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Musica

Post image for Come ricordare Sergio Sablich

Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Post image for Moresco e la tenia della Callas

Anto­nio More­sco è uno degli scrit­tori più inte­res­santi del pano­rama ita­liano degli ultimi decenni. La sua non è una scrit­tura per amanti delle belle let­tere, della frase flau­tata, della trama sua­dente. È let­te­ra­tura come schiaffo che risve­glia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evi­tiamo di guar­dare; non, o almeno non solo nel senso della denun­cia, ma della rimo­zione incon­scia. Quel tipo di let­te­ra­tura che non si legge per sognare ma che della visio­na­rietà fa un mezzo per risve­gliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.

Ovvio che non si tratti di una let­te­ra­tura dalla vita edi­to­riale facile, e per chi volesse far­sene un’idea il suo recente Let­tere a nes­suno, pub­bli­cato da Einaudi nel 2008, può essere una let­tura illu­mi­nante – a tratti esi­la­rante, più spesso dram­ma­tica e scon­for­tante. Ma il suo libro mag­giore, for­tis­simo e per certi versi scon­vol­gente, è Canti del caos (parte I, IIIII), pub­bli­cato da Mon­da­dori l’anno successivo.

È in que­sto qua­dro che vor­rei segna­lare un bel­lis­simo rac­conto – o forse più esat­ta­mente pièce tea­trale – inti­to­lato Duetto, com­preso nel volume Merda e luce (Effi­gie, 2007). Mette in scena un dia­logo imma­gi­na­rio tra Maria Cal­las e la tenia, il verme soli­ta­rio che, secondo una vec­chia leg­genda del mondo ope­ri­stico, il soprano avrebbe volon­ta­ria­mente inge­rito allo scopo di per­dere peso.

Cre­scendo nelle sue viscere attra­ver­sate dallo scon­vol­gente feno­meno del canto – che pro­prio dalle viscere nasce per dif­fon­dersi nella side­rale luce dello spet­ta­colo e dell’arte – la tenia len­ta­mente impara a can­tare, tanto da diven­tare un con­trap­punto interno alla voce della grande arti­sta che la ospita, e uno degli ele­menti che la ren­dono ini­mi­ta­bile e miste­riosa per tutto il suo pubblico.

Duetto è una let­tura che, lo ripeto, potrebbe anche distur­bare, ma che sicu­ra­mente parla di qual­cosa di molto pro­fondo e impor­tante per chiun­que ami la musica e più in gene­rale l’arte e la let­te­ra­tura. È una let­tura che porta alla mente la domanda fon­da­men­tale su dove nasce la voce di un arti­sta. E lo fa in un modo che solo un grande scrit­tore potrebbe escogitare.

Il rac­conto può essere sca­ri­cato in for­mato pdf dal sito della rivi­sta Il primo amore.

«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cre­sciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sba­raz­zarmi di quel far­dello per­ché rima­nesse solo la voce, la mia voce. Si sen­tisse e si vedesse solo quella men­tre spa­lan­cavo sui pal­co­sce­nici dei più impor­tanti tea­tri del mondo la mia grande cia­batta greca incen­diata dal ros­setto sotto gli occhi sfa­vil­lanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di vel­luto e d’oro, come altre crea­ture amma­liate e impie­trite di fronte al canto inven­tato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capi­sco, io lo so cosa prova il cor­pi­cino rico­perto di piume dell’usignolo che si espande attra­verso il canto! Cosa può pro­vare l’allodola in un campo di grano men­tre lan­cia il suo richiamo sessuale!»

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Gen­tili Signori,

Leggo e rileggo con grande stu­pore la pagina dedi­cata a Piero Busca­roli su Tut­to­li­bri. L’immagine che vi si dà sia dello scrit­tore e cri­tico musi­cale, sia soprat­tutto dell’uomo pub­blico – anche attra­verso domande solo appa­ren­te­mente pro­vo­ca­to­rie – è quan­to­meno fuor­viante. La sua affer­ma­zione di aver pas­sato la vita “dalla parte dei vinti” è inol­tre incon­grua con il sem­plice dato di fatto, oggi spesso occul­tato, che quelli che nell’articolo sono defi­niti vinti da molti anni sono tor­nati vin­ci­tori. E non par­liamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.

Nell’articolo si omette, sicu­ra­mente per caso, di ricor­dare che Piero Busca­roli fu can­di­dato alle ele­zioni euro­pee del 1994 per Alleanza Nazio­nale, par­tito non da ieri al governo. Che ha diretto una col­lana di libri per Mon­da­dori, e che dallo stesso edi­tore sono pub­bli­cati alcuni dei suoi saggi – non esat­ta­mente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inol­tre, su que­sti saggi, in un inserto dedi­cato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chie­dere troppo. Tra­la­sciamo anche sull’assurda rico­stru­zione del famoso schiaffo a Tosca­nini, che addi­rit­tura sarebbe da attri­buire a un “ragio­niere” antifascista.

È invece l’immagine com­ples­siva di colto e mal­mo­stoso Céline, un “per­dente” con­tro­cor­rente e corag­gioso, che dall’intervista potrebbe deri­vare ad essere sem­pli­ce­mente assurda. Busca­roli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul san­gue, ci ha aiu­tato a rico­struire una coscienza civile euro­pea accet­ta­bile “per non inqui­nare” le sue idee e la sua lin­gua; che è stato deluso non solo dal fasci­smo – sem­bre­rebbe per non avere com­bat­tuto la guerra al fianco dei nazi­sti con suf­fi­ciente con­vin­zione – ma anche da Hitler per non avere avuto il corag­gio di inva­dere l’Inghilterra. E le sue idee “non inqui­nate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inqui­nata soste­nere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esi­bito sber­leffo a milioni di vit­time inno­centi? È nor­male che si lasci pas­sare tutto que­sto? Può pen­sare un gior­nale come La Stampa che si tratti delle idee eccen­tri­che di un dandy di destra?

Di certo l’intervistatore poteva aspet­tar­selo, visto che il Busca­roli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricor­de­ranno la rispo­sta che diede a Maria Latella, quin­dici anni fa, sul Cor­riere della Sera, par­lando di parole belle e parole brutte: “Scon­si­glie­rei inol­tre il ter­mine gay. La destra dovrebbe chia­marli cor­ret­ta­mente froci o chec­che. Andreb­bero spe­diti in campo di con­cen­tra­mento”. Quanta sen­si­bi­lità este­tica, quale purezza in que­sti pensieri.

Busca­roli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è nep­pure Praz, nono­stante lo sdi­lin­qui­mento cre­pu­sco­lare per le “due sedie Bie­der­meier, accanto al pia­no­forte Erard del 1856” che salta fuori nella tri­stis­sima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Lon­ga­nesi. Assi­sto ogni set­ti­mana alla par­si­mo­nia con cui libri impor­tanti ven­gono trat­tati fra le colonne di Tut­to­li­bri, fra i pochis­simi inserti let­te­rari rima­sti sulla stampa ita­liana. One­sta­mente non mi aspet­tavo tanta gene­ro­sità nei con­fronti di que­ste ver­go­gnose elucubrazioni.

Cor­dial­mente,

Ser­gio Bestente

Qui è pos­si­bile sca­ri­care l’intervista di Bruno Qua­ranta a Piero Busca­roli, pub­bli­cata sull’inserto let­te­ra­rio della Stampa ‘Tut­to­li­bri’ il 6 feb­braio 2010.

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Post image for Boccanegra e il canto delle balene

Un miste­rioso feno­meno pre­oc­cupa i bio­logi di tutto il mondo. Secondo uno stu­dio recen­te­mente pub­bli­cato da un fisico acu­stico del Colo­rado, la voce delle Bale­not­tere azzurre, già famose per il loro pro­fon­dis­simo e ipno­tico canto (inse­rito in molte regi­stra­zioni di musica New Age da mas­sag­gio), si sta pro­gres­si­va­mente abbas­sando di frequenza.

Il canto delle balene, infatti, regi­strato per la prima volta negli anni cin­quanta gra­zie a spe­ciali micro­foni subac­quei costruiti per usi mili­tari, è sem­pre stato con­si­de­rato una mani­fe­sta­zione musi­cale tra le più affa­sci­nanti ed enig­ma­ti­che del mondo natu­rale. Mark McDo­nald, ricer­ca­tore di acu­stica ocea­nica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni que­sto canto è diven­tato più grave di circa il trenta per cento. “È un feno­meno pla­ne­ta­rio”, dice, e spera che dif­fon­dendo la noti­zia su inter­net si possa tro­vare un qual­che scien­ziato in grado di spie­gare il fenomeno.

Alcuni osser­va­tori della comu­nità scien­ti­fica sospet­tano tut­ta­via che die­tro l’identità del fisico ocea­nico si possa in realtà nascon­dere il famoso tenore mes­si­cano Pla­cido Domingo, fra i primi a denun­ciare il feno­meno. Si atten­dono smen­tite e forse querele.

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Post image for Gli aspri Capricci di Zehetmair

Fra le molte cose di cui avrei voluto scri­vere in que­ste set­ti­mane di lon­ta­nanza da Fier­ra­bras, almeno le impres­sioni pro­ve­nienti dall’ascolto di un disco vor­rei non tra­la­sciarle. Si tratta dell’incisione dei 24 capricci per vio­lino solo di Nic­colò Paga­nini fatta da Tho­mas Zehet­mair per la ECM.

Di inci­sioni dei Capricci ne ho sen­tite tante, ma devo dire che que­sta è dav­vero par­ti­co­lare. Zehet­mair pos­siede una tec­nica che lascia senza fiato, ma non è que­sto ciò che più col­pi­sce. Il suo è un Paga­nini vio­lento, secco, più fan­ta­stico che ele­gante; i suoni sem­brano tutti incli­nare verso lo strap­pato, verso gesti di forza al tal­lone più che deli­cate volate alla punta dell’arco. Il suono è quasi sem­pre aspro di colo­fo­nia – la pece che tiene ade­renti i crini dell’archetto alla corda – e poco pro­penso a per­dersi nel can­ta­bile. Per inten­dersi, all’opposto della dia­bo­lica ele­ganza di Sal­va­tore Accardo o di Mintz.

Dove la cosa si fa più evi­dente è nei primi 12 Capricci, quelli a mio avviso più spe­ri­men­tali e arti­sti­ca­mente ricer­cati; all’ascolto ho sem­pre avuto il dub­bio che la seconda parte della rac­colta, fatta esclu­sione per il Tema con varia­zioni del Capric­cio 24, non appar­tenga alla stessa linea crea­tiva – la data­zione della rac­colta, pub­bli­cata nel 1820, è attri­buita a un lasso di tempo che va dal 1805 agl’anni 1817–18 – ma non ho mai tro­vato con­ferme al sospetto. Non sono né meno belli né più facili, ma la forma è diversa, più rego­lare nella con­trap­po­si­zione cantabile-presto e da capo del can­ta­bile. Così come nella pre­ce­dente inci­sione (Tel­dec), Zehet­mair fio­ri­sce e varia tutti i da capo, dimo­strando una grande capa­cità crea­tiva e mime­tica, nell’equilibrio tra rispetto del testo e inven­zione. Ma le modi­fi­che e le fio­ri­ture sono pre­senti anche nei primi 12, qua e là; mai una bat­tuta di più o di meno, ma più di una licenza ben nasco­sta – le aggiunte per esem­pio dei suoni armo­nici, crea­ti­va­mente pre­senti nei con­certi ma non inse­riti dall’autore nei Capricci. Con­ti­nua la lettura →

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Il nuovo blog di Alex Ross

20 ottobre 2009

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Chi lo ha seguito nel corso degli ultimi due anni pro­ba­bil­mente si era già accorto che qual­cosa stava suc­ce­dendo. The Rest is Noise, il blog di Alex Ross, è una delle più impor­tanti ini­zia­tive per­so­nali offerte dalla rete nel campo della cri­tica musi­cale. Avviato se non ricordo male nel 2003, per almeno 4 anni ha rap­pre­sen­tato una fonte sem­pre inte­res­san­tis­sima di infor­ma­zioni, rifles­sioni e recen­sioni dal mondo della musica clas­sica (ma con parec­chie ‘digres­sioni’ in altri ter­ri­tori musi­cali e cul­tu­rali). Nel frat­tempo il suo libro pren­deva forma e così, accanto alle bel­lis­sime ‘clas­si­fi­che’ dei dischi più rile­vanti, accanto ai tanti appro­fon­di­menti, alle sem­pre un po’ malin­co­ni­che foto di pae­sag­gio, com­pa­ri­vano di volta in volta bel­lis­simi stralci storico-musicologici dedi­cati a Strauss, a Mahler o a Nun­car­row. Poi, men­tre l’uscita del libro si avvi­ci­nava, i post hanno comin­ciato a rare­farsi. Era evi­dente che il cosid­detto ‘day­time work’, il lavoro che ci aiuta a cam­pare, stava sof­fo­cando quello sul blog; per periodi di intere set­ti­mane sono com­parse solo le recen­sioni e gli arti­coli che Ross scri­veva per il “New Yor­ker”, ogni tanto lasciava addi­rit­tura la mano a un amico e col­lega, per tenere in vita il sito in sua assenza. Dopo l’uscita del libro le cose peg­gio­ra­rono addi­rit­tura: il suc­cesso ha por­tato con sé le pre­sen­ta­zioni, le tra­du­zioni, le revi­sioni, i premi e via dicendo. Insomma, tutto lasciava pre­sa­gire che Ross avrebbe mol­lato la rete, l’amica che l’aveva aiu­tato a cre­scere in que­sti anni.

La sor­presa è arri­vata con un post del 14 otto­bre. “The Rest is Noise” fa come l’Araba fenice, e si ince­ne­ri­sce per rina­scere: ecco dun­que Unquiet Thoughts, Pen­sieri inquieti – è il titolo del bel­lis­simo primo Song del primo libro di arie e canti pub­bli­cato da John Dow­land (First Book of Songs and Ayres, 1597), in cui Dow­land decide di non tacere, e anzi di “tell the pas­sions of desire / Which turns mine eyes to flood, mine thoughts to fire”, espri­mere le pas­sioni del desi­de­rio che tra­mu­tano gli occhi in dilu­vio e i pen­sieri in fuoco.

È un salto in avanti o un passo indietro?

Ma oltre a segna­lare il nuovo e senz’altro inte­res­sante blog di Ross, vale forse la pena di notare alcune cose. “Unquiet Thoughts” è uno dei molti blog ospi­tati dal sito del “New Yor­ker”, cioè di uno dei migliori perio­dici let­te­rari ame­ri­cani. Una colonna della cul­tura ame­ri­cana, ma una colonna fatta di carta, con tutto quello che ne con­se­gue. Il sito del “New Yor­ker” riflette le dif­fi­coltà e le spe­ranze di tutti i siti dei perio­dici car­ta­cei di alto livello: non rac­col­gono pub­bli­cità (o ne rac­col­gono poca), rap­pre­sen­tano un costo spesso pode­roso, ma sem­pli­ce­mente non pos­sono non esi­stere. Fino a un paio d’anni fa il sito del “TLS”, il più ari­sto­cra­tico tra i grandi perio­dici let­te­rari, era quasi una pagina fissa; se volevi ti abbo­navi (per posta) e loro oltre a man­darti il gior­nale imbu­stato nel nylon ti davano l’accesso a una cosid­detta ‘ver­sione elet­tro­nica’, in realtà un pesante file pdf dell’impaginato pre­stampa; ora il sito del “TLS è stato rias­sor­bito nel grande cal­de­rone del sito del “Times” (nella rubrica ‘enter­tain­ment’!), arric­chito e demo­cra­tiz­zato nell’offerta gra­tuita (Mur­doch per­met­tendo), ma sem­pre con un forte rife­ri­mento alla carta stam­pata. Con­ti­nua la lettura →

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Il pianoforte parlante

8 ottobre 2009

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Da secoli si discetta e filo­so­feg­gia sulla musica come lin­guag­gio. Mi sono per caso imbat­tuto in un fil­mato piut­to­sto sor­pren­dente, e volevo con­di­vi­derlo. Un com­po­si­tore austriaco, Peter Ablin­ger, ha fatto reci­tare a un bam­bino ber­li­nese la Pro­cla­ma­zione (in inglese) della Corte penale inter­na­zio­nale dell’ambiente, poi ne ha ana­liz­zato il suono e lo ha ricom­po­sto in un com­ples­sis­simo ‘spar­tito’ per pia­no­forte azio­nato mec­ca­ni­ca­mente attra­verso un sistema com­pu­te­riz­zato. Il risul­tato è un pia­no­forte che parla. Let­te­ral­mente!

Ablin­ger, nato nel 1959, non è nuovo a que­sto tipo di per­for­mance, e un’occhiata al suo cata­logo può far capire la varietà delle sue tro­vate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione ber­li­nese di “A Let­ter from Schoen­berg, rea­ding piece for mini­sters for player piano and an audience rea­ding the text while hea­ring the piece”, tratto dalla rac­colta Qua­dra­tu­ren III (lo si può ascol­tare qui) In quel caso, il pia­no­forte ‘suo­nava’ una let­tera di Schoenberg.

La nuova com­po­si­zione è stata pre­sen­tata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Vene­zia, 2–3 otto­bre), dedi­cato per l’appunto alla crea­zione di una Corte mon­diale e di una Corte euro­pea per i cri­mini ambien­tali. Il fil­mato è un fram­mento di un docu­men­ta­rio tede­sco dedi­cato all’opera.

Per­so­nal­mente non lo ritengo molto più inte­res­sante di una curio­sità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato que­sta sen­sa­zione. E al tempo stesso, tut­ta­via, devo ammet­tere che accanto all’ammirazione per il mar­chin­ge­gno, la per­for­mance mi ha dato da pen­sare. È musica? È tea­tro? Qual­cosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiaz­zanti e appa­ren­te­mente ano­dine quelle che aiu­tano a riflet­tere meglio.

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dollari

Parliamo di soldi. Non sarà gran­chè ele­gante, ma ogni tanto biso­gna pur farlo. Lo sti­molo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbat­tuto in que­sto ‘social­blog’, come egli lo defi­ni­sce, pie­nis­simo di tutto, dalla poe­sia alla let­te­ra­tura, dalla denun­cia sociale alla ricerca arti­stica. Non ho mai avuto il pia­cere di cono­scere Luigi Boschi, ma da ormai mol­tis­simi mesi, con cadenza irre­go­lare e agli orari più strani, ricevo le email di aggior­na­mento spe­dite in auto­ma­tico dal suo blog. Si tratta quasi sem­pre di mes­saggi col­le­gati alle isti­tu­zioni cul­tu­rali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penul­tima era una lunga e dolente poe­sia, nella quale sfo­gava la sua ama­rezza e soli­tu­dine nelle bat­ta­glie che da anni con­duce con­tro gli spre­chi e le assur­dità della vita musi­cale par­mense; e chi cono­sce, anche solo da lon­tano, le vicende di quella bel­lis­sima città, sa bene che di cose da dire a que­sto pro­po­sito ce ne sareb­bero dav­vero molte. E Boschi dev’essere un fasti­dio paz­ze­sco per gli ammi­ni­stra­tori locali. È sem­pre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scri­vere sul suo sito, che poi pro­ietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vec­chio e del nuovo sin­daco, del Tea­tro Regio di Parma e del Festi­val ver­diano, le spese dav­vero paz­ze­sche, le incre­di­bili risorse cata­pul­tate nella vita di pro­vin­cia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di tea­tro in tea­tro, non lascian­dosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure con­ti­nuando imper­ter­rito a far girare milioni di euro come caramelline.

Per dirne una, que­sto signor Boschi si pre­sentò alla con­fe­renza stampa di inse­dia­mento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo sti­pen­dio del noto­ria­mente non eco­no­mico sovrin­ten­dente, e se avrebbe con­ti­nuato anche a Parma a gio­varsi dei ser­vizi di Valen­tin Proc­zyn­ski, l’agente tea­trale argen­tino di nascita, russo di ori­gini e mone­ga­sco di resi­denza la cui figura è cir­con­data da una fama alquanto discu­ti­bile e cor­ru­sca. Il Meli Mauro rispose con arro­ganza che erano fatti suoi, e la pla­tea di gior­na­li­sti locali rise e applaudì – chiun­que sia stato a una con­fe­renza stampa di realtà come que­ste sa a quale livello si possa spin­gere la com­pia­cenza di certi gior­na­li­sti. Boschi da allora non ha più tro­vato pace, e oltre a denun­ciare ogni sin­golo spreco con una capar­bietà invi­dia­bile, ha dato il tor­mento a mezzo mondo sulla que­stione dello sti­pen­dio di Meli, fin­ché pochi mesi fa non è riu­scito a con­vin­cere un con­si­gliere comu­nale a fare un’interrogazione al sin­daco. E allora il sin­daco ha dovuto rispon­dere, anche se non certo con sol­le­ci­tu­dine. Un mes­sag­gio di oggi, sem­pre dell’indomito Boschi, ci informa final­mente sull’entità dello sti­pen­dio del Meli Mauro, sovrin­ten­dente. Meli costa alla Fon­da­zione Tea­tro Regio, com­ples­si­va­mente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.

Sono tanti o sono pochi?

La que­stione delle retri­bu­zioni nel mondo dello spet­ta­colo è sem­pre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spet­ta­colo dal vivo, e in par­ti­co­lare in quello della musica, la valu­ta­zione dell’eccellenza dipende da un com­plesso di fat­tori che la ren­dono sem­pre for­te­mente opi­na­bile. Quanto prende Ceci­lia Bar­toli per una recita della tale opera? Ma se lei prende que­sti soldi, allora quanto dovrebbe pren­dere quell’altra? E così via. In realtà un tarif­fa­rio di mas­sima esi­ste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il pro­blema è che in Ita­lia il tea­tro d’opera è lar­ga­mente finan­ziato da denaro pub­blico, e que­sto sem­plice fatto impone tutta una serie di cau­tele. Quando si maneg­gia i soldi della col­let­ti­vità, certi scher­zetti non si pos­sono fare. Per un certo periodo è esi­stito anche un cosid­detto ‘cal­miere’ per i cachet degli arti­sti: è cosa nota che que­sto ‘tetto di retri­bu­zione’ venisse aggi­rato in mille modi, per­ché altri­menti certi arti­sti sarebbe stato impos­si­bile averli. E certi tea­tri que­gli arti­sti li ave­vano; ah, se li avevano!

Ma il sovrin­ten­dente non è un arti­sta. Il sovrin­ten­dente è un diri­gente. E allora la valu­ta­zione non dovrebbe essere così dif­fi­cile, e anche l’attribuzione dell’equo com­penso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stu­pore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metro­po­li­tan) ha preso un milione e mezzo di dol­lari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneg­gia e riceve (ma soprat­tutto che attira) è total­mente pro­ve­niente da tasche pri­vate; ciò nono­stante l’informazione può gene­rare qual­che con­fu­sione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo pren­derla da un altro lato. Invece di para­go­nare sem­pli­ce­mente la cifra con quella che pren­dono gli altri sovrin­ten­denti ita­liani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giam­brone (Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino) 180.000, Tutino (Bolo­gna) 164 più bene­fit, Ver­gnano (Torino) 150, Via­nello (Fenice) 150 più bene­fit –, pro­viamo a para­go­narlo a un diri­gente pub­blico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.

Non molto tempo fa, dopo i grandi pro­clami del mini­stro Bru­netta, sui siti delle ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che e delle aziende par­te­ci­pate hanno comin­ciato ad appa­rire i tabu­lati con le retri­bu­zioni dei diri­genti e degli ammi­ni­stra­tori. Ricordo un grande titolo su un quo­ti­diano, che par­lava degli sti­pendi d’oro dei diri­genti della Regione Lom­bar­dia. La Regione Lom­bar­dia ha 3.600 dipen­denti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirel­lone’), 10 nelle pro­vince lom­barde, 2 all’estero ecc. Il Tea­tro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipen­denti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trat­tan­dosi di “tea­tro di tra­di­zione”, i dipen­denti, per la pre­ci­sione, sono 18], e soprat­tutto è un sistema di ben diversa com­ples­sità. Fac­ciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i diri­genti della Regione Lom­bar­dia, quella degli sti­pendi d’oro. Si chiama Nico­la­ma­ria Sanese, fa il Diret­tore gene­rale, è il brac­cio destro di Roberto For­mi­goni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Diret­tore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scan­da­losa’ Regione Lom­bar­dia, realtà politico-amministrativa colos­sale, prende meno di Meli Mauro, sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo cor­reg­germi: Sanese ha una ‘retri­bu­zione fon­da­men­tale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retri­bu­zione di risul­tato’, sostan­zial­mente un bonus, di altri 48.408 euro. La retri­bu­zione lorda di Meli al netto dei rim­borsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rim­borsi di Sanesi, inol­tre, non ho alcuna infor­ma­zione. Tut­ta­via la sostanza del discorso è la stessa: la retri­bu­zione del Sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma, oltre a svet­tare su quella di molti altri tea­tri ita­liani più grandi e ben più com­plessi da gestire, si asse­sta molto vicino alla retri­bu­zione dei più pagati diri­genti di strut­ture pub­bli­che enor­me­mente più complesse.].

Certo, il Meli non doveva essere pro­prio tran­quil­lis­simo se in un’intervista al “Cor­riere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attri­buen­dosi con fran­ce­scana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retri­bu­zione men­sile. Certo, il gio­chino è chiaro: la dif­fe­renza tra netto e lordo, il sepa­rare la retri­bu­zione ‘secca’ da bene­fit, rim­borsi, inden­nità, costi vari. I tea­tri d’opera, inol­tre, sono Fon­da­zioni, e dun­que Meli non è un diri­gente pub­blico a tutti gli effetti. Tut­ta­via, forse, assi­stere a gio­chetti di que­sto tipo con un mezzo di pub­blica infor­ma­zione avrebbe potuto cau­sare un minimo di rea­zione da parte del Sin­daco, anche solo una mani­fe­sta­zione di imba­razzo, dato che in fondo è pur sem­pre il pre­si­dente del Con­si­glio di ammi­ni­stra­zione del tea­tro. Non importa. Se non ha rite­nuto di mani­fe­starlo è per­ché, evi­den­te­mente, non aveva pia­cere che si sapesse come sta­vano vera­mente le cose. Poche set­ti­mane dopo, il mini­stro Bru­netta con l’eleganza intel­let­tuale e les­si­cale che gli si addice, tuo­nava con­tro il cul­tu­rame paras­si­ta­rio sini­stroide. Ora che sull’argomento nes­suno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma suc­ceda qual­cosa. Vedremo. Nel frat­tempo rin­gra­ziamo i rom­pi­sca­tole di talento come Boschi.

La foto è di mar­ku­sram, che rin­gra­zio, e pro­viene da flickr.

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bravo_gustavo

Quanti anni sono pas­sati da quando il mer­cato disco­gra­fico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assi­ste all’invecchiamento del pub­blico dei con­certi clas­sici, al pro­sciu­garsi della spinta este­tica e inno­va­tiva dello spet­ta­colo dal vivo? Quante spie­ga­zioni sono state cer­cate, quante vie d’uscita sono state inda­gate? Nel frat­tempo, sulla già fra­gile eco­no­mia della musica si sono abbat­tuti il crollo del sistema finan­zia­rio, la reces­sione, i tagli, la disoc­cu­pa­zione. Si è molto par­lato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capo­li­nea un costume finan­zia­rio che aveva por­tato l’economia mon­diale al col­lasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispun­tare i super­bo­nus per i mana­ger, i deri­vati, i titoli spaz­za­tura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti con­ve­gni, tante parole. E nel frat­tempo, un po’ come a Wall Street, cosa sta­vano facendo gli intel­li­gen­tis­simi super­ma­na­ger del big busi­ness musicale?

È molto sem­plice. Sta­vano cer­cando un nuovo Bern­stein. Quello hanno impa­rato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, per­ché nel frat­tempo non hanno matu­rato nient’altro. In fondo è un po’ come ven­dere titoli spaz­za­tura: li si occulta in un pac­chetto com­ples­si­va­mente attraente spe­rando che nes­suno abbia voglia di guar­dare troppo a fondo, e li si spac­cia per mera­vi­glie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chie­dono il per­ché. Abbiamo distrutto un mer­cato dro­gan­dolo di tre tenori, di incre­di­bili por­che­rie cros­so­ver per un pub­blico umi­liato da grande fra­tello? Abbiamo sca­vato ogni recesso della vol­ga­rità e del kitsch, uti­liz­zato ogni pos­si­bile appi­glio per ren­dere appe­ti­bile un genere musi­cale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva man­te­nuto? E ora che, dopo il pre­ve­di­bile tra­collo, qual­cosa sem­bra tor­nare a muo­versi che cosa fac­ciamo? Rico­min­ciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osser­vasse l’incredibile onda media­tica che si dif­fonde dalla Cali­for­nia, in que­sti giorni, per l’incoronazione di Duda­mel a diret­tore della Los Ange­les Phi­lhar­mo­nic. Senza un nuovo eroe su cui inve­stire tutti gli spic­cioli rima­sti, sem­bra sia impos­si­bile pro­get­tare una qual­siasi ripresa. Ed ecco che il pas­sag­gio di un gio­vane (e bravo, per carità) diret­tore alla guida di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane non può che diven­tare un lan­cio in stile Hol­ly­wood, con tanto di brand (Gustavo!), mini­siti, tec­ni­che aggres­sive di mar­ke­ting e per­sino un gio­chino elet­tro­nico, finan­ziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giu­sta per uscire dalla crisi? Inu­tile doman­dar­selo: è l’unica che que­sta indu­stria dello spet­ta­colo, i suoi finan­zia­tori e i suoi impro­ba­bili mana­ger, sap­piano tro­vare. Per­so­nal­mente la defi­ni­rei una coa­zione a ripe­tere che ha del pato­lo­gico. Ma imma­gino che tro­vare qual­siasi altra strada avrebbe com­por­tato così tanto lavoro e così tante sfide intel­let­tuali ed eco­no­mi­che che la sola spe­ranza sarebbe stata da folli. Senza con­tare, e que­sto è forse l’elemento deter­mi­nante, che sarebbe stato tutto infi­ni­ta­mente meno diver­tente. Il grande busi­ness della musica è un vec­chio malato che gioca a fare il bam­bino, diviso tra la flebo e la play­sta­tion. Quello che ci chiede è solo di chiu­dere gli occhi e di gio­care con lui; tutto tor­nerà come prima, promesso.

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ross_libro

Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pet­te­go­lezzo. Con­ti­nua la lettura →

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose sel­va­ti­che
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubria­chi di baci
Tuf­fate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove tro­vare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il rag­gio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stri­dono le bandiere.

Mit gel­ben Bir­nen hän­get
Und voll mit wil­den Rosen
Das Land in den See,
Ihr hol­den Sch­wäne,
Und trun­ken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins hei­li­gnü­ch­terne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Win­ter ist, die Blu­men, und wo
Den Son­nen­schein,
Und Schat­ten der Erde?
Die Mauern stehn
Spra­chlos und kalt, im Winde
Klir­ren die Fahnen.

Si può anche solo imma­gi­nare poe­sia più bella e pro­fonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Frie­drich Höl­der­lin? Credo di non esa­ge­rare se dico che si tratta di una delle più belle della let­te­ra­tura euro­pea. Quella prima strofa così sen­suale, con una divi­sione che è un inno alla com­ple­tezza: la super­fi­cie dell’acqua che separa il visi­bile dall’invisibile, e tutto che sem­bra volere tra­pas­sare, feli­ce­mente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori sel­va­tici – le rose –, i cigni che nuo­tando immer­gendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sen­suale abbrac­cio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di ele­menti infer­tili e impe­ne­tra­bili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desi­de­rio e volontà – le ban­de­ruole al vento. Com’è lon­tana la fidu­cia nel ciclico tor­nare delle sta­gioni che tanta parte della cul­tura occi­den­tale aveva nutrito, dalla natura di Lucre­zio ai mera­vi­gliosi mesi di Bene­detto Ante­lami nel bat­ti­stero del Duomo di Parma – e sul por­tale del Duomo di Fidenza e su quello di Cre­mona, e di chissà quante altre archi­tet­ture roma­ni­che – dai con­certi delle Sta­gioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piut­to­sto da chie­dersi e se Wilhelm Mül­ler, l’autore delle poe­sie che poi Schu­bert, con fol­go­rante intui­zione ha rac­colto nella Win­ter­reise, “Viag­gio d’inverno”, cono­scesse que­sta poe­sia. La rac­colta di Mül­ler era stata pub­bli­cata sulla rivi­sta “Ura­nia” nel 1823. L’immagine della ban­de­ruola segna­vento, ‘die Wet­ter­fähne’, così lace­ran­te­mente tra­sfi­gu­rata da Schu­bert, sem­bre­rebbe quasi una cita­zione let­te­rale. Si potrebbe per­sino dire che in que­sti 14 versi sia pre­fi­gu­rato in breve l’intero ciclo schu­ber­tiano. Con­ti­nua la lettura →

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Le vocali di Brünhilde

30 agosto 2009

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Certe volte ti chiedi come gli sia venuto in mente, agli scien­ziati, di occu­parsi di cose così. Non che siano inu­tili, anzi. Solo che le leggi e con­ti­nui a chie­derti come gli sia venuto in mente. Dun­que: un gruppo di fisici acu­stici della Uni­ver­sity of New South Wales con sede a Syd­ney, in Austra­lia, si è messo a stu­diare siste­ma­ti­ca­mente l’accoppiamento tra vocali e suoni in dieci opere liri­che, da Ros­sini a Wag­ner, cer­cando di capire quale sia stato il com­po­si­tore più attento al pro­blema della faci­lità di emis­sione dei suoni e della loro intel­li­gi­bi­lità. Li gui­dava il pro­fes­sor Joe Wolfe, wag­ne­riano di ferro a par­tire dal cognome. Ma andiamo con ordine.

La fatica del soprano

Tutto è comin­ciato da una serie di studi sugli organi fona­tori, e dalla rac­colta di alcune inte­res­santi infor­ma­zioni riguardo all’emissione della voce nel canto e nel par­lato. I primi risul­tati erano foca­liz­zati sulla voce di soprano, che incon­tra nell’intonazione dei pro­blemi del tutto pecu­liari rispetto agli altri regi­stri. Ci informa infatti Wolfe che gran parte delle infor­ma­zioni fone­ti­che, e in par­ti­co­lare quelle rela­tive alle vocali, sono con­cen­trate in suoni che vanno da 300 a 2000 Herz (Hz). Un basso che intona un sol basso emette un suono i cui armo­nici vibrano in fasce che si aggi­rano intorno ai 100, 200, 300 Hz (e via dicendo): que­sti armo­nici ren­dono intel­li­gi­bile l’informazione fone­tica neces­sa­ria a capire quale let­tera dell’alfabeto (e in par­ti­co­lare quale vocale) il can­tante sta in quel momento pro­nun­ciando. Nella tes­si­tura acuta del soprano, invece, gli armo­nici (che sono mul­ti­pli della fre­quenza di base) sono tal­mente distanti l’uno dall’altro che solo pochis­simi di essi cadono nel range utile, e l’informazione fone­tica si perde. È un fatto sem­pli­cis­simo da osser­vare ascol­tando una qual­siasi opera lirica: sopra una certa altezza è pra­ti­ca­mente impos­si­bile distin­guere quale vocale stia into­nando la can­tante; sem­pli­ce­mente, per otte­nere quelle fre­quenze, la can­tante (ma in misura diversa anche il can­tante) è costretto ad atteg­giare il suo organo vocale in modo da ren­der­gli impos­si­bile (o almeno fati­co­sis­sima) la pro­nun­cia di vocali che richie­dono un altra posi­zione – anche da que­sto nasce il vizio di alcuni can­tanti di modi­fi­care il testo per ren­derlo pià cor­ri­spon­dente alle esi­genze dell’intonazione. Con­ti­nua la lettura →

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Una notizia triste

26 agosto 2009

Ritorno al lavoro dopo un periodo di riposo, e pur­troppo arriva subito una brutta notizia.

Dome­nica scorsa è scom­parso Roberto Bosio, “diret­tore area arti­stica” del Tea­tro Regio di Torino nel gergo azien­da­li­stico, anima dell’organizzazione e della pro­du­zione di quel tea­tro nella sem­pli­cità dei fatti. Mi ero ripro­messo di non scri­vere mai su Fier­ra­bras a pro­po­sito delle realtà a cui sono lavo­ra­ti­va­mente legato, ma in que­sto caso vor­rei fare un’eccezione, per­ché Roberto Bosio rap­pre­senta qual­cosa di troppo impor­tante. Rap­pre­senta il mondo delle per­sone che vivono il tea­tro in modo tale da per­met­tere al tea­tro di vivere; per­sone che non appa­iono sui gior­nali a fare dichia­ra­zioni su que­sto o quello, che il pub­blico spesso non cono­sce, ma che abi­tano la vita dello spet­ta­colo in maniera al tempo stesso for­te­mente pro­fes­sio­nale ed emo­ti­va­mente pro­fonda; per­sone che vedono con chia­rezza die­tro ogni nota ese­guita l’intreccio di arte e mestiere, vir­tuo­si­smi e vanità, amori, ran­cori, con­tratti, pro­te­ste, glo­rie e diso­nori dal cui magma sem­pre nasce l’arte; ma che nono­stante la chia­rezza di que­sta visione man­ten­gono in loro stessi un’intatta capa­cità di emo­zio­narsi e di comu­ni­care con uma­nità. Se uno spet­ta­colo rie­sce, se un tea­tro va avanti nono­stante l’eccezionale tasso di indi­vi­dua­li­smo, se non per­sino di fol­lia che ne per­vade l’atmosfera, è gra­zie a que­ste per­sone. Che non sono poche, ma di cui Roberto Bosio resta un esempio.

Bosio era entrato al Regio come mae­stro col­la­bo­ra­tore, si era lau­reato in Eco­no­mia con una tesi sul mondo della pro­du­zione lirica (con Milena Boni, pio­niera degli studi sul mar­ke­ting dello spet­ta­colo dal vivo); nel frat­tempo, per molti anni ha inse­gnato al con­ser­va­to­rio di Ivrea (se non ricordo male), fino alla nomina di vice­di­ret­tore arti­stico, arri­vata nel cul­tu­ral­mente fecondo periodo Majer-Tessore; da allora è sem­pre rima­sto nell’area della dire­zione arti­stica, e nell’avvicendarsi delle dire­zioni e delle sovrin­ten­denze ha rap­pre­sen­tato la con­ti­nuità e il punto di rife­ri­mento per gli arti­sti che con il suo tea­tro col­la­bo­ra­vano. Era spo­sato, con due figlie ancora piccole.

Anche se ci asso­mi­glia molto, que­sto però non voleva essere un necro­lo­gio. Volevo solo comu­ni­care un par­ti­co­lare tipo di sgo­mento; nel tea­tro – e forse nella vita – ci sono per­sone che vedi arri­vare, agi­tarsi, bril­lare – di luce pro­pria o più spesso di luce riflessa – e poi allon­ta­narsi veloci; non sai nep­pure dove siano andate, e tutto som­mato nep­pure ti inte­ressa tanto. Ce ne sono altre che incar­nano invece la sta­bi­lità e la con­ti­nuità; non sono alla ricerca di qualcos’altro, o almeno non ora, forse domani. Sono lì, sai che ci puoi con­tare, che la loro voca­zione è risol­vere i pro­blemi e non crearli per fare rumore; andare sem­pre avanti, alla fac­cia di quell’atmosfera da apo­ca­lissi immi­nente che sem­pre intos­sica ed elet­trizza i tea­tri. Bosio era una di que­ste per­sone: raris­sime e dif­fi­cil­mente sosti­tui­bili per le aziende, ma soprat­tutto impos­si­bili da pen­sare assenti per gli amici e i col­la­bo­ra­tori. La vita arti­stica ha biso­gno di entrambi i tipi di per­sone: le comete e le stelle polari. Ma è quando ven­gono a man­care que­ste ultime che lo sgo­mento ti afferra con mag­giore intensità.

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Mentre alcuni nuovi pezzi di Fier­re­bras non vogliono pro­prio scri­versi da soli, ci sono mille noti­zie dal mondo della musica che mi pia­ce­rebbe con­di­vi­dere. Noti­zie che riflet­tono quanto esso sia com­plesso, arti­co­lato e un poco pazzo. Eccone tre di ieri.

La prima è una bella inchie­sta del New Music Box, il sito inter­net dell’Ame­ri­can Music Cen­ter, dedi­cata alla buona salute di cui godono – in un mer­cato disco­gra­fico scon­volto dalla crisi eco­no­mica e di idee – le eti­chette indi­pen­denti spe­cia­liz­zate nella pro­du­zione e distri­bu­zione di musica con­tem­po­ra­nea. Il loro modello di busi­ness non è certo quello delle major (i com­po­si­tori o gli spon­sor nor­mal­mente pagano la pro­du­zione del disco) ma il loro inso­sti­tui­bile com­pito è ricam­biato da un suc­cesso che sta assu­mendo le dimen­sioni di un boom. Con­tro qual­siasi fosca previsione.

La seconda e la terza sono col­le­gate. Un arti­colo del Times ci rac­conta del primo scio­pero pro­cla­mato dai lavo­ra­tori del Festi­val di Bay­reuth. Si tratta di 60 mac­chi­ni­sti e di un cen­ti­naio di lavo­ra­tori a con­tratto che con­te­stano la lega­lità dei con­tratti fir­mati dall’ex diret­tore del Festi­val, Wol­fgang Wag­ner. E così, men­tre si lavora per man­dare in scena l’ennesimo, son­tuoso Tri­stan und Isolde, davanti alla con­sueta pla­tea luc­ci­cante di uomini poli­tici, magnati della finanza e alta bor­ghe­sia inter­na­zio­nale, sco­priamo che la paga ora­ria di un mac­chi­ni­sta, di un elet­tri­ci­sta o di un attrez­zi­sta impe­gnati sul pal­co­sce­nico è di circa 4 euro. Con­tem­po­ra­nea­mente, un arti­colo pub­bli­cato sul sito di Bloom­berg ci informa del fatto che Peter Gelb ha gua­da­gnato nel 2008 circa 1,5 milioni di dol­lari con il suo lavoro di Gene­ral Mana­ger alla Metro­po­li­tan Opera di New York, con un incre­mento rispetto all’anno pre­ce­dente del 36%. Che cosa c’entra? Boh, ognuno si fac­cia il suo parere.

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