Spettacoli

Ciao Gustav

19 gennaio 2012

Gustav Leo­n­hardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo coper­tine come que­sta prova qual­che emo­zione, sa bene chi e che cosa scom­pare con lui:

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Dopo il pastic­ciac­cio brutto della cit­ta­di­nanza ono­ra­ria capi­to­lina, offerta dalla giunta di Ale­manno a Ric­cardo Muti e poi sfu­mata nel vociare di beghe bor­ga­tare, ecco che la mejo destra tenta di ripa­rare alzando la posta, e chiede la nomina del Mae­stro a sena­tore a vita. Ora si espone anche Carlo Ros­sella, il nostro Tom Wolfe for­mato Olget­tina, con un raf­fi­nato pezzo di cri­tica musi­cale nella sua rubri­china “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più effi­caci spazi di appro­fon­di­mento dell’imbecillità umana:

Straor­di­na­rio Mac­beth di Muti al Festi­val di Sali­sburgo. Il mae­stro sor­ride quando si parla della sua even­tuale nomina a sena­tore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nes­suno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sba­gliata. Il pro­blema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude ita­liana: con uno spon­sor così, chi ha il corag­gio di tirarsi indie­tro? Napo­li­tano sarà sicu­ra­mente felice del consiglio.

La splen­dida foto di Muti nella “fore­sta di Bir­namo” è di Ker­stin Joens­son (AP Photo/dapd)

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Da alcune set­ti­mane, l’esclusivo par­terre dei cri­tici musi­cali ita­liani si è arric­chito di un nuovo arrivo. Lo spa­zio è quello della pagina dedi­cata alla musica dall’inserto dome­ni­cale del “Sole 24ore”, che già ospita gli sto­rici arti­coli di un colto e monu­men­tale rea­zio­na­rio come Qui­rino Prin­cipe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fier­ra­bras aveva già espresso qual­che riserva alcuni anni fa). La firma fa pen­sare alle scor­re­rie dei pirati o, in alter­na­tiva, ai calen­dari da cucina e agli oro­scopi: Bar­ba­nera, niente di meno.

Que­sta firma che si sup­pone cor­sara è com­parsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piut­to­sto sgan­ghe­rata stron­ca­tura di un dop­pio cd con­te­nente gli Studi bril­lanti op. 740 di Czerny e gli Studi tra­scen­den­tali di Liszt ese­guiti da Fred Olden­burg: il com­mento era da anto­lo­gia della “non cri­tica” ita­liana: “Il con­fronto con Liszt è per­dente in par­tenza sotto tutti i punti di vista e poi nes­sun allievo potrebbe aspi­rare di arri­vare [sic!] a un livello ese­cu­tivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un auto­mo­bile a pedali a un pilota di for­mula uno”. Come se si trat­tasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.

La dome­nica suc­ces­siva però Bar­ba­nera torna all’arrembaggio, e anche que­sta volta lo fa sce­gliendo un tema non esat­ta­mente di ‘avan­guar­dia’. L’articolo è un pavido rim­brotto al fan­ta­sma di Her­bert von Kara­jan, in occa­sione del river­sa­mento in cd dei Con­certi Bran­de­bur­ghesi da lui incisi con i Ber­li­ner 47 anni fa (!); se il sog­getto è già quasi archeo­lo­gia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muf­fosa, e rag­giunge il suo apice di apnea intel­let­tuale quando, in rife­ri­mento alla grande cor­rente di risco­perta della ‘musica antica’, scrive: “Dove­roso pre­ci­sare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affi­na­mento, si è arri­vati a un ottimo com­pro­messo che con­sente di apprez­zare della musica pia­ce­vole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica pia­ce­vole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quo­ti­diana, si potreb­bero leg­gere parole come que­ste, se non in un gior­nale locale della pro­vin­cia più pro­fonda, che magari affida una rubrica di musica al par­roco che un po’ di musica l’ha masti­cata in semi­na­rio, o al pro­fes­sore di pia­no­forte del locale conservatorio?

Terza pun­tata, il 17 luglio, e terzo bri­vido: una spe­cie di stron­ca­tura di un’incisione di tre con­certi per pia­no­forte di Mozart ese­guiti al for­te­piano da Ronald Brau­ti­gam, con la Köl­ner Aka­de­mie. Qui le argo­men­ta­zioni non sono più solo muf­fose, sono decre­pite e squin­ter­nate. Con­ti­nua la lettura →

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L’art doit discu­ter,
doit con­te­ster,
doit protester.

L’arte deve discu­tere, deve con­te­stare, deve pro­te­stare. È una visione este­tica, e non neces­sa­ria­mente la migliore. Ma la cosa che col­pi­sce è che a pro­nun­ciare que­sta frase sia stato un uomo poli­tico, e non certo un poli­tico di sini­stra: Geor­ges Pom­pi­dou, Primo mini­stro a metà degli Ses­santa e poi Pre­si­dente della Repub­blica fran­cese. E non fu solo una frase detta così per dire, ma l’attestazione di una poli­tica cul­tu­rale e di un inve­sti­mento. Leg­gerla sulla fac­ciata del ‘Beau­bourg’, il com­plesso dedi­cato alla dif­fu­sione delle arti che porta il suo nome, col­pi­sce oggi più che mai, e non tanto (o non solo) per via della totale man­canza di una visione este­tica da parte dell’attuale classe poli­tica, ma anche per una que­stione di lin­guag­gio. Si pensi anche solo ai modi super­fi­cial­mente sus­sie­gosi e segre­ta­mente sprez­zanti con cui l’arte è oggi trat­tata nei discorsi poli­tici. Anzi, non è trat­tata, per­ché quasi mai si parla di arte, ma sem­pre di ‘cul­tura’. La cul­tura è quella cosa a cui biso­gna dare i soldi, per­ché quel paese ne dà più di noi, e quell’altro ancora di più, e così via, in un umi­liante ritor­nello. Sem­bra che nelle orec­chie dei cit­ta­dini ita­liani la parola cul­tura non possa più essere divisa dalla parola soldi. È il frutto di una effe­rata, silen­ziosa ven­detta del mondo poli­tico: ren­dere l’artista un que­stuante, una sorta di arcaico sot­to­pro­le­ta­rio da difen­dere dalla fame o da abban­do­nare a se stesso, a seconda della parte a cui si appar­tiene. Ma tutti sanno ciò che non vogliono dire: è la poli­tica, que­sta poli­tica, che è arcaica, non l’arte. Per­ché l’arte discute, con­te­sta e pro­te­sta. La poli­tica non più.

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Riti di pas­sag­gio nel mondo dei grandi diret­tori. A 35 anni Daniel Har­ding debutta con la New York Phi­lhar­mo­nic, e pun­tuale il New York Times gli dedica un’intervista che, sor­pren­den­te­mente, prende una piega vaga­mente malin­co­nica. Il titolo: “Un bam­bino pro­di­gio cre­sce e diventa un sem­plice diret­tore giovane”.

Volen­dola rias­su­mere con parole nostre, la sua sto­ria è un po’ que­sta: un gio­va­nis­simo musi­ci­sta viene ven­duto per dieci anni come fan­ciullo pro­di­gio, si ritrova a diri­gere le migliori orche­stre del mondo intorno ai vent’anni d’età, a ven­tuno debutta con i Ber­li­ner, poi ottiene un con­tratto con una major disco­gra­fica, poi inau­gura la Scala, poi, poi… Poi si ritrova a 35 anni, con un calen­da­rio ancora gre­mito di impe­gni, con oppor­tu­nità che pochis­simi diret­tori suoi coe­ta­nei potreb­bero avere, ma con un per­so­nag­gio da rein­ven­tare, e forse con una vita un po’ a pezzi. A 35 anni sei un gio­vane diret­tore, non sei più ‘il fol­letto del podio’, l’‘esplosione di ener­gia gio­va­nile’ e le altre ter­ri­bili castro­ne­rie che per dieci anni hanno affol­lato le poche righe che i gior­nali con­ce­dono ai sene­scenti cri­tici musi­cali. Sene­scenti ana­gra­fi­ca­mente o più spesso psicologicamente.

Dove abita Daniel? Da nes­suna parte. Le sue cose sono in un magaz­zino, dopo la sepa­ra­zione dalla moglie. Quale grande orche­stra dirige? Nes­suna in maniera sta­bile: quelle stesse isti­tu­zioni che lo invi­ta­vano per diver­tire un pub­blico vec­chio e asse­tato di gio­ventù come il conte Dra­cula, lo chia­mano ancora per­ché è un buon nome, per­ché ancora c’è un po’ di scia dell’effetto ‘fol­letto’. Ma a parte qual­che cri­tico di qual­che inserto cul­tu­rale di qual­che gior­nale con­fin­du­striale ita­liano, il tempo dei peana è pas­sato, e ora viene quello della costru­zione di un pre­sti­gio, di una cre­di­bi­lità da musi­ci­sta maturo. Un’impresa tutt’altro che facile, in que­ste con­di­zioni. Lui nel frat­tempo si lega a isti­tu­zioni con cui può cre­scere al riparo: Tron­d­heim, in Nor­ve­gia; Norr­kö­ping, in Sve­zia; Brema, in Germania.

E adesso due con­certi con la New York Phi­lhar­mo­nic, per due sin­fo­nie di Mahler. Come dice lui stesso, non è che uno va a New York e con un paio di prove spiega all’Orchestra che fu di Bern­stein come si suona la Quarta di Mahler. La sfida è quella di non fare stu­pi­dag­gini, di gui­darli e lasciarsi gui­dare; quella di creare un rap­porto di fidu­cia e di cer­care di cre­scere ancora, magari anche impa­rando da loro.

Ma il pub­blico, è que­sto che vuole da Har­ding? Con­ti­nua la lettura →

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Post image for Come ricordare Sergio Sablich

Tre gior­nate per ricor­dare Ser­gio Sablich, una delle voci più appas­sio­nate ed auto­re­voli della cul­tura ita­liana degli ultimi decenni, musi­co­logo, cri­tico musi­cale e docente, che all’attività di stu­dioso ha alter­nato quella di orga­niz­za­tore musi­cale come diret­tore arti­stico dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale e dell’Orchestra della Toscana, sovrin­ten­dente dell’Opera di Roma e con­su­lente arti­stico del Tea­tro alla Scala. Un pro­getto del Museo Nazio­nale del Cinema, del DAMS di Torino e dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai.

A cin­que anni dalla pre­ma­tura scom­parsa di Ser­gio Sablich, musi­co­logo e impor­tante col­le­zio­ni­sta berg­ma­niano, avve­nuta il 7 marzo 2005 all’età di 54 anni in seguito ad un ictus cere­brale, Torino rende omag­gio a que­sto intel­let­tuale colto, curioso e raf­fi­nato dal 3 al 5 marzo con un arti­co­lato omag­gio che com­prende un con­ve­gno del DAMS sul grande regi­sta sve­dese Ing­mar Berg­man, un con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica della Rai e una pro­ie­zione al Cinema Massimo.

Comin­cia così il comu­ni­cato stampa che annun­cia le tre gior­nate di stu­dio (e un po’ anche di festa cul­tu­rale) che Torino dedica a Ser­gio Sablich. Per il pro­gramma com­pleto rimando al sito che la fami­glia e gli amici gli hanno dedi­cato e che rac­co­glie una quan­tità straor­di­na­ria di cose inte­res­santi da leggere.

E così sono pas­sati quasi cin­que anni da quando Ser­gio Sablich ci ha lasciati. E quanti ne sono pas­sati da quando ha lasciato Torino? Circa dodici. Da quel 1998 in cui decise di lasciare la dire­zione arti­stica dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, e di affron­tare l’azzardo della sovrin­ten­denza dell’Opera di Roma.

Dodici anni. Volati? Direi di no. Pas­sati piut­to­sto con il peso di un trat­tore sulla cul­tura ita­liana. Credo che in molti, e non solo a Torino, si ricor­de­ranno delle sue sta­gioni Rai: senza abban­do­narsi troppo alla reto­rica, si potrebbe dire che erano attra­ver­sate da uno slan­cio emo­tivo e intel­let­tuale pro­ba­bil­mente irripetibile.

Quando decise di accet­tare Roma, gran parte degli amici tori­nesi stor­sero la bocca. Per­ché lasciare la soli­dità di una casa costruita con fatica, mat­tone su mat­tone, per rico­min­ciare tutto in un posto fra­noso e fan­goso, dove noto­ria­mente gli amici sono della ven­tura e i nemici per­fidi e insi­diosi? I tori­nesi inol­tre (lo so per appar­te­nenza alla cate­go­ria), erano con­vinti che la loro città, la loro bella orche­stra, le tante occa­sioni che quel lavoro offriva non potes­sero che cor­ri­spon­dere per­fet­ta­mente alla sua indole, saziare ogni sua brama. Com’era arri­schiata per loro quella par­tenza: foriera di infelicità.

E Roma andò male; poi anche la Scala non andò bene: Milano si mostrò infida quanto Roma. Ma in realtà era l’Italia della cul­tura a essere diven­tata sem­pre più infida: era un mondo in cui stava finendo un’epoca di cer­tezze poli­ti­che, e che stava ridi­se­gnando la pro­pria geo­gra­fia. Sablich era una vera ecce­zione cul­tu­rale: non capivi mai bene con chi stesse, se giu­di­cavi con una divisa addosso. Avrebbe dovuto essere la per­sona più adatta ad avvan­tag­giarsi di quel momento: pro­ba­bil­mente pro­prio per que­sto fu sen­tito come una minaccia.

Ma allora ave­vano ragione i tori­nesi? Per dirla con Peter Gri­mes, “Then the Borough’s right again?”: il Borgo ha di nuovo ragione? Ora che Torino ricorda Sablich, e sono pas­sati cin­que e poi dodici anni, mi pia­ce­rebbe che Torino riflet­tesse su cosa può ancora impa­rare dalla sto­ria di Sablich. Certo, c’è il con­ve­gno dedi­cato a Berg­man, il con­certo dell’Orchestra Sin­fo­nica Nazio­nale della Rai, la pro­ie­zione cine­ma­to­gra­fica. Ma non basta.

Il fatto è che costruire qual­cosa, e non solo nel mondo della cul­tura e delle arti, richiede, ma vor­rei dire pre­tende, un solido amore per l’avventura intel­let­tuale. Il cam­bia­mento, anche arri­schiato, la ricerca, il disa­gio per ciò che si è asse­stato su una rou­tine, anche fosse una rou­tine vir­tuosa. E qui non alludo a quella finta curio­sità che fa met­tere insieme un pez­zetto di disor­dine nel sacro equi­li­brio: il pro­gram­mino post­mo­derno, la ricer­cuzza pop, il trom­bo­ni­sta jazz nel con­certo mozar­tiano. Que­sti sono i cac­cia­tori da Safari: un’organizzazione pode­rosa e costo­sis­sima li porta in mezzo a una finta jun­gla, loro spa­rano un colpo e tor­nano a casa col tro­feo per il salotto.

Quella di cui parlo è la vera inquie­tu­dine intel­let­tuale. Quella che costringe a esplo­rare se non terre nuove, pro­fon­dità nuove. Quella che esa­spera gli amici, i col­la­bo­ra­tori, le per­sone care; che ti porta a fare un pezzo del viag­gio in com­pa­gnia di gente poco rac­co­man­da­bile, e magari a com­met­tere degli errori; quella, però, senza la quale non ci può essere alcuna vera cre­scita umana e intel­let­tuale. Rispet­tare que­sta irre­quie­tezza, col­ti­varne i frutti, impa­rare da essa a non pen­sare che ciò che si ha sia abba­stanza per tutti: è su que­sto, oltre che sulle tante belle pagine di vita e di spet­ta­colo, che mi pia­ce­rebbe che Torino – tutte le Torino del mondo – riflet­tes­sero ricor­dando Ser­gio Sablich.

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Post image for Boccanegra e il canto delle balene

Un miste­rioso feno­meno pre­oc­cupa i bio­logi di tutto il mondo. Secondo uno stu­dio recen­te­mente pub­bli­cato da un fisico acu­stico del Colo­rado, la voce delle Bale­not­tere azzurre, già famose per il loro pro­fon­dis­simo e ipno­tico canto (inse­rito in molte regi­stra­zioni di musica New Age da mas­sag­gio), si sta pro­gres­si­va­mente abbas­sando di frequenza.

Il canto delle balene, infatti, regi­strato per la prima volta negli anni cin­quanta gra­zie a spe­ciali micro­foni subac­quei costruiti per usi mili­tari, è sem­pre stato con­si­de­rato una mani­fe­sta­zione musi­cale tra le più affa­sci­nanti ed enig­ma­ti­che del mondo natu­rale. Mark McDo­nald, ricer­ca­tore di acu­stica ocea­nica, ci avverte ora con una certa ansia che negli ultimi quarant’anni que­sto canto è diven­tato più grave di circa il trenta per cento. “È un feno­meno pla­ne­ta­rio”, dice, e spera che dif­fon­dendo la noti­zia su inter­net si possa tro­vare un qual­che scien­ziato in grado di spie­gare il fenomeno.

Alcuni osser­va­tori della comu­nità scien­ti­fica sospet­tano tut­ta­via che die­tro l’identità del fisico ocea­nico si possa in realtà nascon­dere il famoso tenore mes­si­cano Pla­cido Domingo, fra i primi a denun­ciare il feno­meno. Si atten­dono smen­tite e forse querele.

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Il pianoforte parlante

8 ottobre 2009

ablinger2

Da secoli si discetta e filo­so­feg­gia sulla musica come lin­guag­gio. Mi sono per caso imbat­tuto in un fil­mato piut­to­sto sor­pren­dente, e volevo con­di­vi­derlo. Un com­po­si­tore austriaco, Peter Ablin­ger, ha fatto reci­tare a un bam­bino ber­li­nese la Pro­cla­ma­zione (in inglese) della Corte penale inter­na­zio­nale dell’ambiente, poi ne ha ana­liz­zato il suono e lo ha ricom­po­sto in un com­ples­sis­simo ‘spar­tito’ per pia­no­forte azio­nato mec­ca­ni­ca­mente attra­verso un sistema com­pu­te­riz­zato. Il risul­tato è un pia­no­forte che parla. Let­te­ral­mente!

Ablin­ger, nato nel 1959, non è nuovo a que­sto tipo di per­for­mance, e un’occhiata al suo cata­logo può far capire la varietà delle sue tro­vate. La foto qui sopra ritrae un’esecuzione ber­li­nese di “A Let­ter from Schoen­berg, rea­ding piece for mini­sters for player piano and an audience rea­ding the text while hea­ring the piece”, tratto dalla rac­colta Qua­dra­tu­ren III (lo si può ascol­tare qui) In quel caso, il pia­no­forte ‘suo­nava’ una let­tera di Schoenberg.

La nuova com­po­si­zione è stata pre­sen­tata alcuni giorni fa al World Venice Forum 2009 (Vene­zia, 2–3 otto­bre), dedi­cato per l’appunto alla crea­zione di una Corte mon­diale e di una Corte euro­pea per i cri­mini ambien­tali. Il fil­mato è un fram­mento di un docu­men­ta­rio tede­sco dedi­cato all’opera.

Per­so­nal­mente non lo ritengo molto più inte­res­sante di una curio­sità da fiera – d’altronde più di una volta la musica ‘d’avanguardia’ mi ha dato que­sta sen­sa­zione. E al tempo stesso, tut­ta­via, devo ammet­tere che accanto all’ammirazione per il mar­chin­ge­gno, la per­for­mance mi ha dato da pen­sare. È musica? È tea­tro? Qual­cosa che sta in mezzo? Spesso sono le cose spiaz­zanti e appa­ren­te­mente ano­dine quelle che aiu­tano a riflet­tere meglio.

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dollari

Parliamo di soldi. Non sarà gran­chè ele­gante, ma ogni tanto biso­gna pur farlo. Lo sti­molo viene da una email legata al curioso e un po’ folle sito di Luigi Boschi. Anni fa, facendo ricerca per un articolo-inchiesta sulla Scala, mi ero imbat­tuto in que­sto ‘social­blog’, come egli lo defi­ni­sce, pie­nis­simo di tutto, dalla poe­sia alla let­te­ra­tura, dalla denun­cia sociale alla ricerca arti­stica. Non ho mai avuto il pia­cere di cono­scere Luigi Boschi, ma da ormai mol­tis­simi mesi, con cadenza irre­go­lare e agli orari più strani, ricevo le email di aggior­na­mento spe­dite in auto­ma­tico dal suo blog. Si tratta quasi sem­pre di mes­saggi col­le­gati alle isti­tu­zioni cul­tu­rali di Parma, la città dove Boschi risiede. La penul­tima era una lunga e dolente poe­sia, nella quale sfo­gava la sua ama­rezza e soli­tu­dine nelle bat­ta­glie che da anni con­duce con­tro gli spre­chi e le assur­dità della vita musi­cale par­mense; e chi cono­sce, anche solo da lon­tano, le vicende di quella bel­lis­sima città, sa bene che di cose da dire a que­sto pro­po­sito ce ne sareb­bero dav­vero molte. E Boschi dev’essere un fasti­dio paz­ze­sco per gli ammi­ni­stra­tori locali. È sem­pre lì, non gliene sfugge una, e appena può corre a scri­vere sul suo sito, che poi pro­ietta l’informazione a mezzo mondo. Le vicende del vec­chio e del nuovo sin­daco, del Tea­tro Regio di Parma e del Festi­val ver­diano, le spese dav­vero paz­ze­sche, le incre­di­bili risorse cata­pul­tate nella vita di pro­vin­cia da realtà come Arcus S.p.A, l’ineffabile Mauro Meli che passa di tea­tro in tea­tro, non lascian­dosi certo alle spalle motivi d’encomio, eppure con­ti­nuando imper­ter­rito a far girare milioni di euro come caramelline.

Per dirne una, que­sto signor Boschi si pre­sentò alla con­fe­renza stampa di inse­dia­mento del Meli Mauro, e al momento delle domande chiese a gran voce quale sarebbe stato lo sti­pen­dio del noto­ria­mente non eco­no­mico sovrin­ten­dente, e se avrebbe con­ti­nuato anche a Parma a gio­varsi dei ser­vizi di Valen­tin Proc­zyn­ski, l’agente tea­trale argen­tino di nascita, russo di ori­gini e mone­ga­sco di resi­denza la cui figura è cir­con­data da una fama alquanto discu­ti­bile e cor­ru­sca. Il Meli Mauro rispose con arro­ganza che erano fatti suoi, e la pla­tea di gior­na­li­sti locali rise e applaudì – chiun­que sia stato a una con­fe­renza stampa di realtà come que­ste sa a quale livello si possa spin­gere la com­pia­cenza di certi gior­na­li­sti. Boschi da allora non ha più tro­vato pace, e oltre a denun­ciare ogni sin­golo spreco con una capar­bietà invi­dia­bile, ha dato il tor­mento a mezzo mondo sulla que­stione dello sti­pen­dio di Meli, fin­ché pochi mesi fa non è riu­scito a con­vin­cere un con­si­gliere comu­nale a fare un’interrogazione al sin­daco. E allora il sin­daco ha dovuto rispon­dere, anche se non certo con sol­le­ci­tu­dine. Un mes­sag­gio di oggi, sem­pre dell’indomito Boschi, ci informa final­mente sull’entità dello sti­pen­dio del Meli Mauro, sovrin­ten­dente. Meli costa alla Fon­da­zione Tea­tro Regio, com­ples­si­va­mente, ‘una media di’ 336.000 euro lordi l’anno.

Sono tanti o sono pochi?

La que­stione delle retri­bu­zioni nel mondo dello spet­ta­colo è sem­pre stata avvolta da un alone di foschia, e non per caso. Nel mondo dello spet­ta­colo dal vivo, e in par­ti­co­lare in quello della musica, la valu­ta­zione dell’eccellenza dipende da un com­plesso di fat­tori che la ren­dono sem­pre for­te­mente opi­na­bile. Quanto prende Ceci­lia Bar­toli per una recita della tale opera? Ma se lei prende que­sti soldi, allora quanto dovrebbe pren­dere quell’altra? E così via. In realtà un tarif­fa­rio di mas­sima esi­ste, ed è ben noto a chi si occupa di ingaggi. Il pro­blema è che in Ita­lia il tea­tro d’opera è lar­ga­mente finan­ziato da denaro pub­blico, e que­sto sem­plice fatto impone tutta una serie di cau­tele. Quando si maneg­gia i soldi della col­let­ti­vità, certi scher­zetti non si pos­sono fare. Per un certo periodo è esi­stito anche un cosid­detto ‘cal­miere’ per i cachet degli arti­sti: è cosa nota che que­sto ‘tetto di retri­bu­zione’ venisse aggi­rato in mille modi, per­ché altri­menti certi arti­sti sarebbe stato impos­si­bile averli. E certi tea­tri que­gli arti­sti li ave­vano; ah, se li avevano!

Ma il sovrin­ten­dente non è un arti­sta. Il sovrin­ten­dente è un diri­gente. E allora la valu­ta­zione non dovrebbe essere così dif­fi­cile, e anche l’attribuzione dell’equo com­penso. E invece non è così. Tempo fa appresi con stu­pore che Peter Gelb, per fare un mestiere simile a quello del Meli Mauro (ma al Metro­po­li­tan) ha preso un milione e mezzo di dol­lari in un anno. Certo, il suo lavoro e solo ‘simile’, e il denaro che maneg­gia e riceve (ma soprat­tutto che attira) è total­mente pro­ve­niente da tasche pri­vate; ciò nono­stante l’informazione può gene­rare qual­che con­fu­sione. E allora, per capire se 336.000 euro siano tanti o pochi nella nostra realtà, potremmo pren­derla da un altro lato. Invece di para­go­nare sem­pli­ce­mente la cifra con quella che pren­dono gli altri sovrin­ten­denti ita­liani – ce lo dice lo stesso Boschi: Giam­brone (Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino) 180.000, Tutino (Bolo­gna) 164 più bene­fit, Ver­gnano (Torino) 150, Via­nello (Fenice) 150 più bene­fit –, pro­viamo a para­go­narlo a un diri­gente pub­blico. In fondo Mauro Meli dirige un’azienda.

Non molto tempo fa, dopo i grandi pro­clami del mini­stro Bru­netta, sui siti delle ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che e delle aziende par­te­ci­pate hanno comin­ciato ad appa­rire i tabu­lati con le retri­bu­zioni dei diri­genti e degli ammi­ni­stra­tori. Ricordo un grande titolo su un quo­ti­diano, che par­lava degli sti­pendi d’oro dei diri­genti della Regione Lom­bar­dia. La Regione Lom­bar­dia ha 3.600 dipen­denti, 7 sedi a Milano (una delle quali è il famoso ‘Pirel­lone’), 10 nelle pro­vince lom­barde, 2 all’estero ecc. Il Tea­tro Regio di Parma dubito che arrivi a 400 dipen­denti [AGGIUNTA DEL 24 OTTOBRE 2009: trat­tan­dosi di “tea­tro di tra­di­zione”, i dipen­denti, per la pre­ci­sione, sono 18], e soprat­tutto è un sistema di ben diversa com­ples­sità. Fac­ciamo la prova, andiamo a vedere quanto prende il più pagato tra i diri­genti della Regione Lom­bar­dia, quella degli sti­pendi d’oro. Si chiama Nico­la­ma­ria Sanese, fa il Diret­tore gene­rale, è il brac­cio destro di Roberto For­mi­goni. Prende 271.608 euro lordi; subito dopo viene il Diret­tore della Sanità, con 234.858 euro lordi; a seguire, con cifre molto più basse, gli altri. L’uomo più pagato della ‘scan­da­losa’ Regione Lom­bar­dia, realtà politico-amministrativa colos­sale, prende meno di Meli Mauro, sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma. [AGGIUNTA DEL 18 OTTOBRE 2009: per amore di verità devo cor­reg­germi: Sanese ha una ‘retri­bu­zione fon­da­men­tale’ di 223.200 euro, a cui si somma una ‘retri­bu­zione di risul­tato’, sostan­zial­mente un bonus, di altri 48.408 euro. La retri­bu­zione lorda di Meli al netto dei rim­borsi e degli altri costi è di 200.000 euro. Sui rim­borsi di Sanesi, inol­tre, non ho alcuna infor­ma­zione. Tut­ta­via la sostanza del discorso è la stessa: la retri­bu­zione del Sovrin­ten­dente del Tea­tro Regio di Parma, oltre a svet­tare su quella di molti altri tea­tri ita­liani più grandi e ben più com­plessi da gestire, si asse­sta molto vicino alla retri­bu­zione dei più pagati diri­genti di strut­ture pub­bli­che enor­me­mente più complesse.].

Certo, il Meli non doveva essere pro­prio tran­quil­lis­simo se in un’intervista al “Cor­riere della Sera”, l’11 luglio scorso aveva negato ciò che ora si sa essere vero, attri­buen­dosi con fran­ce­scana umiltà ‘solo’ 6.500 euro (netti) di retri­bu­zione men­sile. Certo, il gio­chino è chiaro: la dif­fe­renza tra netto e lordo, il sepa­rare la retri­bu­zione ‘secca’ da bene­fit, rim­borsi, inden­nità, costi vari. I tea­tri d’opera, inol­tre, sono Fon­da­zioni, e dun­que Meli non è un diri­gente pub­blico a tutti gli effetti. Tut­ta­via, forse, assi­stere a gio­chetti di que­sto tipo con un mezzo di pub­blica infor­ma­zione avrebbe potuto cau­sare un minimo di rea­zione da parte del Sin­daco, anche solo una mani­fe­sta­zione di imba­razzo, dato che in fondo è pur sem­pre il pre­si­dente del Con­si­glio di ammi­ni­stra­zione del tea­tro. Non importa. Se non ha rite­nuto di mani­fe­starlo è per­ché, evi­den­te­mente, non aveva pia­cere che si sapesse come sta­vano vera­mente le cose. Poche set­ti­mane dopo, il mini­stro Bru­netta con l’eleganza intel­let­tuale e les­si­cale che gli si addice, tuo­nava con­tro il cul­tu­rame paras­si­ta­rio sini­stroide. Ora che sull’argomento nes­suno può più far finta di non sapere, ci si aspetta che a Parma suc­ceda qual­cosa. Vedremo. Nel frat­tempo rin­gra­ziamo i rom­pi­sca­tole di talento come Boschi.

La foto è di mar­ku­sram, che rin­gra­zio, e pro­viene da flickr.

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bravo_gustavo

Quanti anni sono pas­sati da quando il mer­cato disco­gra­fico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assi­ste all’invecchiamento del pub­blico dei con­certi clas­sici, al pro­sciu­garsi della spinta este­tica e inno­va­tiva dello spet­ta­colo dal vivo? Quante spie­ga­zioni sono state cer­cate, quante vie d’uscita sono state inda­gate? Nel frat­tempo, sulla già fra­gile eco­no­mia della musica si sono abbat­tuti il crollo del sistema finan­zia­rio, la reces­sione, i tagli, la disoc­cu­pa­zione. Si è molto par­lato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capo­li­nea un costume finan­zia­rio che aveva por­tato l’economia mon­diale al col­lasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispun­tare i super­bo­nus per i mana­ger, i deri­vati, i titoli spaz­za­tura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti con­ve­gni, tante parole. E nel frat­tempo, un po’ come a Wall Street, cosa sta­vano facendo gli intel­li­gen­tis­simi super­ma­na­ger del big busi­ness musicale?

È molto sem­plice. Sta­vano cer­cando un nuovo Bern­stein. Quello hanno impa­rato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, per­ché nel frat­tempo non hanno matu­rato nient’altro. In fondo è un po’ come ven­dere titoli spaz­za­tura: li si occulta in un pac­chetto com­ples­si­va­mente attraente spe­rando che nes­suno abbia voglia di guar­dare troppo a fondo, e li si spac­cia per mera­vi­glie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chie­dono il per­ché. Abbiamo distrutto un mer­cato dro­gan­dolo di tre tenori, di incre­di­bili por­che­rie cros­so­ver per un pub­blico umi­liato da grande fra­tello? Abbiamo sca­vato ogni recesso della vol­ga­rità e del kitsch, uti­liz­zato ogni pos­si­bile appi­glio per ren­dere appe­ti­bile un genere musi­cale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva man­te­nuto? E ora che, dopo il pre­ve­di­bile tra­collo, qual­cosa sem­bra tor­nare a muo­versi che cosa fac­ciamo? Rico­min­ciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osser­vasse l’incredibile onda media­tica che si dif­fonde dalla Cali­for­nia, in que­sti giorni, per l’incoronazione di Duda­mel a diret­tore della Los Ange­les Phi­lhar­mo­nic. Senza un nuovo eroe su cui inve­stire tutti gli spic­cioli rima­sti, sem­bra sia impos­si­bile pro­get­tare una qual­siasi ripresa. Ed ecco che il pas­sag­gio di un gio­vane (e bravo, per carità) diret­tore alla guida di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane non può che diven­tare un lan­cio in stile Hol­ly­wood, con tanto di brand (Gustavo!), mini­siti, tec­ni­che aggres­sive di mar­ke­ting e per­sino un gio­chino elet­tro­nico, finan­ziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giu­sta per uscire dalla crisi? Inu­tile doman­dar­selo: è l’unica che que­sta indu­stria dello spet­ta­colo, i suoi finan­zia­tori e i suoi impro­ba­bili mana­ger, sap­piano tro­vare. Per­so­nal­mente la defi­ni­rei una coa­zione a ripe­tere che ha del pato­lo­gico. Ma imma­gino che tro­vare qual­siasi altra strada avrebbe com­por­tato così tanto lavoro e così tante sfide intel­let­tuali ed eco­no­mi­che che la sola spe­ranza sarebbe stata da folli. Senza con­tare, e que­sto è forse l’elemento deter­mi­nante, che sarebbe stato tutto infi­ni­ta­mente meno diver­tente. Il grande busi­ness della musica è un vec­chio malato che gioca a fare il bam­bino, diviso tra la flebo e la play­sta­tion. Quello che ci chiede è solo di chiu­dere gli occhi e di gio­care con lui; tutto tor­nerà come prima, promesso.

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