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Adams

steve_reich

Questa volta ce l’ha fatta. Dopo essere arri­vato nella rosa dei fina­li­sti nel 2003 (con Three Tales, mica con un pez­zet­tino!), 2004 e 2005 quest’anno Reich ha vinto il Puli­tzer per la musica con Dou­ble Sex­tet, un pezzo per dodici stru­men­ti­sti o per sestetto e nastro magne­tico che sicu­ra­mente pre­sto potremo ascol­tare su cd o dal vivo (infor­ma­zioni sul sito di Boosey).

Il pre­mio con­si­ste in 10.000 dol­lari e tanta pub­bli­cità, dovuta soprat­tutto al pre­sti­gio di un nome legato alle altre sezioni, quelle per il gior­na­li­smo e la let­te­ra­tura. Ciò detto, osser­vare la lista dei fina­li­sti e dei vin­ci­tori fa un certo effetto. Menotti l’ha vinto due volte, con The Saint of Bleec­ker Street e con le musi­che di The Con­sul (più una terza con il bel libretto per la Vanessa di Bar­ber); Copland l’ha vinto con Appa­la­chian Spring (era il 1945; pochi anni dopo invece dei premi sareb­bero arri­vate le basto­nate gover­na­tive); Ives con la Terza Sin­fo­nia; Car­ter due volte con gli incre­di­bili SecondoTerzo Quar­tetto; e poi Vir­gil Thomp­son, Wal­ter Piston, Ned Rorem, Col­grass, Del Tre­dici, Ses­sions, Har­bi­son, Cori­gliano, Lie­ber­son (quat­tro volte in finale, l’ultima con i bel­lis­simi Neruda Songs, ma mai vin­ci­tore); John Adams va in finale nel 1998 con i Cen­tury Rolls, ma vince nel 2004 con il grande On the Tran­smi­gra­tion of Souls. E ancora: Stucky, Ornette Cole­man, David Lang, Aaron Jay Ker­nis. Certo, ce n’è per tutti i gusti; c’è anche qual­che assenza – una per tutte, quella oggi visto­sis­sima di Bern­stein (fino a non molti anni fa deci­sa­mente meno vistosa).

Ma la cosa che mi col­pi­sce di più è que­sta: potrò sba­gliarmi, ma la lista rap­pre­senta bene i gusti musi­cali e la vita con­cer­ti­stica del tempo; non solo per la quan­tità di musica più o meno bella ma comun­que ese­guita (!) che com­prende, ma anche per gli alti e bassi dei diversi stili e dei com­po­si­tori che li rap­pre­sen­tano nel corso degli anni. Dico que­sto per­ché non rie­sco a vedere niente di simile in Ita­lia. Nes­sun pre­mio ha un pre­sti­gio para­go­na­bile, e fra quelli che hanno una certa impor­tanza se non altro per il con­te­sto (penso per esem­pio alla Bien­nale Musica di Vene­zia e ai suoi due Leoni d’oro) l’assegnazione dei rico­no­sci­menti segue pale­se­mente delle strade tutte par­ti­co­lari. Ma se uno guarda al deso­lante momento dei premi e dei con­corsi negli altri campi dell’arte e della cul­tura in Ita­lia, poi si chiede per­ché la situa­zione dovrebbe essere diversa per la musica. E infatti non lo è. Peccato.

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L’evo di Adams

30 ottobre 2007

adamsÈ strano come il con­certo soli­stico, ben lungi dall’essere in qual­che modo ridi­men­sio­nato dalla fine di un mondo, quello del grande con­cer­ti­smo inter­na­zio­nale, con­ti­nui a gene­rare nei migliori com­po­si­tori ispi­ra­zioni spesso più felici della musica per orchestra. Gli ultimi grandi divi-virtuosi si stanno spe­gnendo, nascono figure di volta in volta più “gla­mour” o più tec­ni­ca­mente pre­pa­rate, ma dif­fi­cil­mente si potrà ritro­vare, almeno nel futuro pros­simo, quel par­ti­co­lare cari­sma che il soli­sta con­qui­stava con l’appartenere a un mondo che aveva qual­cosa da dire, che rap­pre­sen­tava qual­cosa oltre a se stesso. Eppure di quel mondo si nutriva la forma stessa della musica: difficile pen­sare al ruolo, alla voce che il vio­lino “porta” nel con­certo di Brahms senza Joa­chim, o al vio­lon­cello di Sosta­ko­vic senza il rim­pianto Rostropovich.

Eppure il con­certo soli­stico con­ti­nua la sua strada, con dei momenti di altis­sima ispi­ra­zione. The Dharma at Big Sur è uno di essi. Scritto per l’eccezionale vio­lino elet­trico a cin­que corde di Tracy Sil­ber­man, dimo­stra quanta strada con­ti­nui a fare John Adams senza lasciarsi acciuf­fare dall’etichettatrice della critica, cercando, spe­ri­men­tando e più di una volta tro­vando. Due movi­menti per un totale di 27 minuti circa, orga­nico ricco, forma com­plessa e colma di ricer­ca­tezze, tante cita­zioni e omaggi ma scar­sis­sima pro­pen­sione alla paro­dia. Un pezzo vera­mente bel­lis­simo, che non ci si stanca di ria­scol­tare, che non rifugge il pathos ma senza neo­ro­man­ti­ci­smi. In Ita­lia lo suona (e bene, dice chi lo ha ascol­tato) Fran­ce­sco D’Orazio.

Ora lo si può ascol­tare in un pre­zioso dop­pio cd, acco­stato a un’altra e diver­sis­sima com­po­si­zione recente di Adams, My Father knew Char­les Ives. Un pezzo più rifles­sivo (si tenga conto del fatto che The Dharma at Big Sur era stato scritto per l’inaugurazione della Walt Disney Hall) ma sem­pre carat­te­riz­zato dalla stessa con­trol­lata estro­ver­sione; una voglia di comu­ni­care senza sven­dere la pro­pria per­so­na­lità crea­tiva. Ma al tempo stesso un altis­simo con­trollo delle dina­mi­che, della strumentazione, dello stile. Più ricco del pre­ce­dente di omaggi alla tra­di­zione musi­cale ame­ri­cana (a Copland più di tutti), fitto di rife­ri­menti auto­bio­gra­fici e fami­liari, con quella ten­denza all’epicizzazione del pri­vato che solo gli ame­ri­cani sanno avere (è per que­sto che amano tanto Mahler?). Tre movi­menti per 26 minuti circa di musica; miste­rioso il motivo della ripar­ti­zione in due cd dei con­te­nuti (natu­ral­mente il costo è quello di un sin­golo). Una delle migliori cose che abbia ascol­tato di recente.

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