Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Blog di letteratura, musica e altre idee.
Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:
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Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:
Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.
L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.
La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)
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Da alcune settimane, l’esclusivo parterre dei critici musicali italiani si è arricchito di un nuovo arrivo. Lo spazio è quello della pagina dedicata alla musica dall’inserto domenicale del “Sole 24ore”, che già ospita gli storici articoli di un colto e monumentale reazionario come Quirino Principe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fierrabras aveva già espresso qualche riserva alcuni anni fa). La firma fa pensare alle scorrerie dei pirati o, in alternativa, ai calendari da cucina e agli oroscopi: Barbanera, niente di meno.
Questa firma che si suppone corsara è comparsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piuttosto sgangherata stroncatura di un doppio cd contenente gli Studi brillanti op. 740 di Czerny e gli Studi trascendentali di Liszt eseguiti da Fred Oldenburg: il commento era da antologia della “non critica” italiana: “Il confronto con Liszt è perdente in partenza sotto tutti i punti di vista e poi nessun allievo potrebbe aspirare di arrivare [sic!] a un livello esecutivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un automobile a pedali a un pilota di formula uno”. Come se si trattasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.
La domenica successiva però Barbanera torna all’arrembaggio, e anche questa volta lo fa scegliendo un tema non esattamente di ‘avanguardia’. L’articolo è un pavido rimbrotto al fantasma di Herbert von Karajan, in occasione del riversamento in cd dei Concerti Brandeburghesi da lui incisi con i Berliner 47 anni fa (!); se il soggetto è già quasi archeologia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muffosa, e raggiunge il suo apice di apnea intellettuale quando, in riferimento alla grande corrente di riscoperta della ‘musica antica’, scrive: “Doveroso precisare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affinamento, si è arrivati a un ottimo compromesso che consente di apprezzare della musica piacevole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica piacevole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quotidiana, si potrebbero leggere parole come queste, se non in un giornale locale della provincia più profonda, che magari affida una rubrica di musica al parroco che un po’ di musica l’ha masticata in seminario, o al professore di pianoforte del locale conservatorio?
Terza puntata, il 17 luglio, e terzo brivido: una specie di stroncatura di un’incisione di tre concerti per pianoforte di Mozart eseguiti al fortepiano da Ronald Brautigam, con la Kölner Akademie. Qui le argomentazioni non sono più solo muffose, sono decrepite e squinternate. Continua la lettura →
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L’art doit discuter,
doit contester,
doit protester.
L’arte deve discutere, deve contestare, deve protestare. È una visione estetica, e non necessariamente la migliore. Ma la cosa che colpisce è che a pronunciare questa frase sia stato un uomo politico, e non certo un politico di sinistra: Georges Pompidou, Primo ministro a metà degli Sessanta e poi Presidente della Repubblica francese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una politica culturale e di un investimento. Leggerla sulla facciata del ‘Beaubourg’, il complesso dedicato alla diffusione delle arti che porta il suo nome, colpisce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale mancanza di una visione estetica da parte dell’attuale classe politica, ma anche per una questione di linguaggio. Si pensi anche solo ai modi superficialmente sussiegosi e segretamente sprezzanti con cui l’arte è oggi trattata nei discorsi politici. Anzi, non è trattata, perché quasi mai si parla di arte, ma sempre di ‘cultura’. La cultura è quella cosa a cui bisogna dare i soldi, perché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umiliante ritornello. Sembra che nelle orecchie dei cittadini italiani la parola cultura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una efferata, silenziosa vendetta del mondo politico: rendere l’artista un questuante, una sorta di arcaico sottoproletario da difendere dalla fame o da abbandonare a se stesso, a seconda della parte a cui si appartiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la politica, questa politica, che è arcaica, non l’arte. Perché l’arte discute, contesta e protesta. La politica non più.
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Riti di passaggio nel mondo dei grandi direttori. A 35 anni Daniel Harding debutta con la New York Philharmonic, e puntuale il New York Times gli dedica un’intervista che, sorprendentemente, prende una piega vagamente malinconica. Il titolo: “Un bambino prodigio cresce e diventa un semplice direttore giovane”.
Volendola riassumere con parole nostre, la sua storia è un po’ questa: un giovanissimo musicista viene venduto per dieci anni come fanciullo prodigio, si ritrova a dirigere le migliori orchestre del mondo intorno ai vent’anni d’età, a ventuno debutta con i Berliner, poi ottiene un contratto con una major discografica, poi inaugura la Scala, poi, poi… Poi si ritrova a 35 anni, con un calendario ancora gremito di impegni, con opportunità che pochissimi direttori suoi coetanei potrebbero avere, ma con un personaggio da reinventare, e forse con una vita un po’ a pezzi. A 35 anni sei un giovane direttore, non sei più ‘il folletto del podio’, l’‘esplosione di energia giovanile’ e le altre terribili castronerie che per dieci anni hanno affollato le poche righe che i giornali concedono ai senescenti critici musicali. Senescenti anagraficamente o più spesso psicologicamente.
Dove abita Daniel? Da nessuna parte. Le sue cose sono in un magazzino, dopo la separazione dalla moglie. Quale grande orchestra dirige? Nessuna in maniera stabile: quelle stesse istituzioni che lo invitavano per divertire un pubblico vecchio e assetato di gioventù come il conte Dracula, lo chiamano ancora perché è un buon nome, perché ancora c’è un po’ di scia dell’effetto ‘folletto’. Ma a parte qualche critico di qualche inserto culturale di qualche giornale confindustriale italiano, il tempo dei peana è passato, e ora viene quello della costruzione di un prestigio, di una credibilità da musicista maturo. Un’impresa tutt’altro che facile, in queste condizioni. Lui nel frattempo si lega a istituzioni con cui può crescere al riparo: Trondheim, in Norvegia; Norrköping, in Svezia; Brema, in Germania.
E adesso due concerti con la New York Philharmonic, per due sinfonie di Mahler. Come dice lui stesso, non è che uno va a New York e con un paio di prove spiega all’Orchestra che fu di Bernstein come si suona la Quarta di Mahler. La sfida è quella di non fare stupidaggini, di guidarli e lasciarsi guidare; quella di creare un rapporto di fiducia e di cercare di crescere ancora, magari anche imparando da loro.
Ma il pubblico, è questo che vuole da Harding? Continua la lettura →
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Tre giornate per ricordare Sergio Sablich, una delle voci più appassionate ed autorevoli della cultura italiana degli ultimi decenni, musicologo, critico musicale e docente, che all’attività di studioso ha alternato quella di organizzatore musicale come direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica Nazionale e dell’Orchestra della Toscana, sovrintendente dell’Opera di Roma e consulente artistico del Teatro alla Scala. Un progetto del Museo Nazionale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.
A cinque anni dalla prematura scomparsa di Sergio Sablich, musicologo e importante collezionista bergmaniano, avvenuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cerebrale, Torino rende omaggio a questo intellettuale colto, curioso e raffinato dal 3 al 5 marzo con un articolato omaggio che comprende un convegno del DAMS sul grande regista svedese Ingmar Bergman, un concerto dell’Orchestra Sinfonica della Rai e una proiezione al Cinema Massimo.
Comincia così il comunicato stampa che annuncia le tre giornate di studio (e un po’ anche di festa culturale) che Torino dedica a Sergio Sablich. Per il programma completo rimando al sito che la famiglia e gli amici gli hanno dedicato e che raccoglie una quantità straordinaria di cose interessanti da leggere.
E così sono passati quasi cinque anni da quando Sergio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono passati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la direzione artistica dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, e di affrontare l’azzardo della sovrintendenza dell’Opera di Roma.
Dodici anni. Volati? Direi di no. Passati piuttosto con il peso di un trattore sulla cultura italiana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricorderanno delle sue stagioni Rai: senza abbandonarsi troppo alla retorica, si potrebbe dire che erano attraversate da uno slancio emotivo e intellettuale probabilmente irripetibile.
Quando decise di accettare Roma, gran parte degli amici torinesi storsero la bocca. Perché lasciare la solidità di una casa costruita con fatica, mattone su mattone, per ricominciare tutto in un posto franoso e fangoso, dove notoriamente gli amici sono della ventura e i nemici perfidi e insidiosi? I torinesi inoltre (lo so per appartenenza alla categoria), erano convinti che la loro città, la loro bella orchestra, le tante occasioni che quel lavoro offriva non potessero che corrispondere perfettamente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arrischiata per loro quella partenza: foriera di infelicità.
E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cultura a essere diventata sempre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di certezze politiche, e che stava ridisegnando la propria geografia. Sablich era una vera eccezione culturale: non capivi mai bene con chi stesse, se giudicavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la persona più adatta ad avvantaggiarsi di quel momento: probabilmente proprio per questo fu sentito come una minaccia.
Ma allora avevano ragione i torinesi? Per dirla con Peter Grimes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono passati cinque e poi dodici anni, mi piacerebbe che Torino riflettesse su cosa può ancora imparare dalla storia di Sablich. Certo, c’è il convegno dedicato a Bergman, il concerto dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, la proiezione cinematografica. Ma non basta.
Il fatto è che costruire qualcosa, e non solo nel mondo della cultura e delle arti, richiede, ma vorrei dire pretende, un solido amore per l’avventura intellettuale. Il cambiamento, anche arrischiato, la ricerca, il disagio per ciò che si è assestato su una routine, anche fosse una routine virtuosa. E qui non alludo a quella finta curiosità che fa mettere insieme un pezzetto di disordine nel sacro equilibrio: il programmino postmoderno, la ricercuzza pop, il trombonista jazz nel concerto mozartiano. Questi sono i cacciatori da Safari: un’organizzazione poderosa e costosissima li porta in mezzo a una finta jungla, loro sparano un colpo e tornano a casa col trofeo per il salotto.
Quella di cui parlo è la vera inquietudine intellettuale. Quella che costringe a esplorare se non terre nuove, profondità nuove. Quella che esaspera gli amici, i collaboratori, le persone care; che ti porta a fare un pezzo del viaggio in compagnia di gente poco raccomandabile, e magari a commettere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera crescita umana e intellettuale. Rispettare questa irrequietezza, coltivarne i frutti, imparare da essa a non pensare che ciò che si ha sia abbastanza per tutti: è su questo, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spettacolo, che mi piacerebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflettessero ricordando Sergio Sablich.
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Un misterioso fenomeno preoccupa i biologi di tutto il mondo. Secondo uno studio recentemente pubblicato da un fisico acustico del Colorado, la voce delle Balenottere azzurre, già famose per il loro profondissimo e ipnotico canto (inserito in molte registrazioni di musica New Age da massaggio), si sta progressivamente abbassando di frequenza.
Il canto delle balene, infatti, registrato per la prima volta negli anni cinquanta grazie a speciali microfoni subacquei costruiti per usi militari, è sempre stato considerato una manifestazione musicale tra le più affascinanti ed enigmatiche del mondo naturale. Mark McDonald, ricercatore di acustica oceanica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni questo canto è diventato più grave di circa il trenta per cento. “È un fenomeno planetario”, dice, e spera che diffondendo la notizia su internet si possa trovare un qualche scienziato in grado di spiegare il fenomeno.
Alcuni osservatori della comunità scientifica sospettano tuttavia che dietro l’identità del fisico oceanico si possa in realtà nascondere il famoso tenore messicano Placido Domingo, fra i primi a denunciare il fenomeno. Si attendono smentite e forse querele.
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Da secoli si discetta e filosofeggia sulla musica come linguaggio. Mi sono per caso imbattuto in un filmato piuttosto sorprendente, e volevo condividerlo. Un compositore austriaco, Peter Ablinger, ha fatto recitare a un bambino berlinese la Proclamazione (in inglese) della Corte penale internazionale dell’ambiente, poi ne ha analizzato il suono e lo ha ricomposto in un complessissimo ‘spartito’ per pianoforte azionato meccanicamente attraverso un sistema computerizzato. Il risultato è un pianoforte che parla. Letteralmente!
Ablinger, nato nel 1959, non è nuovo a questo tipo di performance, e un’occhiata al suo catalogo può far capire la varietà delle sue trovate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione berlinese di “A Letter from Schoenberg, reading piece for ministers for player piano and an audience reading the text while hearing the piece”, tratto dalla raccolta Quadraturen III (lo si può ascoltare qui) In quel caso, il pianoforte ‘suonava’ una lettera di Schoenberg.
La nuova composizione è stata presentata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Venezia, 2–3 ottobre), dedicato per l’appunto alla creazione di una Corte mondiale e di una Corte europea per i crimini ambientali. Il filmato è un frammento di un documentario tedesco dedicato all’opera.
Personalmente non lo ritengo molto più interessante di una curiosità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato questa sensazione. E al tempo stesso, tuttavia, devo ammettere che accanto all’ammirazione per il marchingegno, la performance mi ha dato da pensare. È musica? È teatro? Qualcosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiazzanti e apparentemente anodine quelle che aiutano a riflettere meglio.
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Parliamo di soldi. Non sarà granchè elegante, ma ogni tanto bisogna pur farlo. Lo stimolo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbattuto in questo ‘socialblog’, come egli lo definisce, pienissimo di tutto, dalla poesia alla letteratura, dalla denuncia sociale alla ricerca artistica. Non ho mai avuto il piacere di conoscere Luigi Boschi, ma da ormai moltissimi mesi, con cadenza irregolare e agli orari più strani, ricevo le email di aggiornamento spedite in automatico dal suo blog. Si tratta quasi sempre di messaggi collegati alle istituzioni culturali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penultima era una lunga e dolente poesia, nella quale sfogava la sua amarezza e solitudine nelle battaglie che da anni conduce contro gli sprechi e le assurdità della vita musicale parmense; e chi conosce, anche solo da lontano, le vicende di quella bellissima città, sa bene che di cose da dire a questo proposito ce ne sarebbero davvero molte. E Boschi dev’essere un fastidio pazzesco per gli amministratori locali. È sempre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scrivere sul suo sito, che poi proietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vecchio e del nuovo sindaco, del Teatro Regio di Parma e del Festival verdiano, le spese davvero pazzesche, le incredibili risorse catapultate nella vita di provincia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di teatro in teatro, non lasciandosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure continuando imperterrito a far girare milioni di euro come caramelline.
Per dirne una, questo signor Boschi si presentò alla conferenza stampa di insediamento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo stipendio del notoriamente non economico sovrintendente, e se avrebbe continuato anche a Parma a giovarsi dei servizi di Valentin Proczynski, l’agente teatrale argentino di nascita, russo di origini e monegasco di residenza la cui figura è circondata da una fama alquanto discutibile e corrusca. Il Meli Mauro rispose con arroganza che erano fatti suoi, e la platea di giornalisti locali rise e applaudì – chiunque sia stato a una conferenza stampa di realtà come queste sa a quale livello si possa spingere la compiacenza di certi giornalisti. Boschi da allora non ha più trovato pace, e oltre a denunciare ogni singolo spreco con una caparbietà invidiabile, ha dato il tormento a mezzo mondo sulla questione dello stipendio di Meli, finché pochi mesi fa non è riuscito a convincere un consigliere comunale a fare un’interrogazione al sindaco. E allora il sindaco ha dovuto rispondere, anche se non certo con sollecitudine. Un messaggio di oggi, sempre dell’indomito Boschi, ci informa finalmente sull’entità dello stipendio del Meli Mauro, sovrintendente. Meli costa alla Fondazione Teatro Regio, complessivamente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.
La questione delle retribuzioni nel mondo dello spettacolo è sempre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spettacolo dal vivo, e in particolare in quello della musica, la valutazione dell’eccellenza dipende da un complesso di fattori che la rendono sempre fortemente opinabile. Quanto prende Cecilia Bartoli per una recita della tale opera? Ma se lei prende questi soldi, allora quanto dovrebbe prendere quell’altra? E così via. In realtà un tariffario di massima esiste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il problema è che in Italia il teatro d’opera è largamente finanziato da denaro pubblico, e questo semplice fatto impone tutta una serie di cautele. Quando si maneggia i soldi della collettività, certi scherzetti non si possono fare. Per un certo periodo è esistito anche un cosiddetto ‘calmiere’ per i cachet degli artisti: è cosa nota che questo ‘tetto di retribuzione’ venisse aggirato in mille modi, perché altrimenti certi artisti sarebbe stato impossibile averli. E certi teatri quegli artisti li avevano; ah, se li avevano!
Ma il sovrintendente non è un artista. Il sovrintendente è un dirigente. E allora la valutazione non dovrebbe essere così difficile, e anche l’attribuzione dell’equo compenso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stupore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metropolitan) ha preso un milione e mezzo di dollari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneggia e riceve (ma soprattutto che attira) è totalmente proveniente da tasche private; ciò nonostante l’informazione può generare qualche confusione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo prenderla da un altro lato. Invece di paragonare semplicemente la cifra con quella che prendono gli altri sovrintendenti italiani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giambrone (Maggio Musicale Fiorentino) 180.000, Tutino (Bologna) 164 più benefit, Vergnano (Torino) 150, Vianello (Fenice) 150 più benefit –, proviamo a paragonarlo a un dirigente pubblico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.
Non molto tempo fa, dopo i grandi proclami del ministro Brunetta, sui siti delle amministrazioni pubbliche e delle aziende partecipate hanno cominciato ad apparire i tabulati con le retribuzioni dei dirigenti e degli amministratori. Ricordo un grande titolo su un quotidiano, che parlava degli stipendi d’oro dei dirigenti della Regione Lombardia. La Regione Lombardia ha 3.600 dipendenti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirellone’), 10 nelle province lombarde, 2 all’estero ecc. Il Teatro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipendenti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trattandosi di “teatro di tradizione”, i dipendenti, per la precisione, sono 18], e soprattutto è un sistema di ben diversa complessità. Facciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i dirigenti della Regione Lombardia, quella degli stipendi d’oro. Si chiama Nicolamaria Sanese, fa il Direttore generale, è il braccio destro di Roberto Formigoni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Direttore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scandalosa’ Regione Lombardia, realtà politico-amministrativa colossale, prende meno di Meli Mauro, sovrintendente del Teatro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo correggermi: Sanese ha una ‘retribuzione fondamentale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retribuzione di risultato’, sostanzialmente un bonus, di altri 48.408 euro. La retribuzione lorda di Meli al netto dei rimborsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rimborsi di Sanesi, inoltre, non ho alcuna informazione. Tuttavia la sostanza del discorso è la stessa: la retribuzione del Sovrintendente del Teatro Regio di Parma, oltre a svettare su quella di molti altri teatri italiani più grandi e ben più complessi da gestire, si assesta molto vicino alla retribuzione dei più pagati dirigenti di strutture pubbliche enormemente più complesse.].
Certo, il Meli non doveva essere proprio tranquillissimo se in un’intervista al “Corriere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attribuendosi con francescana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retribuzione mensile. Certo, il giochino è chiaro: la differenza tra netto e lordo, il separare la retribuzione ‘secca’ da benefit, rimborsi, indennità, costi vari. I teatri d’opera, inoltre, sono Fondazioni, e dunque Meli non è un dirigente pubblico a tutti gli effetti. Tuttavia, forse, assistere a giochetti di questo tipo con un mezzo di pubblica informazione avrebbe potuto causare un minimo di reazione da parte del Sindaco, anche solo una manifestazione di imbarazzo, dato che in fondo è pur sempre il presidente del Consiglio di amministrazione del teatro. Non importa. Se non ha ritenuto di manifestarlo è perché, evidentemente, non aveva piacere che si sapesse come stavano veramente le cose. Poche settimane dopo, il ministro Brunetta con l’eleganza intellettuale e lessicale che gli si addice, tuonava contro il culturame parassitario sinistroide. Ora che sull’argomento nessuno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma succeda qualcosa. Vedremo. Nel frattempo ringraziamo i rompiscatole di talento come Boschi.
La foto è di markusram, che ringrazio, e proviene da flickr.
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Quanti anni sono passati da quando il mercato discografico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assiste all’invecchiamento del pubblico dei concerti classici, al prosciugarsi della spinta estetica e innovativa dello spettacolo dal vivo? Quante spiegazioni sono state cercate, quante vie d’uscita sono state indagate? Nel frattempo, sulla già fragile economia della musica si sono abbattuti il crollo del sistema finanziario, la recessione, i tagli, la disoccupazione. Si è molto parlato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capolinea un costume finanziario che aveva portato l’economia mondiale al collasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispuntare i superbonus per i manager, i derivati, i titoli spazzatura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti convegni, tante parole. E nel frattempo, un po’ come a Wall Street, cosa stavano facendo gli intelligentissimi supermanager del big business musicale?
È molto semplice. Stavano cercando un nuovo Bernstein. Quello hanno imparato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, perché nel frattempo non hanno maturato nient’altro. In fondo è un po’ come vendere titoli spazzatura: li si occulta in un pacchetto complessivamente attraente sperando che nessuno abbia voglia di guardare troppo a fondo, e li si spaccia per meraviglie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chiedono il perché. Abbiamo distrutto un mercato drogandolo di tre tenori, di incredibili porcherie crossover per un pubblico umiliato da grande fratello? Abbiamo scavato ogni recesso della volgarità e del kitsch, utilizzato ogni possibile appiglio per rendere appetibile un genere musicale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva mantenuto? E ora che, dopo il prevedibile tracollo, qualcosa sembra tornare a muoversi che cosa facciamo? Ricominciamo da capo, naturalmente.
È quello che potrebbe venire in mente a chi osservasse l’incredibile onda mediatica che si diffonde dalla California, in questi giorni, per l’incoronazione di Dudamel a direttore della Los Angeles Philharmonic. Senza un nuovo eroe su cui investire tutti gli spiccioli rimasti, sembra sia impossibile progettare una qualsiasi ripresa. Ed ecco che il passaggio di un giovane (e bravo, per carità) direttore alla guida di una delle grandi orchestre americane non può che diventare un lancio in stile Hollywood, con tanto di brand (Gustavo!), minisiti, tecniche aggressive di marketing e persino un giochino elettronico, finanziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.
È la strada giusta per uscire dalla crisi? Inutile domandarselo: è l’unica che questa industria dello spettacolo, i suoi finanziatori e i suoi improbabili manager, sappiano trovare. Personalmente la definirei una coazione a ripetere che ha del patologico. Ma immagino che trovare qualsiasi altra strada avrebbe comportato così tanto lavoro e così tante sfide intellettuali ed economiche che la sola speranza sarebbe stata da folli. Senza contare, e questo è forse l’elemento determinante, che sarebbe stato tutto infinitamente meno divertente. Il grande business della musica è un vecchio malato che gioca a fare il bambino, diviso tra la flebo e la playstation. Quello che ci chiede è solo di chiudere gli occhi e di giocare con lui; tutto tornerà come prima, promesso.
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