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Barenboim

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Il rap­porto tra autore e libro tal­volta ricorda quello fra cane e padrone. Li vedi insieme e ti sem­bra che l’animale ras­so­mi­gli all’uomo, ne abbia assunto i tratti soma­tici e gli atteg­gia­menti; non saprai mai se è una tua fis­sa­zione – per­ché hai in testa quell’aspetto un po’ dinoc­co­lato del padrone, magari, e lo stai ini­qua­mente pro­iet­tando sul cane. Dinoc­co­lato è il padrone, dinoc­co­lato ti sem­bra anche il cane.

Io non ho cono­sciuto Luciano Berio, e non potrei dire se fosse dinoc­co­lato (ma non mi pare pro­prio per niente). Però ho cer­cato più volte di cono­scere la sua opera, e posso dire che Un ricordo al futuro, il libro che rac­co­glie le tra­scri­zioni delle sue “lezioni ame­ri­cane” (Einaudi 2006, a cura di Talia Pec­ker Berio) le ras­so­mi­gli molto. Berio ha dot­tis­simi ese­geti e allievi mici­diali capaci di sca­gliare spa­ven­tosi ana­temi, e allora metto in fila qual­che carat­te­ri­stica del libro, fac­cio finta di attri­buirla solo al libro e poi passo velo­ce­mente oltre, per­ché non è di tutto il libro che vor­rei par­lare, ma di un pre­ciso capi­tolo (di una pre­cisa conferenza).

Dun­que: il libro è scritto con una stra­nis­sima alter­nanza di zone deci­sa­mente crip­ti­che e pas­saggi di canto spia­nato. Il libro ha delle intui­zioni che ti fanno chiu­dere gli occhi e vedere quello che non avevi mai visto, e dei momenti che ti ricor­dano i pan­ta­loni a zampa d’elefante del babbo. Il libro ha dei pas­saggi, a volte pagine intere, che le rileggi una, poi due, poi tre volte per capire di cosa sta par­lando, e poi vai avanti facendo finta di capire, per­ché non ha voglia di com­mi­se­rarti a ogni pagina. Il libro mani­fe­sta un amore scon­fi­nato per l’intelligenza; un amore che a volte fa quasi paura, per­ché non sem­pre il fuoco dell’intelligenza basta a scal­darti dalla testa ai piedi; e per­ché magari ti è capi­tato di leg­gere autori che erano meno inna­mo­rati dell’intelligenza, ma in que­sto ti sem­bra­vano per­fino più intel­li­genti; ma in ogni caso ti fa venir voglia di essere più intel­li­gente (che è come cer­care di diven­tare più alti). Il libro, in ogni sin­gola con­fe­renza, mostra uno strano equi­li­brio fra trat­ta­zione pun­tuale e diva­ga­zione improv­visa. Il libro infine sem­bre­rebbe un siste­ma­tico pano­rama, ma ti rimane in testa soprat­tutto per molti brevi pas­saggi in cui ti sof­fia nell’orecchio intui­zioni e idee molto brillanti.

Dimen­ti­care la musica

berio_libroSei bel­lis­sime con­fe­renze tenute nel 1993–94 come tito­lare della cat­te­dra di poe­tica Char­les Eliot Nor­ton alla Har­vard Uni­ver­sity. Quella stessa cat­te­dra che pochi anni prima aveva ispi­rato le Lezioni ame­ri­cane di Cal­vino, e qual­che anno prima ancora The Unan­swe­red Que­stion di Bern­stein, e prima ancora Musica e imma­gi­na­zione di Copland, e prima ancora La poe­tica della musica di Stra­vin­sky. E tanti, tanti altri, fra cui il recen­tis­simo La musica sve­glia il tempo di Daniel Baren­boim. Sei diversi temi, tutti molto cari alla poe­tica di Berio. Ma fra tutte, la lezione che mi è sem­brata più inte­res­sante, per quanto breve e per certi versi imper­fetta, è la terza, dedi­cata alla memo­ria nella musica e al rap­porto con il pas­sato. Il titolo, bel­lis­simo, è “Dimen­ti­care la musica”.

Sono dodici pagine, e come le altre con­fe­renze sem­brano più un invito alla rifles­sione che una trat­ta­zione com­ples­siva, ma sono molto dense di sti­moli per chiun­que si inte­ressi alla musica di oggi, intesa sia come inter­pre­ta­zione sia come com­po­si­zione. Vi fanno ritorno alcuni dei temi che attra­ver­sano tutto il bre­vis­simo libro, e che sono cari alla poe­tica di Berio. Vor­rei per esem­pio citare la frase ini­ziale, molto bella:

Ci sono mille modi di dimen­ti­care la musica e a me inte­res­sano i modi attivi di dimen­ti­carla, piut­to­sto di quelli pas­sivi e incon­sa­pe­voli. In altre parole, mi inte­res­sano le amne­sie volon­ta­rie, anche se il desi­de­rio e il ten­ta­tivo di pos­se­dere e di ricor­dare tutta la sto­ria, di tutti i tempi e di tutti i luo­ghi, è un aspetto costi­tu­tivo del pen­siero moderno; e anche se i mezzi per sod­di­sfare que­sto desi­de­rio cer­ta­mente oggi non man­cano.
C’è, da parte di chi ascolta, la ten­denza a ricor­dare tutto il pas­sato musi­cale come fosse un bene di con­sumo a lui con­tem­po­ra­neo. Tale ten­denza ha un suo senso, per­ché il pas­sato, per l’ascoltatore, è la risorsa più dispo­ni­bile del sapere musi­cale; ma essa assume tal­volta i carat­teri di una incon­sa­pe­vole fru­stra­zione ideo­lo­gica, avendo alle sue radici non tanto un plau­si­bile codice di valori musi­cali quanto con­di­zio­na­menti di mercato.

L’idea del pas­sato musi­cale non come una grande biblio­teca della sal­vezza umana (non saprei altri­menti come defi­nirla), ma come un super­mer­cato della con­fe­zione musi­cale ricorre più volte, con mol­te­plici riso­nanze in que­sto libro. Ma poco oltre, dopo avere pagato il giu­sto debito este­tico a Adorno, c’è una frase che mi ha col­pito per come sistema le nume­rose e dif­fuse ten­ta­zioni di este­nua­zione del testo basate sulle micro­va­ria­zioni inter­pre­ta­tive, e il loro rap­porto con il mondo del consumo:

Ma la con­ser­va­zione del pas­sato ha un senso anche nega­ti­va­mente, quando diventa un modo per dimen­ti­care la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di con­ti­nuità che gli per­mette di sele­zio­nare quanto pare con­fer­mare quella stessa con­ti­nuità e di cen­su­rare tutto quanto pare distur­barla. Que­sta è la ragione per cui spesso l’esecuzione musi­cale sem­bra avere una vita auto­noma: diventa una spe­cie di mer­can­zia indif­fe­rente alla musica che dovrebbe ser­vire. Per quanto diver­si­fi­cate pos­sano sem­brare le varie maniere di ese­cu­zione, sono tutte pro­fon­da­mente radi­cate, insi­sto, nella società di con­sumo piut­to­sto che nel mondo delle idee.

Il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza

Quello della memo­ria e del rap­porto con il pas­sato è uno di temi che toc­cano con più inten­sità chiun­que abbia a che fare con la musica. Una volta si sarebbe spe­ci­fi­cato “con la musica clas­sica”, ma oggi esso riguarda in maniera altret­tanto pro­fonda il jazz e il rock. Molti com­po­si­tori, da Brahms a Mahler a Stra­vin­sky (ma anche un autore straor­di­na­rio e ati­pico come Valen­tin Silvestrov, su cui mi pia­ce­rebbe tor­nare pre­sto) sareb­bero incom­pren­si­bili senza il desi­de­rio, anche incon­scio, di riflet­tere su que­sto rap­porto. Berio stesso, in que­sta con­fe­renza, dedica un pas­sag­gio molto inte­res­sante a Mahler, autore che “soli­ta­rio all’interno di se stesso, ela­bora un discorso fatto di forze in con­tra­sto e, appunto, com­ple­men­tari, esi­bendo in uno stesso fiato, segnali melo­dici banali e con­ce­zioni ori­gi­nali isti­tu­zio­nal­mente incom­pa­ti­bili fra loro, tra­scen­dendo gesti musi­cali pri­vati in dimen­sioni spi­ri­tual­mente visio­na­rie mai udite prima”.

Molto altro ci sarebbe da dire su que­sto testo, e sulle bre­vis­sime e dense ana­lisi della Sequenza III (per voce sola) di Berio o del bal­letto Agon di Stra­vin­sky che con­tiene. Ma pre­fe­ri­sco chiu­dere qui il fin troppo lungo post, con un’altro pas­sag­gio che mi è pia­ciuto molto, e che offro all’altrui rifles­sione dopo averlo io stesso rima­sti­cato a lungo. Si parla ancora dell’interpretazione, e nella sua lapi­da­rietà si intra­ve­dono in fili­grana tante vicende della vita e della poe­tica di Berio:

L’unica forma di vir­tuo­si­smo degna di que­sto nome è il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza, capace di pene­trare e ren­dere mondi musi­cali diversi.

Amare il pas­sato, cono­scerlo e farlo vivere con rispetto nel pre­sente dell’interpretazione e della rifles­sione, ma saperlo anche dimen­ti­care per affron­tare in una pro­spet­tiva fre­sca e fidu­ciosa il futuro. Pur nella (mia) sem­pli­fi­ca­zione estrema, mi sem­bra che siano non solo le parti migliori dell’estetica di Berio, ma un pro­getto inte­res­sante per tutti. Com­po­si­tori e non.

Nella foto ini­ziale, il cui autore non ho ancora indi­vi­duato, Luciano Berio insieme a Cathy Ber­be­rian (qui per un ricordo della Berberian)

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Alcuni giorni fa, il Maga­zine del “Cor­riere della Sera” ha pub­bli­cato la tra­du­zione di un bel­lis­simo arti­colo di Tom Wolfe. Si trat­tava di un chi­lo­me­trico, iper­bo­lico e piro­tec­nico pezzo scritto da Wolfe per ricor­dare il geniale edi­tore Clay Fel­ker e gli anni d’oro del “New York Maga­zine”. Pur­troppo non l’ho tro­vato né sul sito del Cor­riere né su nes­sun altro sito in ita­liano, ma que­sto è l’originale pub­bli­cato dal “New York”. Si parla degli anni migliori del gior­na­li­smo di costume, quando l’indagine sulla stra­ti­fi­ca­zione sociale, gli stili di vita e l’individuazione di sta­tus è diven­tata un’arte e un genere let­te­ra­rio. E si parla anche della nascita dell’articolo che ha pro­iet­tato lo stesso Wolfe nel fir­ma­mento del gior­na­li­smo di costume ame­ri­cano; l’articolo che ha creato la defi­ni­zione poi abu­sata di Radi­cal chic, e asse­stato una maz­zata mici­diale alla cop­pia più ele­gante di New York: quella for­mata da Leo­nard e Feli­cia Bernstein.

Rias­sumo in breve il pas­sag­gio dedi­cato a quell’avvenimento, famo­sis­simo ma sem­pre diver­tente. Wolfe una mat­tina bighel­lo­nava nella reda­zione di una rivi­sta con­cor­rente (Harper’s), quando su un tavolo avvi­sta un car­ton­cino d’invito; curioso come dev’essere un cac­cia­tore di costumi, lo apre e rab­bri­vi­dendo sco­pre che riguar­dava un party nel cele­bre attico dei Bern­stein a Park Ave­nue, orga­niz­zato in soste­gno delle Pan­tere Nere. La crème dell’alta società bianca che invita le Pan­tere Nere a un party! Il mas­simo dell’esausto da stra­vizi che cerca il bri­vido per­duto con il mas­simo della gio­ventù musco­losa e furiosa!

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Natu­ral­mente Wolfe si pre­senta dai Bern­stein con in tasca un regi­stra­tore e tenendo ben visi­bili una penna e un tac­cuino (così dice lui, ma i Bern­stein hanno sem­pre soste­nuto che si fosse del tutto mime­tiz­zato). Ne nasce uno dei repor­tage più memo­ra­bili degli anni Set­tanta: occu­perà pra­ti­ca­mente tutto il numero dell’8 giu­gno 1970 del “New York”, e insieme a un altro pezzo di feroce satira sociale diven­terà molti anni dopo il libro Radi­cal Chic & Mau-Mauing the Flak Cat­chers, tra­dotto in ita­liano da Castel­vec­chi con il titolo Radi­cal chic. I Bern­stein non per­do­ne­ranno mai Wolfe e il corag­gioso Fel­ker, e ancora molti anni dopo la loro figlia si lamen­terà del “tra­di­mento” di avere intro­dotto un regi­stra­tore a un party pri­vato. L’articolo è di incre­di­bile per­fi­dia, intel­li­genza e bril­lan­tezza, com’era il Wolfe degli anni della Fiera delle vanità; anche solo la coper­tina della rivi­sta, che raf­fi­gura tre signore un po’ fané, in abito da sera ma con il pugno guan­tato delle Pan­tere, è roba da distrug­gere una cre­di­bi­lità sociale. I pen­sieri che Wolfe fa espri­mere ai padroni di casa non sono da meno. “Pia­ce­ranno alle Pan­tere que­ste tar­tine di Roque­fort coperte da bri­ciole di noci?”

Se oggi mi viene in mente que­sto arti­colo non è solo gra­zie al pezzo del Cor­riere, ma per­ché mi è capi­tato di leg­gere il breve appello di Daniel Baren­boim, fir­mato da decine e decine di intel­let­tuali e arti­sti, e pub­bli­cato sull’ultimo numero della “New York Review of Books”. Scor­rere i nomi che hanno sot­to­scritto l’appello fa una certa impres­sione: quanta parte dell’establishment cul­tu­rale! Per una volta, indub­bia­mente gra­zie a Baren­boim, anche il mondo della musica e ben rap­pre­sen­tato. L’appello dice una cosa sem­plice come l’acqua fre­sca: “tanti anni di guerra in Medio Oriente hanno pro­vato che non è così che si arriva alla pace. Fate la pace, please. Dimen­ti­cate il pas­sato e create le con­di­zioni per un futuro che rispetti i diritti di tutti, di una e dell’altra parte”. Che strano mes­sag­gio. Per­ché la crème dell’aristocrazia cul­tu­rale pensa che met­tere la firma sotto un docu­mento così possa fare qual­cosa per la pace in Pale­stina? Baren­boim ha scritto libri, col­la­bo­rato con grandi intel­let­tuali come Edward Said, pub­bli­cato diversi ottimi arti­coli e appelli, per­sino fon­dato un’orchestra che rac­co­glie gio­vani musi­ci­sti delle due parti. Ha una con­sa­pe­vo­lezza sto­rica e poli­tica che sem­bra essere ben distante da quella di tanti arti­sti che lan­ciano gene­rici mes­saggi paci­fi­sti; anche per que­sto un appello così scialbo pro­prio non rie­sco a capirlo.

GERMANY/

E si affac­cia, natu­ral­mente, il dub­bio per­fido che que­sto mode­ra­ti­smo gene­ri­ca­mente paci­fi­sta, impe­rante nel mondo delle arti ormai da molti anni, ben raf­for­zato dalla vacuità melo­diosa di mille musi­ci­sti da “La vita è bella”, impe­gnati a suo­nare in play­back per Obama o all’Auditorium per Vel­troni, siano il nuovo cul­tu­ral chic con­tem­po­ra­neo. Meno ridi­colo del radi­cal chic, forse; sicu­ra­mente un ber­sa­glio più dif­fi­cile anche per il più pun­gente dei sati­ri­sti sociali. Ma comun­que una forma di vacuità arti­stica e intel­let­tuale altret­tanto sgra­de­vole. Ma natu­ral­mente è solo un dubbio.

Nella foto in alto, Tom Wolfe negli anni di Radi­cal Chic (non cono­sco l’autore della foto). Più in basso, il famoso numero di “New York Maga­zine” quasi total­mente dedi­cato all’articolo sul party dai Bern­stein. Più in basso ancora, Daniel Baren­boim prova con la West-Eastern Divan Orche­stra, l’orchestra for­mata da gio­vani pale­sti­nesi e israe­liani (foto pro­ve­niente da Inter­mezzo, che ringrazio).

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