Poesia

Meditazioni amorose

29 novembre 2007

lieberson_avedons

Lorraine Hunt è stata una splen­dida mez­zo­so­prano, amata dal pub­blico della musica barocca per le sue tante inter­pre­ta­zioni di Hän­del e Mon­te­verdi con Chri­stie, McGe­gan, Jacobs e altri; nel 1999 aveva spo­sato il com­po­si­tore Peter Lie­ber­son, comin­ciando a dedi­carsi anche alla musica con­tem­po­ra­nea e dando voce a molti com­po­si­tori delle ultime gene­ra­zioni. La ricorda ora un disco molto bello, che rac­co­glie cin­que sonetti di Pablo Neruda tratti dai Cien sone­tos de amor (1959), musi­cati e a lei dedi­cati da Lie­ber­son. Lo stile è deci­sa­mente eclet­tico, con brevi pun­tate nella popu­lar e un solido voca­bo­la­rio post e neo­ro­man­tico; ma la carat­te­ri­stica che più col­pi­sce di que­sti cin­que brani, al di là di qual­siasi con­si­de­ra­zione sti­li­stica, è la pro­fonda sen­sua­lità da cui sono per­vasi. Tra­sci­nato dai testi di Neruda, Lie­ber­son costrui­sce una medi­ta­zione su amore e morte, sulla gioia atto­nita del pos­sesso e sulla paura della per­dita. I Neruda Songs sono il risul­tato di una com­mis­sione della Los Ange­les Phi­lar­mo­nic, e sono stati regi­strati da James Levine con la Boston Sym­phony Orche­stra nel 2005, dal vivo. Meno di un anno dopo Lor­raine Hunt Lie­ber­son, come volle fir­marsi dopo il matri­mo­nio, è scom­parsa per le com­pli­canze di un can­cro al seno. Al momento della regi­stra­zione lot­tava da tempo con­tro la malat­tia, eppure non c’è ombra di esa­ge­ra­zione o affet­ta­zione dolo­rosa nel suo canto: pen­soso e appas­sio­nato, lo si direbbe invece. Anche quando il testo si fa for­te­mente dram­ma­tico, rimane quel distacco che i versi neo­ba­roc­chi di Neruda con­sen­tono; versi bel­lis­simi, come que­sti del sonetto XCII, inti­to­lato Amor mío, si muero y tú no mue­res (Amore mio, se io muoio e tu non muori):

Pero este amor, amor, no ha ter­mi­nado,
y así como no tuvo naci­miento
no tiene muerte, es como un largo río,
sólo cam­bia de tier­ras y de labios.

(Però que­sto amore, amore, non è finito: | e così come non ha avuto nascita | non cono­sce la morte e, come un lungo fiume, | cam­bia solo di terra e di labbra).

Nella foto, Lor­raine Hunt Lie­ber­son foto­gra­fata nel 2003 da Richard Aven­don (per il «New Yorker»).

P. Lie­ber­son, Ya eres mia. Reposa con tu sueño en mi sueño (Ormai sei mia. Riposa col tuo sonno nel mio sonno), ms. L.H. Lie­ber­son, Boston Sym­phony Orche­stra, dir. James Levine (2005)

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steiner

George Stei­ner ci ha abi­tuati a una scrit­tura che si fa quasi vene­rare per il suo con­trollo sti­li­stico, la sua pas­sio­na­lità intel­let­tuale e lo sfog­gio di una tale ric­chezza di rimandi e asso­cia­zioni da diven­tare la quin­tes­senza stessa di ciò che nor­mal­mente defi­niamo “cul­tura”; ma ci ha anche abi­tuati a posare i suoi libri pieni di illu­mi­nanti idee e di insi­stenti dubbi. I suoi fuo­chi d’artificio sulla respon­sa­bi­lità del cri­tico in Lin­guag­gio e silen­zio, la sua visione del pro­cesso di tra­du­zione in Dopo Babele, le intui­zioni di Gram­ma­ti­che della crea­zione arric­chi­scono la vita intel­let­tuale e la sen­si­bi­lità del let­tore in maniera si potrebbe dire ‘irre­ver­si­bile’. Ma spesso hanno un fondo di incom­ple­tezza che si river­bera nell’animo del let­tore in un sup­ple­mento di discus­sione. È tutto straor­di­na­ria­mente argo­men­tato, ma indis­so­lu­bil­mente legato alla per­so­nale visione e intel­li­genza del suo creatore.

Que­sto vale in misura anche mag­giore per que­sto strano libretto. Strano in molti sensi: una tren­tina di pagine di Steiner, provenienti da una lezione al Nexus Insti­tute di Amster­dam, pre­ce­dute da una Intro­du­zione di Rob Rie­men, diret­tore dell’Istituto, e da uno scritto di Var­gas Llosa che con­trad­dice aper­ta­mente le idee di Steiner. Invitato a for­nire una sua defi­ni­zione di Europa, Stei­ner arti­cola la sua visione su cin­que ‘assiomi’, tutti for­te­mente let­te­rari e cul­tu­ral­mente sti­mo­lanti: i suoi caffè come sim­bolo di una civiltà del con­fronto e della dia­let­tica; un pae­sag­gio su scala umana, sem­pre per­cor­ri­bile a piedi e, anzi, stra­ti­fi­ca­tosi nei secoli pro­prio in base a un’idea di mobi­lità dei corpi e delle idee su scala antro­po­mor­fica; la pre­senza per­va­siva della memo­ria e dell’autocoscienza, testi­mo­niata dai nomi di strade, quar­tieri e piazze ispi­rati ai grandi per­so­naggi della storia; la duplice discen­denza da Atene e Geru­sa­lemme (si tenga pre­sente che per Stei­ner il cri­stia­ne­simo è una ‘nota a piè di pagina’ della reli­gione ebraica); e infine una spe­cie di nera con­sa­pe­vo­lezza di appar­te­nere a un ‘capi­tolo con­clu­sivo’, al lungo tra­monto di una civiltà. Cin­que con­cetti che hanno defi­nito l’Europa, ma che ne pos­sono aal tempo stesso decre­tare l’impossibilità di com­pe­tere con civiltà più gio­vani e agguerrite.

E il futuro? Per esso Stei­ner si limita ad alcune, sem­plici pro­po­ste, arti­co­late in quella che defi­ni­sce «una moda­lità dilet­tan­te­sca e prov­vi­so­ria». La forza d’Europa nascerà dal repe­ri­mento di un deli­cato e inno­va­tivo equi­li­brio tra la diver­sità e l’unità, tra le mille lin­gue (tutte por­ta­trici di una pecu­liare cul­tura) e l’esigenza di comu­ni­care. «Il genio dell’Europa è quello che Wil­liam Blake avrebbe defi­nito “la san­tità dei minimi particolari”», dice in una delle sue frasi fulminanti. Poi però il discorso si fa via via più con­fuso, e forse per­sino gene­rico. L’Europa riu­scirà a assu­mere di nuovo un ruolo guida nel mondo se saprà fare i conti con il pro­prio pas­sato di odio e di vio­lenze (ed ecco emer­gere lo quella straor­di­na­ria cupezza di fondo che col­pi­sce i let­tori più attenti di Stei­ner); se saprà fare i conti con l’odio raz­ziale e reli­gioso che l’intolleranza del cri­stia­ne­simo ha soste­nuto e fomen­tato; se saprà rista­bi­lire la dignità e la cen­tra­lità laica dell’homo sapiens, e allon­ta­nare le ten­ta­zioni del con­su­mi­smo e del mer­cato. L’Europa dovrà saper richia­mare i nostri cer­velli in fuga per tra­sfor­marsi in un grande labo­ra­to­rio umano e intel­let­tuale. Ancora una volta una teo­ria appas­sio­nante quanto biso­gnosa di discus­sione e approfondimento.

Var­gas Llosa, in quat­tro pagine di Into­du­zione, esprime il suo totale disac­cordo dalla visione cupa che Stei­ner mani­fe­sta sullo stato della nostra civiltà cul­tu­rale, ma al tempo stesso si fa quasi beffe della strana uto­pia che da essa deriva: mai Mal­larmé e Joyce hanno avuto tanti let­tori, mai la cul­tura ha cono­sciuto una dif­fu­sione tanto tra­sver­sale e demo­cra­tica quanto ai nostri giorni. Inu­tile illudersi, tuttavia: «quella cul­tura che George Stei­ner ama e cono­sce meglio di chiun­que altro sarà sem­pre minoritaria”.

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