Vignette, caricature, tragedie

22 settembre 2015 § 0 commenti § permalink

Un po’ di clamore ha fatto nei giorni scorsi nel Regno Unito una caricatura d’epoca di un grande violinista della fine dell’Ottocento, Leopold Auer, pubblicata senza adeguate spiegazioni, sul programma di una serata dei BBC Proms dedicata al Concerto per violino di Čajkovskij:

Auer

La vignetta è chiaramente di stampo antisemita, ed è di quelle che fiorirono sui giornali di mezza Europa dalla metà del Diciannovesimo secolo in poi. L’odio razziale che passa attraverso la derisione di un clichè fisico ed “estetico”: Wagner in questo fu un maestro e in un certo senso un capofila, molti altri seguiranno, in un vortice che è molto ben raccontato da un libro di Michael Haas di prossima pubblicazione in Italia (per la EDT). Haas molti lo ricorderanno come il geniale discografico che creò la lunga serie di produzioni Decca intitolata Entartete Musik, “Musica degenerata”, dedicata ai compositori cancellati dalla violenza nazista.

Probabilmente in chi ha curato il programma BBC non c’era la volontà di offendere, c’era solo ignoranza o disattenzione, e l’azienda televisiva inglese si è poi scusata, seppure con qualche ritardo.

Ma qualche mese fa, sui giornali i mezzo mondo, fecero molto discutere i commenti di sapore apertamente antisemita che apparvero persino su giornali importanti alla notizia della nomina di un maestro russo di origine ebraica alla direzione dei Berliner Philharmoniker – e si noti bene che l’altro candidato era il tedeschissimo e nazionalisticamente iperconnotato Christian Thielemann. Anche lì, grandi scuse e cancellazioni e prese di distanza: perdonate, ci siamo sbagliati, non avevamo pensato, non volevamo eccetera. Ma con una mossa abbastanza sorprendente, poco dopo la nomina di Kirill Petrenko a Berlino, i Bayreuter Festspiele, il festival fondato da Richard Wagner e tuttora condotto dai suoi pronipoti, ha nominato Thielemann “direttore musicale”, carica appositamente creata per lui; una mossa che aveva il sapore neanche troppo nascosto di una riparazione e una risposta della “nazione tedesca”.

Il fatto è che questa faccenda della caricatura, in questo periodo, rimanda anche a quella ben più grave di Charlie Hebdo e dei tragici fatti di Parigi e della sollevazione in difesa della libertà di satira e più in generale di pensiero contro l’oscurantismo religioso. Ora, le due vicende sono state messe in relazione persino da quealche colto e sensibile intellettuale (uno per tutti, Bob Shingleton, il curatore di un importante e storico blog musicale).

Ora, a me sembra chiaro che pubblicare una vignetta mediocremente antisemita di un secolo fa, del tutto decontestualizzata, senza spiegazione e senza alcun contenuto di satira politica sia una grave disattenzione da parte di chi si occupa di comunicazione culturale. Che caricatura eè una cosa e vignetta satirica è un’altra (e spesso si confondono le due cose). E che la differenza rispetto a chi utilizza anche violentemente la matita per dileggiare e pungere l’oscurantismo politico/religioso che pervade una parte crescente del pianeta sia abbastanza palese senza bisogno di ulteriori approfondimenti Però devo dire che sono comunque argomenti di una certa delicatezza, e ancora una volta mi trovo a disagio vicino a chi manifesta incrollabili e immediate certezze.

La commedia di Otello

18 settembre 2015 § 0 commenti § permalink

othello

Al Metropolitan va in scena una nuova produzione di Otello con il tenore lettone Aleksandrs Antonenko nel ruolo del Moro di Venez… no, mi correggo, scusate, nel ruolo del gelosissimo generale veneziano e lasciamo stare il resto perché non si sa bene come metterla questa cosa qui, e come la dici la sbagli. Lo testimonia questa lenzuolata di articolo del New York Times e l’interminabile scia elettonica che si porta dietro.

Insomma, per la prima volta sulle scene della Metropolitan Opera, a Otello non verrà applicato il cerone “Otello brown”. La discussione nel mondo anglosassone va avanti da molto tempo e sulle scene di prosa ormai da anni il personaggio non viene più “blackened” – così come non si usa più l’ “Indian red” o il “Chinese yellow”.

Qualche giorno fa un dirigente teatrale mi raccontava della sua sorpresa quando scoprì che il tenore argentino José Cura, visitato in camerino pochi minuti prima del suo debutto nel micidiale ruolo di Otello (mai cantato per intero neppure alle prove), fosse soprattutto preoccupato dall’omogeneità del cerone nero, a suo avviso fondamentale per la credibilità del personaggio. E vengono in mente i tragicomici impasti multicolori sui volti sudati di mille tenori al momento degli applausi. Lo spavento di incontrare per i corridoi del retropalco i ballerini seminudi “anneriti” per le danze dell’Aida o di tante altre opere, o i fosforescenti ceroni gialli degli aiutanti del boia Pu Tin Pao che fumano una sigaretta appoggiati alla porta dell’ingresso artisti, in mezzo ai passanti di tutti i colori veri.

Vale la pena di rimpiangere? Forse no. Che i modi della rappresentazione riflettano le mode culturali e il dibattito politico è più che naturale, in fondo. È solo un pezzetto dello scontro fra chi vuole lo spettacolo come fonte di riflessione, e chi lo desidera simile a una bolla rassicurante nella quale riposarsi dal confronto con la contemporaneità – un po’ come i bambini vogliono le favole sempre uguali. Penso che una buona parte degli spettatori oscillino fra un estremo e l’altro, anche perché si può fare pessima riflessione sul presente e pessima ripetizione del passato.

È probabile però che sul cambio di gusto nel trucco e parruco teatrale, più che la correttezza politica poté la tecnologia: le rappresentazioni vanno in streaming nei cinema, sono riprese in dvd e in televisione, e la telecamera indaga da vicino le espressioni. Quegli occhi da orco che venivano disegnati sui volti dei cantanti, quei colori inverosimili da clown triste che ti facevano urlare di paura e poi scoppiare a ridere se incontrati d’improvviso al bar di fronte al teatro, erano nati per essere visti da lontano. Oggi il trucco dev’essere come gli occhiali multifocali, buoni per tutte le distanze di lettura (ma se non sei abituato cadi dalle scale e ti fai malissimo). E tutto deve essere verosimile (ma solo nel campo dell’immagine perché quell’uomo, truccato o meno, santo cielo, sta cantando invece di parlare!).

E poi tutto si veste di blabla politico, storico, culturale eccetera e uno non ci si raccappezza più. Basta leggere le centinaia di commenti al lungo articolo nel NYTimes. Ci sono perle di gallettismo elettronico come “E far cantare Otello a un nero, no?”. Come se piazzare un decente “Esultate!” fosse una questione di colore della pelle. Eppure, mi si dice, il razzismo nei teatri d’opera esiste eccome! Probabilmente è vero. In ogni caso non so se valga la pena di piangere la (momentanea?) scomparsa dei ceroni colorati. Si può invece spero impunemente notare come ogni scelta, oggi, persino in quella meravigliosa macchina o capsula del tempo che è il teatro d’opera, sia spaventosamente complicata. E come tutto ciò che diventa troppo difficile si avvicini pericolosamente al comico. Finché al mondo ci saranno persone complicate, ci sarà materia per la commedia. Provate a semplificare, e zac! subito scatta la tragedia.

L’Avvocato e il Maestro

22 novembre 2013 § 2 commenti § permalink

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Ieri ho ricevuto una lettera da un avvocato milanese. È il legale di Mauro Meli, l’ex sovrintendente del Lirico di Cagliari, poi della Scala, poi del Regio di Parma. Mi invita a rimuovere “immediatamente” un post di Fierrabras “entro e non oltre il termine di tre giorni a far data dalla presente” eccetera eccetera. Logica temporale a parte, la lettera è persino cortese, ed è intesa a difendere “la reputazione” e “l’immagine professionale” del proprio assistito. Anzi, si dilunga nello spiegarmi che l’indennità percepita a Parma dal Maestro Mauro Meli era in realtà ben diversa da quella da me indicata – peraltro tratta da informazioni di stampa ancora presenti sul sito del giornale “La Repubblica”, prive di qualsiasi rettifica – ed era stata stabilita “in forza di un inquadramento contrattuale previsto dal CCNL dei Dirigenti d’azienda industriale (lo stesso applicato anche al successore Fontana)”. Meli in persona, in una lettera alla “Gazzetta di Parma”, precisava l’importo esatto della propria indennità e dava altri particolari sul contratto con il Teatro Regio. Onestamente a me sembrano gli stessi miei numeri, che oltre tutto nel post avevo anche evidenziato in una rettifica. Ma tant’è.

Pare in ogni caso che il mio post contenesse “impietosi giudizi […] del tutto falsi e fuorvianti” e pertanto, unica concessione alla minacciosità rituale (se si eccettua la tetra formula finale “Con ogni più ampia riserva. Distinti saluti”), l’avvocato mi avverte che, “in relazione ad articoli e post di contenuto identico al Suo, lo scrivente ha già promosso molteplici azioni legali con esito positivo nei confronti dei rispettivi autori”. Sembra di capire, con qualche difficoltà, che i rispettivi autori abbiano perso cause e dovuto pagare danni.

Ora, il post in questione, intitolato “È scandaloso lo stipendio di Meli?” (col punto interrogativo), è datato 7 ottobre 2009, ha avuto migliaia di visualizzazioni ed è stato nel frattempo ripubblicato 245 volte sulle bacheche di Facebook di altrettanti lettori. In esso mi limitavo a confrontare l’indennità percepita da Mauro Meli, secondo quanto risultava da articoli di stampa, con quella del più retribuito dirigente della Regione Lombardia. Per settimane Google mi ha avvertito della lettura del post da parte di studi legali lombardi, emiliani, e di siti istituzionali: qualche reazione, allora, me la aspettavo. Invece è arrivata oggi. Da quello che si legge in queste settimane sui giornali, in seguito alle tante polemiche scatenate intorno al suo costo aziendale e alla sua retribuzione a Parma, in particolare nel periodo delle ultime elezioni amministrative (in maniera effetivamente talvolta anche strumentale), Meli ha deciso di reagire con una campagna legale e di informazione piuttosto aggressiva.

Io il Maestro Mauro Meli lo incontrai quando era sovrintendente alla Scala, nel 2004. Lavoravo a un’inchiesta su quel teatro per il “Giornale della Musica”, e andai a intervistarlo. Era un periodo di grandi polemiche e battaglie intorno al teatro milanese, e gli feci tutte le domande che mi sembrava utile fare; lui rispose con gentilezza, diplomazia e furbizia, io riportai il tutto correttamente. Quell’articolo avrebbe dovuto essere seguito da un altro di verifica e di approfondimento, che tuttavia non arrivò mai: nel corso di una riunione nella redazione del GdM fui infatti violentemente contestato da Sergio Sablich, che non si capacitava di come avessi potuto lasciar dire a Meli le cose che aveva detto senza rispondere subito in maniera più polemica. Lui poco tempo prima era stato chiamato alla Scala in qualità di Consulente alla Direzione artistica, incarico dal quale aveva dato le dimissioni dopo avere lamentato pubblicamente una sorta di sordo mobbing interno, vicenda dalla quale era rimasto profondamente indignato e offeso. Non saprò mai se fui troppo ingenuo io con Meli o se Sablich sia stato troppo severo nel giudicarmi in quell’occasione, perché pochi mesi dopo lui scomparve improvvisamente, lasciando un vuoto ancora adesso incolmabile nella cultura musicale italiana – e nell’animo di molte delle persone che l’hanno conosciuto.

Uscito dalla Scala, Meli approdò al Regio di Parma, dove rimase in qualità di sovrintendente e direttore artistico fino a poco tempo fa. Moltissimo si è parlato su tutti i mezzi di informazione della sua retribuzione e delle sue capacità: il passaggio di Mauro Meli da un teatro è sempre stato accompagnato da forti dibattiti. Una semplice ricerca su Google mostrerà la folle quantità di informazioni più o meno veritiere, sempre difficilmente verificabili, che hanno accompagnato queste polemiche, da entrambe le parti. Ma come posso rispondere io, a tanti anni di distanza, e quando ormai di tutta la faccenda e del personaggio in questione mi importa tutto sommato assai poco?

Io so di avere scritto quel post, come gli altri di questo blog, con tutta l’onestà e l’accuratezza di cui sono capace, ma non ho né il tempo né le risorse per addentrarmi nelle cavillosità che una minaccia di querela richiede di esaminare. È inoltre noto che in Italia è molto facile perdere la causa se si viene querelati per diffamazione, e che l’istituto della “lite temeraria”, cioè la possibilità di rivalerti nei confronti di chi ti querela sapendo di avere torto (e non affermo certamente che sia questo il caso), è quasi desueto. E allora? E allora rimuovo, e magari non cancello. Quando avrò il tempo, se mai ne avrò voglia (cosa che per la verità dubito assai), verificherò se ha ragione il Meli o se avevo scritto cose corrette. Anche perché, e lo dico fuori da ogni tono polemico: a prescindere da quale che sia veramente la reputazione e l’immagine professionale di Mauro Meli, mi dispiacerebbe molto avere scritto cose sbagliate, e non sono mai certo, per principio, di essere dalla parte della ragione. Sparisce dunque, per ora, un vecchio post del 2009, probabilmente oggi del tutto inutile; spero tuttavia che non ci si stanchi mai di controllare e di discutere le cose della vita culturale italiana, al di là di ogni apparenza e nonostante ogni tono minaccioso. Da parte mia, per quanto posso, mi impegno.

Il gioco di Roth

19 novembre 2012 § 1 commento § permalink

Che un grande scrittore come Philip Roth decida di andare in pensione, per così dire, e lo annunci in modo tale da fare del suo proposito il tema letterario più dibattuto del momento, è cosa che dovrebbe fare sorridere. Ma confesso che un particolare della faccenda, così come è stata riportata dalla stampa di tutto il mondo, non riesco a levarmelo dalla mente. Mi perseguita; mi sembra un’immagine troppo forte per non essere stata creata intenzionalmente, e mi domando perché.

Cosa fa al mattino l’autore del Lamento di Portnoy e di Pastorale americana, ora che ha smesso di lottare con le parole? Poteva dire tante cose, ma ne ha detta una che fa un male boia.

Al mattino si sveglia e gioca con l’iPhone.

Se l’è appena comprato, e come tutti, a quanto pare, ci gioca. Come tutto il mondo, come tutti i suoi lettori, come tutti quelli che non lo leggono e forse non lo leggeranno mai. Lui gioca con quella che gli osservatori del secolo hanno definito l’invenzione del secolo, creata dal genio del secolo. Finalmente, dice Roth. Non ne potevo più.

Non so spiegare perché, ma fra tutti gli inutili commenti questo particolare, anzi questa immagine, mi sembra umanamente insopportabile. E forse non ce n’è motivo. Ma il fatto è che la scrittura, come l’amore, mi sembra una lotta che riguarda due forze immaginarie contrapposte, inscindibili, necessarie l’una all’altra. La lotta con la parola è anche la lotta per l’ascolto, e forse ci sono momenti in cui ti accorgi che che non hai niente da dire, perché non c’è niente che possa essere ascoltato fra le cose che potresti avere da dire.

O almeno, non c’è niente che possa essere ascoltato dalle persone di cui le tue parole hanno bisogno per poter essere dette. E allora fai come loro, lasci perdere. Finito.

Ma chi è che ci perde veramente, in questo gioco?

Quando lo sponsor ti danneggia, ovvero Riccardo Muti senatore a vita

7 agosto 2011 § 0 commenti § permalink

Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:

Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.

La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)

È Val di Susa, non Valle Giulia!

5 luglio 2011 § 5 commenti § permalink

C’era da scommetterlo. Ogni volta che c’è uno scontro con la Polizia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qualcosa che parla quel linguaggio rivoluzionario che la sinistra ha deciso di abbandonare – a costo di trasformarsi in un ossimoro vivente – qualche cretino tira fuori Pasolini. Sfogli il giornale, sai che si parla di scontri tra i nefasti ‘black bloc’ e la Polizia, e cominci a pensare: speriamo di no, speriamo che non ci sia il solito miserabile del PD che dice “io sto con Pasolini” – forse ritenendo che Pasolini, espulso dal Pci e perseguitato per il suo radicalismo, sarebbe stato con lui! E naturalmente succede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” questa volta si chiama Dario Ginefra, e dice “Cari ragazzi, rileggete le pagine corsare che Pasolini dedicò ai giovani del Pci”; e subito Matteo Renzi, uno che non si fa mancare mai nulla, nel suo panegirico dei poveri poliziotti pagati 1200 euro cita PPP, perché così le sue misere parole sembrano subito di sinistra; e naturalmente nel suo fine ragionamento accomuna tutti, estremisti a antitav, con una lungimiranza degna di Maroni. (Purtroppo una foto di Renzi accompagna la dichiarazione; una foto che lo fa rientrare di diritto nella categoria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cravatta racconta più di un’autobiografia: seta lucidissima bordeaux, enorme, annodata come i buttafuori delle discoteche e i mafiosi di Coppola. Racconta le aspirazioni, le frustrazioni e soprattutto la cultura estetica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cravatta e prende in mano con aria efficiente la cornetta del telefono, della poesia di Pasolini se ne impipa allegramente.)

Io proprio non lo so che cosa Pasolini penserebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chiedere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poesia dedicata agli scontri di Valle Giulia, perché leggere la protesta della Val di Susa come una manifestazione di lotta di classe, come sembra fare Ginefra, è veramente ridicolo e pretestuoso; penso invece alle pagine, e soprattutto al progetto, di Petrolio, al rapporto tra individuo e potere che descrive, all’intreccio fra interesse economico e degenerazione dell’etica pubblica che disegna. Perché non mi sembra che dall’altra parte, rispetto alla polizia di Stato, ci siano i figli di papà che inneggiano alla rivoluzione comunista. Dall’altra parte, dietro alla cortina di fumo che l’idiozia degli estremisti solleva, c’è forse un movimento antimoderno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indifendibile per definizione, se non talvolta sotto le bandiere tristi e volgari del leghismo. Qualcosa che, se stenta a trovare un simbolo credibile sotto il quale lottare, dovrebbe comunque essere ascoltato con profonda attenzione e rispetto da chi dichiara valori progressisti, al di là di ogni semplificazione e colpevole omissione giornalistica; da chi, soprattutto, non finga di dimenticare quali siano gli interessi in gioco.

Del resto, credo che i poliziotti sappiano meglio di me che non devono aspettarsi da Renzi e Ginefra una lotta per l’aumento del loro stipendio. Quello che mi chiedo è che cosa dobbiamo aspettarci noi cittadini da una sinistra come questa, e che cosa possiamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Commenti si possono leggere le repliche dell’On. Ginefra (PD, Commissione Trasporti) al post di Fierrbras, e le successive risposte.

Leggere poesia a Gerusalemme

30 aprile 2011 § 0 commenti § permalink

Un gruppo di scrittori, poeti, critici, alcuni rapper, molti studenti: non esattamente il ritratto di una pericolosa cellula terroristica. Eppure nel tendone in cui dovevano riunirsi per festeggiare la conclusione del Palestine Festival of Literature (PalFest), la rassegna dedicata alla scrittura che da quattro anni si svolge, tra incredibili difficoltà, in territorio palestinese, sono stati lanciati dei lacrimogeni dall’esercito occupante. Da quelle parti le cose vanno così, e nessuno sembra stupirsi più di tanto.

Sobborgo di Silwan, a sud di Gerusalemme, quartiere a larga maggioranza palestinese su cui negli ultimi anni si sono concentrati nuovi piani di espansione delle colonie israeliane e un progetto per l’ampliamento di un parco archeologico contestato dai residenti; luogo di forti tensioni e frequenti scontri; luogo di violazione dei diritti umani secondo gli osservatori stranieri, che denunciano il reiterato arresto di bambini da parte della polizia e dell’esercito occupante. Per guadagnare un po’ di sostegno da parte della stampa internazionale contro i preoccupanti progetti dei coloni, è stato issato un tendone, luogo di ritrovo e di scambio di informazioni. È proprio qui che, con un certo coraggio e forse anche con un po’ di senso di sfida, il 20 aprile si è chiuso il festival che per cinque giorni ha riunito, come ogni anno, migliaia di persone intorno alle forze della letteratura palestinese e ad alcuni illustri e meno illustri ospiti stranieri.

Nato nel 2008, il PalFest ha avuto tra i suoi fondatori e sostenitori nomi importanti della letteratura di tutto il mondo, come lo scrittore nigeriano Chinua Achebe, John Berger, Harold Pinter (scomparso nel 2008), il premio Nobel Seamus Heaney, il poeta ‘nazionale’ palestinese Mahmoud Darwish, e molti altri. Gli organizzatori lo definiscono ‘festival itinerante’, cosa che naturalmente, in un paese in cui la difficoltà di spostamento è uno dei segni più tangibili dell’occupazione, assume un significato tutto particolare: quest’anno ha portato nei diversi luoghi delle manifestazioni (Nablus, Jenin, Betlemme, Ramallah, Hebron e Gerusalemme) scrittori e scrittrici come l’egiziana Adhaf Soueif, l’americana Alice Walker (l’autrice di Il colore viola), il pakistano Mohammed Hanif (Il caso dei manghi esplosivi, Bompiani 2009) e molti altri, e li ha fatti incontrare con gli scrittori locali e con il pubblico, in una serie di workshop, letture, dibattiti.

L’appuntamento conclusivo era per le 19.30 sotto il tendone di Silwan, ma gli scontri sono cominciati alcune ore prima, l’aria era irrespirabile per i lacrimogeni e molti ospiti erano stati trattenuti ai posti di blocco, così tutto sembrava essere andato in fumo. E invece hanno aspettato che il fumo si disperdesse, che gli scontri cessassero, e quando ormai era quasi notte sotto quel tendone ci si sono davvero seduti, e hanno letto le loro benedette poesie, e hanno fatto i loro benedetti discorsi, e hanno suonato le loro benedette canzoni. Ne parla un articolo dell’Economist, lo si può leggere anche in alcuni blog e siti come i coraggiosi Rete Eco – Ebrei contro l’occupazioneInvisible Arabs della giornalista Paola Caridi. Se ne può sentire l’atmosfera, tutta particolare, nel video postato dagli organizzatori del Festival su Youtube.

Sono i momenti in cui la letteratura e le arti si riprendono il loro valore di ponte sospeso fra le persone e i luoghi, fra personale e collettivo, allontanandosi da quella fruizione un po’ solipsistica e consumistica che sempre più stanno assumendo nelle nostre vite. Piacerebbe pensare che queste iniziative siano ben viste se non addirittura sostenute dagli occupanti israeliani, poiché ogni occasione di incontro e crescita culturale rappresenta anche un freno al diffondersi del cancro estremista e integralista. Ancora una volta non è così, e viene da chiedersi se non ci sia un metodo in questa sistematica volontà di ostacolare la crescita sociale della popolazione palestinese, in questa obliterazione delle proprie radici culturali, del proprio tessuto sociale e del proprio paesaggio a cui la si vuole spietatamente costringere.

È la storia che racconta nei suoi libri uno dei fondatori e sostenitori del Festival, Raja Shehadeh, scrittore e avvocato nato a Ramallah. Il disgregarsi di una società in stretto rapporto con il territorio, l’umiliazione di una borghesia istruita, fatta di professionisti, commercianti e possidenti terrieri, costretta a emigrare o a vivere in un contesto sempre più contrassegnato dalla violenza e dalla coercizione, e ad assistere infine all’affermazione dell’integralismo, la peggiore delle medicine, quella che uccide il paziente insieme ai sintomi del suo male.

Uno dei suoi libri, in particolare, racconta la storia degli ultimi decenni in Palestina da un punto di vista unico e pregnante, quello del paesaggio e della sua trasformazione. Riprendendo un’antica tradizione palestinese, quella della sarha, il vagabondaggio disintossicante che l’uomo si concede una volta all’anno, Shehadeh ama le lunghe camminate, e ne Il pallido dio delle colline (EDT 2010) racconta 7 di questi viaggi a piedi fra le colline e i wadi della Cisgiordania, distribuite nell’arco degli ultimi venticinque anni; ricorda le luci della civile Jaffa di quando era piccolo, poi lo spostamento coatto verso Ramallah, luogo fino ad allora destinato alla villeggiatura, la scoperta delle colline, con i loro ulivi, i terrazzamenti, il fresco dei rifugi per il bestiame. E poi lentamente il disgregarsi del tessuto sociale, l’abbandono delle terre, la comparsa degli insediamenti sempre più invadenti, l’occupazione e la frammentazione del territorio, gli espropri. Tutto però scandito dal passo di chi cammina e osserva, e camminando e osservando in qualche modo riflette e sorpassa. Un libro che mi ha aiutato molto a capire come stanno le cose al di là delle notizie di cronaca e dei libri di storia. E soprattutto un libro guidato da quella stessa disperata fiducia nella parola e nel pensiero che ha spinto pochi giorni fa un gruppo di pazzi a sfidare la sorte e il rancore dei propri nemici per andare ad ascoltare poesie sotto un tendone che sapeva ancora di gas lacrimogeno.

La foto di Raja Shehadeh è di Chris Boland, ed è stata scattata a Cambridge nel marzo scorso; la persona dietro di lui è lo scrittore inglese Robert Macfarlane.

L’arte che discute, contesta, protesta

22 marzo 2011 § 3 commenti § permalink

L’art doit discuter,
doit contester,
doit protester.

L’arte deve discutere, deve contestare, deve protestare. È una visione estetica, e non necessariamente la migliore. Ma la cosa che colpisce è che a pronunciare questa frase sia stato un uomo politico, e non certo un politico di sinistra: Georges Pompidou, Primo ministro a metà degli Sessanta e poi Presidente della Repubblica francese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una politica culturale e di un investimento. Leggerla sulla facciata del ‘Beaubourg’, il complesso dedicato alla diffusione delle arti che porta il suo nome, colpisce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale mancanza di una visione estetica da parte dell’attuale classe politica, ma anche per una questione di linguaggio. Si pensi anche solo ai modi superficialmente sussiegosi e segretamente sprezzanti con cui l’arte è oggi trattata nei discorsi politici. Anzi, non è trattata, perché quasi mai si parla di arte, ma sempre di ‘cultura’. La cultura è quella cosa a cui bisogna dare i soldi, perché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umiliante ritornello. Sembra che nelle orecchie dei cittadini italiani la parola cultura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una efferata, silenziosa vendetta del mondo politico: rendere l’artista un questuante, una sorta di arcaico sottoproletario da difendere dalla fame o da abbandonare a se stesso, a seconda della parte a cui si appartiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la politica, questa politica, che è arcaica, non l’arte. Perché l’arte discute, contesta e protesta. La politica non più.

Nostra patria è il mondo intero!

17 marzo 2011 § 0 commenti § permalink

Belle le tante feste per l’Unità, bello sentir ricordare i personaggi eroici che hanno lottato per farla nascere. Divertente prima che preoccupante il ritorno del kitsch patriottico. Peccato però pensare di combattere il provincialismo con il regionalismo, il regionalismo col nazionalismo e così via. Anche perché molti ricorderanno che proprio dopo una disastrosa ubriacatura di falso patriottismo era nata la splendida utopia di Ventotene, l’idea di una unica e accogliente patria europea. La parola Europa è la grande assente dalle riflessioni sul presente e il futuro nazionale. Sembra quasi che nessuno ci creda più. Eppure, solo pochi anni fa…
Allora auguri all’Italia, magari nella speranza che dopo tutto questo sventolìo a qualcuno rimanga la voglia di fare un po’ di pulizia. Senza mai dimenticare le parole sante del grande Brassens su “les imbéciles heureux qui sont nés quelque part”. Da meditare ogni giorno di più.

Più moderno di ogni moderno

9 marzo 2011 § 1 commento § permalink

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

Un frammento, bellissimo e doloroso, di una poesia di Pasolini datata 10 giugno 1962 e inserita poi in Poesia in forma di rosa. Fa parte delle liriche scritte durante la lavorazione di Mamma Roma, e Pasolini la fa recitare al regista della Passione di Stracci nella Ricotta. Qui si può vedere il passaggio del film: la voce a Orson Welles la presta il poeta Giorgio Bassani. Sulla modernità, sul passato, e sulla condizione dell’Italia di oggi, anche se la modernità sembra già, anch’essa, passata.

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