Il gioco di Roth

19 novembre 2012 § 1 commento § permalink

Che un grande scrittore come Philip Roth decida di andare in pensione, per così dire, e lo annunci in modo tale da fare del suo proposito il tema letterario più dibattuto del momento, è cosa che dovrebbe fare sorridere. Ma confesso che un particolare della faccenda, così come è stata riportata dalla stampa di tutto il mondo, non riesco a levarmelo dalla mente. Mi perseguita; mi sembra un’immagine troppo forte per non essere stata creata intenzionalmente, e mi domando perché.

Cosa fa al mattino l’autore del Lamento di Portnoy e di Pastorale americana, ora che ha smesso di lottare con le parole? Poteva dire tante cose, ma ne ha detta una che fa un male boia.

Al mattino si sveglia e gioca con l’iPhone.

Se l’è appena comprato, e come tutti, a quanto pare, ci gioca. Come tutto il mondo, come tutti i suoi lettori, come tutti quelli che non lo leggono e forse non lo leggeranno mai. Lui gioca con quella che gli osservatori del secolo hanno definito l’invenzione del secolo, creata dal genio del secolo. Finalmente, dice Roth. Non ne potevo più.

Non so spiegare perché, ma fra tutti gli inutili commenti questo particolare, anzi questa immagine, mi sembra umanamente insopportabile. E forse non ce n’è motivo. Ma il fatto è che la scrittura, come l’amore, mi sembra una lotta che riguarda due forze immaginarie contrapposte, inscindibili, necessarie l’una all’altra. La lotta con la parola è anche la lotta per l’ascolto, e forse ci sono momenti in cui ti accorgi che che non hai niente da dire, perché non c’è niente che possa essere ascoltato fra le cose che potresti avere da dire.

O almeno, non c’è niente che possa essere ascoltato dalle persone di cui le tue parole hanno bisogno per poter essere dette. E allora fai come loro, lasci perdere. Finito.

Ma chi è che ci perde veramente, in questo gioco?

Suicidio assistito? D’accordo, ma…

1 novembre 2012 § 0 commenti § permalink

Un articolo molto bello sul cosiddetto suicidio assistito, tema d’attualità in molte democrazie occidentali e in Italia più che altrove, per ovvi motivi di peso della religione. L’autore, Ben Mattlin, è affetto da Atrofia muscolare spinale ed è disabile grave dalla nascita. Ora ha 51 anni, è sposato e padre, scrive per il New York Times, ma non può neppure tenere in mano una matita. Si dichiara “pro-choice liberal”, un progressista che sostiene le politiche mirate alla libertà di scelta. Ma lui, che per così tante volte è stato a un passo dalla morte, che se non avesse una moglie pronta a spiegare ai medici che razza d’uomo hanno davanti, non riuscirebbe a ottenere neppure un antibiotico perché tanto non ne vale la pena, sul suicidio assistito ha dei dubbi. E li spiega con eleganza e chiarezza.

Racconta per esempio quanto permeabili diventino le barriere che dovrebbero assicurare la libertà di scelta nelle situazioni più gravi, quanto può diventare attraente una “opzione liberatoria” quando le condizioni in cui ti trovi non sembrano offrire alternative migliori: “ho vissuto così vicino alla morte che so quanto sottile e poroso sia il confine tra la coercizione e la libertà di scelta, quanto sia facile per qualcuno farti involontariamente sentire inutile e senza speranza, spingerti, anche di pochissimo ma con decisione, verso la “ragionevolezza”, verso la scelta di “liberare” gli altri dal peso, di “mollare la presa”.

Mi ha fatto molto pensare. Traduco la conclusione, ma consiglio di leggere l’intero articolo:

Sicuramente le intenzioni che stanno dietro le proposte di legislazione sul “suicidio assistito” sono nobili, ma non posso impedirmi di domandare perché abbiamo tanta fretta di assicurare il diritto di morire prima di avere fatto tutto quel che potevamo per garantire che a coloro che sono affetti da patologie gravi, incurabili e mortali sia offerto lo stesso benvenuto a cuore aperto, lo stesso rispetto a mente aperta, e le stesse aperte e non predeterminate opportunità che sono dovute a chiunque altro”.

[L’illustrazione è di Tom Gauld]

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