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Letteratura

Librerie di domani

12 marzo 2010

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Una diver­tente vignetta di Jeff Sta­hler.

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Il segreto di Emily

17 febbraio 2010

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Ma osser­viamo adesso più da vicino il dagher­ro­tipo di que­sta ragazza immo­bile. Per­ché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquie­tante”? E ancora: per­ché la sua mano sini­stra – a dif­fe­renza del resto del suo corpo impas­si­bile e impa­vido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rive­lando di sé al mondo.
Sì, per­ché que­sta imma­gine nasconde (o, al con­tra­rio, rivela come più non si potrebbe) una verità esplo­siva che nes­suno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così pale­se­mente e insur­re­zio­nal­mente sbat­tuta in fac­cia.
Pro­viamo a guar­darla dav­vero, per la prima volta senza para­oc­chi e senza dia­frammi, que­sta imma­gine. Che cosa – con la sua immo­bi­lità rotta appena dal tre­mito della mano sini­stra – ci sta rive­lando que­sta ragazza intenta a far arri­vare fino a noi il suo com­po­sto grido?

Un altro bel­lis­simo scritto di Anto­nio More­sco, con una tesi sen­sa­zio­nale su Emily Dic­kin­son. Non so quale fon­da­mento abbia, ma è vera­mente sug­ge­stiva – ed è scritta, manco a dirlo, splen­di­da­mente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leg­gere sul sito di Il primo amore.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Anto­nio More­sco è uno degli scrit­tori più inte­res­santi del pano­rama ita­liano degli ultimi decenni. La sua non è una scrit­tura per amanti delle belle let­tere, della frase flau­tata, della trama sua­dente. È let­te­ra­tura come schiaffo che risve­glia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evi­tiamo di guar­dare; non, o almeno non solo nel senso della denun­cia, ma della rimo­zione incon­scia. Quel tipo di let­te­ra­tura che non si legge per sognare ma che della visio­na­rietà fa un mezzo per risve­gliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.

Ovvio che non si tratti di una let­te­ra­tura dalla vita edi­to­riale facile, e per chi volesse far­sene un’idea il suo recente Let­tere a nes­suno, pub­bli­cato da Einaudi nel 2008, può essere una let­tura illu­mi­nante – a tratti esi­la­rante, più spesso dram­ma­tica e scon­for­tante. Ma il suo libro mag­giore, for­tis­simo e per certi versi scon­vol­gente, è Canti del caos (parte I, IIIII), pub­bli­cato da Mon­da­dori l’anno successivo.

È in que­sto qua­dro che vor­rei segna­lare un bel­lis­simo rac­conto – o forse più esat­ta­mente pièce tea­trale – inti­to­lato Duetto, com­preso nel volume Merda e luce (Effi­gie, 2007). Mette in scena un dia­logo imma­gi­na­rio tra Maria Cal­las e la tenia, il verme soli­ta­rio che, secondo una vec­chia leg­genda del mondo ope­ri­stico, il soprano avrebbe volon­ta­ria­mente inge­rito allo scopo di per­dere peso.

Cre­scendo nelle sue viscere attra­ver­sate dallo scon­vol­gente feno­meno del canto – che pro­prio dalle viscere nasce per dif­fon­dersi nella side­rale luce dello spet­ta­colo e dell’arte – la tenia len­ta­mente impara a can­tare, tanto da diven­tare un con­trap­punto interno alla voce della grande arti­sta che la ospita, e uno degli ele­menti che la ren­dono ini­mi­ta­bile e miste­riosa per tutto il suo pubblico.

Duetto è una let­tura che, lo ripeto, potrebbe anche distur­bare, ma che sicu­ra­mente parla di qual­cosa di molto pro­fondo e impor­tante per chiun­que ami la musica e più in gene­rale l’arte e la let­te­ra­tura. È una let­tura che porta alla mente la domanda fon­da­men­tale su dove nasce la voce di un arti­sta. E lo fa in un modo che solo un grande scrit­tore potrebbe escogitare.

Il rac­conto può essere sca­ri­cato in for­mato pdf dal sito della rivi­sta Il primo amore.

«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cre­sciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sba­raz­zarmi di quel far­dello per­ché rima­nesse solo la voce, la mia voce. Si sen­tisse e si vedesse solo quella men­tre spa­lan­cavo sui pal­co­sce­nici dei più impor­tanti tea­tri del mondo la mia grande cia­batta greca incen­diata dal ros­setto sotto gli occhi sfa­vil­lanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di vel­luto e d’oro, come altre crea­ture amma­liate e impie­trite di fronte al canto inven­tato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capi­sco, io lo so cosa prova il cor­pi­cino rico­perto di piume dell’usignolo che si espande attra­verso il canto! Cosa può pro­vare l’allodola in un campo di grano men­tre lan­cia il suo richiamo sessuale!»

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose sel­va­ti­che
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubria­chi di baci
Tuf­fate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove tro­vare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il rag­gio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stri­dono le bandiere.

Mit gel­ben Bir­nen hän­get
Und voll mit wil­den Rosen
Das Land in den See,
Ihr hol­den Sch­wäne,
Und trun­ken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins hei­li­gnü­ch­terne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Win­ter ist, die Blu­men, und wo
Den Son­nen­schein,
Und Schat­ten der Erde?
Die Mauern stehn
Spra­chlos und kalt, im Winde
Klir­ren die Fahnen.

Si può anche solo imma­gi­nare poe­sia più bella e pro­fonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Frie­drich Höl­der­lin? Credo di non esa­ge­rare se dico che si tratta di una delle più belle della let­te­ra­tura euro­pea. Quella prima strofa così sen­suale, con una divi­sione che è un inno alla com­ple­tezza: la super­fi­cie dell’acqua che separa il visi­bile dall’invisibile, e tutto che sem­bra volere tra­pas­sare, feli­ce­mente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori sel­va­tici – le rose –, i cigni che nuo­tando immer­gendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sen­suale abbrac­cio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di ele­menti infer­tili e impe­ne­tra­bili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desi­de­rio e volontà – le ban­de­ruole al vento. Com’è lon­tana la fidu­cia nel ciclico tor­nare delle sta­gioni che tanta parte della cul­tura occi­den­tale aveva nutrito, dalla natura di Lucre­zio ai mera­vi­gliosi mesi di Bene­detto Ante­lami nel bat­ti­stero del Duomo di Parma – e sul por­tale del Duomo di Fidenza e su quello di Cre­mona, e di chissà quante altre archi­tet­ture roma­ni­che – dai con­certi delle Sta­gioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piut­to­sto da chie­dersi e se Wilhelm Mül­ler, l’autore delle poe­sie che poi Schu­bert, con fol­go­rante intui­zione ha rac­colto nella Win­ter­reise, “Viag­gio d’inverno”, cono­scesse que­sta poe­sia. La rac­colta di Mül­ler era stata pub­bli­cata sulla rivi­sta “Ura­nia” nel 1823. L’immagine della ban­de­ruola segna­vento, ‘die Wet­ter­fähne’, così lace­ran­te­mente tra­sfi­gu­rata da Schu­bert, sem­bre­rebbe quasi una cita­zione let­te­rale. Si potrebbe per­sino dire che in que­sti 14 versi sia pre­fi­gu­rato in breve l’intero ciclo schu­ber­tiano. Con­ti­nua la lettura →

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steiner

George Stei­ner ci ha abi­tuati a una scrit­tura che si fa quasi vene­rare per il suo con­trollo sti­li­stico, la sua pas­sio­na­lità intel­let­tuale e lo sfog­gio di una tale ric­chezza di rimandi e asso­cia­zioni da diven­tare la quin­tes­senza stessa di ciò che nor­mal­mente defi­niamo “cul­tura”; ma ci ha anche abi­tuati a posare i suoi libri pieni di illu­mi­nanti idee e di insi­stenti dubbi. I suoi fuo­chi d’artificio sulla respon­sa­bi­lità del cri­tico in Lin­guag­gio e silen­zio, la sua visione del pro­cesso di tra­du­zione in Dopo Babele, le intui­zioni di Gram­ma­ti­che della crea­zione arric­chi­scono la vita intel­let­tuale e la sen­si­bi­lità del let­tore in maniera si potrebbe dire ‘irre­ver­si­bile’. Ma spesso hanno un fondo di incom­ple­tezza che si river­bera nell’animo del let­tore in un sup­ple­mento di discus­sione. È tutto straor­di­na­ria­mente argo­men­tato, ma indis­so­lu­bil­mente legato alla per­so­nale visione e intel­li­genza del suo creatore.

Que­sto vale in misura anche mag­giore per que­sto strano libretto. Strano in molti sensi: una tren­tina di pagine di Steiner, provenienti da una lezione al Nexus Insti­tute di Amster­dam, pre­ce­dute da una Intro­du­zione di Rob Rie­men, diret­tore dell’Istituto, e da uno scritto di Var­gas Llosa che con­trad­dice aper­ta­mente le idee di Steiner. Invitato a for­nire una sua defi­ni­zione di Europa, Stei­ner arti­cola la sua visione su cin­que ‘assiomi’, tutti for­te­mente let­te­rari e cul­tu­ral­mente sti­mo­lanti: i suoi caffè come sim­bolo di una civiltà del con­fronto e della dia­let­tica; un pae­sag­gio su scala umana, sem­pre per­cor­ri­bile a piedi e, anzi, stra­ti­fi­ca­tosi nei secoli pro­prio in base a un’idea di mobi­lità dei corpi e delle idee su scala antro­po­mor­fica; la pre­senza per­va­siva della memo­ria e dell’autocoscienza, testi­mo­niata dai nomi di strade, quar­tieri e piazze ispi­rati ai grandi per­so­naggi della storia; la duplice discen­denza da Atene e Geru­sa­lemme (si tenga pre­sente che per Stei­ner il cri­stia­ne­simo è una ‘nota a piè di pagina’ della reli­gione ebraica); e infine una spe­cie di nera con­sa­pe­vo­lezza di appar­te­nere a un ‘capi­tolo con­clu­sivo’, al lungo tra­monto di una civiltà. Cin­que con­cetti che hanno defi­nito l’Europa, ma che ne pos­sono aal tempo stesso decre­tare l’impossibilità di com­pe­tere con civiltà più gio­vani e agguerrite.

E il futuro? Per esso Stei­ner si limita ad alcune, sem­plici pro­po­ste, arti­co­late in quella che defi­ni­sce «una moda­lità dilet­tan­te­sca e prov­vi­so­ria». La forza d’Europa nascerà dal repe­ri­mento di un deli­cato e inno­va­tivo equi­li­brio tra la diver­sità e l’unità, tra le mille lin­gue (tutte por­ta­trici di una pecu­liare cul­tura) e l’esigenza di comu­ni­care. «Il genio dell’Europa è quello che Wil­liam Blake avrebbe defi­nito “la san­tità dei minimi particolari”», dice in una delle sue frasi fulminanti. Poi però il discorso si fa via via più con­fuso, e forse per­sino gene­rico. L’Europa riu­scirà a assu­mere di nuovo un ruolo guida nel mondo se saprà fare i conti con il pro­prio pas­sato di odio e di vio­lenze (ed ecco emer­gere lo quella straor­di­na­ria cupezza di fondo che col­pi­sce i let­tori più attenti di Stei­ner); se saprà fare i conti con l’odio raz­ziale e reli­gioso che l’intolleranza del cri­stia­ne­simo ha soste­nuto e fomen­tato; se saprà rista­bi­lire la dignità e la cen­tra­lità laica dell’homo sapiens, e allon­ta­nare le ten­ta­zioni del con­su­mi­smo e del mer­cato. L’Europa dovrà saper richia­mare i nostri cer­velli in fuga per tra­sfor­marsi in un grande labo­ra­to­rio umano e intel­let­tuale. Ancora una volta una teo­ria appas­sio­nante quanto biso­gnosa di discus­sione e approfondimento.

Var­gas Llosa, in quat­tro pagine di Into­du­zione, esprime il suo totale disac­cordo dalla visione cupa che Stei­ner mani­fe­sta sullo stato della nostra civiltà cul­tu­rale, ma al tempo stesso si fa quasi beffe della strana uto­pia che da essa deriva: mai Mal­larmé e Joyce hanno avuto tanti let­tori, mai la cul­tura ha cono­sciuto una dif­fu­sione tanto tra­sver­sale e demo­cra­tica quanto ai nostri giorni. Inu­tile illudersi, tuttavia: «quella cul­tura che George Stei­ner ama e cono­sce meglio di chiun­que altro sarà sem­pre minoritaria”.

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