Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Blog di letteratura, musica e altre idee.
Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:
Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.
L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.
La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)
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Da alcune settimane, l’esclusivo parterre dei critici musicali italiani si è arricchito di un nuovo arrivo. Lo spazio è quello della pagina dedicata alla musica dall’inserto domenicale del “Sole 24ore”, che già ospita gli storici articoli di un colto e monumentale reazionario come Quirino Principe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fierrabras aveva già espresso qualche riserva alcuni anni fa). La firma fa pensare alle scorrerie dei pirati o, in alternativa, ai calendari da cucina e agli oroscopi: Barbanera, niente di meno.
Questa firma che si suppone corsara è comparsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piuttosto sgangherata stroncatura di un doppio cd contenente gli Studi brillanti op. 740 di Czerny e gli Studi trascendentali di Liszt eseguiti da Fred Oldenburg: il commento era da antologia della “non critica” italiana: “Il confronto con Liszt è perdente in partenza sotto tutti i punti di vista e poi nessun allievo potrebbe aspirare di arrivare [sic!] a un livello esecutivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un automobile a pedali a un pilota di formula uno”. Come se si trattasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.
La domenica successiva però Barbanera torna all’arrembaggio, e anche questa volta lo fa scegliendo un tema non esattamente di ‘avanguardia’. L’articolo è un pavido rimbrotto al fantasma di Herbert von Karajan, in occasione del riversamento in cd dei Concerti Brandeburghesi da lui incisi con i Berliner 47 anni fa (!); se il soggetto è già quasi archeologia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muffosa, e raggiunge il suo apice di apnea intellettuale quando, in riferimento alla grande corrente di riscoperta della ‘musica antica’, scrive: “Doveroso precisare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affinamento, si è arrivati a un ottimo compromesso che consente di apprezzare della musica piacevole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica piacevole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quotidiana, si potrebbero leggere parole come queste, se non in un giornale locale della provincia più profonda, che magari affida una rubrica di musica al parroco che un po’ di musica l’ha masticata in seminario, o al professore di pianoforte del locale conservatorio?
Terza puntata, il 17 luglio, e terzo brivido: una specie di stroncatura di un’incisione di tre concerti per pianoforte di Mozart eseguiti al fortepiano da Ronald Brautigam, con la Kölner Akademie. Qui le argomentazioni non sono più solo muffose, sono decrepite e squinternate. Continua la lettura →
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Carissimo Dottore,
Grazie per la plaquette! Il fatto che Mozart amasse e coltivasse “gli scampanii da suino” mi era già noto, non so perché. Le spiegazioni che ne date non tollerano alcune obiezione. Analizzando numerosi musicisti ho notato un interesse particolare, risalente alla loro infanzia, per i rumori prodotti dagli intestini. Se lo si debba considerare come un caso particolare del più generale interesse nei confronti del mondo dei suoni, o invece si debba accettare che nel talento musicale (a noi sconosciuto) ci sia una forte componente anale, è un dubbio che lascio irrisolto.
Un cordialissimo saluto
Suo, Freud
La bizzarra osservazione secondo cui i musicisti sono particolamente interessati ai “rumori prodotti dagli intestini”, Freud la sostiene in una lettera indirizzata a Stefan Zweig il 25 giugno 1931 dalla cittadina di Pötzleinsdorf, vicino a Vienna, dove si trovava in villeggiatura. Che Freud non fosse affatto interessato alla musica è cosa ben nota; bisogna tuttavia dire che la lettera è particolarmente strampalata, e forse non a caso non è stata inclusa nella traduzione italiana del suo epistolario.
La cita invece, amputandola strategicamente, Michel Onfray nel suo formidabile Crepuscolo di un idolo, il libro che dedica alla sistematica e violentissima distruzione della credibilità di Freud, da poco tradotto in italiano. Vale la pena di citare per intero il paragrafo, che tira in ballo anche Mahler:
Freud non si abbandona a visioni del mondo quando propone la sua ipotesi, scientifica evidentemente, sull’origine della musica, e, proseguendo nel registro scatofilo che ne sa più su sé stesso che non sul mondo, scrive a Stefan Zweig: «Analizzando parecchi musicisti, ho notato un interesse particolare, risalente alla loro infanzia, per i rumori prodotti dagli intestini […]. Una forte componente anale in questa passione per l’universo sonoro» (25 giugno 1931). Gustav Mahler, analizzato dal maestro in persona per quattro ore (!) durante una passeggiata per le strade di Leyda, in Olanda, avrà sicuramente contribuito all’elaborazione di questo materiale scientifico.
Si noti l’ironia sulla ‘scientificità’ delle teorie freudiane, la perfidia del “ne sa più di se stesso che non sul mondo” (insomma, per Onfray era Freud lo scatofilo), la trasformazione del dubbio dell’originale in una certezza, e la stoccata sulla famosa ‘seduta di analisi’ che Mahler avrebbe avuto con Freud (apparentemente poco più di una passeggiata). È lo stile del libro, appassionante ma senza esclusione di colpi, talvolta anche oltre i limiti della correttezza.
Ma che storia c’era dietro la buffa ‘osservazione clinica’ dei musicisti petomani di Freud? Continua la lettura →
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L’art doit discuter,
doit contester,
doit protester.
L’arte deve discutere, deve contestare, deve protestare. È una visione estetica, e non necessariamente la migliore. Ma la cosa che colpisce è che a pronunciare questa frase sia stato un uomo politico, e non certo un politico di sinistra: Georges Pompidou, Primo ministro a metà degli Sessanta e poi Presidente della Repubblica francese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una politica culturale e di un investimento. Leggerla sulla facciata del ‘Beaubourg’, il complesso dedicato alla diffusione delle arti che porta il suo nome, colpisce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale mancanza di una visione estetica da parte dell’attuale classe politica, ma anche per una questione di linguaggio. Si pensi anche solo ai modi superficialmente sussiegosi e segretamente sprezzanti con cui l’arte è oggi trattata nei discorsi politici. Anzi, non è trattata, perché quasi mai si parla di arte, ma sempre di ‘cultura’. La cultura è quella cosa a cui bisogna dare i soldi, perché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umiliante ritornello. Sembra che nelle orecchie dei cittadini italiani la parola cultura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una efferata, silenziosa vendetta del mondo politico: rendere l’artista un questuante, una sorta di arcaico sottoproletario da difendere dalla fame o da abbandonare a se stesso, a seconda della parte a cui si appartiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la politica, questa politica, che è arcaica, non l’arte. Perché l’arte discute, contesta e protesta. La politica non più.
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Belle le tante feste per l’Unità, bello sentir ricordare i personaggi eroici che hanno lottato per farla nascere. Divertente prima che preoccupante il ritorno del kitsch patriottico. Peccato però pensare di combattere il provincialismo con il regionalismo, il regionalismo col nazionalismo e così via. Anche perché molti ricorderanno che proprio dopo una disastrosa ubriacatura di falso patriottismo era nata la splendida utopia di Ventotene, l’idea di una unica e accogliente patria europea. La parola Europa è la grande assente dalle riflessioni sul presente e il futuro nazionale. Sembra quasi che nessuno ci creda più. Eppure, solo pochi anni fa…
Allora auguri all’Italia, magari nella speranza che dopo tutto questo sventolìo a qualcuno rimanga la voglia di fare un po’ di pulizia. Senza mai dimenticare le parole sante del grande Brassens su “les imbéciles heureux qui sont nés quelque part”. Da meditare ogni giorno di più.
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Riti di passaggio nel mondo dei grandi direttori. A 35 anni Daniel Harding debutta con la New York Philharmonic, e puntuale il New York Times gli dedica un’intervista che, sorprendentemente, prende una piega vagamente malinconica. Il titolo: “Un bambino prodigio cresce e diventa un semplice direttore giovane”.
Volendola riassumere con parole nostre, la sua storia è un po’ questa: un giovanissimo musicista viene venduto per dieci anni come fanciullo prodigio, si ritrova a dirigere le migliori orchestre del mondo intorno ai vent’anni d’età, a ventuno debutta con i Berliner, poi ottiene un contratto con una major discografica, poi inaugura la Scala, poi, poi… Poi si ritrova a 35 anni, con un calendario ancora gremito di impegni, con opportunità che pochissimi direttori suoi coetanei potrebbero avere, ma con un personaggio da reinventare, e forse con una vita un po’ a pezzi. A 35 anni sei un giovane direttore, non sei più ‘il folletto del podio’, l’‘esplosione di energia giovanile’ e le altre terribili castronerie che per dieci anni hanno affollato le poche righe che i giornali concedono ai senescenti critici musicali. Senescenti anagraficamente o più spesso psicologicamente.
Dove abita Daniel? Da nessuna parte. Le sue cose sono in un magazzino, dopo la separazione dalla moglie. Quale grande orchestra dirige? Nessuna in maniera stabile: quelle stesse istituzioni che lo invitavano per divertire un pubblico vecchio e assetato di gioventù come il conte Dracula, lo chiamano ancora perché è un buon nome, perché ancora c’è un po’ di scia dell’effetto ‘folletto’. Ma a parte qualche critico di qualche inserto culturale di qualche giornale confindustriale italiano, il tempo dei peana è passato, e ora viene quello della costruzione di un prestigio, di una credibilità da musicista maturo. Un’impresa tutt’altro che facile, in queste condizioni. Lui nel frattempo si lega a istituzioni con cui può crescere al riparo: Trondheim, in Norvegia; Norrköping, in Svezia; Brema, in Germania.
E adesso due concerti con la New York Philharmonic, per due sinfonie di Mahler. Come dice lui stesso, non è che uno va a New York e con un paio di prove spiega all’Orchestra che fu di Bernstein come si suona la Quarta di Mahler. La sfida è quella di non fare stupidaggini, di guidarli e lasciarsi guidare; quella di creare un rapporto di fiducia e di cercare di crescere ancora, magari anche imparando da loro.
Ma il pubblico, è questo che vuole da Harding? Continua la lettura →
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Che cosa si può dire di Giuliano Ferrara che improvvisa una lezione di storia della musica in difesa del suo datore di lavoro, e lo fa citando dalla Breve storia della musica di Massimo Mila? Già si sapeva che Mila non rappresentò esattamente il culmine, la summa dell’esegesi verdiana. Ma leggere il Mila che spiega il melodramma italiano in antitesi al Romanticismo europeo (per via di semplificazione), è già di per sé abbastanza triste; leggerlo poi attraverso la rimasticatura sgangherata di Ferrara, è davvero sconfortante. L’articolo vale il tempo della lettura, perché dimostra una volta di più la distanza del mondo intellettuale italiano dalla musica; mai e poi mai Ferrara avrebbe potuto impancarsi storico dell’arte e tenere una concione squinternata su Piero della Francesca, o della letteratura scrivendo della morale in Manzoni, senza coprirsi di ridicolo. La citazione di Mila gli serviva ovviamente per fare ironia sull’”azionismo” di cui tanto si parla nelle ultime settimane, ma la quantità di sciocchezze, ‘elixir’ e tutto il resto, è abbastanza palese. La traduzione dell’idea di ‘paese del melodramma’, come luogo dell’amore innalzato a fine supremo, esclusiva patria dell’opera buffa e dello spasso solare, rappresenta veramente una falsificazione incredibile sia del melodramma ottocentesco, sia dell’Italia di oggi. Se infatti le notti di Arcore sarebbero più degne di Offenbach (orrore, un tedesco!) che del Donizetti buffo, l’atmosfera cupa e rabbiosa che domina l’Italia di oggi è effettivamente degna del Donizetti più disperato e del Verdi più severo. Fingere di dimenticare quanto preciso sia stato il ritratto impietoso, moralmente nettissimo e acuto, che il melodramma ottocentesco ha fatto del potere, della violenza politica, dell’asservimento popolare e della cortigianeria interessata, è veramente da bestie. Dispiace dirlo, ma è anche attraverso queste uscite che colui che vorrebbe farsi amare dal suo padrone come un Marchese di Posa, e che spesso è stato ritratto dai suoi nemici come uno Iago, finisce per manifestarsi come un semplice Marullo.
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Tre giornate per ricordare Sergio Sablich, una delle voci più appassionate ed autorevoli della cultura italiana degli ultimi decenni, musicologo, critico musicale e docente, che all’attività di studioso ha alternato quella di organizzatore musicale come direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica Nazionale e dell’Orchestra della Toscana, sovrintendente dell’Opera di Roma e consulente artistico del Teatro alla Scala. Un progetto del Museo Nazionale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.
A cinque anni dalla prematura scomparsa di Sergio Sablich, musicologo e importante collezionista bergmaniano, avvenuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cerebrale, Torino rende omaggio a questo intellettuale colto, curioso e raffinato dal 3 al 5 marzo con un articolato omaggio che comprende un convegno del DAMS sul grande regista svedese Ingmar Bergman, un concerto dell’Orchestra Sinfonica della Rai e una proiezione al Cinema Massimo.
Comincia così il comunicato stampa che annuncia le tre giornate di studio (e un po’ anche di festa culturale) che Torino dedica a Sergio Sablich. Per il programma completo rimando al sito che la famiglia e gli amici gli hanno dedicato e che raccoglie una quantità straordinaria di cose interessanti da leggere.
E così sono passati quasi cinque anni da quando Sergio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono passati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la direzione artistica dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, e di affrontare l’azzardo della sovrintendenza dell’Opera di Roma.
Dodici anni. Volati? Direi di no. Passati piuttosto con il peso di un trattore sulla cultura italiana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricorderanno delle sue stagioni Rai: senza abbandonarsi troppo alla retorica, si potrebbe dire che erano attraversate da uno slancio emotivo e intellettuale probabilmente irripetibile.
Quando decise di accettare Roma, gran parte degli amici torinesi storsero la bocca. Perché lasciare la solidità di una casa costruita con fatica, mattone su mattone, per ricominciare tutto in un posto franoso e fangoso, dove notoriamente gli amici sono della ventura e i nemici perfidi e insidiosi? I torinesi inoltre (lo so per appartenenza alla categoria), erano convinti che la loro città, la loro bella orchestra, le tante occasioni che quel lavoro offriva non potessero che corrispondere perfettamente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arrischiata per loro quella partenza: foriera di infelicità.
E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cultura a essere diventata sempre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di certezze politiche, e che stava ridisegnando la propria geografia. Sablich era una vera eccezione culturale: non capivi mai bene con chi stesse, se giudicavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la persona più adatta ad avvantaggiarsi di quel momento: probabilmente proprio per questo fu sentito come una minaccia.
Ma allora avevano ragione i torinesi? Per dirla con Peter Grimes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono passati cinque e poi dodici anni, mi piacerebbe che Torino riflettesse su cosa può ancora imparare dalla storia di Sablich. Certo, c’è il convegno dedicato a Bergman, il concerto dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, la proiezione cinematografica. Ma non basta.
Il fatto è che costruire qualcosa, e non solo nel mondo della cultura e delle arti, richiede, ma vorrei dire pretende, un solido amore per l’avventura intellettuale. Il cambiamento, anche arrischiato, la ricerca, il disagio per ciò che si è assestato su una routine, anche fosse una routine virtuosa. E qui non alludo a quella finta curiosità che fa mettere insieme un pezzetto di disordine nel sacro equilibrio: il programmino postmoderno, la ricercuzza pop, il trombonista jazz nel concerto mozartiano. Questi sono i cacciatori da Safari: un’organizzazione poderosa e costosissima li porta in mezzo a una finta jungla, loro sparano un colpo e tornano a casa col trofeo per il salotto.
Quella di cui parlo è la vera inquietudine intellettuale. Quella che costringe a esplorare se non terre nuove, profondità nuove. Quella che esaspera gli amici, i collaboratori, le persone care; che ti porta a fare un pezzo del viaggio in compagnia di gente poco raccomandabile, e magari a commettere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera crescita umana e intellettuale. Rispettare questa irrequietezza, coltivarne i frutti, imparare da essa a non pensare che ciò che si ha sia abbastanza per tutti: è su questo, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spettacolo, che mi piacerebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflettessero ricordando Sergio Sablich.
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Sabato scorso Tuttolibri, l’inserto librario della Stampa, apriva con una replica di Ferdinando Camon alle critiche piovute sul giornale torinese dopo l’infelice intervista a Buscaroli del 6 febbraio. Fra i siti più battaglieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibattito è diventato acceso e interessante. La replica di Camon consiste di poche righe che possono essere lette anche sul suo sito.
Non scriverò di nuovo al giornale, per evitare di ricevere risposte come quella, non firmata e un po’ sommaria, inviata dalla redazione di Tuttolibri (inserita fra i commenti del precedente post); e per non alimentare una polemica tutto sommato abbastanza marginale. Mi limito tuttavia a qualche appunto.
Ciò che la replica di Camon e quella privata ricevuta dalla redazione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non conosco i rapporti di Quaranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrittore. Mi dispiace che un autore complesso e profondissimo come lui venga ormai utilizzato come ‘patente’ antirazzista; lo si è fatto per anni con Pasolini e l’antifascismo: quando si voleva dire qualcosa veramente di destra, si aggiungeva una citazione di Pasolini e il messaggio diventava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.
La cosa triste è che il pezzo di Camon si impernia su un ragionamento palesemente viziato. L’intervista di Bruno Quaranta a Buscaroli viene da lui paragonata all’operazione che Armando Cossutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nessuno lo stampava, nessuno poteva leggerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiettare. Mein Kampf era un libro tabù, ma regolarmente ristampato e venduto in migliaia di copie attraverso una fittissima rete di distribuzione; non c’era bancarella italiana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – frugando tra i libri usati, non saltasse fuori un’edizione di quel pattume senza indicazione di tipografia o editore. Era venduto sottobanco anche da molte librerie, bastava conoscere. Ma era un circuito semiclandestino, senza alcuna garanzia editoriale; l’operazione di Cossutta fu dunque prima di tutto filologica e critica. Continua la lettura →
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