Musica

Ciao Gustav

19 gennaio 2012

Gustav Leo­n­hardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo coper­tine come que­sta prova qual­che emo­zione, sa bene chi e che cosa scom­pare con lui:

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Dopo il pastic­ciac­cio brutto della cit­ta­di­nanza ono­ra­ria capi­to­lina, offerta dalla giunta di Ale­manno a Ric­cardo Muti e poi sfu­mata nel vociare di beghe bor­ga­tare, ecco che la mejo destra tenta di ripa­rare alzando la posta, e chiede la nomina del Mae­stro a sena­tore a vita. Ora si espone anche Carlo Ros­sella, il nostro Tom Wolfe for­mato Olget­tina, con un raf­fi­nato pezzo di cri­tica musi­cale nella sua rubri­china “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più effi­caci spazi di appro­fon­di­mento dell’imbecillità umana:

Straor­di­na­rio Mac­beth di Muti al Festi­val di Sali­sburgo. Il mae­stro sor­ride quando si parla della sua even­tuale nomina a sena­tore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nes­suno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sba­gliata. Il pro­blema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude ita­liana: con uno spon­sor così, chi ha il corag­gio di tirarsi indie­tro? Napo­li­tano sarà sicu­ra­mente felice del consiglio.

La splen­dida foto di Muti nella “fore­sta di Bir­namo” è di Ker­stin Joens­son (AP Photo/dapd)

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Da alcune set­ti­mane, l’esclusivo par­terre dei cri­tici musi­cali ita­liani si è arric­chito di un nuovo arrivo. Lo spa­zio è quello della pagina dedi­cata alla musica dall’inserto dome­ni­cale del “Sole 24ore”, che già ospita gli sto­rici arti­coli di un colto e monu­men­tale rea­zio­na­rio come Qui­rino Prin­cipe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fier­ra­bras aveva già espresso qual­che riserva alcuni anni fa). La firma fa pen­sare alle scor­re­rie dei pirati o, in alter­na­tiva, ai calen­dari da cucina e agli oro­scopi: Bar­ba­nera, niente di meno.

Que­sta firma che si sup­pone cor­sara è com­parsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piut­to­sto sgan­ghe­rata stron­ca­tura di un dop­pio cd con­te­nente gli Studi bril­lanti op. 740 di Czerny e gli Studi tra­scen­den­tali di Liszt ese­guiti da Fred Olden­burg: il com­mento era da anto­lo­gia della “non cri­tica” ita­liana: “Il con­fronto con Liszt è per­dente in par­tenza sotto tutti i punti di vista e poi nes­sun allievo potrebbe aspi­rare di arri­vare [sic!] a un livello ese­cu­tivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un auto­mo­bile a pedali a un pilota di for­mula uno”. Come se si trat­tasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.

La dome­nica suc­ces­siva però Bar­ba­nera torna all’arrembaggio, e anche que­sta volta lo fa sce­gliendo un tema non esat­ta­mente di ‘avan­guar­dia’. L’articolo è un pavido rim­brotto al fan­ta­sma di Her­bert von Kara­jan, in occa­sione del river­sa­mento in cd dei Con­certi Bran­de­bur­ghesi da lui incisi con i Ber­li­ner 47 anni fa (!); se il sog­getto è già quasi archeo­lo­gia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muf­fosa, e rag­giunge il suo apice di apnea intel­let­tuale quando, in rife­ri­mento alla grande cor­rente di risco­perta della ‘musica antica’, scrive: “Dove­roso pre­ci­sare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affi­na­mento, si è arri­vati a un ottimo com­pro­messo che con­sente di apprez­zare della musica pia­ce­vole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica pia­ce­vole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quo­ti­diana, si potreb­bero leg­gere parole come que­ste, se non in un gior­nale locale della pro­vin­cia più pro­fonda, che magari affida una rubrica di musica al par­roco che un po’ di musica l’ha masti­cata in semi­na­rio, o al pro­fes­sore di pia­no­forte del locale conservatorio?

Terza pun­tata, il 17 luglio, e terzo bri­vido: una spe­cie di stron­ca­tura di un’incisione di tre con­certi per pia­no­forte di Mozart ese­guiti al for­te­piano da Ronald Brau­ti­gam, con la Köl­ner Aka­de­mie. Qui le argo­men­ta­zioni non sono più solo muf­fose, sono decre­pite e squin­ter­nate. Con­ti­nua la lettura →

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Caris­simo Dot­tore,
Gra­zie per la pla­quette! Il fatto che Mozart amasse e col­ti­vasse “gli scam­pa­nii da suino” mi era già noto, non so per­ché. Le spie­ga­zioni che ne date non tol­le­rano alcune obie­zione. Ana­liz­zando nume­rosi musi­ci­sti ho notato un inte­resse par­ti­co­lare, risa­lente alla loro infan­zia, per i rumori pro­dotti dagli inte­stini. Se lo si debba con­si­de­rare come un caso par­ti­co­lare del più gene­rale inte­resse nei con­fronti del mondo dei suoni, o invece si debba accet­tare che nel talento musi­cale (a noi sco­no­sciuto) ci sia una forte com­po­nente anale, è un dub­bio che lascio irri­solto.
Un cor­dia­lis­simo saluto
Suo, Freud

La biz­zarra osser­va­zione secondo cui i musi­ci­sti sono par­ti­co­la­mente inte­res­sati ai “rumori pro­dotti dagli inte­stini”, Freud la sostiene in una let­tera indi­riz­zata a Ste­fan Zweig il 25 giu­gno 1931 dalla cit­ta­dina di Pötz­lein­sdorf, vicino a Vienna, dove si tro­vava in vil­leg­gia­tura. Che Freud non fosse affatto inte­res­sato alla musica è cosa ben nota; biso­gna tut­ta­via dire che la let­tera è par­ti­co­lar­mente stram­pa­lata, e forse non a caso non è stata inclusa nella tra­du­zione ita­liana del suo epistolario.

La cita invece, ampu­tan­dola stra­te­gi­ca­mente, Michel Onfray nel suo for­mi­da­bile Cre­pu­scolo di un idolo, il libro che dedica alla siste­ma­tica e vio­len­tis­sima distru­zione della cre­di­bi­lità di Freud, da poco tra­dotto in ita­liano. Vale la pena di citare per intero il para­grafo, che tira in ballo anche Mahler:

Freud non si abban­dona a visioni del mondo quando pro­pone la sua ipo­tesi, scien­ti­fica evi­den­te­mente, sull’origine della musica, e, pro­se­guendo nel regi­stro sca­to­filo che ne sa più su sé stesso che non sul mondo, scrive a Ste­fan Zweig: «Ana­liz­zando parec­chi musi­ci­sti, ho notato un inte­resse par­ti­co­lare, risa­lente alla loro infan­zia, per i rumori pro­dotti dagli inte­stini […]. Una forte com­po­nente anale in que­sta pas­sione per l’universo sonoro» (25 giu­gno 1931). Gustav Mahler, ana­liz­zato dal mae­stro in per­sona per quat­tro ore (!) durante una pas­seg­giata per le strade di Leyda, in Olanda, avrà sicu­ra­mente con­tri­buito all’elaborazione di que­sto mate­riale scientifico.

Si noti l’ironia sulla ‘scien­ti­fi­cità’ delle teo­rie freu­diane, la per­fi­dia del “ne sa più di se stesso che non sul mondo” (insomma, per Onfray era Freud lo sca­to­filo), la tra­sfor­ma­zione del dub­bio dell’originale in una cer­tezza, e la stoc­cata sulla famosa ‘seduta di ana­lisi’ che Mahler avrebbe avuto con Freud (appa­ren­te­mente poco più di una pas­seg­giata). È lo stile del libro, appas­sio­nante ma senza esclu­sione di colpi, tal­volta anche oltre i limiti della correttezza.

Ma che sto­ria c’era die­tro la buffa ‘osser­va­zione cli­nica’ dei musi­ci­sti peto­mani di Freud? Con­ti­nua la lettura →

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L’art doit discu­ter,
doit con­te­ster,
doit protester.

L’arte deve discu­tere, deve con­te­stare, deve pro­te­stare. È una visione este­tica, e non neces­sa­ria­mente la migliore. Ma la cosa che col­pi­sce è che a pro­nun­ciare que­sta frase sia stato un uomo poli­tico, e non certo un poli­tico di sini­stra: Geor­ges Pom­pi­dou, Primo mini­stro a metà degli Ses­santa e poi Pre­si­dente della Repub­blica fran­cese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una poli­tica cul­tu­rale e di un inve­sti­mento. Leg­gerla sulla fac­ciata del ‘Beau­bourg’, il com­plesso dedi­cato alla dif­fu­sione delle arti che porta il suo nome, col­pi­sce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale man­canza di una visione este­tica da parte dell’attuale classe poli­tica, ma anche per una que­stione di lin­guag­gio. Si pensi anche solo ai modi super­fi­cial­mente sus­sie­gosi e segre­ta­mente sprez­zanti con cui l’arte è oggi trat­tata nei discorsi poli­tici. Anzi, non è trat­tata, per­ché quasi mai si parla di arte, ma sem­pre di ‘cul­tura’. La cul­tura è quella cosa a cui biso­gna dare i soldi, per­ché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umi­liante ritor­nello. Sem­bra che nelle orec­chie dei cit­ta­dini ita­liani la parola cul­tura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una effe­rata, silen­ziosa ven­detta del mondo poli­tico: ren­dere l’artista un que­stuante, una sorta di arcaico sot­to­pro­le­ta­rio da difen­dere dalla fame o da abban­do­nare a se stesso, a seconda della parte a cui si appar­tiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la poli­tica, que­sta poli­tica, che è arcaica, non l’arte. Per­ché l’arte discute, con­te­sta e pro­te­sta. La poli­tica non più.

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Belle le tante feste per l’Unità, bello sen­tir ricor­dare i per­so­naggi eroici che hanno lot­tato per farla nascere. Diver­tente prima che pre­oc­cu­pante il ritorno del kitsch patriot­tico. Pec­cato però pen­sare di com­bat­tere il pro­vin­cia­li­smo con il regio­na­li­smo, il regio­na­li­smo col nazio­na­li­smo e così via. Anche per­ché molti ricor­de­ranno che pro­prio dopo una disa­strosa ubria­ca­tura di falso patriot­ti­smo era nata la splen­dida uto­pia di Ven­to­tene, l’idea di una unica e acco­gliente patria euro­pea. La parola Europa è la grande assente dalle rifles­sioni sul pre­sente e il futuro nazio­nale. Sem­bra quasi che nes­suno ci creda più. Eppure, solo pochi anni fa…
Allora auguri all’Italia, magari nella spe­ranza che dopo tutto que­sto sven­to­lìo a qual­cuno rimanga la voglia di fare un po’ di puli­zia. Senza mai dimen­ti­care le parole sante del grande Bras­sens su “les imbé­ci­les heu­reux qui sont nés quel­que part”. Da medi­tare ogni giorno di più.

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Riti di pas­sag­gio nel mondo dei grandi diret­tori. A 35 anni Daniel Har­ding debutta con la New York Phi­lhar­mo­nic, e pun­tuale il New York Times gli dedica un’intervista che, sor­pren­den­te­mente, prende una piega vaga­mente malin­co­nica. Il titolo: “Un bam­bino pro­di­gio cre­sce e diventa un sem­plice diret­tore giovane”.

Volen­dola rias­su­mere con parole nostre, la sua sto­ria è un po’ que­sta: un gio­va­nis­simo musi­ci­sta viene ven­duto per dieci anni come fan­ciullo pro­di­gio, si ritrova a diri­gere le migliori orche­stre del mondo intorno ai vent’anni d’età, a ven­tuno debutta con i Ber­li­ner, poi ottiene un con­tratto con una major disco­gra­fica, poi inau­gura la Scala, poi, poi… Poi si ritrova a 35 anni, con un calen­da­rio ancora gre­mito di impe­gni, con oppor­tu­nità che pochis­simi diret­tori suoi coe­ta­nei potreb­bero avere, ma con un per­so­nag­gio da rein­ven­tare, e forse con una vita un po’ a pezzi. A 35 anni sei un gio­vane diret­tore, non sei più ‘il fol­letto del podio’, l’‘esplosione di ener­gia gio­va­nile’ e le altre ter­ri­bili castro­ne­rie che per dieci anni hanno affol­lato le poche righe che i gior­nali con­ce­dono ai sene­scenti cri­tici musi­cali. Sene­scenti ana­gra­fi­ca­mente o più spesso psicologicamente.

Dove abita Daniel? Da nes­suna parte. Le sue cose sono in un magaz­zino, dopo la sepa­ra­zione dalla moglie. Quale grande orche­stra dirige? Nes­suna in maniera sta­bile: quelle stesse isti­tu­zioni che lo invi­ta­vano per diver­tire un pub­blico vec­chio e asse­tato di gio­ventù come il conte Dra­cula, lo chia­mano ancora per­ché è un buon nome, per­ché ancora c’è un po’ di scia dell’effetto ‘fol­letto’. Ma a parte qual­che cri­tico di qual­che inserto cul­tu­rale di qual­che gior­nale con­fin­du­striale ita­liano, il tempo dei peana è pas­sato, e ora viene quello della costru­zione di un pre­sti­gio, di una cre­di­bi­lità da musi­ci­sta maturo. Un’impresa tutt’altro che facile, in que­ste con­di­zioni. Lui nel frat­tempo si lega a isti­tu­zioni con cui può cre­scere al riparo: Tron­d­heim, in Nor­ve­gia; Norr­kö­ping, in Sve­zia; Brema, in Germania.

E adesso due con­certi con la New York Phi­lhar­mo­nic, per due sin­fo­nie di Mahler. Come dice lui stesso, non è che uno va a New York e con un paio di prove spiega all’Orchestra che fu di Bern­stein come si suona la Quarta di Mahler. La sfida è quella di non fare stu­pi­dag­gini, di gui­darli e lasciarsi gui­dare; quella di creare un rap­porto di fidu­cia e di cer­care di cre­scere ancora, magari anche impa­rando da loro.

Ma il pub­blico, è que­sto che vuole da Har­ding? Con­ti­nua la lettura →

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Che cosa si può dire di Giu­liano Fer­rara che improv­visa una lezione di sto­ria della musica in difesa del suo datore di lavoro, e lo fa citando dalla Breve sto­ria della musica di Mas­simo Mila? Già si sapeva che Mila non rap­pre­sentò esat­ta­mente il cul­mine, la summa dell’esegesi ver­diana. Ma leg­gere il Mila che spiega il melo­dramma ita­liano in anti­tesi al Roman­ti­ci­smo euro­peo (per via di sem­pli­fi­ca­zione), è già di per sé abba­stanza tri­ste; leg­gerlo poi attra­verso la rima­sti­ca­tura sgan­ghe­rata di Fer­rara, è dav­vero scon­for­tante. L’articolo vale il tempo della let­tura, per­ché dimo­stra una volta di più la distanza del mondo intel­let­tuale ita­liano dalla musica; mai e poi mai Fer­rara avrebbe potuto impan­carsi sto­rico dell’arte e tenere una con­cione squin­ter­nata su Piero della Fran­ce­sca, o della let­te­ra­tura scri­vendo della morale in Man­zoni, senza coprirsi di ridi­colo. La cita­zione di Mila gli ser­viva ovvia­mente per fare iro­nia sull’”azionismo” di cui tanto si parla nelle ultime set­ti­mane, ma la quan­tità di scioc­chezze, ‘eli­xir’ e tutto il resto, è abba­stanza palese. La tra­du­zione dell’idea di ‘paese del melo­dramma’, come luogo dell’amore innal­zato a fine supremo, esclu­siva patria dell’opera buffa e dello spasso solare, rap­pre­senta vera­mente una fal­si­fi­ca­zione incre­di­bile sia del melo­dramma otto­cen­te­sco, sia dell’Italia di oggi. Se infatti le notti di Arcore sareb­bero più degne di Offen­bach (orrore, un tede­sco!) che del Doni­zetti buffo, l’atmosfera cupa e rab­biosa che domina l’Italia di oggi è effet­ti­va­mente degna del Doni­zetti più dispe­rato e del Verdi più severo. Fin­gere di dimen­ti­care quanto pre­ciso sia stato il ritratto impie­toso, moral­mente net­tis­simo e acuto, che il melo­dramma otto­cen­te­sco ha fatto del potere, della vio­lenza poli­tica, dell’asservimento popo­lare e della cor­ti­gia­ne­ria inte­res­sata, è vera­mente da bestie. Dispiace dirlo, ma è anche attra­verso que­ste uscite che colui che vor­rebbe farsi amare dal suo padrone come un Mar­chese di Posa, e che spesso è stato ritratto dai suoi nemici come uno Iago, fini­sce per mani­fe­starsi come un sem­plice Marullo.

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Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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