Are You Happy?

23 giugno 2011 § 0 commenti § permalink

Un altra bellissima tavola di Tom Gauld. Dedicata agli intellettuali?


Simenon nella gabbia di vetro

10 maggio 2011 § 1 commento § permalink

Da un divertente articolo di Tony Perrottet, sul New York Times, dedicato alle tecniche di autopromozione dei grandi scrittori, da Erodoto a Hemingway:

Gli autori americani cercarono di tenere il passo. È noto che Walt Whitman si scrivesse da solo recensioni anonime che oggi non sfigurerebbero su Amazon: “Un bardo americano, finalmente!”, scrisse con entusiasmo nel 1855, “Grande, orgoglioso, affettuoso, di abitudini libere e virili nel mangiare, nel bere e nel riprodursi, il volto barbuto e bruciato dal sole.” Ma nessuno riuscì a eguagliare la creatività degli europei. Forse la trovata più stupefacente nel mondo delle pubbliche relazioni – quella che dovrebbe ispirare un timore reverenziale tra gli autori di oggi – fu escogitata a Parigi nel 1927 da Georges Simenon, l’autore di origine belga dei romanzi dell’ispettore Maigret. Per 100.000 franchi, il selvaggiamente prolifico Simenon accettò di scrivere un romanzo intero in 72 ore, restando chiuso in una gabbia di vetro collocata fuori dal Moulin Rouge. Il pubblico sarebbe stato invitato a scegliere i personaggi del romanzo, il soggetto e il titolo, mentre Simenon martellava le pagine su una macchina da scrivere. La pubblicità in un giornale annunciò che il risultato sarebbe stato “un romanzo da record: record di velocità, record di resistenza e, osiamo aggiungere, record di talento”. Fu un grande colpo di marketing. Come Pierre Assouline scrive in Simenon: biographie, i giornalisti a Parigi “non parlavano d’altro”. » Read the rest of this entry «

Librerie di domani

12 marzo 2010 § 1 commento § permalink

Una divertente vignetta di Jeff Stahler.

Il segreto di Emily

17 febbraio 2010 § 0 commenti § permalink

Ma osserviamo adesso più da vicino il dagherrotipo di questa ragazza immobile. Perché prima ho detto che si tratta di un’immagine “inquietante”? E ancora: perché la sua mano sinistra – a differenza del resto del suo corpo impassibile e impavido – trema?
Trema per l’enormità di quanto stava rivelando di sé al mondo.
Sì, perché questa immagine nasconde (o, al contrario, rivela come più non si potrebbe) una verità esplosiva che nessuno, per più di un secolo e mezzo, ha voluto cogliere, anche se ci viene così palesemente e insurrezionalmente sbattuta in faccia.
Proviamo a guardarla davvero, per la prima volta senza paraocchi e senza diaframmi, questa immagine. Che cosa – con la sua immobilità rotta appena dal tremito della mano sinistra – ci sta rivelando questa ragazza intenta a far arrivare fino a noi il suo composto grido?

Un altro bellissimo scritto di Antonio Moresco, con una tesi sensazionale su Emily Dickinson. Non so quale fondamento abbia, ma è veramente suggestiva – ed è scritta, manco a dirlo, splendidamente. Ancora una volta l’intero pezzo si può leggere sul sito di Il primo amore.

Lettera alla Stampa su un’intervista a Buscaroli

8 febbraio 2010 § 7 commenti § permalink

Gentili Signori,

Leggo e rileggo con grande stupore la pagina dedicata a Piero Buscaroli su Tuttolibri. L’immagine che vi si dà sia dello scrittore e critico musicale, sia soprattutto dell’uomo pubblico – anche attraverso domande solo apparentemente provocatorie – è quantomeno fuorviante. La sua affermazione di aver passato la vita “dalla parte dei vinti” è inoltre incongrua con il semplice dato di fatto, oggi spesso occultato, che quelli che nell’articolo sono definiti vinti da molti anni sono tornati vincitori. E non parliamo certo dei “vinti” di Nuto Revelli.

Nell’articolo si omette, sicuramente per caso, di ricordare che Piero Buscaroli fu candidato alle elezioni europee del 1994 per Alleanza Nazionale, partito non da ieri al governo. Che ha diretto una collana di libri per Mondadori, e che dallo stesso editore sono pubblicati alcuni dei suoi saggi – non esattamente l’editore dei vinti, come si sa. Forse una parola potrebbe essere il caso di dirla, inoltre, su questi saggi, in un inserto dedicato all’editoria. Ma non importa; sarebbe chiedere troppo. Tralasciamo anche sull’assurda ricostruzione del famoso schiaffo a Toscanini, che addirittura sarebbe da attribuire a un “ragioniere” antifascista.

È invece l’immagine complessiva di colto e malmostoso Céline, un “perdente” controcorrente e coraggioso, che dall’intervista potrebbe derivare ad essere semplicemente assurda. Buscaroli afferma di non avere letto nulla di ciò che, sulle rovine e sul sangue, ci ha aiutato a ricostruire una coscienza civile europea accettabile “per non inquinare” le sue idee e la sua lingua; che è stato deluso non solo dal fascismo – sembrerebbe per non avere combattuto la guerra al fianco dei nazisti con sufficiente convinzione – ma anche da Hitler per non avere avuto il coraggio di invadere l’Inghilterra. E le sue idee “non inquinate”, poi, quali sono? È forse un’idea non inquinata sostenere che Hitler non sapesse dell’olocausto? O è un atroce, esibito sberleffo a milioni di vittime innocenti? È normale che si lasci passare tutto questo? Può pensare un giornale come La Stampa che si tratti delle idee eccentriche di un dandy di destra?

Di certo l’intervistatore poteva aspettarselo, visto che il Buscaroli è famoso per la “purezza” delle sue idee. Tutti si ricorderanno la risposta che diede a Maria Latella, quindici anni fa, sul Corriere della Sera, parlando di parole belle e parole brutte: “Sconsiglierei inoltre il termine gay. La destra dovrebbe chiamarli correttamente froci o checche. Andrebbero spediti in campo di concentramento”. Quanta sensibilità estetica, quale purezza in questi pensieri.

Buscaroli non è Céline, mi dispiace per l’intervistatore. Non è neppure Praz, nonostante lo sdilinquimento crepuscolare per le “due sedie Biedermeier, accanto al pianoforte Erard del 1856” che salta fuori nella tristissima coda dell’articolo. E tanto meno è Leo Longanesi. Assisto ogni settimana alla parsimonia con cui libri importanti vengono trattati fra le colonne di Tuttolibri, fra i pochissimi inserti letterari rimasti sulla stampa italiana. Onestamente non mi aspettavo tanta generosità nei confronti di queste vergognose elucubrazioni.

Cordialmente,

Sergio Bestente

Qui è possibile scaricare l’intervista di Bruno Quaranta a Piero Buscaroli, pubblicata sull’inserto letterario della Stampa ‘Tuttolibri’ il 6 febbraio 2010.

Boccanegra e il canto delle balene

17 dicembre 2009 § 0 commenti § permalink

Un misterioso fenomeno preoccupa i biologi di tutto il mondo. Secondo uno studio recentemente pubblicato da un fisico acustico del Colorado, la voce delle Balenottere azzurre, già famose per il loro profondissimo e ipnotico canto (inserito in molte registrazioni di musica New Age da massaggio), si sta progressivamente abbassando di frequenza.

Il canto delle balene, infatti, registrato per la prima volta negli anni cinquanta grazie a speciali microfoni subacquei costruiti per usi militari, è sempre stato considerato una manifestazione musicale tra le più affascinanti ed enigmatiche del mondo naturale. Mark McDonald, ricercatore di acustica oceanica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni questo canto è diventato più grave di circa il trenta per cento. “È un fenomeno planetario”, dice, e spera che diffondendo la notizia su internet si possa trovare un qualche scienziato in grado di spiegare il fenomeno.

Alcuni osservatori della comunità scientifica sospettano tuttavia che dietro l’identità del fisico oceanico si possa in realtà nascondere il famoso tenore messicano Placido Domingo, fra i primi a denunciare il fenomeno. Si attendono smentite e forse querele.

Troppo poco tempo…

8 novembre 2009 § 0 commenti § permalink

Solo per dire che non ho abbandonato Fierrabras; è unicamente una questione di tempo, che al momento non c’è. Ed è anche per dire che i fumetti di Tom Gauld sono qualcosa di splendido.

Variazioni sui Goldberg del futuro

5 luglio 2009 § 0 commenti § permalink

glass

Che regalo può scegliere l’avvocato Brusatti Coronèo per il compleanno della giovane ed elegante moglie? Si era deciso per una collana d’oro con pendaglio a forma di farfalla, ma ora ha letto che può fare cafone. Poi, in studio, ha trovato il Wall Street Journal e gli è venuta un’idea fantastica.

C’è scritto che un signore di Harrisburg, Pennsylvania, tale Martin Murray, un dilettante di violino sposato da meno di due anni, per il settantesimo compleanno della moglie (!) si è rivolto a un’associazione nonprofit specializzata nell’intermediazione tra commissionari e compositori: Meet the Composer (MTC). Voleva una sonata per violino e pianoforte di un quarto d’ora circa, eseguibile da musicisti non professionisti di medio livello tecnico. Sorpresa: l’associazione l’ha messo in contatto con il più famoso dei compositori americani viventi, Philip Glass, e quest’ultimo ha accettato la commissione. Ne è nato un party di cui tutti gli amici ancora parlano a Harrisburg e dintorni; al momento del regalo, lui prende il violino, una pianista si siede al pianoforte, e arriva il grande dono. L’articolo, firmato da una certa Corinna da Fonseca-Wollheim, si intitola degnamente “Anche Bach ebbe bisogno di Goldberg”, riferendosi alle parole di un localmente noto compositore dell’Università dell’Arizona, Daniel Asia, che con apparente tranquillità ricorda come anche il Signor Goldberg (nome che negli Stati Uniti assume tutta una serie di connotazioni) sia tuttora ricordato per avere pagato a Bach una certa commissione.

A parte lo svarione storico (non ci fu mai un Signor Goldberg che commissionò una composizione a Bach) l’articolo si dilunga con il giusto piglio da giornale economico sulle dimensioni del fenomeno, e sugli aspetti finanziari (da quelle parti le commissioni le puoi scaricare dalle tasse); vuoi comprare un teschio di Hirst, sembra dirci la Fonseca-Wollheim? lascia stare! portati a casa un’opera di Adams, un quartetto di Corigliano (o una sonatina di Mr. Asia). Si parlerà di te nei secoli dei secoli. » Read the rest of this entry «

Fumaroli, Citati e gli ‘antimoderni’

29 giugno 2009 § 2 commenti § permalink

chateaubriand2

È da poco arrivato in libreria l’ultimo saggio di Marc Fumaroli, Chateaubriand. Poesia e terrore. Poderoso (circa 800 pagine), scritto con l’intelligenza, la chiarezza e l’estrema erudizione che sono consuete a questo coltissimo studioso; la veste tipografica è poi quella, ineccepibile e attraente, della collana ‘Il ramo d’oro’ della Adelphi. L’ho preso, l’ho sfogliato, ne ho letto un paio di pagine e poi l’ho riposto sullo scaffale del libraio. So che non riuscirei mai non dico a finirlo, ma neppure a superare il centinaio di pagine; nei libri di Fumaroli si entra come un grande museo, in ogni pagina c’è qualcosa da imparare, ma si fatica molto a capire dove ci stanno portando, e ogni tanto si sente il bisogno di cercare una finestra per capire dove ci si trova. Non è solo che non condivido per nulla le tesi di fondo di pressoché ogni suo libro, ben esposte in questo post di Luigi Castaldi; la verità è che difficilmente arrivo a cogliere l’ideologia antimoderna, perché è lo stile a tradirla prima di ogni ragionamento, e non riesco a entrare in sintonia con una scrittura che sembra fatta unicamente per sé stessa.

Scrivo questo non solo per il libro, ma perché alcuni giorni dopo avere visto il libro, mi sono imbattuto in una recensione pubblicata da Libération alla nuova fatica letteraria dell’instancabile Fumaroli, uscita nel frattempo in Francia. Firmato da Philippe Lançon e intitolato spiritosamente Il mangiatore d’ozio (con un gioco di parole sul ‘mangiatore d’oppio’ di de Quincey), si tratta di un pezzo feroce e talvolta eccessivamente sarcastico, scritto tuttavia con quel coraggio e quella spregiudicata serietà che sempre si vorrebbe trovare in una recensione. Vi si dicono cose che non valgono solo per Fumaroli – che Lançon definisce “il più intelligente dei vecchi tromboni”, ma che si potrebbero facilmente trasferire a una buona parte della nostra ‘cultura erudita’. Ne traduco qui il passaggio più interessante:

Se finora abbiamo seguito volentieri Fumaroli nella sua fumisteria erudita è prima di tutto perché lui è il più intelligente dei vecchi tromboni. O, per dirla secondo le convenienze, degli ‘antimoderni’. Questa categoria piena di distinzione, divisa tra il dandysmo e la malinconia aggressiva, è stata analizzata da Antoine Compagnon (Gallimard). È una categoria vivificante, poiché striglia per bene l’idiozia moderna; educativa, poiché precisa la presenza dei morti; ma sovente sterile, perché il suo sguardo è falsato da troppa cattiva fede ed ebbrezza nostalgica. In breve, l’‘antimoderno’ passa il suo tempo a denunciare ciò che lo circonda mentre contempla degli antichi affreschi in un’antica caverna. Quando un martello pneumatico fa un buco, è come nella celebre scena del film Roma, di Fellini: buona o cattiva che sia, l’aria entra nella caverna e cancella tutto – e i commenti prima di tutto.

Oltre al riferimento a una scena indimenticabile del cinema di Fellini, l’articolo ha portato con sé il ricordo indelebile di un altro articolo sulla questione ‘moderni e antimoderni’, ben più importante. Era il 1989, e Giulio Bollati aveva appena preso le redini della casa editrice Boringhieri (ribattezzata Bollati Boringhieri); nel giro di pochi anni avrebbe costruito un progetto editoriale di grande forza, tanto da lasciare una traccia duratura anche dopo la sua scomparsa. Ma naturalmente il 1989 è stato anche l’anno della cosiddetta ‘caduta del muro di Berlino’, e dell’inizio di un attacco frontale alla cultura progressista di cui i miserabili governanti attuali non sono che gli ultimi epigoni: in questo simili ai soldati che passano sul campo di battaglia per finire i feriti e, se possibile, derubarli. Era l’inizio di un’equazione, condotta in esibita cattiva fede, tra progressismo e stalinismo, fra Lumi e Terrore. Pietro Citati, in un articolo su Repubblica dedicato alla Normale di Pisa, si fece portavoce di questa prima ondata di vendette contro la cultura ‘egemone’ della sinistra; Giulio Bollati gli rispose, sempre sulla Repubblica, con questa ‘lettera aperta’ veramente memorabile.

Citati è un altro scrittore di cui forse non finirò mai un libro, pur avendone amato e studiato tanti scritti, pur ammirandone profondamente il controllo stilistico, pur riconoscendogli la statura del maestro. Ma la lettura di questo pezzo di Bollati (non l’ho trovato in internet, e dunque lo trascrivo qui), a oltre vent’anni di distanza dall’uscita, fa capire molte cose sulla cultura italiana di ieri e di oggi, oltre a essere una critica fortissima e intelligente ai tanti eruditi che si pongono sotto le protettive ma a loro volta indifese ali dei classici, rifiutando il rapporto vivo e dialettico con la modernità. E per tornare ai temi più consueti a Fierrabras, non è che nel campo musicale questi personaggi siano una rarità; anzi, direi che la chiusura, l’elitarismo, il distacco dal presente esibito nel linguaggio oltre che nella scelta degli argomenti siano la norma e il modello perfino tra i critici e i musicologi più giovani.

Il ritratto di François René de Chateaubriand che medita sulle rovine di Roma è quello famosissimo dipinto nel 1808-09 da Anne-Louis Girodet; l’originale è in una collezione privata, ma un’ottima copia d’epoca (a lungo ritenuta originale) è conservata al Musée d’histoire de Saint-Malo.

Pasolini e il nostro fascismo

27 maggio 2009 § 0 commenti § permalink

pasolini

L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.

Ho visto Pasolini. Un delitto italiano di Marco Tullio Giordana, e letto il romanzo-inchiesta pubblicato da Mondadori con lo stesso titolo; mi sono sembrati entrambi molto interessanti e al tempo stesso piuttosto deboli – anche se sono riusciti nell’intento di fare brevemente riaprire l’ormai impossibile inchiesta. Mi sono sembrati deboli perché indagano i fatti, come sempre è successo per questo delitto, sotto l’abbagliante cono di luce della personalità e dell’opera di Pasolini. Non credo sia un’operazione sbagliata nelle premesse – come si potrebbe, d’altro canto, isolare i fatti da quel contesto umano, politico e culturale di cui Pasolini era un protagonista di primissimo piano? Credo tuttavia che sia un’operazione destinata inevitabilmente al fallimento: troppo forte la tentazione di trovare una giustificazione e una predestinazione nelle parole di un poeta lucidissimo (non è affatto un ossimoro) e di un intellettuale violentemente determinato a indicare le tante vie e i tanti responsabili del disfacimento della società italiana. E cercare una predestinazione significa anche attenuare il senso di una perdita incolmabile e assurda, proprio nel momento in cui si manifesta la sua profondità e assurdità.

Il film contiene alcuni brani molto belli tratti dagli scritti e le poesie di Pasolini, e così mi è tornato in mente il frammento sopra riportato, tratto dalla risposta che egli scrisse a due lettori del settimanale comunista “Vie nuove”. Era il 6 settembre 1962, e da due anni teneva una rubrica intitolata “Dialoghi con Pasolini”; “Vie nuove”, fondato nel 1946, era un periodico politico di taglio ‘popolare’, che si rivolgeva in particolare ai più giovani. In una lettera, due lettori torinesi gli avevano domandato perché secondo lui l’idea fascista esercitasse tanto fascino sui giovani, e Pasolini aveva risposto raccontando un aneddoto. Poco tempo prima aveva concesso un’intervista a una giornalista colta, determinata e di impostazione laica e liberale (oggi probabilmente si direbbe ‘di sinistra’). Erano andati insieme a Ostia, avevano parlato come amici, fatto il bagno insieme. Pasolini le aveva parlato apertamente di sé, e aveva amichevolmente ascoltato le confidenze che la donna gli aveva fatto. Lei aveva un figlio neofascista, con cui quotidianamente lottava e discuteva; era la sua spina nel fianco, il suo dolore. Al termine dell’intervista si erano salutati in amicizia, come persone accomunate da una ricerca ideale. Qualche settimana dopo, era uscito l’articolo: offensivo, indegno, colmo dei pregiudizi sulla sua persona che Pasolini detestava e a cui da sempre si ribellava. Tanto più indegno in quanto scritto da una persona che aveva gli strumenti per capire, e per fermare lo scempio. In conseguenza di questo, si chiedeva in che cosa consistesse il fascismo del presente, ed ecco arrivare questo passaggio straordinario e profondissimo.

Basta guardarsi attorno per vedere quanto fosse lucida questa visione. Il “benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo”. L’articolo si chiudeva con una sorta di maledizione biblica, che forse si è nel tempo trasformata in mera premonizione. Il figlio fascista era la conseguenza e il ‘contrappasso’ del fascismo mascherato della madre, del suo prestarsi a “contribuire a questa marcescenza”. L’anatema è divertente e doloroso, con quell’eco da tragedia greca; divertente perché vagamente ironico, terribile perché offre a noi nipoti una desolante spiegazione della realtà durissima da cui siamo assediati, interiormente ed esteriormente: “Che vi vengano figli fascisti – questa la nuova maledizione – figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio”.

Ancora una volta la bellissima foto non so di chi sia. Lo scoprirò, promesso. Il brano è tratto da quella miniera inesauribile di idee, stimoli e grande scrittura civile che è il “Meridiano” di Pasolini Saggi sulla politica e sulla società (Mondadori, 1999; la risposta alla lettera si trova alle pp. 1014–18).

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