Libri

Pie­tro Citati qual­che giorno fa ha scritto che Gian­franco Con­tini non capì mai né Gadda né Proust. Suc­cede che, nella pic­cola repub­blica delle let­tere ita­liane, ci sia ancora chi ha voglia di pren­dersi que­ste sod­di­sfa­zioni postume; e oggi final­mente si può fare, per­ché dav­vero, oggi final­mente tutto si può fare.

La cor­nice di que­sta affer­ma­zione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripub­bli­ca­zione delle opere di Carlo Emi­lio Gadda nella Biblio­teca Adel­phi, dopo anni di ono­rato ser­vi­zio da Einaudi e, soprat­tutto, da Gar­zanti. La set­ti­mana scorsa è infine uscito il primo volume, i mera­vi­gliosi Accop­pia­menti giu­di­ziosi, in un’edizione lus­suosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abi­tuato Adel­phi. Non che all’edizione Gar­zanti man­casse nulla: il lusso tut­ta­via ha il suo fascino, e d’altro canto la vec­chia edi­zione, spar­tana e fra­gile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edi­zione del testo, curata da Paola Ita­lia e Gior­gio Pinotti, sia impor­tante e inno­va­tiva, sarà neces­sa­rio ascol­tare il parere degli agguer­riti filo­logi gaddiani.

Nel frat­tempo sul Cor­riere della Sera è uscito un arti­colo di Pie­tro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, sag­getti, arti­coli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbon­danza che si per­mette l’approssimazione!), si dichiara oggi inca­pace di aggiun­gere una sola riga su uno scrit­tore «cono­sciu­tis­simo e ama­tis­simo». Ma non potendo, nono­stante il dolo­ro­sis­simo blocco, aste­nersi da scri­vere qual­cosa sul volume pub­bli­cato da Adel­phi (che in fondo è anche un suo edi­tore), ci regala un’inedita perla di per­fi­dia edi­to­riale. Ine­dita secondo lui, almeno.

Citati rac­conta di quando, nel 1963, a Gian­franco Con­tini fu chie­sto di scri­vere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cogni­zione del dolore, il grande capo­la­voro di Gadda. Con­tini, legato a Gadda da una pro­fonda ami­ci­zia che risa­liva agli anni Trenta, scrive un bril­lante e denso sag­gio alla sua maniera, che comin­cia con­fron­tando due gesti di par­ri­ci­dio sim­bo­lico: quello di Made­moi­selle Vin­teuil nella Ricerca del tempo per­duto di Proust e quello di Gon­zalo Piro­bu­tirro, il pro­ta­go­ni­sta della Cogni­zione nel cui per­so­nag­gio si rico­no­scono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musi­ci­sta Vin­teuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Nar­ra­tore assi­ste alla scena dalla fine­stra, e que­sta pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispie­garsi del suo gran­dioso romanzo, e in par­ti­co­lare nella sco­perta dell’omosessualità. In Gadda, Gon­zalo stacca dalla parete il ritratto foto­gra­fico del padre, lo sbatte per terra e lo cal­pe­sta ripe­tu­ta­mente e con rab­bia. Con­tini parte da que­sta ana­lo­gia per illu­mi­nare la com­plessa trama psi­co­lo­gica della Cogni­zione, e nel farlo com­mette, da filo­logo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrit­tore) di por­tare alla luce alcune chiavi nasco­ste del romanzo.

Gadda se ne dispera, e comin­cia una lunga trat­ta­tiva con­dotta anche attra­verso la media­zione di un altro cri­tico e filo­logo, Gian Carlo Roscioni, cura­tore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Con­tini accetta di mesco­lare un po’ le carte e oscu­rare i rife­ri­menti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo ini­mi­ta­bile stile (il ‘con­ti­nese’, come una volta lo defi­ni­vano): «Defe­rii ai para­noici desi­derî, ricorsi a peri­frasi non meno grame, pla­cai quella tere­brante ango­scia, cosa che sola impor­tava. Gadda me ne rin­gra­ziò lun­ga­mente (9 aprile 1963, ore 14), tor­nando a par­lare di “ragioni fami­liari” e di “pru­denza municipale”».

Citati rac­conta que­sta sto­ria da par suo, cre­den­dola cono­sciuta solo «dal mio amico Gian­carlo Roscioni, e da pochis­simi altri». Rife­ri­sce quindi in que­sto modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Con­tini, Gadda diventò furi­bondo di dolore, dispe­ra­zione, ver­go­gna, ango­scia. In realtà, Con­tini non aveva com­preso né La cogni­zione del dolore né la Recher­che: il gesto di Gon­zalo non aveva nes­suna com­po­nente ero­tica o lesbica o pro­fa­na­to­ria; e non rac­chiu­deva nem­meno il segno del pec­cato ori­gi­nale e la colpa dello sguardo. Gadda pro­te­stò vio­len­te­mente con l’ edi­tore e con Con­tini, il quale ridusse il suo para­gone a un accenno quasi incom­pren­si­bile, o com­pren­si­bile a venti cono­sci­tori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase imme­di­ca­bile. Imma­gi­nava che, dopo le pagine di Con­tini, tutti, per­sino i fat­to­rini del tram e le por­tiere, vedes­sero in lui un mostro: un lesbico, che aveva spu­tato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto rac­conta la Cogni­zione».

In realtà l’episodio è noto a qual­cuno in più dei pochis­simi che crede Citati, per­ché lo stesso Gian­franco Con­tini ne scrisse, e pro­prio sul «Cor­riere della Sera», il 3 gen­naio 1988, e lo face ben più dif­fu­sa­mente di Citati, ripor­tando fram­menti della cor­ri­spon­denza con Gadda e con­clu­dendo il suo reso­conto con un lapi­da­rio e signi­fi­ca­tivo: «Tale il pedag­gio pagato da uno scrit­tore atta­na­gliato dalla dop­pia branca della sin­ce­rità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cogni­zione del dolore e ad altri saggi gad­diani, nel volume signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato Quarant’anni di ami­ci­zia. Scritti su Carlo Emi­lio Gadda (1934−1988), pub­bli­cato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dun­que non si tratta di vicende man­te­nute in quel ‘pet­te­golo riserbo’ di cui Citati sem­bra volerle amman­tare. D’altronde lo stesso Citati aveva già rac­con­tato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recen­sione, que­sta volta sulla «Repub­blica», dell’edizione Gar­zanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, per­ché forse è bene ricor­darlo, Gadda e Con­tini furono gran­dis­simi amici, e non smi­sero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.

Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere por­tati a pen­sare il con­tra­rio, come si potrebbe essere por­tati a pen­sare che Citati non apprezzi Con­tini. La realtà è per for­tuna ben diversa: come lo stesso Citati rac­con­terà in un’intervista tele­vi­siva, Gian­franco Con­tini fu infatti il mae­stro più amato in gio­ventù, incon­trato in Sviz­zera dopo averlo a lungo ‘imma­gi­nato’ negli anni tori­nesi e alla Nor­male di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repub­blica, Citati dice cose inte­res­santi, per­fide e tal­volta visto­sa­mente ini­que sullo stile e sulla vita di Con­tini, come sem­pre per metà tra­ve­sten­dole da opi­nioni altrui (in que­sto caso di Gadda).

Forse, allora, tutto tor­ne­rebbe più chiaro se ai due par­ri­cidi sim­bo­lici dell’incriminata pre­fa­zione, con tutto quello che com­por­tano in ter­mini di con­flit­tua­lità e pul­sioni represse, se ne aggiun­gesse un terzo: quello del filo­logo e cri­tico Pie­tro Citati nei con­fronti del filo­logo e cri­tico Gian­franco Contini.

{ 0 comments }

Da alcune set­ti­mane, l’esclusivo par­terre dei cri­tici musi­cali ita­liani si è arric­chito di un nuovo arrivo. Lo spa­zio è quello della pagina dedi­cata alla musica dall’inserto dome­ni­cale del “Sole 24ore”, che già ospita gli sto­rici arti­coli di un colto e monu­men­tale rea­zio­na­rio come Qui­rino Prin­cipe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fier­ra­bras aveva già espresso qual­che riserva alcuni anni fa). La firma fa pen­sare alle scor­re­rie dei pirati o, in alter­na­tiva, ai calen­dari da cucina e agli oro­scopi: Bar­ba­nera, niente di meno.

Que­sta firma che si sup­pone cor­sara è com­parsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piut­to­sto sgan­ghe­rata stron­ca­tura di un dop­pio cd con­te­nente gli Studi bril­lanti op. 740 di Czerny e gli Studi tra­scen­den­tali di Liszt ese­guiti da Fred Olden­burg: il com­mento era da anto­lo­gia della “non cri­tica” ita­liana: “Il con­fronto con Liszt è per­dente in par­tenza sotto tutti i punti di vista e poi nes­sun allievo potrebbe aspi­rare di arri­vare [sic!] a un livello ese­cu­tivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un auto­mo­bile a pedali a un pilota di for­mula uno”. Come se si trat­tasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.

La dome­nica suc­ces­siva però Bar­ba­nera torna all’arrembaggio, e anche que­sta volta lo fa sce­gliendo un tema non esat­ta­mente di ‘avan­guar­dia’. L’articolo è un pavido rim­brotto al fan­ta­sma di Her­bert von Kara­jan, in occa­sione del river­sa­mento in cd dei Con­certi Bran­de­bur­ghesi da lui incisi con i Ber­li­ner 47 anni fa (!); se il sog­getto è già quasi archeo­lo­gia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muf­fosa, e rag­giunge il suo apice di apnea intel­let­tuale quando, in rife­ri­mento alla grande cor­rente di risco­perta della ‘musica antica’, scrive: “Dove­roso pre­ci­sare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affi­na­mento, si è arri­vati a un ottimo com­pro­messo che con­sente di apprez­zare della musica pia­ce­vole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica pia­ce­vole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quo­ti­diana, si potreb­bero leg­gere parole come que­ste, se non in un gior­nale locale della pro­vin­cia più pro­fonda, che magari affida una rubrica di musica al par­roco che un po’ di musica l’ha masti­cata in semi­na­rio, o al pro­fes­sore di pia­no­forte del locale conservatorio?

Terza pun­tata, il 17 luglio, e terzo bri­vido: una spe­cie di stron­ca­tura di un’incisione di tre con­certi per pia­no­forte di Mozart ese­guiti al for­te­piano da Ronald Brau­ti­gam, con la Köl­ner Aka­de­mie. Qui le argo­men­ta­zioni non sono più solo muf­fose, sono decre­pite e squin­ter­nate. Con­ti­nua la lettura →

{ 2 comments }

C’era da scom­met­terlo. Ogni volta che c’è uno scon­tro con la Poli­zia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qual­cosa che parla quel lin­guag­gio rivo­lu­zio­na­rio che la sini­stra ha deciso di abban­do­nare – a costo di tra­sfor­marsi in un ossi­moro vivente – qual­che cre­tino tira fuori Paso­lini. Sfo­gli il gior­nale, sai che si parla di scon­tri tra i nefa­sti ‘black bloc’ e la Poli­zia, e cominci a pen­sare: spe­riamo di no, spe­riamo che non ci sia il solito mise­ra­bile del PD che dice “io sto con Paso­lini” – forse rite­nendo che Paso­lini, espulso dal Pci e per­se­gui­tato per il suo radi­ca­li­smo, sarebbe stato con lui! E natu­ral­mente suc­cede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” que­sta volta si chiama Dario Gine­fra, e dice “Cari ragazzi, rileg­gete le pagine cor­sare che Paso­lini dedicò ai gio­vani del Pci”; e subito Mat­teo Renzi, uno che non si fa man­care mai nulla, nel suo pane­gi­rico dei poveri poli­ziotti pagati 1200 euro cita PPP, per­ché così le sue misere parole sem­brano subito di sini­stra; e natu­ral­mente nel suo fine ragio­na­mento acco­muna tutti, estre­mi­sti a anti­tav, con una lun­gi­mi­ranza degna di Maroni. (Pur­troppo una foto di Renzi accom­pa­gna la dichia­ra­zione; una foto che lo fa rien­trare di diritto nella cate­go­ria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cra­vatta rac­conta più di un’autobiografia: seta luci­dis­sima bor­deaux, enorme, anno­data come i but­ta­fuori delle disco­te­che e i mafiosi di Cop­pola. Rac­conta le aspi­ra­zioni, le fru­stra­zioni e soprat­tutto la cul­tura este­tica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cra­vatta e prende in mano con aria effi­ciente la cor­netta del tele­fono, della poe­sia di Paso­lini se ne impipa allegramente.)

Io pro­prio non lo so che cosa Paso­lini pen­se­rebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chie­dere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poe­sia dedi­cata agli scon­tri di Valle Giu­lia, per­ché leg­gere la pro­te­sta della Val di Susa come una mani­fe­sta­zione di lotta di classe, come sem­bra fare Gine­fra, è vera­mente ridi­colo e pre­te­stuoso; penso invece alle pagine, e soprat­tutto al pro­getto, di Petro­lio, al rap­porto tra indi­vi­duo e potere che descrive, all’intreccio fra inte­resse eco­no­mico e dege­ne­ra­zione dell’etica pub­blica che dise­gna. Per­ché non mi sem­bra che dall’altra parte, rispetto alla poli­zia di Stato, ci siano i figli di papà che inneg­giano alla rivo­lu­zione comu­ni­sta. Dall’altra parte, die­tro alla cor­tina di fumo che l’idiozia degli estre­mi­sti sol­leva, c’è forse un movi­mento anti­mo­derno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indi­fen­di­bile per defi­ni­zione, se non tal­volta sotto le ban­diere tri­sti e vol­gari del leghi­smo. Qual­cosa che, se stenta a tro­vare un sim­bolo cre­di­bile sotto il quale lot­tare, dovrebbe comun­que essere ascol­tato con pro­fonda atten­zione e rispetto da chi dichiara valori pro­gres­si­sti, al di là di ogni sem­pli­fi­ca­zione e col­pe­vole omis­sione gior­na­li­stica; da chi, soprat­tutto, non finga di dimen­ti­care quali siano gli inte­ressi in gioco.

Del resto, credo che i poli­ziotti sap­piano meglio di me che non devono aspet­tarsi da Renzi e Gine­fra una lotta per l’aumento del loro sti­pen­dio. Quello che mi chiedo è che cosa dob­biamo aspet­tarci noi cit­ta­dini da una sini­stra come que­sta, e che cosa pos­siamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Com­menti si pos­sono leg­gere le repli­che dell’On. Gine­fra (PD, Com­mis­sione Tra­sporti) al post di Fierr­bras, e le suc­ces­sive risposte.

{ 5 comments }

Are You Happy?

23 giugno 2011

Un altra bel­lis­sima tavola di Tom Gauld. Dedi­cata agli intel­let­tuali?


{ 0 comments }

Caris­simo Dot­tore,
Gra­zie per la pla­quette! Il fatto che Mozart amasse e col­ti­vasse “gli scam­pa­nii da suino” mi era già noto, non so per­ché. Le spie­ga­zioni che ne date non tol­le­rano alcune obie­zione. Ana­liz­zando nume­rosi musi­ci­sti ho notato un inte­resse par­ti­co­lare, risa­lente alla loro infan­zia, per i rumori pro­dotti dagli inte­stini. Se lo si debba con­si­de­rare come un caso par­ti­co­lare del più gene­rale inte­resse nei con­fronti del mondo dei suoni, o invece si debba accet­tare che nel talento musi­cale (a noi sco­no­sciuto) ci sia una forte com­po­nente anale, è un dub­bio che lascio irri­solto.
Un cor­dia­lis­simo saluto
Suo, Freud

La biz­zarra osser­va­zione secondo cui i musi­ci­sti sono par­ti­co­la­mente inte­res­sati ai “rumori pro­dotti dagli inte­stini”, Freud la sostiene in una let­tera indi­riz­zata a Ste­fan Zweig il 25 giu­gno 1931 dalla cit­ta­dina di Pötz­lein­sdorf, vicino a Vienna, dove si tro­vava in vil­leg­gia­tura. Che Freud non fosse affatto inte­res­sato alla musica è cosa ben nota; biso­gna tut­ta­via dire che la let­tera è par­ti­co­lar­mente stram­pa­lata, e forse non a caso non è stata inclusa nella tra­du­zione ita­liana del suo epistolario.

La cita invece, ampu­tan­dola stra­te­gi­ca­mente, Michel Onfray nel suo for­mi­da­bile Cre­pu­scolo di un idolo, il libro che dedica alla siste­ma­tica e vio­len­tis­sima distru­zione della cre­di­bi­lità di Freud, da poco tra­dotto in ita­liano. Vale la pena di citare per intero il para­grafo, che tira in ballo anche Mahler:

Freud non si abban­dona a visioni del mondo quando pro­pone la sua ipo­tesi, scien­ti­fica evi­den­te­mente, sull’origine della musica, e, pro­se­guendo nel regi­stro sca­to­filo che ne sa più su sé stesso che non sul mondo, scrive a Ste­fan Zweig: «Ana­liz­zando parec­chi musi­ci­sti, ho notato un inte­resse par­ti­co­lare, risa­lente alla loro infan­zia, per i rumori pro­dotti dagli inte­stini […]. Una forte com­po­nente anale in que­sta pas­sione per l’universo sonoro» (25 giu­gno 1931). Gustav Mahler, ana­liz­zato dal mae­stro in per­sona per quat­tro ore (!) durante una pas­seg­giata per le strade di Leyda, in Olanda, avrà sicu­ra­mente con­tri­buito all’elaborazione di que­sto mate­riale scientifico.

Si noti l’ironia sulla ‘scien­ti­fi­cità’ delle teo­rie freu­diane, la per­fi­dia del “ne sa più di se stesso che non sul mondo” (insomma, per Onfray era Freud lo sca­to­filo), la tra­sfor­ma­zione del dub­bio dell’originale in una cer­tezza, e la stoc­cata sulla famosa ‘seduta di ana­lisi’ che Mahler avrebbe avuto con Freud (appa­ren­te­mente poco più di una pas­seg­giata). È lo stile del libro, appas­sio­nante ma senza esclu­sione di colpi, tal­volta anche oltre i limiti della correttezza.

Ma che sto­ria c’era die­tro la buffa ‘osser­va­zione cli­nica’ dei musi­ci­sti peto­mani di Freud? Con­ti­nua la lettura →

{ 0 comments }

Da un diver­tente arti­colo di Tony Per­rot­tet, sul New York Times, dedi­cato alle tec­ni­che di auto­pro­mo­zione dei grandi scrit­tori, da Ero­doto a Hemingway:

Gli autori ame­ri­cani cer­ca­rono di tenere il passo. È noto che Walt Whit­man si scri­vesse da solo recen­sioni ano­nime che oggi non sfi­gu­re­reb­bero su Ama­zon: “Un bardo ame­ri­cano, final­mente!”, scrisse con entu­sia­smo nel 1855, “Grande, orgo­glioso, affet­tuoso, di abi­tu­dini libere e virili nel man­giare, nel bere e nel ripro­dursi, il volto bar­buto e bru­ciato dal sole.” Ma nes­suno riu­scì a egua­gliare la crea­ti­vità degli euro­pei. Forse la tro­vata più stu­pe­fa­cente nel mondo delle pub­bli­che rela­zioni – quella che dovrebbe ispi­rare un timore reve­ren­ziale tra gli autori di oggi – fu esco­gi­tata a Parigi nel 1927 da Geor­ges Sime­non, l’autore di ori­gine belga dei romanzi dell’ispettore Mai­gret. Per 100.000 fran­chi, il sel­vag­gia­mente pro­li­fico Sime­non accettò di scri­vere un romanzo intero in 72 ore, restando chiuso in una gab­bia di vetro col­lo­cata fuori dal Mou­lin Rouge. Il pub­blico sarebbe stato invi­tato a sce­gliere i per­so­naggi del romanzo, il sog­getto e il titolo, men­tre Sime­non mar­tel­lava le pagine su una mac­china da scri­vere. La pub­bli­cità in un gior­nale annun­ciò che il risul­tato sarebbe stato “un romanzo da record: record di velo­cità, record di resi­stenza e, osiamo aggiun­gere, record di talento”. Fu un grande colpo di mar­ke­ting. Come Pierre Assou­line scrive in Sime­non: bio­gra­phie, i gior­na­li­sti a Parigi “non par­la­vano d’altro”. Con­ti­nua la lettura →

{ 1 comment }

Un gruppo di scrit­tori, poeti, cri­tici, alcuni rap­per, molti stu­denti: non esat­ta­mente il ritratto di una peri­co­losa cel­lula ter­ro­ri­stica. Eppure nel ten­done in cui dove­vano riu­nirsi per festeg­giare la con­clu­sione del Pale­stine Festi­val of Lite­ra­ture (Pal­Fest), la ras­se­gna dedi­cata alla scrit­tura che da quat­tro anni si svolge, tra incre­di­bili dif­fi­coltà, in ter­ri­to­rio pale­sti­nese, sono stati lan­ciati dei lacri­mo­geni dall’esercito occu­pante. Da quelle parti le cose vanno così, e nes­suno sem­bra stu­pirsi più di tanto.

Sob­borgo di Sil­wan, a sud di Geru­sa­lemme, quar­tiere a larga mag­gio­ranza pale­sti­nese su cui negli ultimi anni si sono con­cen­trati nuovi piani di espan­sione delle colo­nie israe­liane e un pro­getto per l’ampliamento di un parco archeo­lo­gico con­te­stato dai resi­denti; luogo di forti ten­sioni e fre­quenti scon­tri; luogo di vio­la­zione dei diritti umani secondo gli osser­va­tori stra­nieri, che denun­ciano il rei­te­rato arre­sto di bam­bini da parte della poli­zia e dell’esercito occu­pante. Per gua­da­gnare un po’ di soste­gno da parte della stampa inter­na­zio­nale con­tro i pre­oc­cu­panti pro­getti dei coloni, è stato issato un ten­done, luogo di ritrovo e di scam­bio di infor­ma­zioni. È pro­prio qui che, con un certo corag­gio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festi­val che per cin­que giorni ha riu­nito, come ogni anno, migliaia di per­sone intorno alle forze della let­te­ra­tura pale­sti­nese e ad alcuni illu­stri e meno illu­stri ospiti stranieri.

Nato nel 2008, il Pal­Fest ha avuto tra i suoi fon­da­tori e soste­ni­tori nomi impor­tanti della let­te­ra­tura di tutto il mondo, come lo scrit­tore nige­riano Chi­nua Achebe, John Ber­ger, Harold Pin­ter (scom­parso nel 2008), il pre­mio Nobel Sea­mus Hea­ney, il poeta ‘nazio­nale’ pale­sti­nese Mah­moud Dar­wish, e molti altri. Gli orga­niz­za­tori lo defi­ni­scono ‘festi­val iti­ne­rante’, cosa che natu­ral­mente, in un paese in cui la dif­fi­coltà di spo­sta­mento è uno dei segni più tan­gi­bili dell’occupazione, assume un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare: quest’anno ha por­tato nei diversi luo­ghi delle mani­fe­sta­zioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramal­lah, Hebron e Geru­sa­lemme) scrit­tori e scrit­trici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Wal­ker (l’autrice di Il colore viola), il paki­stano Moham­med Hanif (Il caso dei man­ghi esplo­sivi, Bom­piani 2009) e molti altri, e li ha fatti incon­trare con gli scrit­tori locali e con il pub­blico, in una serie di work­shop, let­ture, dibattiti.

L’appuntamento con­clu­sivo era per le 19.30 sotto il ten­done di Sil­wan, ma gli scon­tri sono comin­ciati alcune ore prima, l’aria era irre­spi­ra­bile per i lacri­mo­geni e molti ospiti erano stati trat­te­nuti ai posti di blocco, così tutto sem­brava essere andato in fumo. E invece hanno aspet­tato che il fumo si disper­desse, che gli scon­tri ces­sas­sero, e quando ormai era quasi notte sotto quel ten­done ci si sono dav­vero seduti, e hanno letto le loro bene­dette poe­sie, e hanno fatto i loro bene­detti discorsi, e hanno suo­nato le loro bene­dette can­zoni. Ne parla un arti­colo dell’Economist, lo si può leg­gere anche in alcuni blog e siti come i corag­giosi Rete Eco – Ebrei con­tro l’occupazioneInvi­si­ble Arabs della gior­na­li­sta Paola Caridi. Se ne può sen­tire l’atmosfera, tutta par­ti­co­lare, nel video postato dagli orga­niz­za­tori del Festi­val su Youtube.

Sono i momenti in cui la let­te­ra­tura e le arti si ripren­dono il loro valore di ponte sospeso fra le per­sone e i luo­ghi, fra per­so­nale e col­let­tivo, allon­ta­nan­dosi da quella frui­zione un po’ solip­si­stica e con­su­mi­stica che sem­pre più stanno assu­mendo nelle nostre vite. Pia­ce­rebbe pen­sare che que­ste ini­zia­tive siano ben viste se non addi­rit­tura soste­nute dagli occu­panti israe­liani, poi­ché ogni occa­sione di incon­tro e cre­scita cul­tu­rale rap­pre­senta anche un freno al dif­fon­dersi del can­cro estre­mi­sta e inte­gra­li­sta. Ancora una volta non è così, e viene da chie­dersi se non ci sia un metodo in que­sta siste­ma­tica volontà di osta­co­lare la cre­scita sociale della popo­la­zione pale­sti­nese, in que­sta obli­te­ra­zione delle pro­prie radici cul­tu­rali, del pro­prio tes­suto sociale e del pro­prio pae­sag­gio a cui la si vuole spie­ta­ta­mente costringere.

È la sto­ria che rac­conta nei suoi libri uno dei fon­da­tori e soste­ni­tori del Festi­val, Raja She­ha­deh, scrit­tore e avvo­cato nato a Ramal­lah. Il disgre­garsi di una società in stretto rap­porto con il ter­ri­to­rio, l’umiliazione di una bor­ghe­sia istruita, fatta di pro­fes­sio­ni­sti, com­mer­cianti e pos­si­denti ter­rieri, costretta a emi­grare o a vivere in un con­te­sto sem­pre più con­tras­se­gnato dalla vio­lenza e dalla coer­ci­zione, e ad assi­stere infine all’affermazione dell’integralismo, la peg­giore delle medi­cine, quella che uccide il paziente insieme ai sin­tomi del suo male.

Uno dei suoi libri, in par­ti­co­lare, rac­conta la sto­ria degli ultimi decenni in Pale­stina da un punto di vista unico e pre­gnante, quello del pae­sag­gio e della sua tra­sfor­ma­zione. Ripren­dendo un’antica tra­di­zione pale­sti­nese, quella della sarha, il vaga­bon­dag­gio disin­tos­si­cante che l’uomo si con­cede una volta all’anno, She­ha­deh ama le lun­ghe cam­mi­nate, e ne Il pal­lido dio delle col­line (EDT 2010) rac­conta 7 di que­sti viaggi a piedi fra le col­line e i wadi della Cisgior­da­nia, distri­buite nell’arco degli ultimi ven­ti­cin­que anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era pic­colo, poi lo spo­sta­mento coatto verso Ramal­lah, luogo fino ad allora desti­nato alla vil­leg­gia­tura, la sco­perta delle col­line, con i loro ulivi, i ter­raz­za­menti, il fre­sco dei rifugi per il bestiame. E poi len­ta­mente il disgre­garsi del tes­suto sociale, l’abbandono delle terre, la com­parsa degli inse­dia­menti sem­pre più inva­denti, l’occupazione e la fram­men­ta­zione del ter­ri­to­rio, gli espro­pri. Tutto però scan­dito dal passo di chi cam­mina e osserva, e cam­mi­nando e osser­vando in qual­che modo riflette e sor­passa. Un libro che mi ha aiu­tato molto a capire come stanno le cose al di là delle noti­zie di cro­naca e dei libri di sto­ria. E soprat­tutto un libro gui­dato da quella stessa dispe­rata fidu­cia nella parola e nel pen­siero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfi­dare la sorte e il ran­core dei pro­pri nemici per andare ad ascol­tare poe­sie sotto un ten­done che sapeva ancora di gas lacrimogeno.

La foto di Raja She­ha­deh è di Chris Boland, ed è stata scat­tata a Cam­bridge nel marzo scorso; la per­sona die­tro di lui è lo scrit­tore inglese Robert Macfarlane.

{ 0 comments }

Io sono una forza del Pas­sato.
Solo nella tra­di­zione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai bor­ghi
dimen­ti­cati sugli Appen­nini o le Pre­alpi,
dove sono vis­suti i fra­telli.
Giro per la Tusco­lana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i cre­pu­scoli, le mat­tine
su Roma, sulla Cio­cia­ria, sul mondo,
come i primi atti della Dopo­sto­ria,
cui io assi­sto, per pri­vi­le­gio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qual­che età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cer­care fra­telli che non sono più.

Un fram­mento, bel­lis­simo e dolo­roso, di una poe­sia di Paso­lini datata 10 giu­gno 1962 e inse­rita poi in Poe­sia in forma di rosa. Fa parte delle liri­che scritte durante la lavo­ra­zione di Mamma Roma, e Paso­lini la fa reci­tare al regi­sta della Pas­sione di Stracci nella Ricotta. Qui si può vedere il pas­sag­gio del film: la voce a Orson Wel­les la pre­sta il poeta Gior­gio Bas­sani. Sulla moder­nità, sul pas­sato, e sulla con­di­zione dell’Italia di oggi, anche se la moder­nità sem­bra già, anch’essa, passata.

{ 1 comment }

Il pre­si­dente di Adel­phi, Roberto Calasso, ha stretto pochi giorni fa un accordo con l’erede di Gadda, Arnaldo Libe­rati, nipote (figlio del fra­tello) di Giu­sep­pina, la gover­nante che lo scrit­tore indicò come pro­pria erede uni­ver­sale: a par­tire da quest’anno, a mano a mano che i con­tratti per i libri pub­bli­cati da Gar­zanti sca­dranno, le opere di Gadda usci­ranno in una nuova ver­sione presso Adel­phi. Si comin­cia nien­te­meno che con Accop­pia­menti giu­di­ziosi, e già l’anno pros­simo uscirà una nuova ver­sione dell’Adal­gisa. Segui­ranno a breve il Pastic­ciac­cioLa cogni­zione del dolore. Alla Gar­zanti reste­ranno i diritti, fino ad 2032, delle opere com­plete in 5 volumi a cura di Dante Isella. All’arti­colo del Cor­riere della Sera in cui Calasso dava la noti­zia, ha rispo­sto un comu­ni­cato di Oli­viero Ponte di Pino, diret­tore edi­to­riale della Gar­zanti, in cui si riba­di­sce che Gadda resterà nelle loro edi­zioni; nel comu­ni­cato, ripreso anche dal Gior­nale, non è chia­rito come, ma dalla suc­ces­siva rispo­sta di Mat­teo Codi­gnola, dell’Adelphi, si capi­sce che a meno di bat­ta­glie legali Gadda sarà in futuro dispo­ni­bile con­tem­po­ra­nea­mente nei volumi sepa­rati Adel­phi e negli opera omnia di Garzanti.

Il tra­sloco

Il pas­sag­gio di un autore da un edi­tore all’altro non è certo una novità, e in fondo non è nep­pure un fatto par­ti­co­lar­mente rile­vante, anche se l’autore in que­stione è un gigante come Carlo Emi­lio Gadda; tanto meno è rile­vante o nuovo se a deci­dere il ‘tra­sloco’ non è l’autore stesso ma un erede. Si sa, i grandi edi­tori pen­sano che tutto il mondo giri intorno ai loro cata­lo­ghi, e spesso riten­gono di stare tirando le fila della cul­tura nazio­nale. Chi segue le cose della let­te­ra­tura sa che nor­mal­mente è un’esagerazione, e che sem­pre più lo sarà nei pros­simi anni di rivo­lu­zione digi­tale. Comun­que sia, Adel­phi negli ultimi anni ha messo a segno molti di que­sti ‘colpi di scena’ edi­to­riali, il più cla­mo­roso dei quali rimane forse l’acquisizione delle opere di Bor­ges. Con­ti­nua la lettura →

{ 1 comment }

Librerie di domani

12 marzo 2010

Post image for Librerie di domani

Una diver­tente vignetta di Jeff Sta­hler.

{ 1 comment }