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Il 24 aprile scorso sono stati pub­bli­cati i nomi dei vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati; la ceri­mo­nia di con­se­gna, come un po’ pom­po­sa­mente si chia­mano que­ste occa­sioni, si terrà il 29 mag­gio pros­simo al Tea­tro Sociale di Ber­gamo. In un pre­ce­dente post, in mar­gine ad alcune osser­va­zioni sul Puli­tzer Price, avevo mani­fe­stato una certa insof­fe­renza nei con­fronti dei premi musi­cali ita­liani e dei loro mec­ca­ni­smi di asse­gna­zione. L’Abbiati è il più pre­sti­gioso e ambìto di que­sti, forse l’unico che sap­pia ancora dire qual­cosa al mondo musi­cale, e quindi vale la pena di osser­varlo con attenzione.

Il pre­mio e i suoi prin­cìpi (o prìncipi?)

Inti­to­lato al musi­co­logo Franco Abbiati, per quasi quarant’anni cri­tico del “Cor­riere della Sera”, il “Pre­mio della cri­tica musi­cale” viene asse­gnato dall’Asso­cia­zione Nazio­nale Cri­tici Musi­cali fin dal 1980 (per la pre­ci­sione, l’associazione è nata nel 1986 pro­prio intorno alle riu­nioni che da diversi anni si tene­vano a Ber­gamo per l’assegnazione del pre­mio). Per capire che cosa rap­pre­senti nello spa­zio cul­tu­rale ita­liano (e nei desi­deri di chi ogni anno se ne assume le fati­che), vale la pena di citare un brano tratto dal sito dell’Associazione:

Attra­verso i vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati, l’Associazione nazio­nale cri­tici musi­cali ha dato spa­zio alle realtà locali che rap­pre­sen­tano l’autentica ric­chezza della vita musi­cale ita­liana e che non hanno la visi­bi­lità dei grandi enti pur aven­done, tal­volta, l’importanza cul­tu­rale. Allo stesso modo l’Associazione si è impe­gnata a ricor­dare il lavoro iso­lato e silen­zioso di per­so­naggi non rico­no­sciuti dal “potere” né dai mass-media (ope­ra­tori arti­stici, didatti, edi­tori, “mae­stri” di vita non solo musi­cale), e a segna­lare il rilievo intel­let­tuale di fatti o mani­fe­sta­zioni che hanno indi­riz­zato la vita musi­cale del nostro paese. Elo­quente annua­rio più che pagella l’albo d’oro del Pre­mio Abbiati è una sorta di pro­me­mo­ria arti­stico di oltre un quarto di secolo di musica in Ita­lia, ma è stato anche un tram­po­lino di lan­cio per gio­vani arti­sti e una dichia­ra­zione di fidu­cia nei con­fronti di realtà poco con­si­de­rate. Oltre a essere lo stru­mento pri­vi­le­giato dell’Associazione per prese di posi­zione ‘poli­ti­che’, tal­volta for­te­mente cri­ti­che, nei con­fronti di cru­ciali que­stioni isti­tu­zio­nali e legislative.

La frase sull’albo d’oro riflette l’antico ossi­moro dei premi: un pre­mio dovrebbe fare onore a qual­cuno, ma ono­rando chi è dav­vero meri­te­vole, in fondo onora soprat­tutto se stesso e chi lo con­fe­ri­sce. In que­sto senso, ogni pre­mio è uno scam­bio: l’autorevolezza dell’artista pre­miato rico­no­sce e mani­fe­sta l’autorevolezza dei pre­mianti. Lo sapeva molto bene l’amato Tho­mas Ber­n­hard, che con i premi intrat­tenne sem­pre un rap­porto di amore-odio – con netta pre­va­lenza dell’odio – e che in più di un caso si sca­gliò con ter­ri­fi­cante vio­lenza con­tro que­sto mec­ca­ni­smo infer­nale. Nel caso di un pre­mio con­fe­rito da un’associazione di cri­tici musi­cali, poi, la fac­cenda si fa ancora più com­pli­cata; certo, sem­pre meno com­pli­cata di quando sono gli orga­niz­za­tori musi­cali a pre­miare i cri­tici (vedi per esem­pio il Pre­mio D’Arcangelo, che per for­tuna con­si­ste in 50 bot­ti­glie di vino). Discorso ancora a parte, i premi per la cri­tica musi­cale, in cui i cri­tici stessi se la can­tano e se la suo­nano da soli. L’apoteosi dell’autoreferenzialità, insomma.

Un luc­ci­cante “albo d’oro”

Ma tor­nando all’Abbiati, il cosid­detto albo d’oro è effet­ti­va­mente un ritratto molto vivace della vita musi­cale ita­liana, con una netta pre­va­lenza dei valori spet­ta­co­lari (come in fondo è pre­ve­di­bile data la com­po­si­zione della giu­ria). Vediamo un po’, per esem­pio, i diret­tori d’orchestra. Si parte con un buffo ex-aequo Abbado-Muti (una spe­cie di Camp David?) nella prima edi­zione 1980–81 – negli anni i pre­mianti ripa­re­ranno: Muti viene ripre­miato nell’88–89, Abbado nel 2000-01. In ogni caso il qua­dro rispec­chia cor­ret­ta­mente il meglio della vita musi­cale ita­liana (e natu­ral­mente non solo): si comin­cia con i giganti sto­rici (Bern­stein, Klei­ber, Celi­bi­da­che, Gavaz­zeni, Sawal­lish ecc.), poi piano piano la rosa si apre e con andate e ritorni (Temir­ka­nov vince due volte) si vede scor­rere tutto il meglio che il setac­cio ita­liano ha trat­te­nuto dalla scena mon­diale. Quest’anno il vin­ci­tore è Roberto Abbado: molto meri­tato e pun­tuale, si potrebbe dire, dati i begli spet­ta­coli che ha ina­nel­lato nel 2008, in Ita­lia e all’estero.

Ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per quasi tutte le altre cate­go­rie. I regi­sti, per esem­pio. Si parte con Stre­hler, e poi via via, com­pa­iono gli autori, a volte accom­pa­gnati dagli sce­no­grafi, di tanti bel­lis­simi spet­ta­coli ita­liani; in più di un caso la scelta è abba­stanza ardita, in altri più scon­tata: Ronconi-De Simone-Chéreau-Pizzi-Asari-Cobelli-Ronconi (e due)-Vick-Krämer-Ronconi/Palli (e tre)-Terleckij/Hugues-Wilson-Zeffirelli-De Ana-Vick (e due)-De Monticelli-Pountney/Bjorson-Krief-De Ana (e due)-Moschopoulos/Fotopoulos-Carsen-Martone-Medcalf-Barberio Corsetti-Michieletto. Quest’anno il pre­miato è Tcher­nia­kov per il Gio­ca­tore della Scala. Anche per i can­tanti, una scelta ocu­lata che rispec­chia una fre­quen­ta­zione con­ti­nua della realtà musi­cale. I cri­tici ita­liani girano per i tea­tri, ascol­tano, guar­dano i grandi spet­ta­coli – quelli di cui molta parte di mondo non tro­verà mai i biglietti – anno­tano, ricor­dano. Giu­di­cano spesso con equi­li­brio, tal­volta con pigri­zia, ma poi pre­miano ciò che è impor­tante, signi­fi­ca­tivo, grande o meno grande che sia.

Quest’anno, lo spet­ta­colo pre­miato (pote­vano esserci dubbi?) è il Fide­lio di Abbado e Kraus a Reg­gio Emi­lia. Se Abbado torna all’opera, tutto il ruti­lante car­roz­zone degli amanti dello spet­ta­colo da impe­ra­tori con­verge sul mira­co­lato tea­tro; due recite? che importa, quanti vuoi che siano gli aventi diritto?! 2300 posti sono anche troppi. Costi? Sono coperti degli spon­sor, non stiamo a fic­care troppo il naso, che poi non ci invi­tano più. Così è ovvio, non c’è gara. Certo, la difesa delle realtà locali che sono la ric­chezza della vita musi­cale ita­liana, così com’era scritto nel fer­vo­rino dell’associazione, qui prende un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare; ma d’altro canto, par­lare di tea­tro d’opera oggi richiede un “razio­nale e lucido pes­si­mi­smo”, come dice la moti­va­zione del pre­mio al Fide­lio. E in ogni caso si sa che le pole­mi­chette negli anni si per­dono, ma l’albo d’oro rimane, lasciando al mondo un’immagine di eccel­lenza asso­luta. E così, effet­ti­va­mente, è. Ha ragione il sito, l’albo d’oro pre­senta un Ita­lia dello spet­ta­colo lirico viva e crea­tiva. Forse con un’eccezione…

Ma siamo sicuri che la musica di oggi sia pro­prio questa?

Ed ecco che si ritorna a quanto si disse a pro­po­sito del Puli­tzer. Certo, quel famoso (ma anche discusso, come tutto, dap­per­tutto!) pre­mio si limita alla crea­ti­vità sta­tu­ni­tense, e in que­sto senso il gioco potrebbe sem­brare più sem­plice. Il pre­mio Abbiati riflette invece la realtà spet­ta­co­lare: cosa i cri­tici hanno ascol­tato e visto. Eppure, a un nor­male ascol­ta­tore curioso della musica d’oggi che scor­resse la lista dei pre­miati per la cate­go­ria “novità asso­luta per l’Italia”, potrebbe anche pren­dere una stretta al cuore. Stockhausen-Donatoni-Nono-Boulez-Togni-Manzoni-Guarnieri-Kurtág-Boulez (e due)-Sciarrino-Gubaidulina-Clementi-Rihm-Berio-Holliger-Berio (e due)-Grisey-Henze-Kagel-Boulez (e tre)-Cappelli-Guarnieri (e due)-Vacchi/Carter-Romitelli-Kurtág (e due)-Lachenmann-Fedele. In 28 anni di sto­ria musi­cale, l’unico ame­ri­cano pre­miato è stato Car­ter (però a metà con Vac­chi). L’intera sta­gione del neo­ro­man­ti­ci­smo, dei post-minimalisti dei non-avanguardisti è pas­sata inos­ser­vata. Non un solo mave­rick, di qua­lun­que colore, paese, visione o cre­denza (in que­sto senso, forse solo Gubaidulina).

Certo si potrà obiet­tare: il pre­mio riguarda le prime ese­cu­zioni asso­lute in Ita­lia. Non è colpa dei cri­tici se Andries­sen o Reich o Adams (e que­sti non sono certo mave­rick) non ven­gono a rap­pre­sen­tare le loro cose per la prima volta da noi; piut­to­sto pren­de­te­vela con gli orga­niz­za­tori musi­cali. Va bene. Certo che però quel Bou­lez pre­miato tre volte come com­po­si­tore per Repons (1983–84), Le Visage nup­tial (1988–89) e Sur incises (1999–2000), poi, natu­ral­mente, una quarta come diret­tore (1986–87): non è che la cosa fac­cia pro­prio pen­sare a un grande sforzo di auto­no­mia, vita­lità cul­tu­rale e curio­sità intellettuale.

Quest’anno il pre­mio è andato alla Phae­dra di Henze del Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; in que­sto caso il pre­mio non per­mette alcuna pole­mica, per­ché lo spet­ta­colo era dav­vero molto bello: Henze è un mae­stro la cui forza emo­tiva e crea­tiva sono una straor­di­na­ria bene­di­zione per l’intero mondo dell’arte; Henze, che ha vinto tre Abbiati di cui due “spe­ciali”, è tut­ta­via anche il mas­simo allon­ta­na­mento con­sen­tito dal main­stream della musica con­tem­po­ra­nea in Ita­lia; in ogni caso “con­sen­tito” adesso, per­ché quarant’anni fa lo si copriva di fischi. Altro caso, Kur­tág ha vinto due volte, se non si conta il pre­mio al Festi­val Kur­tág di “Milano Musica”; Kur­tág pren­derà quest’anno anche il Leone d’Oro alla car­riera a Vene­zia. È un grande com­po­si­tore, e que­ste con­ver­genze non dovreb­bero stupire.

E allora?

E allora la tri­stezza non viene dalle sin­gole e iso­late asse­gna­zioni, tutte più o meno sacro­sante dal punto di vista del valore asso­luto (dif­fi­cile avere un qua­dro suf­fi­cien­te­mente com­pleto di ogni sin­golo anno per potersi espri­mere sul valore rela­tivo); la tri­stezza viene dall’abissale distanza che divide que­sta ‘com­ples­siva’ visione da parte della cri­tica, rispetto alla realtà della vita musi­cale odierna. E parlo della realtà della musica che si ascolta, si ese­gue e si “con­suma”, in Ita­lia come nel resto del mondo. Una distanza che nessun’altra cate­go­ria pre­miata dai “giu­rati” dell’Abbiati mi pare rispec­chiare. Perché?

Nella foto un istante della Phae­dra di H.W. Henze rap­pre­sen­tata al Mag­gio Musi­cale Fiorentino.

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cathy3Venti­cin­que anni fa, il 6 marzo 1983, scom­pa­riva Cathy Ber­be­rian. Figlia di geni­tori Armeni immi­grati negli Stati Uniti, allieva di Gior­gina del Vigo al Con­ser­va­to­rio di Milano (dopo gli studi ame­ri­cani), moglie di Luciano Berio dal 1950 al 1966, mez­zo­so­prano sen­si­bile e intel­li­gen­tis­simo, Cathe­rine Ana­hid Ber­be­rian è stata uno dei grandi pro­ta­go­ni­sti della musica degli anni Ses­santa e Set­tanta. Ascol­tare oggi le sue tante (ma non tan­tis­sime) regi­stra­zioni mette di fronte a un misto di emo­zioni. Da un lato l’estrema dut­ti­lità della voce, un desi­de­rio di ricerca e spe­ri­men­ta­zione tutt’altro che comune nelle sue col­le­ghe di allora come in quelle di oggi, la curio­sità onni­vora nei con­fronti di tutte le musi­che, la grande sen­si­bi­lità alla parola e al suono, una straor­di­na­ria musi­ca­lità; dall’altro quanto di indu­bi­ta­bil­mente datato si por­tano die­tro i pro­ta­go­ni­sti di un’epoca. Le sue inter­pre­ta­zioni mon­te­ver­diane, per esem­pio, anche quando accom­pa­gnate dal Con­cen­tus Musi­cus di Niko­laus Har­non­court; il modo stesso di avvi­ci­nare la musica del pas­sato, colta e insieme “pre­fi­lo­lo­gica”. Il miglior modo per cono­scerne le qua­lità e il carat­tere, oggi, è forse guar­darsi la quinta pun­tata lo splen­dido docu­men­ta­rio tele­vi­sivo di Luciano Berio inti­to­lato C’è musica & musica, del 1972, che ogni mezzo secolo la Rai manda in onda in piena notte. Il titolo della tra­smis­sione era “Mille e una voce”, incen­trata pro­prio sulla Ber­be­rian, e un sant’uomo nick-chiamato Cloppj l’ha divisa in cin­que fram­menti e cari­cata su You­tube; ecco il primo, e per vedere gli altri basta andare alla pagina di Cloppj e fare una ricerca con la parola “Ber­be­rian”.
Oltre alla Ber­be­rian e a un bar­buto Berio, si potranno vedere un gio­va­nis­simo Bus­sotti, Dona­toni, Bou­lez e tutta la com­bric­cola di chi segnato (se non mar­chiato) la musica euro­pea di que­gli anni: splen­dori e mise­rie. Durante il pro­gramma si ascolta di tutto, dai Bea­tles (la sua famosa ver­sione di Tic­ket to ride) a Pur­cell a Mon­te­verdi al reper­to­rio roman­tico (fra l’altro una diver­tente, bel­lis­sima “Près de rem­part de Séville”) e, natu­ral­mente, agli ama­tis­simi con­tem­po­ra­nei. Rimane dopo la visione una sen­sa­zione di una donna e musi­ci­sta gran­dis­sima e fra­gile insieme. In ogni caso da stu­diare e risco­prire con affetto.

cathy2[Il 27 novem­bre del 1978, un con­certo di madri­gali al Pic­colo Regio di Torino. Avevo undici anni…]

AGGIORNAMENTO [23/7/2008]: Tutti i video postati su You­Tube dall’utente Cloppj sono stati rimossi su sol­le­ci­ta­zione della “Chet Baker Foun­da­tion”. Era pre­ve­di­bile che prima o poi acca­desse, ma è vera­mente un pec­cato; strano che non si accor­gano di quanto si fanno male da soli, i pos­ses­sori di copy­right, con que­sto tipo di poli­tica. PS. Cloppj sta rico­min­ciando, con un filo di pru­denza in più, a inviare video con il nic­k­name di Clopjj

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