Politica

Dopo il pastic­ciac­cio brutto della cit­ta­di­nanza ono­ra­ria capi­to­lina, offerta dalla giunta di Ale­manno a Ric­cardo Muti e poi sfu­mata nel vociare di beghe bor­ga­tare, ecco che la mejo destra tenta di ripa­rare alzando la posta, e chiede la nomina del Mae­stro a sena­tore a vita. Ora si espone anche Carlo Ros­sella, il nostro Tom Wolfe for­mato Olget­tina, con un raf­fi­nato pezzo di cri­tica musi­cale nella sua rubri­china “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più effi­caci spazi di appro­fon­di­mento dell’imbecillità umana:

Straor­di­na­rio Mac­beth di Muti al Festi­val di Sali­sburgo. Il mae­stro sor­ride quando si parla della sua even­tuale nomina a sena­tore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nes­suno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sba­gliata. Il pro­blema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude ita­liana: con uno spon­sor così, chi ha il corag­gio di tirarsi indie­tro? Napo­li­tano sarà sicu­ra­mente felice del consiglio.

La splen­dida foto di Muti nella “fore­sta di Bir­namo” è di Ker­stin Joens­son (AP Photo/dapd)

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C’era da scom­met­terlo. Ogni volta che c’è uno scon­tro con la Poli­zia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qual­cosa che parla quel lin­guag­gio rivo­lu­zio­na­rio che la sini­stra ha deciso di abban­do­nare – a costo di tra­sfor­marsi in un ossi­moro vivente – qual­che cre­tino tira fuori Paso­lini. Sfo­gli il gior­nale, sai che si parla di scon­tri tra i nefa­sti ‘black bloc’ e la Poli­zia, e cominci a pen­sare: spe­riamo di no, spe­riamo che non ci sia il solito mise­ra­bile del PD che dice “io sto con Paso­lini” – forse rite­nendo che Paso­lini, espulso dal Pci e per­se­gui­tato per il suo radi­ca­li­smo, sarebbe stato con lui! E natu­ral­mente suc­cede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” que­sta volta si chiama Dario Gine­fra, e dice “Cari ragazzi, rileg­gete le pagine cor­sare che Paso­lini dedicò ai gio­vani del Pci”; e subito Mat­teo Renzi, uno che non si fa man­care mai nulla, nel suo pane­gi­rico dei poveri poli­ziotti pagati 1200 euro cita PPP, per­ché così le sue misere parole sem­brano subito di sini­stra; e natu­ral­mente nel suo fine ragio­na­mento acco­muna tutti, estre­mi­sti a anti­tav, con una lun­gi­mi­ranza degna di Maroni. (Pur­troppo una foto di Renzi accom­pa­gna la dichia­ra­zione; una foto che lo fa rien­trare di diritto nella cate­go­ria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cra­vatta rac­conta più di un’autobiografia: seta luci­dis­sima bor­deaux, enorme, anno­data come i but­ta­fuori delle disco­te­che e i mafiosi di Cop­pola. Rac­conta le aspi­ra­zioni, le fru­stra­zioni e soprat­tutto la cul­tura este­tica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cra­vatta e prende in mano con aria effi­ciente la cor­netta del tele­fono, della poe­sia di Paso­lini se ne impipa allegramente.)

Io pro­prio non lo so che cosa Paso­lini pen­se­rebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chie­dere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poe­sia dedi­cata agli scon­tri di Valle Giu­lia, per­ché leg­gere la pro­te­sta della Val di Susa come una mani­fe­sta­zione di lotta di classe, come sem­bra fare Gine­fra, è vera­mente ridi­colo e pre­te­stuoso; penso invece alle pagine, e soprat­tutto al pro­getto, di Petro­lio, al rap­porto tra indi­vi­duo e potere che descrive, all’intreccio fra inte­resse eco­no­mico e dege­ne­ra­zione dell’etica pub­blica che dise­gna. Per­ché non mi sem­bra che dall’altra parte, rispetto alla poli­zia di Stato, ci siano i figli di papà che inneg­giano alla rivo­lu­zione comu­ni­sta. Dall’altra parte, die­tro alla cor­tina di fumo che l’idiozia degli estre­mi­sti sol­leva, c’è forse un movi­mento anti­mo­derno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indi­fen­di­bile per defi­ni­zione, se non tal­volta sotto le ban­diere tri­sti e vol­gari del leghi­smo. Qual­cosa che, se stenta a tro­vare un sim­bolo cre­di­bile sotto il quale lot­tare, dovrebbe comun­que essere ascol­tato con pro­fonda atten­zione e rispetto da chi dichiara valori pro­gres­si­sti, al di là di ogni sem­pli­fi­ca­zione e col­pe­vole omis­sione gior­na­li­stica; da chi, soprat­tutto, non finga di dimen­ti­care quali siano gli inte­ressi in gioco.

Del resto, credo che i poli­ziotti sap­piano meglio di me che non devono aspet­tarsi da Renzi e Gine­fra una lotta per l’aumento del loro sti­pen­dio. Quello che mi chiedo è che cosa dob­biamo aspet­tarci noi cit­ta­dini da una sini­stra come que­sta, e che cosa pos­siamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Com­menti si pos­sono leg­gere le repli­che dell’On. Gine­fra (PD, Com­mis­sione Tra­sporti) al post di Fierr­bras, e le suc­ces­sive risposte.

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Un gruppo di scrit­tori, poeti, cri­tici, alcuni rap­per, molti stu­denti: non esat­ta­mente il ritratto di una peri­co­losa cel­lula ter­ro­ri­stica. Eppure nel ten­done in cui dove­vano riu­nirsi per festeg­giare la con­clu­sione del Pale­stine Festi­val of Lite­ra­ture (Pal­Fest), la ras­se­gna dedi­cata alla scrit­tura che da quat­tro anni si svolge, tra incre­di­bili dif­fi­coltà, in ter­ri­to­rio pale­sti­nese, sono stati lan­ciati dei lacri­mo­geni dall’esercito occu­pante. Da quelle parti le cose vanno così, e nes­suno sem­bra stu­pirsi più di tanto.

Sob­borgo di Sil­wan, a sud di Geru­sa­lemme, quar­tiere a larga mag­gio­ranza pale­sti­nese su cui negli ultimi anni si sono con­cen­trati nuovi piani di espan­sione delle colo­nie israe­liane e un pro­getto per l’ampliamento di un parco archeo­lo­gico con­te­stato dai resi­denti; luogo di forti ten­sioni e fre­quenti scon­tri; luogo di vio­la­zione dei diritti umani secondo gli osser­va­tori stra­nieri, che denun­ciano il rei­te­rato arre­sto di bam­bini da parte della poli­zia e dell’esercito occu­pante. Per gua­da­gnare un po’ di soste­gno da parte della stampa inter­na­zio­nale con­tro i pre­oc­cu­panti pro­getti dei coloni, è stato issato un ten­done, luogo di ritrovo e di scam­bio di infor­ma­zioni. È pro­prio qui che, con un certo corag­gio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festi­val che per cin­que giorni ha riu­nito, come ogni anno, migliaia di per­sone intorno alle forze della let­te­ra­tura pale­sti­nese e ad alcuni illu­stri e meno illu­stri ospiti stranieri.

Nato nel 2008, il Pal­Fest ha avuto tra i suoi fon­da­tori e soste­ni­tori nomi impor­tanti della let­te­ra­tura di tutto il mondo, come lo scrit­tore nige­riano Chi­nua Achebe, John Ber­ger, Harold Pin­ter (scom­parso nel 2008), il pre­mio Nobel Sea­mus Hea­ney, il poeta ‘nazio­nale’ pale­sti­nese Mah­moud Dar­wish, e molti altri. Gli orga­niz­za­tori lo defi­ni­scono ‘festi­val iti­ne­rante’, cosa che natu­ral­mente, in un paese in cui la dif­fi­coltà di spo­sta­mento è uno dei segni più tan­gi­bili dell’occupazione, assume un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare: quest’anno ha por­tato nei diversi luo­ghi delle mani­fe­sta­zioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramal­lah, Hebron e Geru­sa­lemme) scrit­tori e scrit­trici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Wal­ker (l’autrice di Il colore viola), il paki­stano Moham­med Hanif (Il caso dei man­ghi esplo­sivi, Bom­piani 2009) e molti altri, e li ha fatti incon­trare con gli scrit­tori locali e con il pub­blico, in una serie di work­shop, let­ture, dibattiti.

L’appuntamento con­clu­sivo era per le 19.30 sotto il ten­done di Sil­wan, ma gli scon­tri sono comin­ciati alcune ore prima, l’aria era irre­spi­ra­bile per i lacri­mo­geni e molti ospiti erano stati trat­te­nuti ai posti di blocco, così tutto sem­brava essere andato in fumo. E invece hanno aspet­tato che il fumo si disper­desse, che gli scon­tri ces­sas­sero, e quando ormai era quasi notte sotto quel ten­done ci si sono dav­vero seduti, e hanno letto le loro bene­dette poe­sie, e hanno fatto i loro bene­detti discorsi, e hanno suo­nato le loro bene­dette can­zoni. Ne parla un arti­colo dell’Economist, lo si può leg­gere anche in alcuni blog e siti come i corag­giosi Rete Eco – Ebrei con­tro l’occupazioneInvi­si­ble Arabs della gior­na­li­sta Paola Caridi. Se ne può sen­tire l’atmosfera, tutta par­ti­co­lare, nel video postato dagli orga­niz­za­tori del Festi­val su Youtube.

Sono i momenti in cui la let­te­ra­tura e le arti si ripren­dono il loro valore di ponte sospeso fra le per­sone e i luo­ghi, fra per­so­nale e col­let­tivo, allon­ta­nan­dosi da quella frui­zione un po’ solip­si­stica e con­su­mi­stica che sem­pre più stanno assu­mendo nelle nostre vite. Pia­ce­rebbe pen­sare che que­ste ini­zia­tive siano ben viste se non addi­rit­tura soste­nute dagli occu­panti israe­liani, poi­ché ogni occa­sione di incon­tro e cre­scita cul­tu­rale rap­pre­senta anche un freno al dif­fon­dersi del can­cro estre­mi­sta e inte­gra­li­sta. Ancora una volta non è così, e viene da chie­dersi se non ci sia un metodo in que­sta siste­ma­tica volontà di osta­co­lare la cre­scita sociale della popo­la­zione pale­sti­nese, in que­sta obli­te­ra­zione delle pro­prie radici cul­tu­rali, del pro­prio tes­suto sociale e del pro­prio pae­sag­gio a cui la si vuole spie­ta­ta­mente costringere.

È la sto­ria che rac­conta nei suoi libri uno dei fon­da­tori e soste­ni­tori del Festi­val, Raja She­ha­deh, scrit­tore e avvo­cato nato a Ramal­lah. Il disgre­garsi di una società in stretto rap­porto con il ter­ri­to­rio, l’umiliazione di una bor­ghe­sia istruita, fatta di pro­fes­sio­ni­sti, com­mer­cianti e pos­si­denti ter­rieri, costretta a emi­grare o a vivere in un con­te­sto sem­pre più con­tras­se­gnato dalla vio­lenza e dalla coer­ci­zione, e ad assi­stere infine all’affermazione dell’integralismo, la peg­giore delle medi­cine, quella che uccide il paziente insieme ai sin­tomi del suo male.

Uno dei suoi libri, in par­ti­co­lare, rac­conta la sto­ria degli ultimi decenni in Pale­stina da un punto di vista unico e pre­gnante, quello del pae­sag­gio e della sua tra­sfor­ma­zione. Ripren­dendo un’antica tra­di­zione pale­sti­nese, quella della sarha, il vaga­bon­dag­gio disin­tos­si­cante che l’uomo si con­cede una volta all’anno, She­ha­deh ama le lun­ghe cam­mi­nate, e ne Il pal­lido dio delle col­line (EDT 2010) rac­conta 7 di que­sti viaggi a piedi fra le col­line e i wadi della Cisgior­da­nia, distri­buite nell’arco degli ultimi ven­ti­cin­que anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era pic­colo, poi lo spo­sta­mento coatto verso Ramal­lah, luogo fino ad allora desti­nato alla vil­leg­gia­tura, la sco­perta delle col­line, con i loro ulivi, i ter­raz­za­menti, il fre­sco dei rifugi per il bestiame. E poi len­ta­mente il disgre­garsi del tes­suto sociale, l’abbandono delle terre, la com­parsa degli inse­dia­menti sem­pre più inva­denti, l’occupazione e la fram­men­ta­zione del ter­ri­to­rio, gli espro­pri. Tutto però scan­dito dal passo di chi cam­mina e osserva, e cam­mi­nando e osser­vando in qual­che modo riflette e sor­passa. Un libro che mi ha aiu­tato molto a capire come stanno le cose al di là delle noti­zie di cro­naca e dei libri di sto­ria. E soprat­tutto un libro gui­dato da quella stessa dispe­rata fidu­cia nella parola e nel pen­siero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfi­dare la sorte e il ran­core dei pro­pri nemici per andare ad ascol­tare poe­sie sotto un ten­done che sapeva ancora di gas lacrimogeno.

La foto di Raja She­ha­deh è di Chris Boland, ed è stata scat­tata a Cam­bridge nel marzo scorso; la per­sona die­tro di lui è lo scrit­tore inglese Robert Macfarlane.

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L’art doit discu­ter,
doit con­te­ster,
doit protester.

L’arte deve discu­tere, deve con­te­stare, deve pro­te­stare. È una visione este­tica, e non neces­sa­ria­mente la migliore. Ma la cosa che col­pi­sce è che a pro­nun­ciare que­sta frase sia stato un uomo poli­tico, e non certo un poli­tico di sini­stra: Geor­ges Pom­pi­dou, Primo mini­stro a metà degli Ses­santa e poi Pre­si­dente della Repub­blica fran­cese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una poli­tica cul­tu­rale e di un inve­sti­mento. Leg­gerla sulla fac­ciata del ‘Beau­bourg’, il com­plesso dedi­cato alla dif­fu­sione delle arti che porta il suo nome, col­pi­sce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale man­canza di una visione este­tica da parte dell’attuale classe poli­tica, ma anche per una que­stione di lin­guag­gio. Si pensi anche solo ai modi super­fi­cial­mente sus­sie­gosi e segre­ta­mente sprez­zanti con cui l’arte è oggi trat­tata nei discorsi poli­tici. Anzi, non è trat­tata, per­ché quasi mai si parla di arte, ma sem­pre di ‘cul­tura’. La cul­tura è quella cosa a cui biso­gna dare i soldi, per­ché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umi­liante ritor­nello. Sem­bra che nelle orec­chie dei cit­ta­dini ita­liani la parola cul­tura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una effe­rata, silen­ziosa ven­detta del mondo poli­tico: ren­dere l’artista un que­stuante, una sorta di arcaico sot­to­pro­le­ta­rio da difen­dere dalla fame o da abban­do­nare a se stesso, a seconda della parte a cui si appar­tiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la poli­tica, que­sta poli­tica, che è arcaica, non l’arte. Per­ché l’arte discute, con­te­sta e pro­te­sta. La poli­tica non più.

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Belle le tante feste per l’Unità, bello sen­tir ricor­dare i per­so­naggi eroici che hanno lot­tato per farla nascere. Diver­tente prima che pre­oc­cu­pante il ritorno del kitsch patriot­tico. Pec­cato però pen­sare di com­bat­tere il pro­vin­cia­li­smo con il regio­na­li­smo, il regio­na­li­smo col nazio­na­li­smo e così via. Anche per­ché molti ricor­de­ranno che pro­prio dopo una disa­strosa ubria­ca­tura di falso patriot­ti­smo era nata la splen­dida uto­pia di Ven­to­tene, l’idea di una unica e acco­gliente patria euro­pea. La parola Europa è la grande assente dalle rifles­sioni sul pre­sente e il futuro nazio­nale. Sem­bra quasi che nes­suno ci creda più. Eppure, solo pochi anni fa…
Allora auguri all’Italia, magari nella spe­ranza che dopo tutto que­sto sven­to­lìo a qual­cuno rimanga la voglia di fare un po’ di puli­zia. Senza mai dimen­ti­care le parole sante del grande Bras­sens su “les imbé­ci­les heu­reux qui sont nés quel­que part”. Da medi­tare ogni giorno di più.

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Io sono una forza del Pas­sato.
Solo nella tra­di­zione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai bor­ghi
dimen­ti­cati sugli Appen­nini o le Pre­alpi,
dove sono vis­suti i fra­telli.
Giro per la Tusco­lana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i cre­pu­scoli, le mat­tine
su Roma, sulla Cio­cia­ria, sul mondo,
come i primi atti della Dopo­sto­ria,
cui io assi­sto, per pri­vi­le­gio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qual­che età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cer­care fra­telli che non sono più.

Un fram­mento, bel­lis­simo e dolo­roso, di una poe­sia di Paso­lini datata 10 giu­gno 1962 e inse­rita poi in Poe­sia in forma di rosa. Fa parte delle liri­che scritte durante la lavo­ra­zione di Mamma Roma, e Paso­lini la fa reci­tare al regi­sta della Pas­sione di Stracci nella Ricotta. Qui si può vedere il pas­sag­gio del film: la voce a Orson Wel­les la pre­sta il poeta Gior­gio Bas­sani. Sulla moder­nità, sul pas­sato, e sulla con­di­zione dell’Italia di oggi, anche se la moder­nità sem­bra già, anch’essa, passata.

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Che cosa si può dire di Giu­liano Fer­rara che improv­visa una lezione di sto­ria della musica in difesa del suo datore di lavoro, e lo fa citando dalla Breve sto­ria della musica di Mas­simo Mila? Già si sapeva che Mila non rap­pre­sentò esat­ta­mente il cul­mine, la summa dell’esegesi ver­diana. Ma leg­gere il Mila che spiega il melo­dramma ita­liano in anti­tesi al Roman­ti­ci­smo euro­peo (per via di sem­pli­fi­ca­zione), è già di per sé abba­stanza tri­ste; leg­gerlo poi attra­verso la rima­sti­ca­tura sgan­ghe­rata di Fer­rara, è dav­vero scon­for­tante. L’articolo vale il tempo della let­tura, per­ché dimo­stra una volta di più la distanza del mondo intel­let­tuale ita­liano dalla musica; mai e poi mai Fer­rara avrebbe potuto impan­carsi sto­rico dell’arte e tenere una con­cione squin­ter­nata su Piero della Fran­ce­sca, o della let­te­ra­tura scri­vendo della morale in Man­zoni, senza coprirsi di ridi­colo. La cita­zione di Mila gli ser­viva ovvia­mente per fare iro­nia sull’”azionismo” di cui tanto si parla nelle ultime set­ti­mane, ma la quan­tità di scioc­chezze, ‘eli­xir’ e tutto il resto, è abba­stanza palese. La tra­du­zione dell’idea di ‘paese del melo­dramma’, come luogo dell’amore innal­zato a fine supremo, esclu­siva patria dell’opera buffa e dello spasso solare, rap­pre­senta vera­mente una fal­si­fi­ca­zione incre­di­bile sia del melo­dramma otto­cen­te­sco, sia dell’Italia di oggi. Se infatti le notti di Arcore sareb­bero più degne di Offen­bach (orrore, un tede­sco!) che del Doni­zetti buffo, l’atmosfera cupa e rab­biosa che domina l’Italia di oggi è effet­ti­va­mente degna del Doni­zetti più dispe­rato e del Verdi più severo. Fin­gere di dimen­ti­care quanto pre­ciso sia stato il ritratto impie­toso, moral­mente net­tis­simo e acuto, che il melo­dramma otto­cen­te­sco ha fatto del potere, della vio­lenza poli­tica, dell’asservimento popo­lare e della cor­ti­gia­ne­ria inte­res­sata, è vera­mente da bestie. Dispiace dirlo, ma è anche attra­verso que­ste uscite che colui che vor­rebbe farsi amare dal suo padrone come un Mar­chese di Posa, e che spesso è stato ritratto dai suoi nemici come uno Iago, fini­sce per mani­fe­starsi come un sem­plice Marullo.

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Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

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Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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Gen­tili Signori,

Leggo e rileggo con grande stu­pore la pagina dedi­cata a Piero Busca­roli su Tut­to­li­bri. L’immagine che vi si dà sia dello scrit­tore e cri­tico musi­cale, sia soprat­tutto dell’uomo pub­blico – anche attra­verso domande solo appa­ren­te­mente pro­vo­ca­to­rie – è quan­to­meno fuor­viante. La sua affer­ma­zione di aver pas­sato la vita “dalla parte dei vinti” è inol­tre incon­grua con il sem­plice dato di fatto, oggi spesso occul­tato, che quelli che nell’articolo sono defi­niti vinti da molti anni sono tor­nati vin­ci­tori. E non par­liamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.

Nell’articolo si omette, sicu­ra­mente per caso, di ricor­dare che Piero Busca­roli fu can­di­dato alle ele­zioni euro­pee del 1994 per Alleanza Nazio­nale, par­tito non da ieri al governo. Che ha diretto una col­lana di libri per Mon­da­dori, e che dallo stesso edi­tore sono pub­bli­cati alcuni dei suoi saggi – non esat­ta­mente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inol­tre, su que­sti saggi, in un inserto dedi­cato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chie­dere troppo. Tra­la­sciamo anche sull’assurda rico­stru­zione del famoso schiaffo a Tosca­nini, che addi­rit­tura sarebbe da attri­buire a un “ragio­niere” antifascista.

È invece l’immagine com­ples­siva di colto e mal­mo­stoso Céline, un “per­dente” con­tro­cor­rente e corag­gioso, che dall’intervista potrebbe deri­vare ad essere sem­pli­ce­mente assurda. Busca­roli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul san­gue, ci ha aiu­tato a rico­struire una coscienza civile euro­pea accet­ta­bile “per non inqui­nare” le sue idee e la sua lin­gua; che è stato deluso non solo dal fasci­smo – sem­bre­rebbe per non avere com­bat­tuto la guerra al fianco dei nazi­sti con suf­fi­ciente con­vin­zione – ma anche da Hitler per non avere avuto il corag­gio di inva­dere l’Inghilterra. E le sue idee “non inqui­nate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inqui­nata soste­nere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esi­bito sber­leffo a milioni di vit­time inno­centi? È nor­male che si lasci pas­sare tutto que­sto? Può pen­sare un gior­nale come La Stampa che si tratti delle idee eccen­tri­che di un dandy di destra?

Di certo l’intervistatore poteva aspet­tar­selo, visto che il Busca­roli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricor­de­ranno la rispo­sta che diede a Maria Latella, quin­dici anni fa, sul Cor­riere della Sera, par­lando di parole belle e parole brutte: “Scon­si­glie­rei inol­tre il ter­mine gay. La destra dovrebbe chia­marli cor­ret­ta­mente froci o chec­che. Andreb­bero spe­diti in campo di con­cen­tra­mento”. Quanta sen­si­bi­lità este­tica, quale purezza in que­sti pensieri.

Busca­roli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è nep­pure Praz, nono­stante lo sdi­lin­qui­mento cre­pu­sco­lare per le “due sedie Bie­der­meier, accanto al pia­no­forte Erard del 1856” che salta fuori nella tri­stis­sima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Lon­ga­nesi. Assi­sto ogni set­ti­mana alla par­si­mo­nia con cui libri impor­tanti ven­gono trat­tati fra le colonne di Tut­to­li­bri, fra i pochis­simi inserti let­te­rari rima­sti sulla stampa ita­liana. One­sta­mente non mi aspet­tavo tanta gene­ro­sità nei con­fronti di que­ste ver­go­gnose elucubrazioni.

Cor­dial­mente,

Ser­gio Bestente

Qui è pos­si­bile sca­ri­care l’intervista di Bruno Qua­ranta a Piero Busca­roli, pub­bli­cata sull’inserto let­te­ra­rio della Stampa ‘Tut­to­li­bri’ il 6 feb­braio 2010.

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