Ciò che la Volpe disse al Principe

12 novembre 2012 § 0 commenti § permalink

Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il Piccolo Principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il Piccolo Principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripetè il Piccolo Principe per ricordarselo.

Antoine de Saint-Exupéry

Davvero l’uomo è ciò che mangia?

6 novembre 2012 § 0 commenti § permalink

Mi sono spesso domandato che cosa significhi questa valanga di attività economiche, di pubblicazioni, di riflessioni, questo parlottio incessante sul cibo. Mangiare. Annusare, masticare, gustare, deglutire, digerire, espellere sembrano essere diventate le attività culturalmente più pregnanti della nostra civiltà.

Qualche giorno fa, sulla Repubblica, l’insegnante e scrittore Marco Lodoli ha pubblicato un interessante articolo sulla fine della cultura umanistica nel quale si interroga, apparentemente senza amarezza – ma fra le righe c’era, eccome – sul perché agli studenti della scuola superiore in cui insegna, le parole delle materie cosiddette umanistiche – la storia, la letteratura e la filosofia prima di tutto – suonino totalmente estranee e inutili. Non sanno che farsene di una cultura fatta di morti, dice. Per affrontare la complessità del presente hanno bisogno di qualcos’ altro. Hanno bisogno di energia.

Ecco, forse la fissazione culturale col cibo dipende da questo: non siamo più in grado di portare le profonde riflessioni che la cultura umanistica ci ha consegnato a un’elaborazione tanto avanzata da permetterci di farle influire sul nostro enigmatico e complesso presente. Quella del cibo è una cultura che si assimila attraverso la mente ma soprattutto attraverso i tessuti, gli organi della digestione, i fluidi corporei, i processi chimici. È la cultura che produce energia senza chiedere gradi di elaborazione eccessivi, è una cultura apparentemente democratica (ma è un’apparenza esilissima, e richiede un particolare grado di ottundimento per non dimostrarsi tale), è una cultura energetica su cui la mente può lavorare a piacere, e che dunque permette una continuata e sontuosa occupazione intellettuale: critici culinari, sommelier, cuochi rock-star, assaggiatori crapuloni, dotti, medici e sapienti ormai spuntano come funghi.

E così che la cucina, e la sua cultura, si connettono ad altri elementi della vita associata di oggi, principalmente la palestra, la spa, una certa visione del viaggio, per fornire all’uomo gli strumenti per affrontare le complessità del presente. Il corpo dev’essere ben nutrito, abbronzato, depilato, reso scattante e compatto, la mente dev’essere rilassata dai lunghi massaggi, dalle docce emozionali, dalle acque profumate, da prolungati e frequenti soggiorni nell’immobilità totale di una spiaggia, nel nuoto ritmato sottoriva. Perché del presente non c’è niente da capire. Troppo difficile. Serve solo la forza per affrontarlo, in una direzione a cui si possono imprimere scarti e scelte, ma in qualche modo predeterminati. Posso cambiare ristorante, lavoro, compagno, amici, palestra, destinazione del viaggio, e pensare di stringere così il timone della mia vita. Ma non posso cambiare mentalità. La mia mente è diventata come il corpo: è un muscolo che posso potenziare per renderlo più veloce, più adatto alla competizione sociale, ma non fargli eseguire movimenti per cui l’uso non l’ha forgiato, o per cui ha perso la capacità evolutiva.

Con questo non voglio certo dire che la cucina non sia un’attività ad alto tasso di contenuto culturale: nelle mani di una persona sensibile e consapevole cucinare vuol dire riflettere, ricordare, sognare, ripercorrere strade lontane o sperimentarne di nuove: è una forma di comunicazione affettiva straordinaria e spesso introversa; la famiglia italiana, con i suoi pranzi festivi emozionalmente e relazionalmente impegnativi in questo senso è sempre stata una palestra esemplare. Ma se mi guardo intorno non trovo abbondanza di approcci di questo tipo. Trovo piuttosto il logorante commento, magari al ritorno da un fine settimana di vacanza, su posti in cui “si mangia bene e si spende poco”, su abbuffate, assaggi e spedizioni etiliche dall’opulenza un po’ triste.

Forse è proprio questo a produrre questa assordante, soffocante sensazione di una corsa sempre più veloce, profumata, saporita, snella, armonica, verso un unico grande traguardo. Quale sia il senso di questa corsa e il suo traguardo è molto difficile da capire. Ogni tanto si sente qualche risposta filtrare minacciosa dagli scaffali della cultura umanistica. Allora è il momento di accendere l’iPod.

Suicidio assistito? D’accordo, ma…

1 novembre 2012 § 0 commenti § permalink

Un articolo molto bello sul cosiddetto suicidio assistito, tema d’attualità in molte democrazie occidentali e in Italia più che altrove, per ovvi motivi di peso della religione. L’autore, Ben Mattlin, è affetto da Atrofia muscolare spinale ed è disabile grave dalla nascita. Ora ha 51 anni, è sposato e padre, scrive per il New York Times, ma non può neppure tenere in mano una matita. Si dichiara “pro-choice liberal”, un progressista che sostiene le politiche mirate alla libertà di scelta. Ma lui, che per così tante volte è stato a un passo dalla morte, che se non avesse una moglie pronta a spiegare ai medici che razza d’uomo hanno davanti, non riuscirebbe a ottenere neppure un antibiotico perché tanto non ne vale la pena, sul suicidio assistito ha dei dubbi. E li spiega con eleganza e chiarezza.

Racconta per esempio quanto permeabili diventino le barriere che dovrebbero assicurare la libertà di scelta nelle situazioni più gravi, quanto può diventare attraente una “opzione liberatoria” quando le condizioni in cui ti trovi non sembrano offrire alternative migliori: “ho vissuto così vicino alla morte che so quanto sottile e poroso sia il confine tra la coercizione e la libertà di scelta, quanto sia facile per qualcuno farti involontariamente sentire inutile e senza speranza, spingerti, anche di pochissimo ma con decisione, verso la “ragionevolezza”, verso la scelta di “liberare” gli altri dal peso, di “mollare la presa”.

Mi ha fatto molto pensare. Traduco la conclusione, ma consiglio di leggere l’intero articolo:

Sicuramente le intenzioni che stanno dietro le proposte di legislazione sul “suicidio assistito” sono nobili, ma non posso impedirmi di domandare perché abbiamo tanta fretta di assicurare il diritto di morire prima di avere fatto tutto quel che potevamo per garantire che a coloro che sono affetti da patologie gravi, incurabili e mortali sia offerto lo stesso benvenuto a cuore aperto, lo stesso rispetto a mente aperta, e le stesse aperte e non predeterminate opportunità che sono dovute a chiunque altro”.

[L’illustrazione è di Tom Gauld]

Cose trovate – Io che cosa sono?

3 maggio 2012 § 0 commenti § permalink

Postulare che l’uomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di ciò che è, la conoscenza di chi è, non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicità: significa ricordare la parte di umanità generica di cui siamo tutti portatori, e l’esigenza etica e critica che ne consegue. Il fatto di includersi nella conoscenza di sé significa progredire, iniziare un percorso e capire che questo movimento è il mezzo e, allo stesso tempo, l’oggetto della conoscenza: io che cosa sono se non questa fragile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il più alto grado di sociabilità, il rapporto più intenso con gli altri, l’incontro.

Marc Augé, Futuro, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 125.

Cose trovate — Un violino con le ali

30 marzo 2012 § 0 commenti § permalink

Alban Berg — Ludwig van Beethoven, Concerti per violino e orchestra, Isabelle Faust, Claudio Abbado, Orchestra Mozart. Harmonia Mundi

Il più bello dei concerti di Beethoven e il concerto più attonito e siderale del Novecento. Sullo stesso disco. Come non esserne incuriositi? In genere un artista che voglia dire la sua sul concerto per violino di Beethoven (o su quello di Berg) lo incide con tutte le cure che può, e poi lo circonda con qualche brano più o meno originale, ma scelto per non rubare la scena al pezzo forte. Per accompagnare quello di Beethoven una volta andavano fortissimo le due Romanze, e devo dire onestamente che non mi è mai sembrata una grande idea; oggi si cercano accostamenti meno tono-su-tono, perché c’è tono e tono. Ma Berg e Beethoven? Non che non abbiano nulla in comune, ma mostrare il filo che li lega richiede un gran lavoro di pensiero e di stile, e poi con un programma così per più di un’ora non si tocca mai terra. Insomma, la cosa rivela una certa ambizione.

Confesso di non essere riuscito a seguire il percorso suggerito, e ho cominciato ad ascoltare il secondo pezzo: Beethoven, subito; “qui si parrà la tua nobilitate”. Isabelle Faust non è certo David Oistrach. Il suo ingresso dopo il meraviglioso e cullante tema, con quegli arpeggi esili, intonatissimi ed eleganti, è un ingresso a piedi scalzi. Com’è lontana l’ampiezza, la risonanza con cui i violinisti della generazione di Oistrach si facevano largo tra l’orchestra: la loro era un’affermazione di spessore, di profondità. Quella che mette in scena Isabelle Faust non è una battaglia, lei non si prende sulle spalle le tragedie del mondo. Ma appena ci si abitua a questa presenza più delicata, dialogante, femminile verrebbe da dire, ciò che colpisce è il fraseggio. Un’eleganza, una cura per la linea melodica che ti conquista, ti spinge a cercare quel suono che a volte rasenta l’inudibile. E qui Abbado l’aiuta meravigliosamente: io dei pianissimo così non ricordo di averli mai sentiti nel conerto di Beethoven. E non solo nel Larghetto: anche nel primo movimento. E quella cadenza bella e un po’ sconcertante, in dialogo con i timpani? E gli arpeggi sulle fermate? In nessun momento pensi di essere di fronte alla più bella interpretazione del concerto, ma neppure per un momento riesci a distrarti da questo bellissimo suono dell’orchestra e del solista, dal tutt’uno che sembra troppo intelligente per essere stato davvero pensato. Solo il Rondò rivela un po’ la trama di questa stoffa meravigliosa: Abbado è bravissimo nel mantenere il suono leggero, compatto e fresco nei movimenti veloci, ma sembra non volersi mai abbandonare all’estasi dionisiaca della danza, e il Rondò di questo concerto a volte mi sembra averne bisogno. Tuttavia, in questo rifiuto dell’abbandono sono perfettamente in linea, il direttore e la solista. L’effetto non è quello della freddezza, quanto quello della stilizzazione. Il meraviglioso dialogo col fagotto, per dire, scorre via senza stupore, ma è toccante lo stesso: è tutto così bello che non c’è bisogno di fermarsi, sembra dire.

Ma dopo un’emozione estetica tanto aerea, c’è ancora spazio per il concerto di Berg, anche lui così lontano dalla creta dell’esistenza, così concentrato sul sublime e l’ultraterreno? Forse era meglio seguire la strada indicata dal disco. E invece no. Un altro ingresso in pianissimo, composto e sereno nella sua fragilità, e di nuovo non si smette di fissare quella linea che si snoda nella complicata geografia che l’orchestra gli disegna intorno. È la memoria di un angelo, proprio come dice il titolo. Il suono dell’insieme a volte è così bello e compatto che si lascia scomparire il violino come si farebbe guardando un treno che entra in una galleria, sicuri di ritrovarlo puntuale dall’altro lato, esattamente nel momento che pensavamo. Quando il corale ci dice Es ist genug, è abbastanza, sono pronto, proprio nel momento in cui pensi che eleganza, però non è commovente, scopri che ti ha toccato di nuovo in profondità, perché l’eleganza sa colpirti come un pugno, solo che non lo senti arrivare.

Io non so dire se questa o quella è la migliore interpretazione di questo o quello, e non sono portato a fare classifiche che ambiscano a varcare la soglia di casa; però quando qualcosa non ti lascia come ti ha trovato, quella cosa sta facendo il lavoro che una volta era affidato alla bellezza.

Ciao Gustav

19 gennaio 2012 § 0 commenti § permalink

Gustav Leonhardt se n’è andato lunedì scorso. Chi vedendo copertine come questa prova qualche emozione, sa bene chi e che cosa scompare con lui:

Gianfranco Contini e i parricidi

22 ottobre 2011 § 2 commenti § permalink

Pietro Citati qualche giorno fa ha scritto che Gianfranco Contini non capì mai né Gadda né Proust. Succede che, nella piccola repubblica delle lettere italiane, ci sia ancora chi ha voglia di prendersi queste soddisfazioni postume; e oggi finalmente si può fare, perché davvero, oggi finalmente tutto si può fare.

La cornice di questa affermazione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripubblicazione delle opere di Carlo Emilio Gadda nella Biblioteca Adelphi, dopo anni di onorato servizio da Einaudi e, soprattutto, da Garzanti. La settimana scorsa è infine uscito il primo volume, i meravigliosi Accoppiamenti giudiziosi, in un’edizione lussuosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abituato Adelphi. Non che all’edizione Garzanti mancasse nulla: il lusso tuttavia ha il suo fascino, e d’altro canto la vecchia edizione, spartana e fragile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edizione del testo, curata da Paola Italia e Giorgio Pinotti, sia importante e innovativa, sarà necessario ascoltare il parere degli agguerriti filologi gaddiani.

Nel frattempo sul Corriere della Sera è uscito un articolo di Pietro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, saggetti, articoli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbondanza che si permette l’approssimazione!), si dichiara oggi incapace di aggiungere una sola riga su uno scrittore «conosciutissimo e amatissimo». Ma non potendo, nonostante il dolorosissimo blocco, astenersi da scrivere qualcosa sul volume pubblicato da Adelphi (che in fondo è anche un suo editore), ci regala un’inedita perla di perfidia editoriale. Inedita secondo lui, almeno.

Citati racconta di quando, nel 1963, a Gianfranco Contini fu chiesto di scrivere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cognizione del dolore, il grande capolavoro di Gadda. Contini, legato a Gadda da una profonda amicizia che risaliva agli anni Trenta, scrive un brillante e denso saggio alla sua maniera, che comincia confrontando due gesti di parricidio simbolico: quello di Mademoiselle Vinteuil nella Ricerca del tempo perduto di Proust e quello di Gonzalo Pirobutirro, il protagonista della Cognizione nel cui personaggio si riconoscono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musicista Vinteuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Narratore assiste alla scena dalla finestra, e questa pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispiegarsi del suo grandioso romanzo, e in particolare nella scoperta dell’omosessualità. In Gadda, Gonzalo stacca dalla parete il ritratto fotografico del padre, lo sbatte per terra e lo calpesta ripetutamente e con rabbia. Contini parte da questa analogia per illuminare la complessa trama psicologica della Cognizione, e nel farlo commette, da filologo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrittore) di portare alla luce alcune chiavi nascoste del romanzo.

Gadda se ne dispera, e comincia una lunga trattativa condotta anche attraverso la mediazione di un altro critico e filologo, Gian Carlo Roscioni, curatore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Contini accetta di mescolare un po’ le carte e oscurare i riferimenti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo inimitabile stile (il ‘continese’, come una volta lo definivano): «Deferii ai paranoici desiderî, ricorsi a perifrasi non meno grame, placai quella terebrante angoscia, cosa che sola importava. Gadda me ne ringraziò lungamente (9 aprile 1963, ore 14), tornando a parlare di “ragioni familiari” e di “prudenza municipale”».

Citati racconta questa storia da par suo, credendola conosciuta solo «dal mio amico Giancarlo Roscioni, e da pochissimi altri». Riferisce quindi in questo modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Contini, Gadda diventò furibondo di dolore, disperazione, vergogna, angoscia. In realtà, Contini non aveva compreso né La cognizione del dolore né la Recherche: il gesto di Gonzalo non aveva nessuna componente erotica o lesbica o profanatoria; e non racchiudeva nemmeno il segno del peccato originale e la colpa dello sguardo. Gadda protestò violentemente con l’ editore e con Contini, il quale ridusse il suo paragone a un accenno quasi incomprensibile, o comprensibile a venti conoscitori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase immedicabile. Immaginava che, dopo le pagine di Contini, tutti, persino i fattorini del tram e le portiere, vedessero in lui un mostro: un lesbico, che aveva sputato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto racconta la Cognizione».

In realtà l’episodio è noto a qualcuno in più dei pochissimi che crede Citati, perché lo stesso Gianfranco Contini ne scrisse, e proprio sul «Corriere della Sera», il 3 gennaio 1988, e lo face ben più diffusamente di Citati, riportando frammenti della corrispondenza con Gadda e concludendo il suo resoconto con un lapidario e significativo: «Tale il pedaggio pagato da uno scrittore attanagliato dalla doppia branca della sincerità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cognizione del dolore e ad altri saggi gaddiani, nel volume significativamente intitolato Quarant’anni di amicizia. Scritti su Carlo Emilio Gadda (1934−1988), pubblicato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dunque non si tratta di vicende mantenute in quel ‘pettegolo riserbo’ di cui Citati sembra volerle ammantare. D’altronde lo stesso Citati aveva già raccontato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recensione, questa volta sulla «Repubblica», dell’edizione Garzanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, perché forse è bene ricordarlo, Gadda e Contini furono grandissimi amici, e non smisero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.

Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere portati a pensare il contrario, come si potrebbe essere portati a pensare che Citati non apprezzi Contini. La realtà è per fortuna ben diversa: come lo stesso Citati racconterà in un’intervista televisiva, Gianfranco Contini fu infatti il maestro più amato in gioventù, incontrato in Svizzera dopo averlo a lungo ‘immaginato’ negli anni torinesi e alla Normale di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repubblica, Citati dice cose interessanti, perfide e talvolta vistosamente inique sullo stile e sulla vita di Contini, come sempre per metà travestendole da opinioni altrui (in questo caso di Gadda).

Forse, allora, tutto tornerebbe più chiaro se ai due parricidi simbolici dell’incriminata prefazione, con tutto quello che comportano in termini di conflittualità e pulsioni represse, se ne aggiungesse un terzo: quello del filologo e critico Pietro Citati nei confronti del filologo e critico Gianfranco Contini.

Quando lo sponsor ti danneggia, ovvero Riccardo Muti senatore a vita

7 agosto 2011 § 0 commenti § permalink

Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:

Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.

L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.

La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)

Barbanera e la domenica italiana, ovvero: “è giusto suonare Mozart al fortepiano?”

20 luglio 2011 § 2 commenti § permalink

Da alcune settimane, l’esclusivo parterre dei critici musicali italiani si è arricchito di un nuovo arrivo. Lo spazio è quello della pagina dedicata alla musica dall’inserto domenicale del “Sole 24ore”, che già ospita gli storici articoli di un colto e monumentale reazionario come Quirino Principe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fierrabras aveva già espresso qualche riserva alcuni anni fa). La firma fa pensare alle scorrerie dei pirati o, in alternativa, ai calendari da cucina e agli oroscopi: Barbanera, niente di meno.

Questa firma che si suppone corsara è comparsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piuttosto sgangherata stroncatura di un doppio cd contenente gli Studi brillanti op. 740 di Czerny e gli Studi trascendentali di Liszt eseguiti da Fred Oldenburg: il commento era da antologia della “non critica” italiana: “Il confronto con Liszt è perdente in partenza sotto tutti i punti di vista e poi nessun allievo potrebbe aspirare di arrivare [sic!] a un livello esecutivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un automobile a pedali a un pilota di formula uno”. Come se si trattasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.

La domenica successiva però Barbanera torna all’arrembaggio, e anche questa volta lo fa scegliendo un tema non esattamente di ‘avanguardia’. L’articolo è un pavido rimbrotto al fantasma di Herbert von Karajan, in occasione del riversamento in cd dei Concerti Brandeburghesi da lui incisi con i Berliner 47 anni fa (!); se il soggetto è già quasi archeologia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muffosa, e raggiunge il suo apice di apnea intellettuale quando, in riferimento alla grande corrente di riscoperta della ‘musica antica’, scrive: “Doveroso precisare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affinamento, si è arrivati a un ottimo compromesso che consente di apprezzare della musica piacevole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica piacevole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quotidiana, si potrebbero leggere parole come queste, se non in un giornale locale della provincia più profonda, che magari affida una rubrica di musica al parroco che un po’ di musica l’ha masticata in seminario, o al professore di pianoforte del locale conservatorio?

Terza puntata, il 17 luglio, e terzo brivido: una specie di stroncatura di un’incisione di tre concerti per pianoforte di Mozart eseguiti al fortepiano da Ronald Brautigam, con la Kölner Akademie. Qui le argomentazioni non sono più solo muffose, sono decrepite e squinternate. » Read the rest of this entry «

È Val di Susa, non Valle Giulia!

5 luglio 2011 § 5 commenti § permalink

C’era da scommetterlo. Ogni volta che c’è uno scontro con la Polizia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qualcosa che parla quel linguaggio rivoluzionario che la sinistra ha deciso di abbandonare – a costo di trasformarsi in un ossimoro vivente – qualche cretino tira fuori Pasolini. Sfogli il giornale, sai che si parla di scontri tra i nefasti ‘black bloc’ e la Polizia, e cominci a pensare: speriamo di no, speriamo che non ci sia il solito miserabile del PD che dice “io sto con Pasolini” – forse ritenendo che Pasolini, espulso dal Pci e perseguitato per il suo radicalismo, sarebbe stato con lui! E naturalmente succede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” questa volta si chiama Dario Ginefra, e dice “Cari ragazzi, rileggete le pagine corsare che Pasolini dedicò ai giovani del Pci”; e subito Matteo Renzi, uno che non si fa mancare mai nulla, nel suo panegirico dei poveri poliziotti pagati 1200 euro cita PPP, perché così le sue misere parole sembrano subito di sinistra; e naturalmente nel suo fine ragionamento accomuna tutti, estremisti a antitav, con una lungimiranza degna di Maroni. (Purtroppo una foto di Renzi accompagna la dichiarazione; una foto che lo fa rientrare di diritto nella categoria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cravatta racconta più di un’autobiografia: seta lucidissima bordeaux, enorme, annodata come i buttafuori delle discoteche e i mafiosi di Coppola. Racconta le aspirazioni, le frustrazioni e soprattutto la cultura estetica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cravatta e prende in mano con aria efficiente la cornetta del telefono, della poesia di Pasolini se ne impipa allegramente.)

Io proprio non lo so che cosa Pasolini penserebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chiedere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poesia dedicata agli scontri di Valle Giulia, perché leggere la protesta della Val di Susa come una manifestazione di lotta di classe, come sembra fare Ginefra, è veramente ridicolo e pretestuoso; penso invece alle pagine, e soprattutto al progetto, di Petrolio, al rapporto tra individuo e potere che descrive, all’intreccio fra interesse economico e degenerazione dell’etica pubblica che disegna. Perché non mi sembra che dall’altra parte, rispetto alla polizia di Stato, ci siano i figli di papà che inneggiano alla rivoluzione comunista. Dall’altra parte, dietro alla cortina di fumo che l’idiozia degli estremisti solleva, c’è forse un movimento antimoderno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indifendibile per definizione, se non talvolta sotto le bandiere tristi e volgari del leghismo. Qualcosa che, se stenta a trovare un simbolo credibile sotto il quale lottare, dovrebbe comunque essere ascoltato con profonda attenzione e rispetto da chi dichiara valori progressisti, al di là di ogni semplificazione e colpevole omissione giornalistica; da chi, soprattutto, non finga di dimenticare quali siano gli interessi in gioco.

Del resto, credo che i poliziotti sappiano meglio di me che non devono aspettarsi da Renzi e Ginefra una lotta per l’aumento del loro stipendio. Quello che mi chiedo è che cosa dobbiamo aspettarci noi cittadini da una sinistra come questa, e che cosa possiamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Commenti si possono leggere le repliche dell’On. Ginefra (PD, Commissione Trasporti) al post di Fierrbras, e le successive risposte.