Libri

Librerie di domani

12 marzo 2010

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Una diver­tente vignetta di Jeff Sta­hler.

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Il segreto di Emily

17 febbraio 2010

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Ma osser­viamo adesso più da vicino il dagher­ro­tipo di que­sta ragazza immo­bile. Per­ché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquie­tante”? E ancora: per­ché la sua mano sini­stra – a dif­fe­renza del resto del suo corpo impas­si­bile e impa­vido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rive­lando di sé al mondo.
Sì, per­ché que­sta imma­gine nasconde (o, al con­tra­rio, rivela come più non si potrebbe) una verità esplo­siva che nes­suno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così pale­se­mente e insur­re­zio­nal­mente sbat­tuta in fac­cia.
Pro­viamo a guar­darla dav­vero, per la prima volta senza para­oc­chi e senza dia­frammi, que­sta imma­gine. Che cosa – con la sua immo­bi­lità rotta appena dal tre­mito della mano sini­stra – ci sta rive­lando que­sta ragazza intenta a far arri­vare fino a noi il suo com­po­sto grido?

Un altro bel­lis­simo scritto di Anto­nio More­sco, con una tesi sen­sa­zio­nale su Emily Dic­kin­son. Non so quale fon­da­mento abbia, ma è vera­mente sug­ge­stiva – ed è scritta, manco a dirlo, splen­di­da­mente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leg­gere sul sito di Il primo amore.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Anto­nio More­sco è uno degli scrit­tori più inte­res­santi del pano­rama ita­liano degli ultimi decenni. La sua non è una scrit­tura per amanti delle belle let­tere, della frase flau­tata, della trama sua­dente. È let­te­ra­tura come schiaffo che risve­glia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evi­tiamo di guar­dare; non, o almeno non solo nel senso della denun­cia, ma della rimo­zione incon­scia. Quel tipo di let­te­ra­tura che non si legge per sognare ma che della visio­na­rietà fa un mezzo per risve­gliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.

Ovvio che non si tratti di una let­te­ra­tura dalla vita edi­to­riale facile, e per chi volesse far­sene un’idea il suo recente Let­tere a nes­suno, pub­bli­cato da Einaudi nel 2008, può essere una let­tura illu­mi­nante – a tratti esi­la­rante, più spesso dram­ma­tica e scon­for­tante. Ma il suo libro mag­giore, for­tis­simo e per certi versi scon­vol­gente, è Canti del caos (parte I, IIIII), pub­bli­cato da Mon­da­dori l’anno successivo.

È in que­sto qua­dro che vor­rei segna­lare un bel­lis­simo rac­conto – o forse più esat­ta­mente pièce tea­trale – inti­to­lato Duetto, com­preso nel volume Merda e luce (Effi­gie, 2007). Mette in scena un dia­logo imma­gi­na­rio tra Maria Cal­las e la tenia, il verme soli­ta­rio che, secondo una vec­chia leg­genda del mondo ope­ri­stico, il soprano avrebbe volon­ta­ria­mente inge­rito allo scopo di per­dere peso.

Cre­scendo nelle sue viscere attra­ver­sate dallo scon­vol­gente feno­meno del canto – che pro­prio dalle viscere nasce per dif­fon­dersi nella side­rale luce dello spet­ta­colo e dell’arte – la tenia len­ta­mente impara a can­tare, tanto da diven­tare un con­trap­punto interno alla voce della grande arti­sta che la ospita, e uno degli ele­menti che la ren­dono ini­mi­ta­bile e miste­riosa per tutto il suo pubblico.

Duetto è una let­tura che, lo ripeto, potrebbe anche distur­bare, ma che sicu­ra­mente parla di qual­cosa di molto pro­fondo e impor­tante per chiun­que ami la musica e più in gene­rale l’arte e la let­te­ra­tura. È una let­tura che porta alla mente la domanda fon­da­men­tale su dove nasce la voce di un arti­sta. E lo fa in un modo che solo un grande scrit­tore potrebbe escogitare.

Il rac­conto può essere sca­ri­cato in for­mato pdf dal sito della rivi­sta Il primo amore.

«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cre­sciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sba­raz­zarmi di quel far­dello per­ché rima­nesse solo la voce, la mia voce. Si sen­tisse e si vedesse solo quella men­tre spa­lan­cavo sui pal­co­sce­nici dei più impor­tanti tea­tri del mondo la mia grande cia­batta greca incen­diata dal ros­setto sotto gli occhi sfa­vil­lanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di vel­luto e d’oro, come altre crea­ture amma­liate e impie­trite di fronte al canto inven­tato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capi­sco, io lo so cosa prova il cor­pi­cino rico­perto di piume dell’usignolo che si espande attra­verso il canto! Cosa può pro­vare l’allodola in un campo di grano men­tre lan­cia il suo richiamo sessuale!»

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Gen­tili Signori,

Leggo e rileggo con grande stu­pore la pagina dedi­cata a Piero Busca­roli su Tut­to­li­bri. L’immagine che vi si dà sia dello scrit­tore e cri­tico musi­cale, sia soprat­tutto dell’uomo pub­blico – anche attra­verso domande solo appa­ren­te­mente pro­vo­ca­to­rie – è quan­to­meno fuor­viante. La sua affer­ma­zione di aver pas­sato la vita “dalla parte dei vinti” è inol­tre incon­grua con il sem­plice dato di fatto, oggi spesso occul­tato, che quelli che nell’articolo sono defi­niti vinti da molti anni sono tor­nati vin­ci­tori. E non par­liamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.

Nell’articolo si omette, sicu­ra­mente per caso, di ricor­dare che Piero Busca­roli fu can­di­dato alle ele­zioni euro­pee del 1994 per Alleanza Nazio­nale, par­tito non da ieri al governo. Che ha diretto una col­lana di libri per Mon­da­dori, e che dallo stesso edi­tore sono pub­bli­cati alcuni dei suoi saggi – non esat­ta­mente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inol­tre, su que­sti saggi, in un inserto dedi­cato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chie­dere troppo. Tra­la­sciamo anche sull’assurda rico­stru­zione del famoso schiaffo a Tosca­nini, che addi­rit­tura sarebbe da attri­buire a un “ragio­niere” antifascista.

È invece l’immagine com­ples­siva di colto e mal­mo­stoso Céline, un “per­dente” con­tro­cor­rente e corag­gioso, che dall’intervista potrebbe deri­vare ad essere sem­pli­ce­mente assurda. Busca­roli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul san­gue, ci ha aiu­tato a rico­struire una coscienza civile euro­pea accet­ta­bile “per non inqui­nare” le sue idee e la sua lin­gua; che è stato deluso non solo dal fasci­smo – sem­bre­rebbe per non avere com­bat­tuto la guerra al fianco dei nazi­sti con suf­fi­ciente con­vin­zione – ma anche da Hitler per non avere avuto il corag­gio di inva­dere l’Inghilterra. E le sue idee “non inqui­nate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inqui­nata soste­nere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esi­bito sber­leffo a milioni di vit­time inno­centi? È nor­male che si lasci pas­sare tutto que­sto? Può pen­sare un gior­nale come La Stampa che si tratti delle idee eccen­tri­che di un dandy di destra?

Di certo l’intervistatore poteva aspet­tar­selo, visto che il Busca­roli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricor­de­ranno la rispo­sta che diede a Maria Latella, quin­dici anni fa, sul Cor­riere della Sera, par­lando di parole belle e parole brutte: “Scon­si­glie­rei inol­tre il ter­mine gay. La destra dovrebbe chia­marli cor­ret­ta­mente froci o chec­che. Andreb­bero spe­diti in campo di con­cen­tra­mento”. Quanta sen­si­bi­lità este­tica, quale purezza in que­sti pensieri.

Busca­roli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è nep­pure Praz, nono­stante lo sdi­lin­qui­mento cre­pu­sco­lare per le “due sedie Bie­der­meier, accanto al pia­no­forte Erard del 1856” che salta fuori nella tri­stis­sima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Lon­ga­nesi. Assi­sto ogni set­ti­mana alla par­si­mo­nia con cui libri impor­tanti ven­gono trat­tati fra le colonne di Tut­to­li­bri, fra i pochis­simi inserti let­te­rari rima­sti sulla stampa ita­liana. One­sta­mente non mi aspet­tavo tanta gene­ro­sità nei con­fronti di que­ste ver­go­gnose elucubrazioni.

Cor­dial­mente,

Ser­gio Bestente

Qui è pos­si­bile sca­ri­care l’intervista di Bruno Qua­ranta a Piero Busca­roli, pub­bli­cata sull’inserto let­te­ra­rio della Stampa ‘Tut­to­li­bri’ il 6 feb­braio 2010.

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Troppo poco tempo…

8 novembre 2009

© Tom Gauld (per The Guardian)

Solo per dire che non ho abban­do­nato Fier­ra­bras; è uni­ca­mente una que­stione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qual­cosa di splendido.

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni pro­ba­bil­mente si era già accorto che qual­cosa stava suc­ce­dendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più impor­tanti ini­zia­tive per­so­nali offerte dalla rete nel campo della cri­tica musi­cale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rap­pre­sen­tato una fonte sem­pre inte­res­san­tis­sima di infor­ma­zioni, rifles­sioni e recen­sioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parec­chie ‘digres­sioni’ in altri ter­ri­tori musi­cali e cul­tu­rali). Nel frat­tempo il suo libro pren­deva forma e così, accanto alle bel­lis­sime ‘clas­si­fi­che’ dei dischi più rile­vanti, accanto ai tanti appro­fon­di­menti, alle sem­pre un po’ malin­co­ni­che foto di pae­sag­gio, com­pa­ri­vano di volta in volta bel­lis­simi stralci storico-musicologici dedi­cati a Strauss, a Mahler o a Nun­car­row. Poi, men­tre l’uscita del libro si avvi­ci­nava, i post hanno comin­ciato a rare­farsi. Era evi­dente che il cosid­detto ‘day­time work’, il lavoro che ci aiuta a cam­pare, stava sof­fo­cando quello sul blog; per periodi di intere set­ti­mane sono com­parse solo le recen­sioni e gli arti­coli che Ross scri­veva per il “New Yor­ker”, ogni tanto lasciava addi­rit­tura la mano a un amico e col­lega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peg­gio­ra­rono addi­rit­tura: il suc­cesso ha por­tato con sé le pre­sen­ta­zioni, le tra­du­zioni, le revi­sioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sa­gire che Ross avrebbe mol­lato la rete, l’amica che l’aveva aiu­tato a cre­scere in que­sti anni.

La sor­presa è arri­vata con un post del 14 otto­bre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si ince­ne­ri­sce per rina­scere: ecco dun­que Unquiet Thoughts, Pen­sieri inquieti – è il titolo del bel­lis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pub­bli­cato da John Dow­land (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dow­land decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, espri­mere le pas­sioni del desi­de­rio che tra­mu­tano gli occhi in dilu­vio e i pen­sieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segna­lare il nuovo e senz’altro inte­res­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospi­tati dal sito del “New Yor­ker”, cioè di uno dei migliori perio­dici let­te­rari ame­ri­cani. Una colonna della cul­tura ame­ri­cana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne con­se­gue. Il sito del “New Yor­ker” riflette le dif­fi­coltà e le spe­ranze di tutti i siti dei perio­dici car­ta­cei di alto livello: non rac­col­gono pub­bli­cità (o ne rac­col­gono poca), rap­pre­sen­tano un costo spesso pode­roso, ma sem­pli­ce­mente non pos­sono non esi­stere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più ari­sto­cra­tico tra i grandi perio­dici let­te­rari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbo­navi (per posta) e loro oltre a man­darti il gior­nale imbu­stato nel nylon ti davano l’accesso a una cosid­detta ‘ver­sione elet­tro­nica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sor­bito nel grande cal­de­rone del sito del “Times” (nella rubrica ‘enter­tain­ment’!), arric­chito e demo­cra­tiz­zato nell’offerta gra­tuita (Mur­doch per­met­tendo), ma sem­pre con un forte rife­ri­mento alla carta stam­pata. Con­ti­nua la lettura →

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Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pet­te­go­lezzo. Con­ti­nua la lettura →

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose sel­va­ti­che
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubria­chi di baci
Tuf­fate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove tro­vare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il rag­gio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stri­dono le bandiere.

Mit gel­ben Bir­nen hän­get
Und voll mit wil­den Rosen
Das Land in den See,
Ihr hol­den Sch­wäne,
Und trun­ken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins hei­li­gnü­ch­terne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Win­ter ist, die Blu­men, und wo
Den Son­nen­schein,
Und Schat­ten der Erde?
Die Mauern stehn
Spra­chlos und kalt, im Winde
Klir­ren die Fahnen.

Si può anche solo imma­gi­nare poe­sia più bella e pro­fonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Frie­drich Höl­der­lin? Credo di non esa­ge­rare se dico che si tratta di una delle più belle della let­te­ra­tura euro­pea. Quella prima strofa così sen­suale, con una divi­sione che è un inno alla com­ple­tezza: la super­fi­cie dell’acqua che separa il visi­bile dall’invisibile, e tutto che sem­bra volere tra­pas­sare, feli­ce­mente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori sel­va­tici – le rose –, i cigni che nuo­tando immer­gendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sen­suale abbrac­cio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di ele­menti infer­tili e impe­ne­tra­bili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desi­de­rio e volontà – le ban­de­ruole al vento. Com’è lon­tana la fidu­cia nel ciclico tor­nare delle sta­gioni che tanta parte della cul­tura occi­den­tale aveva nutrito, dalla natura di Lucre­zio ai mera­vi­gliosi mesi di Bene­detto Ante­lami nel bat­ti­stero del Duomo di Parma – e sul por­tale del Duomo di Fidenza e su quello di Cre­mona, e di chissà quante altre archi­tet­ture roma­ni­che – dai con­certi delle Sta­gioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piut­to­sto da chie­dersi e se Wilhelm Mül­ler, l’autore delle poe­sie che poi Schu­bert, con fol­go­rante intui­zione ha rac­colto nella Win­ter­reise, “Viag­gio d’inverno”, cono­scesse que­sta poe­sia. La rac­colta di Mül­ler era stata pub­bli­cata sulla rivi­sta “Ura­nia” nel 1823. L’immagine della ban­de­ruola segna­vento, ‘die Wet­ter­fähne’, così lace­ran­te­mente tra­sfi­gu­rata da Schu­bert, sem­bre­rebbe quasi una cita­zione let­te­rale. Si potrebbe per­sino dire che in que­sti 14 versi sia pre­fi­gu­rato in breve l’intero ciclo schu­ber­tiano. Con­ti­nua la lettura →

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È da poco arri­vato in libre­ria l’ultimo sag­gio di Marc Fuma­roli, Cha­teau­briand. Poe­sia e ter­rore. Pode­roso (circa 800 pagine), scritto con l’intelligenza, la chia­rezza e l’estrema eru­di­zione che sono con­suete a que­sto col­tis­simo stu­dioso; la veste tipo­gra­fica è poi quella, inec­ce­pi­bile e attraente, della col­lana ‘Il ramo d’oro’ della Adel­phi. L’ho preso, l’ho sfo­gliato, ne ho letto un paio di pagine e poi l’ho ripo­sto sullo scaf­fale del libraio. So che non riu­sci­rei mai non dico a finirlo, ma nep­pure a supe­rare il cen­ti­naio di pagine; nei libri di Fuma­roli si entra come un grande museo, in ogni pagina c’è qual­cosa da impa­rare, ma si fatica molto a capire dove ci stanno por­tando, e ogni tanto si sente il biso­gno di cer­care una fine­stra per capire dove ci si trova. Non è solo che non con­di­vido per nulla le tesi di fondo di pres­so­ché ogni suo libro, ben espo­ste in que­sto post di Luigi Castaldi; la verità è che dif­fi­cil­mente arrivo a cogliere l’ideologia anti­mo­derna, per­ché è lo stile a tra­dirla prima di ogni ragio­na­mento, e non rie­sco a entrare in sin­to­nia con una scrit­tura che sem­bra fatta uni­ca­mente per sé stessa.

Scrivo que­sto non solo per il libro, ma per­ché alcuni giorni dopo avere visto il libro, mi sono imbat­tuto in una recen­sione pub­bli­cata da Libé­ra­tion alla nuova fatica let­te­ra­ria dell’instancabile Fuma­roli, uscita nel frat­tempo in Fran­cia. Fir­mato da Phi­lippe Lançon e inti­to­lato spi­ri­to­sa­mente Il man­gia­tore d’ozio (con un gioco di parole sul ‘man­gia­tore d’oppio’ di de Quin­cey), si tratta di un pezzo feroce e tal­volta ecces­si­va­mente sar­ca­stico, scritto tut­ta­via con quel corag­gio e quella spre­giu­di­cata serietà che sem­pre si vor­rebbe tro­vare in una recen­sione. Vi si dicono cose che non val­gono solo per Fuma­roli – che Lançon defi­ni­sce “il più intel­li­gente dei vec­chi trom­boni”, ma che si potreb­bero facil­mente tra­sfe­rire a una buona parte della nostra ‘cul­tura eru­dita’. Ne tra­duco qui il pas­sag­gio più interessante:

Se finora abbiamo seguito volen­tieri Fuma­roli nella sua fumi­ste­ria eru­dita è prima di tutto per­ché lui è il più intel­li­gente dei vec­chi trom­boni. O, per dirla secondo le con­ve­nienze, degli ‘anti­mo­derni’. Que­sta cate­go­ria piena di distin­zione, divisa tra il dan­dy­smo e la malin­co­nia aggres­siva, è stata ana­liz­zata da Antoine Com­pa­gnon (Gal­li­mard). È una cate­go­ria vivi­fi­cante, poi­ché stri­glia per bene l’idiozia moderna; edu­ca­tiva, poi­ché pre­cisa la pre­senza dei morti; ma sovente ste­rile, per­ché il suo sguardo è fal­sato da troppa cat­tiva fede ed ebbrezza nostal­gica. In breve, l’‘antimoderno’ passa il suo tempo a denun­ciare ciò che lo cir­conda men­tre con­tem­pla degli anti­chi affre­schi in un’antica caverna. Quando un mar­tello pneu­ma­tico fa un buco, è come nella cele­bre scena del film Roma, di Fel­lini: buona o cat­tiva che sia, l’aria entra nella caverna e can­cella tutto – e i com­menti prima di tutto.

Oltre al rife­ri­mento a una scena indi­men­ti­ca­bile del cinema di Fel­lini, l’articolo ha por­tato con sé il ricordo inde­le­bile di un altro arti­colo sulla que­stione ‘moderni e anti­mo­derni’, ben più impor­tante. Era il 1989, e Giu­lio Bol­lati aveva appena preso le redini della casa edi­trice Borin­ghieri (ribat­tez­zata Bol­lati Borin­ghieri); nel giro di pochi anni avrebbe costruito un pro­getto edi­to­riale di grande forza, tanto da lasciare una trac­cia dura­tura anche dopo la sua scom­parsa. Ma natu­ral­mente il 1989 è stato anche l’anno della cosid­detta ‘caduta del muro di Ber­lino’, e dell’inizio di un attacco fron­tale alla cul­tura pro­gres­si­sta di cui i mise­ra­bili gover­nanti attuali non sono che gli ultimi epi­goni: in que­sto simili ai sol­dati che pas­sano sul campo di bat­ta­glia per finire i feriti e, se pos­si­bile, deru­barli. Era l’inizio di un’equazione, con­dotta in esi­bita cat­tiva fede, tra pro­gres­si­smo e sta­li­ni­smo, fra Lumi’ e Ter­rore’. Pie­tro Citati, in un arti­colo su Repub­blica dedi­cato alla Nor­male di Pisa, si fece por­ta­voce di que­sta prima ondata di ven­dette con­tro la cul­tura ‘ege­mone’ della sini­stra; Giu­lio Bol­lati gli rispose, sem­pre sulla Repub­blica, con que­sta ‘let­tera aperta’ vera­mente memorabile.

Citati è un altro scrit­tore di cui forse non finirò mai un libro, pur aven­done amato e stu­diato tanti scritti, pur ammi­ran­done pro­fon­da­mente il con­trollo sti­li­stico, pur rico­no­scen­do­gli la sta­tura del mae­stro. Ma la let­tura di que­sto pezzo di Bol­lati (non l’ho tro­vato in inter­net, e dun­que lo tra­scrivo qui), a oltre vent’anni di distanza dall’uscita, fa capire molte cose sulla cul­tura ita­liana di ieri e di oggi, oltre a essere una cri­tica for­tis­sima e intel­li­gente ai tanti eru­diti che si pon­gono sotto le pro­tet­tive ma a loro volta indi­fese ali dei clas­sici, rifiu­tando il rap­porto vivo e dia­let­tico con la moder­nità. E per tor­nare ai temi più con­sueti a Fier­ra­bras, non è che nel campo musi­cale que­sti per­so­naggi siano una rarità; anzi, direi che la chiu­sura, l’elitarismo, il distacco dal pre­sente esi­bito nel lin­guag­gio oltre che nella scelta degli argo­menti siano la norma e il modello per­fino tra i cri­tici e i musi­co­logi più giovani.

Il ritratto di Fra­nçois René de Cha­teau­briand che medita sulle rovine di Roma è quello famo­sis­simo dipinto nel 1808-09 da Anne-Louis Giro­det; l’originale è in una col­le­zione pri­vata, ma un’ottima copia d’epoca (a lungo rite­nuta ori­gi­nale) è con­ser­vata al Musée d’histoire de Saint-Malo.

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