di vir­tuo­si­smo degna di que­sto nome è il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza, capace di pene­trare e ren­dere mondi musi­cali diversi.

Amare il pas­sato, cono­scerlo e farlo vivere con rispetto nel pre­sente dell’interpretazione e della rifles­sione, ma saperlo anche dimen­ti­care per affron­tare in una pro­spet­tiva fre­sca e fidu­ciosa il futuro. Pur nella (mia) sem­pli­fi­ca­zione estrema, mi sem­bra che siano non solo le parti migliori dell’estetica di Berio, ma un pro­getto inte­res­sante per tutti. Com­po­si­tori e non.

Nella foto ini­ziale, il cui autore non ho ancora indi­vi­duato, Luciano Berio insieme a Cathy Ber­be­rian (qui per un ricordo della Berberian)

{ 1 comment }

phaedra

Il 24 aprile scorso sono stati pub­bli­cati i nomi dei vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati; la ceri­mo­nia di con­se­gna, come un po’ pom­po­sa­mente si chia­mano que­ste occa­sioni, si terrà il 29 mag­gio pros­simo al Tea­tro Sociale di Ber­gamo. In un pre­ce­dente post, in mar­gine ad alcune osser­va­zioni sul Puli­tzer Price, avevo mani­fe­stato una certa insof­fe­renza nei con­fronti dei premi musi­cali ita­liani e dei loro mec­ca­ni­smi di asse­gna­zione. L’Abbiati è il più pre­sti­gioso e ambìto di que­sti, forse l’unico che sap­pia ancora dire qual­cosa al mondo musi­cale, e quindi vale la pena di osser­varlo con attenzione.

Il pre­mio e i suoi prin­cìpi (o prìncipi?)

Inti­to­lato al musi­co­logo Franco Abbiati, per quasi quarant’anni cri­tico del “Cor­riere della Sera”, il “Pre­mio della cri­tica musi­cale” viene asse­gnato dall’Asso­cia­zione Nazio­nale Cri­tici Musi­cali fin dal 1980 (per la pre­ci­sione, l’associazione è nata nel 1986 pro­prio intorno alle riu­nioni che da diversi anni si tene­vano a Ber­gamo per l’assegnazione del pre­mio). Per capire che cosa rap­pre­senti nello spa­zio cul­tu­rale ita­liano (e nei desi­deri di chi ogni anno se ne assume le fati­che), vale la pena di citare un brano tratto dal sito dell’Associazione:

Attra­verso i vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati, l’Associazione nazio­nale cri­tici musi­cali ha dato spa­zio alle realtà locali che rap­pre­sen­tano l’autentica ric­chezza della vita musi­cale ita­liana e che non hanno la visi­bi­lità dei grandi enti pur aven­done, tal­volta, l’importanza cul­tu­rale. Allo stesso modo l’Associazione si è impe­gnata a ricor­dare il lavoro iso­lato e silen­zioso di per­so­naggi non rico­no­sciuti dal “potere” né dai mass-media (ope­ra­tori arti­stici, didatti, edi­tori, “mae­stri” di vita non solo musi­cale), e a segna­lare il rilievo intel­let­tuale di fatti o mani­fe­sta­zioni che hanno indi­riz­zato la vita musi­cale del nostro paese. Elo­quente annua­rio più che pagella l’albo d’oro del Pre­mio Abbiati è una sorta di pro­me­mo­ria arti­stico di oltre un quarto di secolo di musica in Ita­lia, ma è stato anche un tram­po­lino di lan­cio per gio­vani arti­sti e una dichia­ra­zione di fidu­cia nei con­fronti di realtà poco con­si­de­rate. Oltre a essere lo stru­mento pri­vi­le­giato dell’Associazione per prese di posi­zione ‘poli­ti­che’, tal­volta for­te­mente cri­ti­che, nei con­fronti di cru­ciali que­stioni isti­tu­zio­nali e legislative.

La frase sull’albo d’oro riflette l’antico ossi­moro dei premi: un pre­mio dovrebbe fare onore a qual­cuno, ma ono­rando chi è dav­vero meri­te­vole, in fondo onora soprat­tutto se stesso e chi lo con­fe­ri­sce. In que­sto senso, ogni pre­mio è uno scam­bio: l’autorevolezza dell’artista pre­miato rico­no­sce e mani­fe­sta l’autorevolezza dei pre­mianti. Lo sapeva molto bene l’amato Tho­mas Ber­n­hard, che con i premi intrat­tenne sem­pre un rap­porto di amore-odio – con netta pre­va­lenza dell’odio – e che in più di un caso si sca­gliò con ter­ri­fi­cante vio­lenza con­tro que­sto mec­ca­ni­smo infer­nale. Nel caso di un pre­mio con­fe­rito da un’associazione di cri­tici musi­cali, poi, la fac­cenda si fa ancora più com­pli­cata; certo, sem­pre meno com­pli­cata di quando sono gli orga­niz­za­tori musi­cali a pre­miare i cri­tici (vedi per esem­pio il Pre­mio D’Arcangelo, che per for­tuna con­si­ste in 50 bot­ti­glie di vino). Discorso ancora a parte, i premi per la cri­tica musi­cale, in cui i cri­tici stessi se la can­tano e se la suo­nano da soli. L’apoteosi dell’autoreferenzialità, insomma.

Un luc­ci­cante “albo d’oro”

Ma tor­nando all’Abbiati, il cosid­detto albo d’oro è effet­ti­va­mente un ritratto molto vivace della vita musi­cale ita­liana, con una netta pre­va­lenza dei valori spet­ta­co­lari (come in fondo è pre­ve­di­bile data la com­po­si­zione della giu­ria). Vediamo un po’, per esem­pio, i diret­tori d’orchestra. Si parte con un buffo ex-aequo Abbado-Muti (una spe­cie di Camp David?) nella prima edi­zione 1980–81 – negli anni i pre­mianti ripa­re­ranno: Muti viene ripre­miato nell’88–89, Abbado nel 2000-01. In ogni caso il qua­dro rispec­chia cor­ret­ta­mente il meglio della vita musi­cale ita­liana (e natu­ral­mente non solo): si comin­cia con i giganti sto­rici (Bern­stein, Klei­ber, Celi­bi­da­che, Gavaz­zeni, Sawal­lish ecc.), poi piano piano la rosa si apre e con andate e ritorni (Temir­ka­nov vince due volte) si vede scor­rere tutto il meglio che il setac­cio ita­liano ha trat­te­nuto dalla scena mon­diale. Quest’anno il vin­ci­tore è Roberto Abbado: molto meri­tato e pun­tuale, si potrebbe dire, dati i begli spet­ta­coli che ha ina­nel­lato nel 2008, in Ita­lia e all’estero.

Ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per quasi tutte le altre cate­go­rie. I regi­sti, per esem­pio. Si parte con Stre­hler, e poi via via, com­pa­iono gli autori, a volte accom­pa­gnati dagli sce­no­grafi, di tanti bel­lis­simi spet­ta­coli ita­liani; in più di un caso la scelta è abba­stanza ardita, in altri più scon­tata: Ronconi-De Simone-Chéreau-Pizzi-Asari-Cobelli-Ronconi (e due)-Vick-Krämer-Ronconi/Palli (e tre)-Terleckij/Hugues-Wilson-Zeffirelli-De Ana-Vick (e due)-De Monticelli-Pountney/Bjorson-Krief-De Ana (e due)-Moschopoulos/Fotopoulos-Carsen-Martone-Medcalf-Barberio Corsetti-Michieletto. Quest’anno il pre­miato è Tcher­nia­kov per il Gio­ca­tore della Scala. Anche per i can­tanti, una scelta ocu­lata che rispec­chia una fre­quen­ta­zione con­ti­nua della realtà musi­cale. I cri­tici ita­liani girano per i tea­tri, ascol­tano, guar­dano i grandi spet­ta­coli – quelli di cui molta parte di mondo non tro­verà mai i biglietti – anno­tano, ricor­dano. Giu­di­cano spesso con equi­li­brio, tal­volta con pigri­zia, ma poi pre­miano ciò che è impor­tante, signi­fi­ca­tivo, grande o meno grande che sia.

Quest’anno, lo spet­ta­colo pre­miato (pote­vano esserci dubbi?) è il Fide­lio di Abbado e Kraus a Reg­gio Emi­lia. Se Abbado torna all’opera, tutto il ruti­lante car­roz­zone degli amanti dello spet­ta­colo da impe­ra­tori con­verge sul mira­co­lato tea­tro; due recite? che importa, quanti vuoi che siano gli aventi diritto?! 2300 posti sono anche troppi. Costi? Sono coperti degli spon­sor, non stiamo a fic­care troppo il naso, che poi non ci invi­tano più. Così è ovvio, non c’è gara. Certo, la difesa delle realtà locali che sono la ric­chezza della vita musi­cale ita­liana, così com’era scritto nel fer­vo­rino dell’associazione, qui prende un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare; ma d’altro canto, par­lare di tea­tro d’opera oggi richiede un “razio­nale e lucido pes­si­mi­smo”, come dice la moti­va­zione del pre­mio al Fide­lio. E in ogni caso si sa che le pole­mi­chette negli anni si per­dono, ma l’albo d’oro rimane, lasciando al mondo un’immagine di eccel­lenza asso­luta. E così, effet­ti­va­mente, è. Ha ragione il sito, l’albo d’oro pre­senta un Ita­lia dello spet­ta­colo lirico viva e crea­tiva. Forse con un’eccezione…

Ma siamo sicuri che la musica di oggi sia pro­prio questa?

Ed ecco che si ritorna a quanto si disse a pro­po­sito del Puli­tzer. Certo, quel famoso (ma anche discusso, come tutto, dap­per­tutto!) pre­mio si limita alla crea­ti­vità sta­tu­ni­tense, e in que­sto senso il gioco potrebbe sem­brare più sem­plice. Il pre­mio Abbiati riflette invece la realtà spet­ta­co­lare: cosa i cri­tici hanno ascol­tato e visto. Eppure, a un nor­male ascol­ta­tore curioso della musica d’oggi che scor­resse la lista dei pre­miati per la cate­go­ria “novità asso­luta per l’Italia”, potrebbe anche pren­dere una stretta al cuore. Stockhausen-Donatoni-Nono-Boulez-Togni-Manzoni-Guarnieri-Kurtág-Boulez (e due)-Sciarrino-Gubaidulina-Clementi-Rihm-Berio-Holliger-Berio (e due)-Grisey-Henze-Kagel-Boulez (e tre)-Cappelli-Guarnieri (e due)-Vacchi/Carter-Romitelli-Kurtág (e due)-Lachenmann-Fedele. In 28 anni di sto­ria musi­cale, l’unico ame­ri­cano pre­miato è stato Car­ter (però a metà con Vac­chi). L’intera sta­gione del neo­ro­man­ti­ci­smo, dei post-minimalisti dei non-avanguardisti è pas­sata inos­ser­vata. Non un solo mave­rick, di qua­lun­que colore, paese, visione o cre­denza (in que­sto senso, forse solo Gubaidulina).

Certo si potrà obiet­tare: il pre­mio riguarda le prime ese­cu­zioni asso­lute in Ita­lia. Non è colpa dei cri­tici se Andries­sen o Reich o Adams (e que­sti non sono certo mave­rick) non ven­gono a rap­pre­sen­tare le loro cose per la prima volta da noi; piut­to­sto pren­de­te­vela con gli orga­niz­za­tori musi­cali. Va bene. Certo che però quel Bou­lez pre­miato tre volte come com­po­si­tore per Repons (1983−84), Le Visage nup­tial (1988−89) e Sur incises (1999−2000), poi, natu­ral­mente, una quarta come diret­tore (1986−87): non è che la cosa fac­cia pro­prio pen­sare a un grande sforzo di auto­no­mia, vita­lità cul­tu­rale e curio­sità intellettuale.

Quest’anno il pre­mio è andato alla Phae­dra di Henze del Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; in que­sto caso il pre­mio non per­mette alcuna pole­mica, per­ché lo spet­ta­colo era dav­vero molto bello: Henze è un mae­stro la cui forza emo­tiva e crea­tiva sono una straor­di­na­ria bene­di­zione per l’intero mondo dell’arte; Henze, che ha vinto tre Abbiati di cui due “spe­ciali”, è tut­ta­via anche il mas­simo allon­ta­na­mento con­sen­tito dal main­stream della musica con­tem­po­ra­nea in Ita­lia; in ogni caso “con­sen­tito” adesso, per­ché quarant’anni fa lo si copriva di fischi. Altro caso, Kur­tág ha vinto due volte, se non si conta il pre­mio al Festi­val Kur­tág di “Milano Musica”; Kur­tág pren­derà quest’anno anche il Leone d’Oro alla car­riera a Vene­zia. È un grande com­po­si­tore, e que­ste con­ver­genze non dovreb­bero stupire.

E allora?

E allora la tri­stezza non viene dalle sin­gole e iso­late asse­gna­zioni, tutte più o meno sacro­sante dal punto di vista del valore asso­luto (dif­fi­cile avere un qua­dro suf­fi­cien­te­mente com­pleto di ogni sin­golo anno per potersi espri­mere sul valore rela­tivo); la tri­stezza viene dall’abissale distanza che divide que­sta ‘com­ples­siva’ visione da parte della cri­tica, rispetto alla realtà della vita musi­cale odierna. E parlo della realtà della musica che si ascolta, si ese­gue e si “con­suma”, in Ita­lia come nel resto del mondo. Una distanza che nessun’altra cate­go­ria pre­miata dai “giu­rati” dell’Abbiati mi pare rispec­chiare. Perché?

Nella foto un istante della Phae­dra di H.W. Henze rap­pre­sen­tata al Mag­gio Musi­cale Fiorentino.

{ 1 comment }

Che dire di Abbado che, dopo avere ritual­mente decan­tato la Cuba delle scuole e degli ospe­dali, a domanda risponde:

Però c’è il rove­scio della meda­glia, le vio­la­zioni dei diritti umani, i gulag…
«Ma dove? Quali?»

Niente, meglio non dire niente. Il cielo lo bene­dica e gli fac­cia fare tanta bella musica nei secoli dei secoli. Ma se qual­cuno mi parla ancora di Abbado sen­si­bile, Abbado impe­gnato, Abbado eco­lo­gi­sta

{ 0 comments }

zimerman

Che Kry­stian Zimer­man non sia un uomo facile è cosa nota. Sulle sue idio­sin­cra­sie c’è tutta una let­te­ra­tura, così come su pra­ti­ca­mente ogni grande arti­sta. E come sem­pre c’è chi dice con sim­pa­tia “è pazzo!”, e chi dice con livore “è furbo”.

Il blog Opera Chic, sem­pre infor­ma­tis­simo, segna­lava ieri un arti­colo del Los Ange­les Times sul debutto del pia­ni­sta polacco alla Walt Disney Hall di Los Ange­les, e dell’incidente che ha ina­spet­ta­ta­mente creato. Dopo avere suo­nato nor­mal­mente per tutto il con­certo (se si fa ecce­zione per la sosti­tu­zione di alcuni brani di Brahms con una sonata scritta nel 1953 della com­po­si­trice polacca Gra­zyna Bacewicz – le sosti­tu­zioni comu­ni­cate all’ultimo momento sono uno dei suoi scherzi pre­fe­riti), stava per attac­care l’ultimo brano del pro­gramma, le Varia­zioni su un tema popo­lare polacco di Karol Szy­ma­no­w­ski, quando improv­vi­sa­mente si è vol­tato verso il pub­blico e ha comin­ciato una con­cione anti­a­me­ri­cana, avver­tendo di non volere più tor­nare in un paese “il cui eser­cito vuole con­qui­stare il mondo”; ha poi con­ti­nuato facendo rife­ri­mento a Guan­ta­namo, e urlando per­sino “Giù le mani dal mio paese!”, men­tre una qua­ran­tina di per­sone si alza­vano e lascia­vano la sala (“parli di eser­cito è c’è subito chi si mette a mar­ciare” avrebbe detto, e biso­gna dire che almeno que­sta è una buona bat­tuta), e una parte del pub­blico rima­sto fischiava e lo invi­tava a ripren­dere il concerto. L’autore dell’articolo (il cri­tico musi­cale Mark Swed) ci dice anche che la voce del pia­ni­sta si sen­tiva molto poco in sala, e que­sto deve avere anche aumen­tato il ridi­colo della scena.

Vale forse la pena di ricor­dare il pre­ce­dente pro­blema che Zimer­man ebbe con gli Stati Uniti. Come altri grandi divi del pia­no­forte, Kry­stian gira il mondo por­tan­dosi die­tro il suo stru­mento, costan­te­mente con­trol­lato e amo­re­vol­mente tarato dalle sue stesse mani; a quanto si dice, Zimer­man chiede per­sino di gui­dare per­so­nal­mente il camion che tra­sporta il pre­zioso stru­mento da una sala da con­certi all’altra. Poco dopo l’11 set­tem­bre 2001 il suo pia­no­forte fu fer­mato all’aeroporto JFK di New York e distrutto dai corpi di sicu­rezza della poli­zia di fron­tiera, appa­ren­te­mente per­ché la colla aveva lo stesso aspetto (o lo stesso odore) di un certo tipo di esplo­sivo. Da allora, ci ricorda Mark Swed, Zimer­man quando deve spo­starsi in aereo fa viag­giare il suo pia­no­forte in pezzi sepa­rati, che ven­gono poi rias­sem­blati sul posto.

Come si sa gli ame­ri­cani non amano che il loro paese venga deni­grato. La miste­riosa blog­ger di Opera Chic sem­bra furiosa con Zimer­man, e ci va giù pesante; ci ricorda tra l’altro che è dif­fi­cile sapere quale sia il suo paese, visto che Zimer­man è resi­dente in Sviz­zera. Altret­tanto arrab­biati sem­brano essere anche molti dei let­tori del sito del Los Ange­les Times. Altri invece plau­dono e alcuni per­sino rin­gra­ziano (ma non sapremo mai di che paese sono). Sem­bra dav­vero che musica e poli­tica non rie­scano più a cam­mi­nare sepa­rati. È una ten­denza da osser­vare con curio­sità; senza dimen­ti­care però che un grande arti­sta rimane tale, e va amato anche quando ci spiazza o stu­pi­sce con la sua diversità.

Foto: © Kas­skara / Deu­tsche Grammophon

{ 0 comments }

Un Orfeo a Mumbai

2 febbraio 2009

slumdog3

La vita­lità di una forma arti­stica può essere giu­di­cata anche attra­verso la capa­cità di comu­ni­care che i suoi codici sim­bo­lici con­ser­vano nel tempo. Curio­sa­mente l’opera lirica, mille volte data per defunta e con­si­de­rata alla stre­gua di una forma di assi­sten­zia­li­smo arti­stico per­sino da qual­che mini­stro della cul­tura, con­ti­nua a rive­larsi capace di comu­ni­care con­cetti ed emo­zioni in una tale mol­te­pli­cità di con­te­sti da stu­pire anche il più appas­sio­nato dei suoi spettatori-ascoltatori.

In que­sti giorni è nei cinema ita­liani un bel­lis­simo film del regi­sta inglese Danny Boyle: The Mil­lio­naire (Slu­m­dog Mil­lio­naire nella ver­sione ori­gi­nale). È la sto­ria di Jamal Malik, un ragazzo degli slum di Mum­bai, e della sua lotta per sot­trarsi al destino di mise­ria al quale sem­bra con­dan­nato per nascita e con­di­zione; una lotta che è scan­dita dai tempi di due vicende paral­lele e intrec­ciate: la ricerca del riscatto eco­no­mico attra­verso la par­te­ci­pa­zione al quiz tele­vi­sivo Chi vuol esser milio­na­rio, e la dispe­rata lotta per ria­vere Malika, la donna che ama fin da bam­bino, fin dal giorno in cui ha perso la madre, uccisa dal fana­ti­smo reli­gioso. Gli sta a fianco, alter­na­ti­va­mente come spalla e anta­go­ni­sta, il fra­tello mag­giore Salim, un ragazzo più vio­lento e deter­mi­nato, cor­re­spon­sa­bile al tempo stesso del dolore e del suc­cesso di Jamal.

slumdog4

È un film molto ben costruito, che gioca con diversi codici sim­bo­lici e diversi ritmi: il mondo della tele­vi­sione con i suoi for­mat uni­ver­sali e il suo pathos, il cinema com­mer­ciale indiano con le sue con­ven­zioni, i suoi miti e i suoi ritmi, in una giran­dola di fili nar­ra­tivi intrec­ciati e salti tem­po­rali, di rimandi e allu­sioni che lo rende a volte per­sino ecces­si­va­mente “ripieno”. Ma c’è una scena che col­pi­sce la retina e rimane miste­rio­sa­mente regi­strata nella memo­ria, con tutti i signi­fi­cati e i sim­boli che porta con sé.

Jamal, Salim e Malika, i due moschet­tieri più uno (come si defi­ni­scono per gioco), si tro­vano a un certo punto del film a dover scap­pare da una banda di cri­mi­nali che sfrut­tano i bam­bini degli slum costrin­gen­doli a chie­dere l’elemosina per le strade di Mum­bai; i due fra­telli rie­scono a salire su un treno in corsa, ma Malika viene cat­tu­rata. Scesi avven­tu­ro­sa­mente dal treno in quella che si sco­prirà essere la città di Agra, davanti agli occhi di Jamal e Selim si dispiega improv­vi­sa­mente la visione del Taj Mahal; una bel­lezza assurda, si potrebbe dire “fuori scala”, vista la durezza delle scene pre­ce­denti. I due bam­bini comin­ciano a vivere di espe­dienti attorno alle attra­zioni del luogo, deru­bando i turi­sti o riven­dendo le scarpe lasciate dai visi­ta­tori all’ingresso del palazzo. In seguito a uno di que­sti furti, Jamal viene dura­mente pic­chiato, e men­tre si sta lavando le ferite nell’acqua di un fiume, sente una musica strana venire dai giar­dini del palazzo: noi lo sap­piamo, è il suono di un oboe accom­pa­gnato dagli archi; lui comin­cia comin­cia a seguirlo, e arriva in un luogo che dato il con­te­sto sem­bra quasi sur­reale: nei giar­dini si sta rap­pre­sen­tando uno spet­ta­colo d’opera all’aperto, fra le luci dei riflet­tori e le sce­no­gra­fie. Men­tre i suoi amici si arram­pi­cano sui tra­licci delle gra­di­nate per rubare le borse degli spet­ta­tori, lui si sof­ferma a guardare.

slumdog2

Quella che si vede è una grande scena infer­nale, coperta di fuoco e sol­cata da rivoli incan­de­scenti, con due per­sone al cen­tro, un uomo e una donna: lei sem­bra morta, lui la abbrac­cia. Ma ciò che col­pi­sce è quello che si sente: ter­mi­nato il pas­sag­gio dell’oboe, l’uomo comin­cia a can­tare, e le parole che intona sono di quelle che chi ama l’opera cono­sce molto bene: “Eury­dice, Eury­dice! Mor­tel silence! Vaine espé­rance! Quelle souf­france!”. È l’aria di Orfeo dal II atto dell’Orphée et Eury­dice di Gluck, la famosa “J’ai perdu mon Eury­dice”; l’oboe, anche se i titoli di coda non lo indi­cano, pro­viene da un’altra pagina mera­vi­gliosa, l’arioso “Quel nou­veau ciel”.

Ecco la melo­dia dell’oboe:

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

ed ecco l’aria; la parte che si sente nel film è da 2:16

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

Due tra i pas­saggi più pate­tici e pro­fondi dell’opera, incol­lati con molta astu­zia. L’inquadratura passa dal primo piano del viso pesto e incan­tato di Jamal a un fla­sh­back sul momento della sepa­ra­zione da Malika, il treno che corre, lei immo­bile che si fa sem­pre più lon­tana, e poi ancora lei, più grande, molto tempo dopo, che sor­ride alla sta­zione, in quel gioco di rimandi tem­po­rali incro­ciati che è una delle cose più belle di que­sto film.

slumdog41

Ecco che attra­verso pochi secondi di musica, Boyle for­ni­sce una chiave inter­pre­ta­tiva molto forte, e lo fa uti­liz­zando il codice sim­bo­lico del melo­dramma. Il desi­de­rio, il dolore e l’ostinazione di Orfeo, che per ria­vere Euri­dice attra­versa la palude infer­nale, sono quelli di Jamal; il suo canto, la sua prova di bra­vura, il gesto con cui com­muove il mondo è la par­te­ci­pa­zione a un quiz tele­vi­sivo. Ma l’aria di Orfeo non è solo di dolore: con­tiene il senso di colpa. Orfeo piange per­ché la sua curio­sità gli ha fatto per­dere di nuovo Euri­dice; doveva tenere gli occhi chiusi, non doveva guar­dare, doveva fidarsi. Jamal è fug­gito dai cri­mi­nali che lo sta­vano per acce­care; ha voluto sot­trarsi a un destino segnato per sem­pre, ha voluto cono­scere la vita, pas­sare attra­verso l’inferno del mondo per ricon­qui­stare dav­vero la libertà di Malika e la pro­pria. Il signi­fi­cato che poche note musi­cali sanno por­tare è cen­trale per la com­pren­sione del film, e curio­sa­mente viene uti­liz­zata un’opera del diciot­te­simo secolo; qual­cosa di appa­ren­te­mente lon­ta­nis­simo dall’ambientazione della vicenda. Ma volendo guar­dare, c’è anche di più.

Che il codice dell’opera barocca non sia in realtà poi così lon­tano da quello del cinema di Bol­ly­wood, è cosa che più di un regi­sta ci ha fatto sco­prire da tempo (vedi per esem­pio il famoso Giu­lio Cesare di David McVi­car). Ma anche senza abban­do­narsi all’accanimento inter­pre­ta­tivo, c’è un altro filo, chissà se del tutto casuale, che la pre­senza dell’aria di Gluck in quella scena porta con sé. Jamal fugge per evi­tare una muti­la­zione det­tata da esi­genze este­ti­che, pur se cri­mi­nali: il canto di un bam­bino cieco attira dieci volte di più ele­mo­sine, dice uno dei per­so­naggi. Gluck ha scritto quella melo­dia per Gae­tano Gua­da­gni, un castrato; la ver­sione del film, tut­ta­via, è quella pari­gina per tenore… Chissà se Boyle ci ha pen­sato. La distanza tra le cose spesso è una que­stione di punti di vista; a volte sem­bra incre­di­bile, ma l’opera sa ancora offrirne uno cen­trale e pri­vi­le­giato rispetto a buona parte del nostro immaginario.


Le imma­gini sono tutte foto­grammi del film. I due brani musi­cali sono tratti dall’edizione dell’Orphée et Eury­dice di C.W. Gluck uti­liz­zata anche da Boyle per la colonna sonora. Si tratta dell’esecuzione diretta da Hans Rosbaud, con Leo­pold Simo­neau, Suzanne Danco e l’Orchestre des Con­certs Lamou­reux (Phi­lips 1956). La ver­sione dell’opera è quella di Parigi del 1774, con Orfeo inter­pre­tato da un tenore (e Simo­neau nella parte è una vera lezione di stile e fra­seg­gio, anche se lon­tana anni luce dalle ver­sioni filo­lo­gi­che di oggi).

{ 0 comments }

Take Care of This House

20 gennaio 2009

white_house

“1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue” non è solo l’indirizzo della casa che da oggi avrà come nuovi inqui­lini Barak Obama e fami­glia: è anche il titolo della meno cono­sciuta e rap­pre­sen­tata fra le opere di Leo­nard Bern­stein. Non viene rap­pre­sen­tata per­ché non si può: la Bern­stein Foun­da­tion, che rac­co­glie l’eredità del grande Lenny, lo proi­bi­sce; e lo proi­bi­sce per­ché così volle Leo­nard, quando lo spet­ta­colo, un musi­cal, l’8 mag­gio del 1976 chiuse i bat­tenti dopo sol­tanto 7 recite, mas­sa­crato dalla cri­tica e deriso dal pub­blico. Durante le 13 “ante­prime”, con­scio del fatto che la debo­lezza fosse da adde­bi­tarsi soprat­tutto al libretto di Alan Jay Ler­ner, Bern­stein chiamò al capez­zale del suo spet­ta­colo tutti i migliori amici, Jerome Rob­bins com­preso, che furono con­cordi nel con­si­de­rarlo irre­cu­pe­ra­bile. Si potrebbe dire che 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue sia stata la più grande delu­sione della car­riera di Bern­stein; eppure fu anche l’opera per la quale, in asso­luto, scrisse più musica: più di Can­dide, più di A Quiet Place. Se si vuole cono­scere la sto­ria di que­sto sfor­tu­nato musi­cal, si può leg­gere il suc­cinto ma pre­ciso arti­colo di wikipedia.

Il libretto è un intrico di plot e sub­plot, il cui filo prin­ci­pale era defi­nito dal curioso sot­to­ti­tolo: “A musi­cal about the pro­blems of hou­se­kee­ping”, dove la “cura della casa” (hou­se­kee­ping), visto di quale casa si tratta, assume tutta una serie di signi­fi­cati poli­tici e sati­rici. In que­sto filo nar­ra­tivo prin­ci­pale sono rap­pre­sen­tati 12 pre­si­denti degli Stati Uniti, da George Washing­ton a Theo­dor Roo­se­velt (dun­que dalla fine del Set­te­cento ai primi del Nove­cento), ognuno con una pro­pria par­ti­co­lare scena. C’è dun­que il boz­zetto par­la­men­tare, con Washing­ton e i dele­gati del Con­gresso che discu­tono su quale dovesse essere la capi­tale degli Stati Uniti, poi John Adams e con­sorte, quindi Jef­fer­son che orga­nizza un lucul­liano pranzo uffi­ciale, Madi­son che fugge e gli inglesi che ten­tano di dare fuoco alla Casa Bianca (1812), James Mon­roe e la moglie che non rie­scono a pren­dere sonno e discu­tono di schia­vitù, e così via, fino all’augurio che Roo­se­velt porge al nuovo secolo. Dal punto di vista musi­cale, ogni situa­zione è un diverso pezzo di bra­vura: arie liri­che, duetti, ter­zetti, con­cer­tati, cori, pezzi da ballo con finta musica otto­cen­te­sca, una Min­strel parade jaz­zi­stica, blues e via dicendo; si prenda per esem­pio lo stre­pi­toso tour de force di un duetto per il soprano solo che si svolge durante il giu­ra­mento di Ruther­ford Hayes (1877), dove la stessa can­tante alterna velo­ce­mente le emo­zioni della moglie del pre­si­dente uscente Grant e di quella dell’eletto Hayes, la prima che impaz­zi­sce di rab­bia per il potere per­duto e di invi­dia per la seconda, che invece conta i secondi che la sepa­rano dal diven­tare final­mente First Lady. Nono­stante il fia­sco, si tratta di un Ber­stein in gran forma.

bernstein

Accanto a que­sto primo filo nar­ra­tivo, soprat­tutto nella prima parte, se ne intrec­cia un secondo che ritrae la vita dei due dome­stici neri della Casa Bianca, Lud e Seena, dalla gio­ventù alla vec­chiaia, e attra­verso la loro sto­ria (i due si inna­mo­rano, si spo­sano, si con­fron­tano con i diversi pre­si­denti) il pro­blema della schia­vitù e poi dei diritti dei neri. A tutto que­sto si aggiunge un terzo filo nar­ra­tivo, molto di moda all’epoca e oggi piut­to­sto demodè: le discus­sioni della com­pa­gnia di attori e can­tanti che sta pro­vando l’opera, e che ogni tanto si ferma per ana­liz­zare le que­stioni poli­ti­che e sociali col­le­gate. Insomma, una trama forse inu­til­mente intri­cata per un totale di più di quat­tro ore di spet­ta­colo. Troppo sia per il pub­blico sia per la critica.

Dopo la morte di Bern­stein, pur rima­nendo il veto alla rap­pre­sen­ta­zione (credo che un solo alle­sti­mento, nel 1992, superò que­sta cen­sura), dallo spet­ta­colo fu rica­vata una Can­tata di 80 minuti circa, che cuciva insieme i numeri musi­cali più belli, eli­mi­nando total­mente il sub­plot di “tea­tro nel tea­tro”: A White House Can­tata. Nel 1998 Kent Nagano la incise per la Deu­tsche Gram­mo­phon, con una com­pa­gnia di canto (Tho­mas Hamp­son, June Ander­son, Bar­bara Hen­dricks ecc.) che spo­stava deci­sa­mente in ambito lirico il sound e l’impostazione gene­rale dell’opera, man­te­nendo tut­ta­via l’orchestrazione ori­gi­nale del musi­cal. È solo da quell’incisione che oggi ci si può fare un’idea di quali perle con­te­nesse 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue, e di quanto var­rebbe la pena di risco­prirla. Alcuni numeri della par­ti­tura ori­gi­nale furono tra­pian­tati da Bern­stein in altri lavori, altri riu­sci­rono a soprav­vi­vere nono­stante il veto.

Fra que­sti ultimi, la bel­lis­sima aria di Abi­gail Adams, la moglie del secondo pre­si­dente, che rivol­gen­dosi al dome­stico ancora bam­bino gli rac­co­manda di pren­dersi cura della Casa anche quando loro non ci saranno più: “Care for this house | It’s the hope of us all”. Un song sofi­sti­cato, pieno di quel senso di feli­cità e faci­lità inven­tiva che è la gran­dezza di Bern­stein, ma che lo con­dan­nerà per sem­pre agli occhi della cri­tica più bacchettona.

Melo­dia, armo­nia, ritmo e reto­rica: dif­fi­cile pen­sare a qual­cosa di più ame­ri­cano di “Take Care of This House”: Fre­de­rica Von Stade, sotto la dire­zione di Bern­stein, la cantò nel con­certo dell’“Inauguration Day” di Jimmy Car­ter, 32 anni fa esatti esatti. Oggi il mar­ke­ting del sogno di Obama ha richie­sto ben altro con­certo, ma per il grande amore che tutti (spero) por­tiamo al grande Lenny, può essere di ottimo auspi­cio rin­no­vare oggi l’invito di Abi­gail, con tutto il cuore: take care of this house, Barak. Dato l’inquilino pre­ce­dente, ne ha molto bisogno.

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

“Take Care of This House”, June Ander­son (sop.), Vic­tor Acquah (v. bianca), da L. Bern­stein, A White House Can­tata, Lon­don Sym­phony Orche­stra, Lon­don Voi­ces, dir. Kent Nagano. Deu­tsche Gram­mo­phon 463 448–2.

Foto in alto: Bern­stein a metà degli anni ’70, © Ber­nice Perry.

{ 0 comments }

mano

Per un musi­ci­sta (e più in par­ti­co­lare per un pia­ni­sta) è un van­tag­gio essere man­cini? Si tratta di un tema vec­chis­simo, sul quale ogni inse­gnante ha la pro­pria teo­ria. Il man­cino, come ogni por­ta­tore di una qual­che diver­sità dalla mag­gio­ranza, ha sem­pre destato sospetti: in tutte le lin­gue che io cono­sca esi­stono voca­boli che met­tono in rela­zione ciò che è “sini­stro” con l’infido, il mali­gno (che non a caso zop­pica, e natu­ral­mente dal piede sini­stro). Ci sono inse­gnanti che con incre­di­bile per­se­ve­ranza e cru­deltà hanno costretto gli allievi man­cini a scri­vere con la destra; in campo musi­cale, esi­stono stru­menti a corda per man­cini (con le corde, e dun­que le rela­tive strut­ture di soste­gno, inver­tite), e ulti­ma­mente c’è anche chi costrui­sce pia­no­forti per man­cini, anche se la cosa può sem­brare total­mente folle.

Ma natu­ral­mente c’è anche l’altra ver­sione. E meno male. Il man­cino è por­ta­tore di una diver­sità che, come ogni diver­sità, può costi­tuire uno straor­di­na­rio van­tag­gio non solo per lui, ma per la società intera. D’altro canto non si tratta cer­ta­mente di una carat­te­ri­stica rara: si stima che il dieci per cento della popo­la­zione mon­diale sia man­cino. Ma tor­nando all’interrogativo ini­ziale, per un pia­ni­sta è un van­tag­gio oppure no? Un pic­colo aiuto può venirci da un curioso arti­colo di Pierre Ruhe pub­bli­cato dall’«Atlanta Journal-Constitution», il prin­ci­pale quo­ti­diano di Atlanta (rin­gra­zio Bart Col­lins per la segna­la­zione). Curioso per­ché non sem­bra essere stato susci­tato dalla com­parsa di un nuovo stu­dio o da una dichia­ra­zione di qual­che scien­ziato, ma pro­ba­bil­mente solo dal desi­de­rio di pre­sen­tare il diret­tore prin­ci­pale ospite della Atlanta Sym­phony Orche­stra, Donald Run­ni­cles, da un diverso punto di vista; ciò nono­stante l’articolo con­tiene molte infor­ma­zioni interessanti.

Come molti destri, la mia per­so­nale opi­nione, per esem­pio, si basava sul luogo comune che essendo la mano destra, tra­di­zio­nal­mente, quella dell’agilità, lo stu­dio del pia­no­forte potesse rive­larsi par­ti­co­lar­mente impe­gna­tivo per un man­cino; è pro­ba­bile che l’argomento com­porti (incon­scia­mente) un testo sot­to­trac­cia: la mano destra è quella dell’agilità per­ché la musica è stata com­po­sta da musi­ci­sti destri per inter­preti destri. La sor­presa sta invece nello sco­prire che non solo molti gran­dis­simi pia­ni­sti erano o sono man­cini (Vla­di­mir Horo­witz, Arthur Rubin­stein, Glenn Gould, Daniel Baren­boim, Radu Lupu, Leif Ove And­snes), ma anche mol­tis­simi grandi com­po­si­tori; la lista com­prende C.P.E. Bach, Bee­tho­ven, Schu­mann, Brahms, Rach­ma­ni­noff e Scria­bin. E allora, come la mettiamo?

Ma l’articolo si spinge oltre, e afferma che l’essere man­cino per un pia­ni­sta è un van­tag­gio, come spiega Rus­sel Young, diret­tore del dipar­ti­mento di opera e tea­tro musi­cale della Ken­ne­saw State University:

[Se sei man­cino] leggi la musica stam­pata sulla pagina dal basso verso l’alto. Una volta che hai com­preso la linea di basso, ne ricavi un’idea più solida della strut­tura armo­nica, dato che la mano destra il più delle volte è occu­pata dal libero anda­mento melodico.

Non poteva man­care l’opinione dello scien­ziato. Samuel Wang, docente di Neu­ro­scienze a Prin­ce­ton, e coau­tore di Il tuo cer­vello. Istru­zioni per l’uso e la manu­ten­zione (Mon­da­dori 2008) – il pazzo titolo dell’edizione ame­ri­cana era Wel­come to Your Brain: Why You Lose Your Car Keys But Never For­get How to Drive and Other Puzz­les of Eve­ry­day Life – ci spiega che la pre­va­lenza (addi­rit­tura!) dei man­cini tra i pia­ni­sti di mas­simo livello è un fatto scien­ti­fi­ca­mente pre­ve­di­bile, poi­ché suo­nare a quel livello “è estre­ma­mente impe­gna­tivo, e qual­siasi van­tag­gio, per quanto pic­colo, si mette subito in forte evi­denza”; e prosegue:

I pia­ni­sti devono coor­di­nare l’attività di entrambi gli emi­sferi del cer­vello, dal momento che cia­scuno di essi è respon­sa­bile per il movi­mento di una sepa­rata mano. [Nel campo del lin­guag­gio] un man­cino su sette coor­dina il lin­guag­gio attra­verso entrambi gli emi­sferi, men­tre tra i destri il rap­porto è di uno a venti. Que­sto com­porta il van­tag­gio di avere il dop­pio di “spa­zio dispo­ni­bile” cere­brale per gover­nare il lin­guag­gio, e può spie­gare la quan­tità di man­cini ver­bal­mente dotati – ven­gono in mente Clin­ton e Obama.

Lasciando da parte quest’ultima con­si­de­ra­zione (poco prima ci era stato spie­gato con fie­rezza che sei degli ultimi dodici pre­si­denti degli Stati Uniti erano man­cini), a seguire quest’articolo sem­bre­rebbe dun­que che la rispo­sta alla domanda di par­tenza sia affer­ma­tiva. Certo, mi pia­ce­rebbe sen­tire quanti mae­stri di pia­no­forte sono d’accordo, però l’argomento è inte­res­sante, per­ché al di là del van­tag­gio tec­nico, si allude a una diversa “sen­si­bi­lità” nei con­fronti del suono e della strut­tura della musica, cosa che si riflette nella scrit­tura e nell’interpretazione.

In ogni caso, l’articolo ci avverte che Run­ni­cles, quando dirige la Atlanta Sym­phony, rove­scia spe­cu­lar­mente la dispo­si­zione dell’orchestra: “per sen­tire i bassi nella mia mano domi­nante, in ana­lo­gia con quanto avviene al pianoforte”.

Foto in alto: Beach Hand, © di Wzr­dry

{ 0 comments }

ulivo4

Venerdì 2 gen­naio, a pagina 5 della «Repub­blica» è apparso un breve arti­colo in cui Daniel Baren­boim com­menta la dram­ma­tica situa­zione della stri­scia di Gaza; non l’ho tro­vato sul sito del gior­nale, e così lo rico­pio io stesso. È un inter­vento sem­plice e diretto, che affronta a viso aperto la tre­menda dif­fi­coltà del con­flitto (un “con­flitto umano” lo chiama, con quella che mi sem­bra una bel­lis­sima espres­sione), indi­cando senza abban­do­narsi al luogo comune paci­fi­sta l’esigenza ine­vi­ta­bile di una ria­per­tura del dia­logo. Baren­boim è un musi­ci­sta, non un poli­to­logo, ma scrive e agi­sce dimo­strando la con­vin­zione che nulla di ciò che accade ci possa essere estra­neo, ben sapendo che la posi­zione pri­vi­le­giata offer­ta­gli dallo straor­di­na­rio livello arti­stico del suo lavoro può anche essere uti­liz­zata per inter­ve­nire nelle grandi emer­genze del momento. Ecco il testo:

Per il nuovo anno ho tre desi­deri. Il primo è che il governo israe­liano si renda conto, una volta per tutte, che il con­flitto in Medio Oriente non può essere risolto con mezzi mili­tari. Il secondo, è che Hamas si renda conto che non è suo inte­resse ser­virsi della vio­lenza e che Israele è qui per rima­nere. Il terzo è che il mondo rico­no­sca che que­sto è un con­flitto diverso da tutti gli altri con­flitti della sto­ria. È un con­flitto com­plesso e deli­cato come nes­sun altro; è un con­flitto umano tra due popoli, entrambi pro­fon­da­mente con­vinti del loro diritto di vivere sul mede­simo pic­colo lembo di terra. Ecco per­ché né la diplo­ma­zia né l’azione mili­tare pos­sono risol­verlo. Gli svi­luppi degli ultimi giorni mi pre­oc­cu­pano ter­ri­bil­mente per molte ragioni, sia di natura poli­tica che umana. Seb­bene sia di per sé evi­dente che Israele ha il diritto di difen­dersi, l’implacabile e bru­tale bom­bar­da­mento di Gaza da parte dell’esercito israe­liano ha fatto nascere nella mia mente alcuni gravi inter­ro­ga­tivi. Il primo è se il governo israe­liano abbia il diritto di rite­nere tutti i pale­sti­nesi col­pe­voli delle azioni di Hamas. Si può con­si­de­rare l’intera popo­la­zione di Gaza respon­sa­bile dei pec­cati di un’organizzazione ter­ro­ri­stica? E poi, se l’uccisione di civili è ine­vi­ta­bile, qual è lo scopo di que­sti bom­bar­da­menti? Se l’obiettivo delle ope­ra­zioni è quello di distrug­gere Hamas, allora la domanda più impor­tante da porsi è se si tratta di un obiet­tivo rag­giun­gi­bile. Se non lo è, l’intero attacco è non sol­tanto cru­dele, bar­baro e ripro­ve­vole, ma anche insen­sato. Se invece fosse dav­vero pos­si­bile distrug­gere Hamas attra­verso le ope­ra­zioni mili­tari, quale rea­zione Israele pre­vede che potrà veri­fi­carsi a Gaza una volta con­se­guito tale obiet­tivo? Un milione e mezzo di cit­ta­dini di Gaza non si ingi­noc­chie­ranno improv­vi­sa­mente di fronte alla potenza dell’esercito israe­liano. La recente sto­ria di Israele mi porta a rite­nere che se Hamas venisse distrutta, quasi cer­ta­mente il suo posto ver­rebbe preso da un’altra orga­niz­za­zione, un’organizzazione ancora più estre­mi­sta, vio­lenta e carica di odio nei con­fronti di Israele di quanto non sia oggi Hamas. Israele non può per­met­tersi una scon­fitta mili­tare per paura di scom­pa­rire dalla carta geo­gra­fica; tut­ta­via la sto­ria ha dimo­strato che tutte le vit­to­rie mili­tari hanno sem­pre lasciato Israele in una posi­zione poli­tica più debole a causa dell’affiorare di nuovi gruppi estre­mi­sti. Non sot­to­va­luto la dif­fi­coltà delle deci­sioni che il governo deve pren­dere ogni giorno, né l’importanza della sicurezza. Ciò nono­stante, resto dell’idea che l’unico piano di sicu­rezza a lungo ter­mine vera­mente attua­bile sia quello di con­qui­stare l’accettazione di tutti i nostri vicini. Mi auguro che il 2009 segni il recu­pero della famosa intel­li­genza da sem­pre attri­buita agli ebrei. Mi auguro che coloro che deten­gono le chiavi del potere ritro­vino la sag­gezza di Re Salo­mone e la impie­ghino per capire che pale­sti­nesi ed israe­liani hanno gli stessi diritti umani. La vio­lenza pale­sti­nese tor­menta gli israe­liani e non serve alla causa della Pale­stina; le ritor­sioni dell’esercito israe­liano sono inu­mane, immo­rali e non garan­ti­scono la sicu­rezza di Israele. Come ho già detto, i destini dei due popoli sono ine­stri­ca­bil­mente intrec­ciati, e li obbli­gano a vivere l’uno accanto all’altro. Essi devono deci­dere se vogliono che ciò sia una bene­di­zione o una condanna.

Una posi­zione del genere, nella quale l’artista dimo­stra di essere uma­na­mente radi­cato nella sto­ria del pre­sente, con com­pe­tenze e con­vin­zioni serie e fon­date e il desi­de­rio di discu­terle pub­bli­ca­mente, è un’eccezione. Gli arti­sti, anche quelli di ottimo livello intel­let­tuale, gene­ral­mente sfug­gono a qual­siasi discus­sione che li possa costrin­gere a pren­dere una posi­zione, anche quando pas­sano per “impegnati”.

Pochi giorni prima mi era capi­tato di leg­gere l’inter­vi­sta di Giu­sep­pina Manin a Clau­dio Abbado, pub­bli­cata sul «Cor­riere della Sera» del 30 dicem­bre. Certo, il con­te­sto è molto diverso; certo, il tono è volu­ta­mente più leg­gero; certo, si tratta di un’intervista e non di un arti­colo. Ma non è la prima volta che un musi­ci­sta come Abbado, a cui la vita ha dato molte più pos­si­bi­lità di vedere, di incon­trare e di cono­scere che a gran parte di noi, esprime le sue opi­nioni sul pre­sente con que­sta distanza ari­sto­cra­tica. Per­so­nal­mente la dif­fe­renza mi ha fatto una certa impres­sione, ma ognuno fac­cia le sue valu­ta­zioni. È una que­stione di tono, di rap­porto con il mondo e con il pre­sente sto­rico. Una “que­stione umana” ver­rebbe da dire, para­fra­sando Barenboim.

{ 2 comments }