Poesia

C’era da scom­met­terlo. Ogni volta che c’è uno scon­tro con la Poli­zia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qual­cosa che parla quel lin­guag­gio rivo­lu­zio­na­rio che la sini­stra ha deciso di abban­do­nare – a costo di tra­sfor­marsi in un ossi­moro vivente – qual­che cre­tino tira fuori Paso­lini. Sfo­gli il gior­nale, sai che si parla di scon­tri tra i nefa­sti ‘black bloc’ e la Poli­zia, e cominci a pen­sare: spe­riamo di no, spe­riamo che non ci sia il solito mise­ra­bile del PD che dice “io sto con Paso­lini” – forse rite­nendo che Paso­lini, espulso dal Pci e per­se­gui­tato per il suo radi­ca­li­smo, sarebbe stato con lui! E natu­ral­mente suc­cede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” que­sta volta si chiama Dario Gine­fra, e dice “Cari ragazzi, rileg­gete le pagine cor­sare che Paso­lini dedicò ai gio­vani del Pci”; e subito Mat­teo Renzi, uno che non si fa man­care mai nulla, nel suo pane­gi­rico dei poveri poli­ziotti pagati 1200 euro cita PPP, per­ché così le sue misere parole sem­brano subito di sini­stra; e natu­ral­mente nel suo fine ragio­na­mento acco­muna tutti, estre­mi­sti a anti­tav, con una lun­gi­mi­ranza degna di Maroni. (Pur­troppo una foto di Renzi accom­pa­gna la dichia­ra­zione; una foto che lo fa rien­trare di diritto nella cate­go­ria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cra­vatta rac­conta più di un’autobiografia: seta luci­dis­sima bor­deaux, enorme, anno­data come i but­ta­fuori delle disco­te­che e i mafiosi di Cop­pola. Rac­conta le aspi­ra­zioni, le fru­stra­zioni e soprat­tutto la cul­tura este­tica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cra­vatta e prende in mano con aria effi­ciente la cor­netta del tele­fono, della poe­sia di Paso­lini se ne impipa allegramente.)

Io pro­prio non lo so che cosa Paso­lini pen­se­rebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chie­dere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poe­sia dedi­cata agli scon­tri di Valle Giu­lia, per­ché leg­gere la pro­te­sta della Val di Susa come una mani­fe­sta­zione di lotta di classe, come sem­bra fare Gine­fra, è vera­mente ridi­colo e pre­te­stuoso; penso invece alle pagine, e soprat­tutto al pro­getto, di Petro­lio, al rap­porto tra indi­vi­duo e potere che descrive, all’intreccio fra inte­resse eco­no­mico e dege­ne­ra­zione dell’etica pub­blica che dise­gna. Per­ché non mi sem­bra che dall’altra parte, rispetto alla poli­zia di Stato, ci siano i figli di papà che inneg­giano alla rivo­lu­zione comu­ni­sta. Dall’altra parte, die­tro alla cor­tina di fumo che l’idiozia degli estre­mi­sti sol­leva, c’è forse un movi­mento anti­mo­derno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indi­fen­di­bile per defi­ni­zione, se non tal­volta sotto le ban­diere tri­sti e vol­gari del leghi­smo. Qual­cosa che, se stenta a tro­vare un sim­bolo cre­di­bile sotto il quale lot­tare, dovrebbe comun­que essere ascol­tato con pro­fonda atten­zione e rispetto da chi dichiara valori pro­gres­si­sti, al di là di ogni sem­pli­fi­ca­zione e col­pe­vole omis­sione gior­na­li­stica; da chi, soprat­tutto, non finga di dimen­ti­care quali siano gli inte­ressi in gioco.

Del resto, credo che i poli­ziotti sap­piano meglio di me che non devono aspet­tarsi da Renzi e Gine­fra una lotta per l’aumento del loro sti­pen­dio. Quello che mi chiedo è che cosa dob­biamo aspet­tarci noi cit­ta­dini da una sini­stra come que­sta, e che cosa pos­siamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Com­menti si pos­sono leg­gere le repli­che dell’On. Gine­fra (PD, Com­mis­sione Tra­sporti) al post di Fierr­bras, e le suc­ces­sive risposte.

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Un gruppo di scrit­tori, poeti, cri­tici, alcuni rap­per, molti stu­denti: non esat­ta­mente il ritratto di una peri­co­losa cel­lula ter­ro­ri­stica. Eppure nel ten­done in cui dove­vano riu­nirsi per festeg­giare la con­clu­sione del Pale­stine Festi­val of Lite­ra­ture (Pal­Fest), la ras­se­gna dedi­cata alla scrit­tura che da quat­tro anni si svolge, tra incre­di­bili dif­fi­coltà, in ter­ri­to­rio pale­sti­nese, sono stati lan­ciati dei lacri­mo­geni dall’esercito occu­pante. Da quelle parti le cose vanno così, e nes­suno sem­bra stu­pirsi più di tanto.

Sob­borgo di Sil­wan, a sud di Geru­sa­lemme, quar­tiere a larga mag­gio­ranza pale­sti­nese su cui negli ultimi anni si sono con­cen­trati nuovi piani di espan­sione delle colo­nie israe­liane e un pro­getto per l’ampliamento di un parco archeo­lo­gico con­te­stato dai resi­denti; luogo di forti ten­sioni e fre­quenti scon­tri; luogo di vio­la­zione dei diritti umani secondo gli osser­va­tori stra­nieri, che denun­ciano il rei­te­rato arre­sto di bam­bini da parte della poli­zia e dell’esercito occu­pante. Per gua­da­gnare un po’ di soste­gno da parte della stampa inter­na­zio­nale con­tro i pre­oc­cu­panti pro­getti dei coloni, è stato issato un ten­done, luogo di ritrovo e di scam­bio di infor­ma­zioni. È pro­prio qui che, con un certo corag­gio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festi­val che per cin­que giorni ha riu­nito, come ogni anno, migliaia di per­sone intorno alle forze della let­te­ra­tura pale­sti­nese e ad alcuni illu­stri e meno illu­stri ospiti stranieri.

Nato nel 2008, il Pal­Fest ha avuto tra i suoi fon­da­tori e soste­ni­tori nomi impor­tanti della let­te­ra­tura di tutto il mondo, come lo scrit­tore nige­riano Chi­nua Achebe, John Ber­ger, Harold Pin­ter (scom­parso nel 2008), il pre­mio Nobel Sea­mus Hea­ney, il poeta ‘nazio­nale’ pale­sti­nese Mah­moud Dar­wish, e molti altri. Gli orga­niz­za­tori lo defi­ni­scono ‘festi­val iti­ne­rante’, cosa che natu­ral­mente, in un paese in cui la dif­fi­coltà di spo­sta­mento è uno dei segni più tan­gi­bili dell’occupazione, assume un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare: quest’anno ha por­tato nei diversi luo­ghi delle mani­fe­sta­zioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramal­lah, Hebron e Geru­sa­lemme) scrit­tori e scrit­trici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Wal­ker (l’autrice di Il colore viola), il paki­stano Moham­med Hanif (Il caso dei man­ghi esplo­sivi, Bom­piani 2009) e molti altri, e li ha fatti incon­trare con gli scrit­tori locali e con il pub­blico, in una serie di work­shop, let­ture, dibattiti.

L’appuntamento con­clu­sivo era per le 19.30 sotto il ten­done di Sil­wan, ma gli scon­tri sono comin­ciati alcune ore prima, l’aria era irre­spi­ra­bile per i lacri­mo­geni e molti ospiti erano stati trat­te­nuti ai posti di blocco, così tutto sem­brava essere andato in fumo. E invece hanno aspet­tato che il fumo si disper­desse, che gli scon­tri ces­sas­sero, e quando ormai era quasi notte sotto quel ten­done ci si sono dav­vero seduti, e hanno letto le loro bene­dette poe­sie, e hanno fatto i loro bene­detti discorsi, e hanno suo­nato le loro bene­dette can­zoni. Ne parla un arti­colo dell’Economist, lo si può leg­gere anche in alcuni blog e siti come i corag­giosi Rete Eco – Ebrei con­tro l’occupazioneInvi­si­ble Arabs della gior­na­li­sta Paola Caridi. Se ne può sen­tire l’atmosfera, tutta par­ti­co­lare, nel video postato dagli orga­niz­za­tori del Festi­val su Youtube.

Sono i momenti in cui la let­te­ra­tura e le arti si ripren­dono il loro valore di ponte sospeso fra le per­sone e i luo­ghi, fra per­so­nale e col­let­tivo, allon­ta­nan­dosi da quella frui­zione un po’ solip­si­stica e con­su­mi­stica che sem­pre più stanno assu­mendo nelle nostre vite. Pia­ce­rebbe pen­sare che que­ste ini­zia­tive siano ben viste se non addi­rit­tura soste­nute dagli occu­panti israe­liani, poi­ché ogni occa­sione di incon­tro e cre­scita cul­tu­rale rap­pre­senta anche un freno al dif­fon­dersi del can­cro estre­mi­sta e inte­gra­li­sta. Ancora una volta non è così, e viene da chie­dersi se non ci sia un metodo in que­sta siste­ma­tica volontà di osta­co­lare la cre­scita sociale della popo­la­zione pale­sti­nese, in que­sta obli­te­ra­zione delle pro­prie radici cul­tu­rali, del pro­prio tes­suto sociale e del pro­prio pae­sag­gio a cui la si vuole spie­ta­ta­mente costringere.

È la sto­ria che rac­conta nei suoi libri uno dei fon­da­tori e soste­ni­tori del Festi­val, Raja She­ha­deh, scrit­tore e avvo­cato nato a Ramal­lah. Il disgre­garsi di una società in stretto rap­porto con il ter­ri­to­rio, l’umiliazione di una bor­ghe­sia istruita, fatta di pro­fes­sio­ni­sti, com­mer­cianti e pos­si­denti ter­rieri, costretta a emi­grare o a vivere in un con­te­sto sem­pre più con­tras­se­gnato dalla vio­lenza e dalla coer­ci­zione, e ad assi­stere infine all’affermazione dell’integralismo, la peg­giore delle medi­cine, quella che uccide il paziente insieme ai sin­tomi del suo male.

Uno dei suoi libri, in par­ti­co­lare, rac­conta la sto­ria degli ultimi decenni in Pale­stina da un punto di vista unico e pre­gnante, quello del pae­sag­gio e della sua tra­sfor­ma­zione. Ripren­dendo un’antica tra­di­zione pale­sti­nese, quella della sarha, il vaga­bon­dag­gio disin­tos­si­cante che l’uomo si con­cede una volta all’anno, She­ha­deh ama le lun­ghe cam­mi­nate, e ne Il pal­lido dio delle col­line (EDT 2010) rac­conta 7 di que­sti viaggi a piedi fra le col­line e i wadi della Cisgior­da­nia, distri­buite nell’arco degli ultimi ven­ti­cin­que anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era pic­colo, poi lo spo­sta­mento coatto verso Ramal­lah, luogo fino ad allora desti­nato alla vil­leg­gia­tura, la sco­perta delle col­line, con i loro ulivi, i ter­raz­za­menti, il fre­sco dei rifugi per il bestiame. E poi len­ta­mente il disgre­garsi del tes­suto sociale, l’abbandono delle terre, la com­parsa degli inse­dia­menti sem­pre più inva­denti, l’occupazione e la fram­men­ta­zione del ter­ri­to­rio, gli espro­pri. Tutto però scan­dito dal passo di chi cam­mina e osserva, e cam­mi­nando e osser­vando in qual­che modo riflette e sor­passa. Un libro che mi ha aiu­tato molto a capire come stanno le cose al di là delle noti­zie di cro­naca e dei libri di sto­ria. E soprat­tutto un libro gui­dato da quella stessa dispe­rata fidu­cia nella parola e nel pen­siero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfi­dare la sorte e il ran­core dei pro­pri nemici per andare ad ascol­tare poe­sie sotto un ten­done che sapeva ancora di gas lacrimogeno.

La foto di Raja She­ha­deh è di Chris Boland, ed è stata scat­tata a Cam­bridge nel marzo scorso; la per­sona die­tro di lui è lo scrit­tore inglese Robert Macfarlane.

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Belle le tante feste per l’Unità, bello sen­tir ricor­dare i per­so­naggi eroici che hanno lot­tato per farla nascere. Diver­tente prima che pre­oc­cu­pante il ritorno del kitsch patriot­tico. Pec­cato però pen­sare di com­bat­tere il pro­vin­cia­li­smo con il regio­na­li­smo, il regio­na­li­smo col nazio­na­li­smo e così via. Anche per­ché molti ricor­de­ranno che pro­prio dopo una disa­strosa ubria­ca­tura di falso patriot­ti­smo era nata la splen­dida uto­pia di Ven­to­tene, l’idea di una unica e acco­gliente patria euro­pea. La parola Europa è la grande assente dalle rifles­sioni sul pre­sente e il futuro nazio­nale. Sem­bra quasi che nes­suno ci creda più. Eppure, solo pochi anni fa…
Allora auguri all’Italia, magari nella spe­ranza che dopo tutto que­sto sven­to­lìo a qual­cuno rimanga la voglia di fare un po’ di puli­zia. Senza mai dimen­ti­care le parole sante del grande Bras­sens su “les imbé­ci­les heu­reux qui sont nés quel­que part”. Da medi­tare ogni giorno di più.

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Io sono una forza del Pas­sato.
Solo nella tra­di­zione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai bor­ghi
dimen­ti­cati sugli Appen­nini o le Pre­alpi,
dove sono vis­suti i fra­telli.
Giro per la Tusco­lana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i cre­pu­scoli, le mat­tine
su Roma, sulla Cio­cia­ria, sul mondo,
come i primi atti della Dopo­sto­ria,
cui io assi­sto, per pri­vi­le­gio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qual­che età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cer­care fra­telli che non sono più.

Un fram­mento, bel­lis­simo e dolo­roso, di una poe­sia di Paso­lini datata 10 giu­gno 1962 e inse­rita poi in Poe­sia in forma di rosa. Fa parte delle liri­che scritte durante la lavo­ra­zione di Mamma Roma, e Paso­lini la fa reci­tare al regi­sta della Pas­sione di Stracci nella Ricotta. Qui si può vedere il pas­sag­gio del film: la voce a Orson Wel­les la pre­sta il poeta Gior­gio Bas­sani. Sulla moder­nità, sul pas­sato, e sulla con­di­zione dell’Italia di oggi, anche se la moder­nità sem­bra già, anch’essa, passata.

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Il pre­si­dente di Adel­phi, Roberto Calasso, ha stretto pochi giorni fa un accordo con l’erede di Gadda, Arnaldo Libe­rati, nipote (figlio del fra­tello) di Giu­sep­pina, la gover­nante che lo scrit­tore indicò come pro­pria erede uni­ver­sale: a par­tire da quest’anno, a mano a mano che i con­tratti per i libri pub­bli­cati da Gar­zanti sca­dranno, le opere di Gadda usci­ranno in una nuova ver­sione presso Adel­phi. Si comin­cia nien­te­meno che con Accop­pia­menti giu­di­ziosi, e già l’anno pros­simo uscirà una nuova ver­sione dell’Adal­gisa. Segui­ranno a breve il Pastic­ciac­cioLa cogni­zione del dolore. Alla Gar­zanti reste­ranno i diritti, fino ad 2032, delle opere com­plete in 5 volumi a cura di Dante Isella. All’arti­colo del Cor­riere della Sera in cui Calasso dava la noti­zia, ha rispo­sto un comu­ni­cato di Oli­viero Ponte di Pino, diret­tore edi­to­riale della Gar­zanti, in cui si riba­di­sce che Gadda resterà nelle loro edi­zioni; nel comu­ni­cato, ripreso anche dal Gior­nale, non è chia­rito come, ma dalla suc­ces­siva rispo­sta di Mat­teo Codi­gnola, dell’Adelphi, si capi­sce che a meno di bat­ta­glie legali Gadda sarà in futuro dispo­ni­bile con­tem­po­ra­nea­mente nei volumi sepa­rati Adel­phi e negli opera omnia di Garzanti.

Il tra­sloco

Il pas­sag­gio di un autore da un edi­tore all’altro non è certo una novità, e in fondo non è nep­pure un fatto par­ti­co­lar­mente rile­vante, anche se l’autore in que­stione è un gigante come Carlo Emi­lio Gadda; tanto meno è rile­vante o nuovo se a deci­dere il ‘tra­sloco’ non è l’autore stesso ma un erede. Si sa, i grandi edi­tori pen­sano che tutto il mondo giri intorno ai loro cata­lo­ghi, e spesso riten­gono di stare tirando le fila della cul­tura nazio­nale. Chi segue le cose della let­te­ra­tura sa che nor­mal­mente è un’esagerazione, e che sem­pre più lo sarà nei pros­simi anni di rivo­lu­zione digi­tale. Comun­que sia, Adel­phi negli ultimi anni ha messo a segno molti di que­sti ‘colpi di scena’ edi­to­riali, il più cla­mo­roso dei quali rimane forse l’acquisizione delle opere di Bor­ges. Con­ti­nua la lettura →

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Il segreto di Emily

17 febbraio 2010

Post image for Il segreto di Emily

Ma osser­viamo adesso più da vicino il dagher­ro­tipo di que­sta ragazza immo­bile. Per­ché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquie­tante”? E ancora: per­ché la sua mano sini­stra – a dif­fe­renza del resto del suo corpo impas­si­bile e impa­vido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rive­lando di sé al mondo.
Sì, per­ché que­sta imma­gine nasconde (o, al con­tra­rio, rivela come più non si potrebbe) una verità esplo­siva che nes­suno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così pale­se­mente e insur­re­zio­nal­mente sbat­tuta in fac­cia.
Pro­viamo a guar­darla dav­vero, per la prima volta senza para­oc­chi e senza dia­frammi, que­sta imma­gine. Che cosa – con la sua immo­bi­lità rotta appena dal tre­mito della mano sini­stra – ci sta rive­lando que­sta ragazza intenta a far arri­vare fino a noi il suo com­po­sto grido?

Un altro bel­lis­simo scritto di Anto­nio More­sco, con una tesi sen­sa­zio­nale su Emily Dic­kin­son. Non so quale fon­da­mento abbia, ma è vera­mente sug­ge­stiva – ed è scritta, manco a dirlo, splen­di­da­mente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leg­gere sul sito di Il primo amore.

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Metà della vita

8 settembre 2009

Con gialle pere scende
E folta di rose sel­va­ti­che
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubria­chi di baci
Tuf­fate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove tro­vare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il rag­gio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stri­dono le bandiere.

Mit gel­ben Bir­nen hän­get
Und voll mit wil­den Rosen
Das Land in den See,
Ihr hol­den Sch­wäne,
Und trun­ken von Küs­sen
Tunkt ihr das Haupt
Ins hei­li­gnü­ch­terne Was­ser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Win­ter ist, die Blu­men, und wo
Den Son­nen­schein,
Und Schat­ten der Erde?
Die Mauern stehn
Spra­chlos und kalt, im Winde
Klir­ren die Fahnen.

Si può anche solo imma­gi­nare poe­sia più bella e pro­fonda di Häl­fte des Lebens, “Metà della vita”, di Frie­drich Höl­der­lin? Credo di non esa­ge­rare se dico che si tratta di una delle più belle della let­te­ra­tura euro­pea. Quella prima strofa così sen­suale, con una divi­sione che è un inno alla com­ple­tezza: la super­fi­cie dell’acqua che separa il visi­bile dall’invisibile, e tutto che sem­bra volere tra­pas­sare, feli­ce­mente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori sel­va­tici – le rose –, i cigni che nuo­tando immer­gendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sen­suale abbrac­cio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di ele­menti infer­tili e impe­ne­tra­bili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desi­de­rio e volontà – le ban­de­ruole al vento. Com’è lon­tana la fidu­cia nel ciclico tor­nare delle sta­gioni che tanta parte della cul­tura occi­den­tale aveva nutrito, dalla natura di Lucre­zio ai mera­vi­gliosi mesi di Bene­detto Ante­lami nel bat­ti­stero del Duomo di Parma – e sul por­tale del Duomo di Fidenza e su quello di Cre­mona, e di chissà quante altre archi­tet­ture roma­ni­che – dai con­certi delle Sta­gioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piut­to­sto da chie­dersi e se Wilhelm Mül­ler, l’autore delle poe­sie che poi Schu­bert, con fol­go­rante intui­zione ha rac­colto nella Win­ter­reise, “Viag­gio d’inverno”, cono­scesse que­sta poe­sia. La rac­colta di Mül­ler era stata pub­bli­cata sulla rivi­sta “Ura­nia” nel 1823. L’immagine della ban­de­ruola segna­vento, ‘die Wet­ter­fähne’, così lace­ran­te­mente tra­sfi­gu­rata da Schu­bert, sem­bre­rebbe quasi una cita­zione let­te­rale. Si potrebbe per­sino dire che in que­sti 14 versi sia pre­fi­gu­rato in breve l’intero ciclo schu­ber­tiano. Con­ti­nua la lettura →

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Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

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Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

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Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

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Aina­da­mar al Bar­bi­can Cen­tre di Lon­dra in forma di con­certo – e devo dire che risulta dif­fi­cile imma­gi­narla in scena, tanto poca azione dram­ma­tica quest’opera da camera con­tiene. La sto­ria ha per pro­ta­go­ni­sta Mar­ga­rita Xirgu, la grande attrice cata­lana che riparò a Cuba prima del fran­chi­smo e dif­fuse in Ame­rica Latina, dopo la fuci­la­zione del poeta nel 1936, il tea­tro di Fede­rico Gar­cía Lorca. L’opera si arti­cola in tre scene della durata com­ples­siva di circa un’ora e mezza.

La prima scena (o “imma­gine”, come la defi­ni­sce Goli­jov) si svolge in un tea­tro di Mon­te­vi­deo, dove Mar­ga­rita, ormai vicina alla
morte, ricorda a un’allieva l’incontro con Lorca e tenta di
tra­smet­terle il giu­sto pathos per inter­pre­tare il per­so­nag­gio di
Mariana Pineda. La seconda scena si con­cen­tra intorno al per­so­nag­gio di Lorca, e Mar­ga­rita imma­gina la scena della sua fuci­la­zione vicino alla “Fon­tana delle lacrime”, la Aina­da­mar del titolo. La terza scena è un cre­scendo oni­rico di iden­ti­fi­ca­zione tra il poeta, il per­so­nag­gio, l’attrice e l’allieva, cul­mi­nante nella famosa “bal­lata” della Mariana Pineda “Io sono la libertà” (Yo soy la Liber­tad por­que el amor lo quiso!…).

La prima osser­va­zione da fare è che il libretto di David Henry Hwang è molto brutto e anti­dram­ma­tico, e l’effetto era impie­to­sa­mente ampli­fi­cato dai sopra­ti­toli inglesi e dall’arrivo dei versi di Lorca, che spic­cano come dia­manti nella sab­bia. Per un buon tratto dell’opera si per­ce­pi­sce un forte intento didat­tico (tutto è spie­gato, rac­con­tato, quasi come in una can­tata sovie­tica), e alcuni tra­sporti lirici sulla Revo­lu­cion suo­nano dav­vero piut­to­sto ingenui.

La musica è Goli­jov al qua­drato. Chi non ama i com­po­si­tori che fanno leva sui sen­ti­menti lasci stare Goli­jov: da que­sto punto di vista la sua musica è quasi spu­do­rata. La sua forza è uno strano miscu­glio di intel­li­genza, senso della forma, ricerca espres­siva e, appunto, spu­do­ra­tezza sen­ti­men­tale. Se si pensa ai fischi che Henze rice­veva in tea­tro per opere come Bou­le­vard Soli­tude, che in con­fronto ad Aina­da­mar è pra­ti­ca­mente il Woz­zeck, ci si chiede che fine abbiano fatto tutti que­gli intran­si­genti e atti­vis­simi guar­diani del pro­gresso arti­stico. Il pub­blico, come ormai suc­cede quasi rego­lar­mente per que­sto tipo di musi­che, era let­te­ral­mente entu­sia­sta, e si è spel­lato le mani e arro­chito la voce per una buona decina di minuti.

Certo, al suc­cesso hanno con­tri­buito molto le belle e dram­ma­ti­cis­sime voci di Dawn Upshaw (Mar­ga­rita), Kel­ley O’Connor (Gar­cía Lorca), e lo spet­ta­co­lare can­tante gitano Jesús Mon­toya, nella parte del tra­di­tore Ruiz Alonso. L’orchestra non era a pro­prio agio, e si pote­vano spesso per­ce­pire dei forti pro­blemi di equi­li­brio tra le voci ampli­fi­cate, l’orchestra, il gruppo di fla­menco ampli­fi­cato e il coro fem­mi­nile. Un equi­li­brio deli­ca­tis­simo, che richiede ine­vi­ta­bil­mente un attento lavoro al banco di mis­sag­gio, più che le istru­zioni di un diret­tore, per quanto bravo come Robert Spano.

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L’oceano di Golijov

29 dicembre 2007

oceanaOceana è il penul­timo dei Can­tos cere­mo­nia­les di Pablo Neruda, una lunga lirica ricca di sim­boli e di meta­fore ero­ti­che, forse la più appas­sio­nata della rac­colta pub­bli­cata a Bue­nos Aires nel 1961 (in ita­liano si può leg­gere nella tra­du­zione di Giu­seppe Bel­lina, edita da Pas­si­gli nel 2005). Pas­saggi oscuri e intrisi della per­so­nale epica di Neruda vi si alter­nano a versi di splen­dida lumi­no­sità. Una lunga invo­ca­zione, rivolta indi­ret­ta­mente all’amatissima Matilde, in cui la donna viene para­go­nata a una divi­nità marina, all’oceano stesso, al suo tota­liz­zante e vio­lento potere sul cuore del poeta.

Tengo ham­bre de no ser sino pie­dra marina,
esta­tua, lava, terca torre de monu­mento
donde se estrel­lan olas ya desa­pa­re­ci­das,
mares que fal­le­cie­ron con cán­tico y viajero.

(Ho fame di non essere che pie­tra marina, | sta­tua, lava, torre osti­nata di monu­mento | dove s’infrangono onde ormai scom­parse, | mari che mori­rono con can­tico e viaggiatore.)

La com­mis­sione a Osvaldo Goli­jov, datata 1996, si deve a quello stesso Hel­muth Ril­ling che quat­tro anni dopo lo spin­gerà a scri­vere la Pasión Según San Mar­cos, che otterrà un’autentica ova­zione alla prima di Stoc­carda, e che nel marzo del 2008 potrà essere ascol­tata a Fer­rara. Goli­jov – nato nel 1960 in Argen­tina da una fami­glia di ori­gine aske­na­zita (pro­ve­niente da Roma­nia e Ucraina) – è nel frat­tempo diven­tato uno dei più popo­lari com­po­si­tori della scena ame­ri­cana. La Deu­tsche Gram­mo­phon ha inciso tre dischi di sue com­po­si­zioni (e non nella col­lana di con­tem­po­ra­nea!), la sua ultima opera, Aina­da­mar ha vinto due Grammy, ha scritto le musi­che per l’ultimo film di Cop­pola Un’altra gio­vi­nezza [Youth Without Youth] e mille altre cose. Le tappe che con­trad­di­stin­guono il cur­sus hono­rum di un com­po­si­tore di suc­cesso negli Stati Uniti, ma che non sem­pre spia­nano la strada al rico­no­sci­mento in Europa.

Oceana è una sor­pren­dente com­po­si­zione, che mescola in un par­ti­co­lare e per molti versi astuto sin­cre­ti­smo ele­menti baroc­chi, neo­clas­sici, sti­lemi della musica pop e di diverse tra­di­zioni popo­lari. Goli­jov prende 4 fram­menti dalle 11 stanze del testo di Neruda, li orga­nizza in tre “ondate” corali, un’aria soli­stica e un Corale finale, infram­mez­zan­doli con due “richiami” vir­tuo­si­stici per la voce sola della splen­dida can­tante world argen­tina Luciana Souza e un gruppo di chi­tarre e arpa. Le prime tre parti corali pos­sono ricor­dare, nel loro impeto tra­vol­gente, la Turba della Pas­sione secondo San Mat­teo di Bach (vero­si­mil­mente in omag­gio a Ril­ling e al con­te­sto della com­mis­sione), a cui però si aggiunge un senso di tem­pe­stoso e rit­mico riflusso, di imme­diato rife­ri­mento marino. Devo con­fes­sare che al primo ascolto que­sta mol­te­pli­cità di segnali este­tici diver­genti lascia molto per­plessi, e si fatica a capirne la cifra personale.

osvaldo_golijov_2L’impaginazione del disco, del resto, non aiuta. Alla “can­tata” Oceana segue un lavoro per quar­tetto d’archi in due movi­menti, inti­to­lato Tene­brae, inter­pre­tato dal Kro­nos Quar­tet, e la rac­colta si chiude con i Three Songs per soprano e orche­stra, can­tati mera­vi­glio­sa­mente da Dawn Upshaw. Se in Tene­brae, che dovrebbe in qual­che modo ispi­rarsi alle mera­vi­gliose Leçons de Ténè­bres di Fra­nçois Cou­pe­rin, si ascol­tano cadenze baroc­che alter­nate a pas­saggi quasi pop, dove l’ostinato si con­fonde con il riff, le tre liri­che per soprano riman­dano a mondi molto diversi: in Lúa desco­lo­rida, per esem­pio, si sente il fin troppo facile rimando all’aria che nella Rusalka di Dvořák la pro­ta­go­ni­sta rivolge alla luna, ma altrove si sente Mahler (per esem­pio nella bella nin­na­nanna Close Your Eyes), e via dicendo.

Se attra­verso l’ascolto di que­sto disco si cer­cherà di capire se Goli­jov sia o meno quel grande com­po­si­tore di cui spesso si sente par­lare, la rispo­sta non è né imme­diata né facile. Sicu­ra­mente pos­siede una grande abi­lità tec­nica – ottimo, per esem­pio, è il suo uso delle voci, e non stu­pi­sce che trovi inter­preti di così alto livello; è chia­ra­mente molto bravo nel mesco­lare i lin­guaggi e nel mol­ti­pli­care i rimandi; non ha paura di abban­do­narsi a momenti che rasen­tano il kitsch o il sentimental-pop; pos­siede un voca­bo­la­rio poe­tico e crea­tivo molto vasto. È una voce ori­gi­nale? Sicu­ra­mente sì: per esem­pio rife­ri­mento simul­ta­neo kle­tz­mer e latino-americano, giu­sti­fi­cato dalla sto­ria fami­liare di emi­gra­zione, è dotato di un discreto fascino e con­duce a sono­rità inte­res­santi e in qual­che modo inat­tese. Se tutto que­sto basti o no a farne una voce impor­tante della musica d’oggi, è giu­sto che ognuno lo decida da sé. Per­so­nal­mente nutro qual­che dub­bio, ma sono più che dispo­sto a modi­fi­care que­sta opi­nione, in futuro.

Nella foto, Osvaldo Goli­jov; © Sara Evans, 2002.

O. Goli­jov, First Wave: “Oceana nup­tial, cadera de las islas” (Ocèana nuziale, fian­chi delle isole), Atlanta Sym­phony Orche­stra and Cho­rus, dir. Robert Spano (reg. 2004)

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