Ritagli

Postu­lare che l’uomo (ogni uomo) abbia come voca­zione essen­ziale la cono­scenza, la cono­scenza di ciò che è, la cono­scenza di chi è, non signi­fica asse­gnar­gli un ideale irrag­giun­gi­bile, igno­rare le con­di­zioni mate­riali e affet­tive che pos­sono garan­tir­gli il benes­sere e tal­volta la feli­cità: signi­fica ricor­dare la parte di uma­nità gene­rica di cui siamo tutti por­ta­tori, e l’esigenza etica e cri­tica che ne con­se­gue. Il fatto di inclu­dersi nella cono­scenza di sé signi­fica pro­gre­dire, ini­ziare un per­corso e capire che que­sto movi­mento è il mezzo e, allo stesso tempo, l’oggetto della cono­scenza: io che cosa sono se non que­sta fra­gile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di que­sta ten­sione pro­fonda defi­ni­sce il più alto grado di socia­bi­lità, il rap­porto più intenso con gli altri, l’incontro.

Marc Augé, Futuro, Bol­lati Borin­ghieri, Torino 2012, p. 125.

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Pie­tro Citati qual­che giorno fa ha scritto che Gian­franco Con­tini non capì mai né Gadda né Proust. Suc­cede che, nella pic­cola repub­blica delle let­tere ita­liane, ci sia ancora chi ha voglia di pren­dersi que­ste sod­di­sfa­zioni postume; e oggi final­mente si può fare, per­ché dav­vero, oggi final­mente tutto si può fare.

La cor­nice di que­sta affer­ma­zione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripub­bli­ca­zione delle opere di Carlo Emi­lio Gadda nella Biblio­teca Adel­phi, dopo anni di ono­rato ser­vi­zio da Einaudi e, soprat­tutto, da Gar­zanti. La set­ti­mana scorsa è infine uscito il primo volume, i mera­vi­gliosi Accop­pia­menti giu­di­ziosi, in un’edizione lus­suosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abi­tuato Adel­phi. Non che all’edizione Gar­zanti man­casse nulla: il lusso tut­ta­via ha il suo fascino, e d’altro canto la vec­chia edi­zione, spar­tana e fra­gile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edi­zione del testo, curata da Paola Ita­lia e Gior­gio Pinotti, sia impor­tante e inno­va­tiva, sarà neces­sa­rio ascol­tare il parere degli agguer­riti filo­logi gaddiani.

Nel frat­tempo sul Cor­riere della Sera è uscito un arti­colo di Pie­tro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, sag­getti, arti­coli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbon­danza che si per­mette l’approssimazione!), si dichiara oggi inca­pace di aggiun­gere una sola riga su uno scrit­tore «cono­sciu­tis­simo e ama­tis­simo». Ma non potendo, nono­stante il dolo­ro­sis­simo blocco, aste­nersi da scri­vere qual­cosa sul volume pub­bli­cato da Adel­phi (che in fondo è anche un suo edi­tore), ci regala un’inedita perla di per­fi­dia edi­to­riale. Ine­dita secondo lui, almeno.

Citati rac­conta di quando, nel 1963, a Gian­franco Con­tini fu chie­sto di scri­vere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cogni­zione del dolore, il grande capo­la­voro di Gadda. Con­tini, legato a Gadda da una pro­fonda ami­ci­zia che risa­liva agli anni Trenta, scrive un bril­lante e denso sag­gio alla sua maniera, che comin­cia con­fron­tando due gesti di par­ri­ci­dio sim­bo­lico: quello di Made­moi­selle Vin­teuil nella Ricerca del tempo per­duto di Proust e quello di Gon­zalo Piro­bu­tirro, il pro­ta­go­ni­sta della Cogni­zione nel cui per­so­nag­gio si rico­no­scono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musi­ci­sta Vin­teuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Nar­ra­tore assi­ste alla scena dalla fine­stra, e que­sta pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispie­garsi del suo gran­dioso romanzo, e in par­ti­co­lare nella sco­perta dell’omosessualità. In Gadda, Gon­zalo stacca dalla parete il ritratto foto­gra­fico del padre, lo sbatte per terra e lo cal­pe­sta ripe­tu­ta­mente e con rab­bia. Con­tini parte da que­sta ana­lo­gia per illu­mi­nare la com­plessa trama psi­co­lo­gica della Cogni­zione, e nel farlo com­mette, da filo­logo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrit­tore) di por­tare alla luce alcune chiavi nasco­ste del romanzo.

Gadda se ne dispera, e comin­cia una lunga trat­ta­tiva con­dotta anche attra­verso la media­zione di un altro cri­tico e filo­logo, Gian Carlo Roscioni, cura­tore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Con­tini accetta di mesco­lare un po’ le carte e oscu­rare i rife­ri­menti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo ini­mi­ta­bile stile (il ‘con­ti­nese’, come una volta lo defi­ni­vano): «Defe­rii ai para­noici desi­derî, ricorsi a peri­frasi non meno grame, pla­cai quella tere­brante ango­scia, cosa che sola impor­tava. Gadda me ne rin­gra­ziò lun­ga­mente (9 aprile 1963, ore 14), tor­nando a par­lare di “ragioni fami­liari” e di “pru­denza municipale”».

Citati rac­conta que­sta sto­ria da par suo, cre­den­dola cono­sciuta solo «dal mio amico Gian­carlo Roscioni, e da pochis­simi altri». Rife­ri­sce quindi in que­sto modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Con­tini, Gadda diventò furi­bondo di dolore, dispe­ra­zione, ver­go­gna, ango­scia. In realtà, Con­tini non aveva com­preso né La cogni­zione del dolore né la Recher­che: il gesto di Gon­zalo non aveva nes­suna com­po­nente ero­tica o lesbica o pro­fa­na­to­ria; e non rac­chiu­deva nem­meno il segno del pec­cato ori­gi­nale e la colpa dello sguardo. Gadda pro­te­stò vio­len­te­mente con l’ edi­tore e con Con­tini, il quale ridusse il suo para­gone a un accenno quasi incom­pren­si­bile, o com­pren­si­bile a venti cono­sci­tori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase imme­di­ca­bile. Imma­gi­nava che, dopo le pagine di Con­tini, tutti, per­sino i fat­to­rini del tram e le por­tiere, vedes­sero in lui un mostro: un lesbico, che aveva spu­tato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto rac­conta la Cogni­zione».

In realtà l’episodio è noto a qual­cuno in più dei pochis­simi che crede Citati, per­ché lo stesso Gian­franco Con­tini ne scrisse, e pro­prio sul «Cor­riere della Sera», il 3 gen­naio 1988, e lo face ben più dif­fu­sa­mente di Citati, ripor­tando fram­menti della cor­ri­spon­denza con Gadda e con­clu­dendo il suo reso­conto con un lapi­da­rio e signi­fi­ca­tivo: «Tale il pedag­gio pagato da uno scrit­tore atta­na­gliato dalla dop­pia branca della sin­ce­rità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cogni­zione del dolore e ad altri saggi gad­diani, nel volume signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato Quarant’anni di ami­ci­zia. Scritti su Carlo Emi­lio Gadda (1934−1988), pub­bli­cato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dun­que non si tratta di vicende man­te­nute in quel ‘pet­te­golo riserbo’ di cui Citati sem­bra volerle amman­tare. D’altronde lo stesso Citati aveva già rac­con­tato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recen­sione, que­sta volta sulla «Repub­blica», dell’edizione Gar­zanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, per­ché forse è bene ricor­darlo, Gadda e Con­tini furono gran­dis­simi amici, e non smi­sero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.

Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere por­tati a pen­sare il con­tra­rio, come si potrebbe essere por­tati a pen­sare che Citati non apprezzi Con­tini. La realtà è per for­tuna ben diversa: come lo stesso Citati rac­con­terà in un’intervista tele­vi­siva, Gian­franco Con­tini fu infatti il mae­stro più amato in gio­ventù, incon­trato in Sviz­zera dopo averlo a lungo ‘imma­gi­nato’ negli anni tori­nesi e alla Nor­male di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repub­blica, Citati dice cose inte­res­santi, per­fide e tal­volta visto­sa­mente ini­que sullo stile e sulla vita di Con­tini, come sem­pre per metà tra­ve­sten­dole da opi­nioni altrui (in que­sto caso di Gadda).

Forse, allora, tutto tor­ne­rebbe più chiaro se ai due par­ri­cidi sim­bo­lici dell’incriminata pre­fa­zione, con tutto quello che com­por­tano in ter­mini di con­flit­tua­lità e pul­sioni represse, se ne aggiun­gesse un terzo: quello del filo­logo e cri­tico Pie­tro Citati nei con­fronti del filo­logo e cri­tico Gian­franco Contini.

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Dopo il pastic­ciac­cio brutto della cit­ta­di­nanza ono­ra­ria capi­to­lina, offerta dalla giunta di Ale­manno a Ric­cardo Muti e poi sfu­mata nel vociare di beghe bor­ga­tare, ecco che la mejo destra tenta di ripa­rare alzando la posta, e chiede la nomina del Mae­stro a sena­tore a vita. Ora si espone anche Carlo Ros­sella, il nostro Tom Wolfe for­mato Olget­tina, con un raf­fi­nato pezzo di cri­tica musi­cale nella sua rubri­china “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più effi­caci spazi di appro­fon­di­mento dell’imbecillità umana:

Straor­di­na­rio Mac­beth di Muti al Festi­val di Sali­sburgo. Il mae­stro sor­ride quando si parla della sua even­tuale nomina a sena­tore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nes­suno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sba­gliata. Il pro­blema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude ita­liana: con uno spon­sor così, chi ha il corag­gio di tirarsi indie­tro? Napo­li­tano sarà sicu­ra­mente felice del consiglio.

La splen­dida foto di Muti nella “fore­sta di Bir­namo” è di Ker­stin Joens­son (AP Photo/dapd)

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Da alcune set­ti­mane, l’esclusivo par­terre dei cri­tici musi­cali ita­liani si è arric­chito di un nuovo arrivo. Lo spa­zio è quello della pagina dedi­cata alla musica dall’inserto dome­ni­cale del “Sole 24ore”, che già ospita gli sto­rici arti­coli di un colto e monu­men­tale rea­zio­na­rio come Qui­rino Prin­cipe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fier­ra­bras aveva già espresso qual­che riserva alcuni anni fa). La firma fa pen­sare alle scor­re­rie dei pirati o, in alter­na­tiva, ai calen­dari da cucina e agli oro­scopi: Bar­ba­nera, niente di meno.

Que­sta firma che si sup­pone cor­sara è com­parsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piut­to­sto sgan­ghe­rata stron­ca­tura di un dop­pio cd con­te­nente gli Studi bril­lanti op. 740 di Czerny e gli Studi tra­scen­den­tali di Liszt ese­guiti da Fred Olden­burg: il com­mento era da anto­lo­gia della “non cri­tica” ita­liana: “Il con­fronto con Liszt è per­dente in par­tenza sotto tutti i punti di vista e poi nes­sun allievo potrebbe aspi­rare di arri­vare [sic!] a un livello ese­cu­tivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un auto­mo­bile a pedali a un pilota di for­mula uno”. Come se si trat­tasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.

La dome­nica suc­ces­siva però Bar­ba­nera torna all’arrembaggio, e anche que­sta volta lo fa sce­gliendo un tema non esat­ta­mente di ‘avan­guar­dia’. L’articolo è un pavido rim­brotto al fan­ta­sma di Her­bert von Kara­jan, in occa­sione del river­sa­mento in cd dei Con­certi Bran­de­bur­ghesi da lui incisi con i Ber­li­ner 47 anni fa (!); se il sog­getto è già quasi archeo­lo­gia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muf­fosa, e rag­giunge il suo apice di apnea intel­let­tuale quando, in rife­ri­mento alla grande cor­rente di risco­perta della ‘musica antica’, scrive: “Dove­roso pre­ci­sare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affi­na­mento, si è arri­vati a un ottimo com­pro­messo che con­sente di apprez­zare della musica pia­ce­vole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica pia­ce­vole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quo­ti­diana, si potreb­bero leg­gere parole come que­ste, se non in un gior­nale locale della pro­vin­cia più pro­fonda, che magari affida una rubrica di musica al par­roco che un po’ di musica l’ha masti­cata in semi­na­rio, o al pro­fes­sore di pia­no­forte del locale conservatorio?

Terza pun­tata, il 17 luglio, e terzo bri­vido: una spe­cie di stron­ca­tura di un’incisione di tre con­certi per pia­no­forte di Mozart ese­guiti al for­te­piano da Ronald Brau­ti­gam, con la Köl­ner Aka­de­mie. Qui le argo­men­ta­zioni non sono più solo muf­fose, sono decre­pite e squin­ter­nate. Con­ti­nua la lettura →

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Are You Happy?

23 giugno 2011

Un altra bel­lis­sima tavola di Tom Gauld. Dedi­cata agli intel­let­tuali?


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Da un diver­tente arti­colo di Tony Per­rot­tet, sul New York Times, dedi­cato alle tec­ni­che di auto­pro­mo­zione dei grandi scrit­tori, da Ero­doto a Hemingway:

Gli autori ame­ri­cani cer­ca­rono di tenere il passo. È noto che Walt Whit­man si scri­vesse da solo recen­sioni ano­nime che oggi non sfi­gu­re­reb­bero su Ama­zon: “Un bardo ame­ri­cano, final­mente!”, scrisse con entu­sia­smo nel 1855, “Grande, orgo­glioso, affet­tuoso, di abi­tu­dini libere e virili nel man­giare, nel bere e nel ripro­dursi, il volto bar­buto e bru­ciato dal sole.” Ma nes­suno riu­scì a egua­gliare la crea­ti­vità degli euro­pei. Forse la tro­vata più stu­pe­fa­cente nel mondo delle pub­bli­che rela­zioni – quella che dovrebbe ispi­rare un timore reve­ren­ziale tra gli autori di oggi – fu esco­gi­tata a Parigi nel 1927 da Geor­ges Sime­non, l’autore di ori­gine belga dei romanzi dell’ispettore Mai­gret. Per 100.000 fran­chi, il sel­vag­gia­mente pro­li­fico Sime­non accettò di scri­vere un romanzo intero in 72 ore, restando chiuso in una gab­bia di vetro col­lo­cata fuori dal Mou­lin Rouge. Il pub­blico sarebbe stato invi­tato a sce­gliere i per­so­naggi del romanzo, il sog­getto e il titolo, men­tre Sime­non mar­tel­lava le pagine su una mac­china da scri­vere. La pub­bli­cità in un gior­nale annun­ciò che il risul­tato sarebbe stato “un romanzo da record: record di velo­cità, record di resi­stenza e, osiamo aggiun­gere, record di talento”. Fu un grande colpo di mar­ke­ting. Come Pierre Assou­line scrive in Sime­non: bio­gra­phie, i gior­na­li­sti a Parigi “non par­la­vano d’altro”. Con­ti­nua la lettura →

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Librerie di domani

12 marzo 2010

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Una diver­tente vignetta di Jeff Sta­hler.

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Il segreto di Emily

17 febbraio 2010

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Ma osser­viamo adesso più da vicino il dagher­ro­tipo di que­sta ragazza immo­bile. Per­ché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquie­tante”? E ancora: per­ché la sua mano sini­stra – a dif­fe­renza del resto del suo corpo impas­si­bile e impa­vido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rive­lando di sé al mondo.
Sì, per­ché que­sta imma­gine nasconde (o, al con­tra­rio, rivela come più non si potrebbe) una verità esplo­siva che nes­suno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così pale­se­mente e insur­re­zio­nal­mente sbat­tuta in fac­cia.
Pro­viamo a guar­darla dav­vero, per la prima volta senza para­oc­chi e senza dia­frammi, que­sta imma­gine. Che cosa – con la sua immo­bi­lità rotta appena dal tre­mito della mano sini­stra – ci sta rive­lando que­sta ragazza intenta a far arri­vare fino a noi il suo com­po­sto grido?

Un altro bel­lis­simo scritto di Anto­nio More­sco, con una tesi sen­sa­zio­nale su Emily Dic­kin­son. Non so quale fon­da­mento abbia, ma è vera­mente sug­ge­stiva – ed è scritta, manco a dirlo, splen­di­da­mente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leg­gere sul sito di Il primo amore.

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Gen­tili Signori,

Leggo e rileggo con grande stu­pore la pagina dedi­cata a Piero Busca­roli su Tut­to­li­bri. L’immagine che vi si dà sia dello scrit­tore e cri­tico musi­cale, sia soprat­tutto dell’uomo pub­blico – anche attra­verso domande solo appa­ren­te­mente pro­vo­ca­to­rie – è quan­to­meno fuor­viante. La sua affer­ma­zione di aver pas­sato la vita “dalla parte dei vinti” è inol­tre incon­grua con il sem­plice dato di fatto, oggi spesso occul­tato, che quelli che nell’articolo sono defi­niti vinti da molti anni sono tor­nati vin­ci­tori. E non par­liamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.

Nell’articolo si omette, sicu­ra­mente per caso, di ricor­dare che Piero Busca­roli fu can­di­dato alle ele­zioni euro­pee del 1994 per Alleanza Nazio­nale, par­tito non da ieri al governo. Che ha diretto una col­lana di libri per Mon­da­dori, e che dallo stesso edi­tore sono pub­bli­cati alcuni dei suoi saggi – non esat­ta­mente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inol­tre, su que­sti saggi, in un inserto dedi­cato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chie­dere troppo. Tra­la­sciamo anche sull’assurda rico­stru­zione del famoso schiaffo a Tosca­nini, che addi­rit­tura sarebbe da attri­buire a un “ragio­niere” antifascista.

È invece l’immagine com­ples­siva di colto e mal­mo­stoso Céline, un “per­dente” con­tro­cor­rente e corag­gioso, che dall’intervista potrebbe deri­vare ad essere sem­pli­ce­mente assurda. Busca­roli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul san­gue, ci ha aiu­tato a rico­struire una coscienza civile euro­pea accet­ta­bile “per non inqui­nare” le sue idee e la sua lin­gua; che è stato deluso non solo dal fasci­smo – sem­bre­rebbe per non avere com­bat­tuto la guerra al fianco dei nazi­sti con suf­fi­ciente con­vin­zione – ma anche da Hitler per non avere avuto il corag­gio di inva­dere l’Inghilterra. E le sue idee “non inqui­nate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inqui­nata soste­nere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esi­bito sber­leffo a milioni di vit­time inno­centi? È nor­male che si lasci pas­sare tutto que­sto? Può pen­sare un gior­nale come La Stampa che si tratti delle idee eccen­tri­che di un dandy di destra?

Di certo l’intervistatore poteva aspet­tar­selo, visto che il Busca­roli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricor­de­ranno la rispo­sta che diede a Maria Latella, quin­dici anni fa, sul Cor­riere della Sera, par­lando di parole belle e parole brutte: “Scon­si­glie­rei inol­tre il ter­mine gay. La destra dovrebbe chia­marli cor­ret­ta­mente froci o chec­che. Andreb­bero spe­diti in campo di con­cen­tra­mento”. Quanta sen­si­bi­lità este­tica, quale purezza in que­sti pensieri.

Busca­roli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è nep­pure Praz, nono­stante lo sdi­lin­qui­mento cre­pu­sco­lare per le “due sedie Bie­der­meier, accanto al pia­no­forte Erard del 1856” che salta fuori nella tri­stis­sima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Lon­ga­nesi. Assi­sto ogni set­ti­mana alla par­si­mo­nia con cui libri impor­tanti ven­gono trat­tati fra le colonne di Tut­to­li­bri, fra i pochis­simi inserti let­te­rari rima­sti sulla stampa ita­liana. One­sta­mente non mi aspet­tavo tanta gene­ro­sità nei con­fronti di que­ste ver­go­gnose elucubrazioni.

Cor­dial­mente,

Ser­gio Bestente

Qui è pos­si­bile sca­ri­care l’intervista di Bruno Qua­ranta a Piero Busca­roli, pub­bli­cata sull’inserto let­te­ra­rio della Stampa ‘Tut­to­li­bri’ il 6 feb­braio 2010.

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Un miste­rioso feno­meno pre­oc­cupa i bio­logi di tutto il mondo. Secondo uno stu­dio recen­te­mente pub­bli­cato da un fisico acu­stico del Colo­rado, la voce delle Bale­not­tere azzurre, già famose per il loro pro­fon­dis­simo e ipno­tico canto (inse­rito in molte regi­stra­zioni di musica New Age da mas­sag­gio), si sta pro­gres­si­va­mente abbas­sando di frequenza.

Il canto delle balene, infatti, regi­strato per la prima volta negli anni cin­quanta gra­zie a spe­ciali micro­foni subac­quei costruiti per usi mili­tari, è sem­pre stato con­si­de­rato una mani­fe­sta­zione musi­cale tra le più affa­sci­nanti ed enig­ma­ti­che del mondo natu­rale. Mark McDo­nald, ricer­ca­tore di acu­stica ocea­nica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni que­sto canto è diven­tato più grave di circa il trenta per cento. “È un feno­meno pla­ne­ta­rio”, dice, e spera che dif­fon­dendo la noti­zia su inter­net si possa tro­vare un qual­che scien­ziato in grado di spie­gare il fenomeno.

Alcuni osser­va­tori della comu­nità scien­ti­fica sospet­tano tut­ta­via che die­tro l’identità del fisico ocea­nico si possa in realtà nascon­dere il famoso tenore mes­si­cano Pla­cido Domingo, fra i primi a denun­ciare il feno­meno. Si atten­dono smen­tite e forse querele.

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