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Bernstein

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Quanti anni sono pas­sati da quando il mer­cato disco­gra­fico è entrato nella sua crisi senza fine? Da quanto tempo si assi­ste all’invecchiamento del pub­blico dei con­certi clas­sici, al pro­sciu­garsi della spinta este­tica e inno­va­tiva dello spet­ta­colo dal vivo? Quante spie­ga­zioni sono state cer­cate, quante vie d’uscita sono state inda­gate? Nel frat­tempo, sulla già fra­gile eco­no­mia della musica si sono abbat­tuti il crollo del sistema finan­zia­rio, la reces­sione, i tagli, la disoc­cu­pa­zione. Si è molto par­lato della fine di un sistema, così come pareva giunto al capo­li­nea un costume finan­zia­rio che aveva por­tato l’economia mon­diale al col­lasso. E invece, ai primi segni di ripresa, ecco che a Wall Street si vedono rispun­tare i super­bo­nus per i mana­ger, i deri­vati, i titoli spaz­za­tura e via dicendo. E nel mondo della musica? Tanti studi, tanti con­ve­gni, tante parole. E nel frat­tempo, un po’ come a Wall Street, cosa sta­vano facendo gli intel­li­gen­tis­simi super­ma­na­ger del big busi­ness musicale?

È molto sem­plice. Sta­vano cer­cando un nuovo Bern­stein. Quello hanno impa­rato a fare, quello ancora sanno fare, e quello faranno, per­ché nel frat­tempo non hanno matu­rato nient’altro. In fondo è un po’ come ven­dere titoli spaz­za­tura: li si occulta in un pac­chetto com­ples­si­va­mente attraente spe­rando che nes­suno abbia voglia di guar­dare troppo a fondo, e li si spac­cia per mera­vi­glie. A un certo punto però il sistema cede, e tutti si chie­dono il per­ché. Abbiamo distrutto un mer­cato dro­gan­dolo di tre tenori, di incre­di­bili por­che­rie cros­so­ver per un pub­blico umi­liato da grande fra­tello? Abbiamo sca­vato ogni recesso della vol­ga­rità e del kitsch, uti­liz­zato ogni pos­si­bile appi­glio per ren­dere appe­ti­bile un genere musi­cale a chi non lo vuole, tirando calci a chi finora ci aveva man­te­nuto? E ora che, dopo il pre­ve­di­bile tra­collo, qual­cosa sem­bra tor­nare a muo­versi che cosa fac­ciamo? Rico­min­ciamo da capo, naturalmente.

È quello che potrebbe venire in mente a chi osser­vasse l’incredibile onda media­tica che si dif­fonde dalla Cali­for­nia, in que­sti giorni, per l’incoronazione di Duda­mel a diret­tore della Los Ange­les Phi­lhar­mo­nic. Senza un nuovo eroe su cui inve­stire tutti gli spic­cioli rima­sti, sem­bra sia impos­si­bile pro­get­tare una qual­siasi ripresa. Ed ecco che il pas­sag­gio di un gio­vane (e bravo, per carità) diret­tore alla guida di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane non può che diven­tare un lan­cio in stile Hol­ly­wood, con tanto di brand (Gustavo!), mini­siti, tec­ni­che aggres­sive di mar­ke­ting e per­sino un gio­chino elet­tro­nico, finan­ziato dall’orchestra, che ha fatto il giro del mondo.

È la strada giu­sta per uscire dalla crisi? Inu­tile doman­dar­selo: è l’unica che que­sta indu­stria dello spet­ta­colo, i suoi finan­zia­tori e i suoi impro­ba­bili mana­ger, sap­piano tro­vare. Per­so­nal­mente la defi­ni­rei una coa­zione a ripe­tere che ha del pato­lo­gico. Ma imma­gino che tro­vare qual­siasi altra strada avrebbe com­por­tato così tanto lavoro e così tante sfide intel­let­tuali ed eco­no­mi­che che la sola spe­ranza sarebbe stata da folli. Senza con­tare, e que­sto è forse l’elemento deter­mi­nante, che sarebbe stato tutto infi­ni­ta­mente meno diver­tente. Il grande busi­ness della musica è un vec­chio malato che gioca a fare il bam­bino, diviso tra la flebo e la play­sta­tion. Quello che ci chiede è solo di chiu­dere gli occhi e di gio­care con lui; tutto tor­nerà come prima, promesso.

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ross_libro

Riemer­gendo fati­co­sa­mente da un periodo di lavoro molto intenso (è un modo per giu­sti­fi­care il lungo silen­zio di Fier­ra­bras), trovo que­sto arti­colo di Pierre Assou­line nel suo blog “La Répu­bli­que des Livres” (sul sito di “Le Monde”), e lo segnalo per una curiosa coincidenza.

Final­mente un grande libro

Come mi capitò di scri­vere in un post della fine del 2007, una delle let­ture musi­cali più appas­sio­nanti del 2008 (pro­ba­bil­mente il miglior testo sulla musica da molti anni a que­sta parte) è stato il libro dedi­cato al Nove­cento musi­cale da Alex Ross, il bra­vis­simo cri­tico del “New Yor­ker” il cui blog da sem­pre figura nella lista dei siti pre­fe­riti di Fier­ra­bras (anche se da quando è uscito il libro si è come pro­sciu­gato: destino di tanti bel­lis­simi blog negli ultimi tempi: prima o poi con­verrà parlarne).

The Rest is Noise, il libro di Ross, è una splen­dida sin­tesi delle tante e diverse linee di svi­luppo del Nove­cento musi­cale; Ross è un pro­fondo cono­sci­tore della musica ame­ri­cana, eppure curio­sa­mente si tratta di un libro pro­fon­da­mente euro­peo. Euro­peo per­ché è basato sui valori, le curio­sità, il modo di ragio­nare e di guar­dare al bello e al brutto che costi­tui­sce la forza (e forse per certi aspetti anche il limite) della cul­tura euro­pea. Dicono che New York sia la città più euro­pea degli Stati Uniti, e allora biso­gne­rebbe dire che è un libro pro­fon­da­mente newyorkese.

Se mi chie­des­sero che cosa con­tiene di rivo­lu­zio­na­rio The Rest is Noise, non saprei rispon­dere su due piedi alla domanda. Basta sfo­gliarlo per capire che non si tratta di un libro che vuole cam­biare le idee di alcuno: non c’è, per dire, lo spi­rito bat­ta­gliero della History of Western Music di Taru­skin (per citare un’altra opera impor­tante degli ultimi anni). Gli equi­li­bri, gli spazi, le parole su ogni aspetto del mondo musi­cale sono gli stessi che pre­su­mi­bil­mente gli desti­ne­rebbe un buon pro­fes­sore di un nostro con­ser­va­to­rio. Strauss, Mahler, Schoen­berg, Stra­vin­sky, e via via come di con­sueto (come è giu­sto direi), il jazz, fino al mini­ma­li­smo e al post­mi­ni­ma­li­smo. Ognuno poi ha le sue pic­cole fis­sa­zioni: chi ha seguito il suo blog sa che Ross adora Sibe­lius, e natu­ral­mente le venti pagine del capi­tolo “Appa­ri­tion from the Wood” (sot­to­ti­tolo quasi com­pas­sio­ne­vole “The Lone­li­ness of Jean Sibe­lius”) sono un con­cen­trato di amore e com­pe­tenza; d’altro canto, per chi scrive, le quat­tro stri­min­zite pagine dedi­cate a Bern­stein sem­brano piut­to­sto pochine; tra l’altro ben scritte, ma non certo esau­rienti. Ma si sa: ognuno ha le sue passioni.

Forse dovendo spie­gare per­ché quello di Ross è un grande libro met­te­rei al primo posto tre ele­menti: il lin­guag­gio, il taglio con cui la mate­ria è pre­sen­tata, lo spi­rito didat­tico. Ross scrive con una fer­mezza e un equi­li­brio nel giu­di­care, con una com­pe­tenza tec­nica e un rispetto per le diverse cor­renti este­ti­che che non è merce comu­nis­sima tra le sto­rie della musica non sco­la­sti­che. Ma accanto all’aspetto tec­nico, ciò che col­pi­sce è la sua voglia di descri­vere i per­so­naggi, le atmo­sfere, gli incon­tri straor­di­nari che chiun­que deci­desse di per­corre le strade del Nove­cento musi­cale farebbe. Un gusto che non rifiuta l’aneddotica senza ren­derla boz­zetto o peg­gio ancora pet­te­go­lezzo. Con­ti­nua la lettura →

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Il rap­porto tra autore e libro tal­volta ricorda quello fra cane e padrone. Li vedi insieme e ti sem­bra che l’animale ras­so­mi­gli all’uomo, ne abbia assunto i tratti soma­tici e gli atteg­gia­menti; non saprai mai se è una tua fis­sa­zione – per­ché hai in testa quell’aspetto un po’ dinoc­co­lato del padrone, magari, e lo stai ini­qua­mente pro­iet­tando sul cane. Dinoc­co­lato è il padrone, dinoc­co­lato ti sem­bra anche il cane.

Io non ho cono­sciuto Luciano Berio, e non potrei dire se fosse dinoc­co­lato (ma non mi pare pro­prio per niente). Però ho cer­cato più volte di cono­scere la sua opera, e posso dire che Un ricordo al futuro, il libro che rac­co­glie le tra­scri­zioni delle sue “lezioni ame­ri­cane” (Einaudi 2006, a cura di Talia Pec­ker Berio) le ras­so­mi­gli molto. Berio ha dot­tis­simi ese­geti e allievi mici­diali capaci di sca­gliare spa­ven­tosi ana­temi, e allora metto in fila qual­che carat­te­ri­stica del libro, fac­cio finta di attri­buirla solo al libro e poi passo velo­ce­mente oltre, per­ché non è di tutto il libro che vor­rei par­lare, ma di un pre­ciso capi­tolo (di una pre­cisa conferenza).

Dun­que: il libro è scritto con una stra­nis­sima alter­nanza di zone deci­sa­mente crip­ti­che e pas­saggi di canto spia­nato. Il libro ha delle intui­zioni che ti fanno chiu­dere gli occhi e vedere quello che non avevi mai visto, e dei momenti che ti ricor­dano i pan­ta­loni a zampa d’elefante del babbo. Il libro ha dei pas­saggi, a volte pagine intere, che le rileggi una, poi due, poi tre volte per capire di cosa sta par­lando, e poi vai avanti facendo finta di capire, per­ché non ha voglia di com­mi­se­rarti a ogni pagina. Il libro mani­fe­sta un amore scon­fi­nato per l’intelligenza; un amore che a volte fa quasi paura, per­ché non sem­pre il fuoco dell’intelligenza basta a scal­darti dalla testa ai piedi; e per­ché magari ti è capi­tato di leg­gere autori che erano meno inna­mo­rati dell’intelligenza, ma in que­sto ti sem­bra­vano per­fino più intel­li­genti; ma in ogni caso ti fa venir voglia di essere più intel­li­gente (che è come cer­care di diven­tare più alti). Il libro, in ogni sin­gola con­fe­renza, mostra uno strano equi­li­brio fra trat­ta­zione pun­tuale e diva­ga­zione improv­visa. Il libro infine sem­bre­rebbe un siste­ma­tico pano­rama, ma ti rimane in testa soprat­tutto per molti brevi pas­saggi in cui ti sof­fia nell’orecchio intui­zioni e idee molto brillanti.

Dimen­ti­care la musica

berio_libroSei bel­lis­sime con­fe­renze tenute nel 1993–94 come tito­lare della cat­te­dra di poe­tica Char­les Eliot Nor­ton alla Har­vard Uni­ver­sity. Quella stessa cat­te­dra che pochi anni prima aveva ispi­rato le Lezioni ame­ri­cane di Cal­vino, e qual­che anno prima ancora The Unan­swe­red Que­stion di Bern­stein, e prima ancora Musica e imma­gi­na­zione di Copland, e prima ancora La poe­tica della musica di Stra­vin­sky. E tanti, tanti altri, fra cui il recen­tis­simo La musica sve­glia il tempo di Daniel Baren­boim. Sei diversi temi, tutti molto cari alla poe­tica di Berio. Ma fra tutte, la lezione che mi è sem­brata più inte­res­sante, per quanto breve e per certi versi imper­fetta, è la terza, dedi­cata alla memo­ria nella musica e al rap­porto con il pas­sato. Il titolo, bel­lis­simo, è “Dimen­ti­care la musica”.

Sono dodici pagine, e come le altre con­fe­renze sem­brano più un invito alla rifles­sione che una trat­ta­zione com­ples­siva, ma sono molto dense di sti­moli per chiun­que si inte­ressi alla musica di oggi, intesa sia come inter­pre­ta­zione sia come com­po­si­zione. Vi fanno ritorno alcuni dei temi che attra­ver­sano tutto il bre­vis­simo libro, e che sono cari alla poe­tica di Berio. Vor­rei per esem­pio citare la frase ini­ziale, molto bella:

Ci sono mille modi di dimen­ti­care la musica e a me inte­res­sano i modi attivi di dimen­ti­carla, piut­to­sto di quelli pas­sivi e incon­sa­pe­voli. In altre parole, mi inte­res­sano le amne­sie volon­ta­rie, anche se il desi­de­rio e il ten­ta­tivo di pos­se­dere e di ricor­dare tutta la sto­ria, di tutti i tempi e di tutti i luo­ghi, è un aspetto costi­tu­tivo del pen­siero moderno; e anche se i mezzi per sod­di­sfare que­sto desi­de­rio cer­ta­mente oggi non man­cano.
C’è, da parte di chi ascolta, la ten­denza a ricor­dare tutto il pas­sato musi­cale come fosse un bene di con­sumo a lui con­tem­po­ra­neo. Tale ten­denza ha un suo senso, per­ché il pas­sato, per l’ascoltatore, è la risorsa più dispo­ni­bile del sapere musi­cale; ma essa assume tal­volta i carat­teri di una incon­sa­pe­vole fru­stra­zione ideo­lo­gica, avendo alle sue radici non tanto un plau­si­bile codice di valori musi­cali quanto con­di­zio­na­menti di mercato.

L’idea del pas­sato musi­cale non come una grande biblio­teca della sal­vezza umana (non saprei altri­menti come defi­nirla), ma come un super­mer­cato della con­fe­zione musi­cale ricorre più volte, con mol­te­plici riso­nanze in que­sto libro. Ma poco oltre, dopo avere pagato il giu­sto debito este­tico a Adorno, c’è una frase che mi ha col­pito per come sistema le nume­rose e dif­fuse ten­ta­zioni di este­nua­zione del testo basate sulle micro­va­ria­zioni inter­pre­ta­tive, e il loro rap­porto con il mondo del consumo:

Ma la con­ser­va­zione del pas­sato ha un senso anche nega­ti­va­mente, quando diventa un modo per dimen­ti­care la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di con­ti­nuità che gli per­mette di sele­zio­nare quanto pare con­fer­mare quella stessa con­ti­nuità e di cen­su­rare tutto quanto pare distur­barla. Que­sta è la ragione per cui spesso l’esecuzione musi­cale sem­bra avere una vita auto­noma: diventa una spe­cie di mer­can­zia indif­fe­rente alla musica che dovrebbe ser­vire. Per quanto diver­si­fi­cate pos­sano sem­brare le varie maniere di ese­cu­zione, sono tutte pro­fon­da­mente radi­cate, insi­sto, nella società di con­sumo piut­to­sto che nel mondo delle idee.

Il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza

Quello della memo­ria e del rap­porto con il pas­sato è uno di temi che toc­cano con più inten­sità chiun­que abbia a che fare con la musica. Una volta si sarebbe spe­ci­fi­cato “con la musica clas­sica”, ma oggi esso riguarda in maniera altret­tanto pro­fonda il jazz e il rock. Molti com­po­si­tori, da Brahms a Mahler a Stra­vin­sky (ma anche un autore straor­di­na­rio e ati­pico come Valen­tin Silvestrov, su cui mi pia­ce­rebbe tor­nare pre­sto) sareb­bero incom­pren­si­bili senza il desi­de­rio, anche incon­scio, di riflet­tere su que­sto rap­porto. Berio stesso, in que­sta con­fe­renza, dedica un pas­sag­gio molto inte­res­sante a Mahler, autore che “soli­ta­rio all’interno di se stesso, ela­bora un discorso fatto di forze in con­tra­sto e, appunto, com­ple­men­tari, esi­bendo in uno stesso fiato, segnali melo­dici banali e con­ce­zioni ori­gi­nali isti­tu­zio­nal­mente incom­pa­ti­bili fra loro, tra­scen­dendo gesti musi­cali pri­vati in dimen­sioni spi­ri­tual­mente visio­na­rie mai udite prima”.

Molto altro ci sarebbe da dire su que­sto testo, e sulle bre­vis­sime e dense ana­lisi della Sequenza III (per voce sola) di Berio o del bal­letto Agon di Stra­vin­sky che con­tiene. Ma pre­fe­ri­sco chiu­dere qui il fin troppo lungo post, con un’altro pas­sag­gio che mi è pia­ciuto molto, e che offro all’altrui rifles­sione dopo averlo io stesso rima­sti­cato a lungo. Si parla ancora dell’interpretazione, e nella sua lapi­da­rietà si intra­ve­dono in fili­grana tante vicende della vita e della poe­tica di Berio:

L’unica forma di vir­tuo­si­smo degna di que­sto nome è il vir­tuo­si­smo dell’intelligenza, capace di pene­trare e ren­dere mondi musi­cali diversi.

Amare il pas­sato, cono­scerlo e farlo vivere con rispetto nel pre­sente dell’interpretazione e della rifles­sione, ma saperlo anche dimen­ti­care per affron­tare in una pro­spet­tiva fre­sca e fidu­ciosa il futuro. Pur nella (mia) sem­pli­fi­ca­zione estrema, mi sem­bra che siano non solo le parti migliori dell’estetica di Berio, ma un pro­getto inte­res­sante per tutti. Com­po­si­tori e non.

Nella foto ini­ziale, il cui autore non ho ancora indi­vi­duato, Luciano Berio insieme a Cathy Ber­be­rian (qui per un ricordo della Berberian)

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steve_reich

Questa volta ce l’ha fatta. Dopo essere arri­vato nella rosa dei fina­li­sti nel 2003 (con Three Tales, mica con un pez­zet­tino!), 2004 e 2005 quest’anno Reich ha vinto il Puli­tzer per la musica con Dou­ble Sex­tet, un pezzo per dodici stru­men­ti­sti o per sestetto e nastro magne­tico che sicu­ra­mente pre­sto potremo ascol­tare su cd o dal vivo (infor­ma­zioni sul sito di Boosey).

Il pre­mio con­si­ste in 10.000 dol­lari e tanta pub­bli­cità, dovuta soprat­tutto al pre­sti­gio di un nome legato alle altre sezioni, quelle per il gior­na­li­smo e la let­te­ra­tura. Ciò detto, osser­vare la lista dei fina­li­sti e dei vin­ci­tori fa un certo effetto. Menotti l’ha vinto due volte, con The Saint of Bleec­ker Street e con le musi­che di The Con­sul (più una terza con il bel libretto per la Vanessa di Bar­ber); Copland l’ha vinto con Appa­la­chian Spring (era il 1945; pochi anni dopo invece dei premi sareb­bero arri­vate le basto­nate gover­na­tive); Ives con la Terza Sin­fo­nia; Car­ter due volte con gli incre­di­bili SecondoTerzo Quar­tetto; e poi Vir­gil Thomp­son, Wal­ter Piston, Ned Rorem, Col­grass, Del Tre­dici, Ses­sions, Har­bi­son, Cori­gliano, Lie­ber­son (quat­tro volte in finale, l’ultima con i bel­lis­simi Neruda Songs, ma mai vin­ci­tore); John Adams va in finale nel 1998 con i Cen­tury Rolls, ma vince nel 2004 con il grande On the Tran­smi­gra­tion of Souls. E ancora: Stucky, Ornette Cole­man, David Lang, Aaron Jay Ker­nis. Certo, ce n’è per tutti i gusti; c’è anche qual­che assenza – una per tutte, quella oggi visto­sis­sima di Bern­stein (fino a non molti anni fa deci­sa­mente meno vistosa).

Ma la cosa che mi col­pi­sce di più è que­sta: potrò sba­gliarmi, ma la lista rap­pre­senta bene i gusti musi­cali e la vita con­cer­ti­stica del tempo; non solo per la quan­tità di musica più o meno bella ma comun­que ese­guita (!) che com­prende, ma anche per gli alti e bassi dei diversi stili e dei com­po­si­tori che li rap­pre­sen­tano nel corso degli anni. Dico que­sto per­ché non rie­sco a vedere niente di simile in Ita­lia. Nes­sun pre­mio ha un pre­sti­gio para­go­na­bile, e fra quelli che hanno una certa impor­tanza se non altro per il con­te­sto (penso per esem­pio alla Bien­nale Musica di Vene­zia e ai suoi due Leoni d’oro) l’assegnazione dei rico­no­sci­menti segue pale­se­mente delle strade tutte par­ti­co­lari. Ma se uno guarda al deso­lante momento dei premi e dei con­corsi negli altri campi dell’arte e della cul­tura in Ita­lia, poi si chiede per­ché la situa­zione dovrebbe essere diversa per la musica. E infatti non lo è. Peccato.

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Alcuni giorni fa, il Maga­zine del “Cor­riere della Sera” ha pub­bli­cato la tra­du­zione di un bel­lis­simo arti­colo di Tom Wolfe. Si trat­tava di un chi­lo­me­trico, iper­bo­lico e piro­tec­nico pezzo scritto da Wolfe per ricor­dare il geniale edi­tore Clay Fel­ker e gli anni d’oro del “New York Maga­zine”. Pur­troppo non l’ho tro­vato né sul sito del Cor­riere né su nes­sun altro sito in ita­liano, ma que­sto è l’originale pub­bli­cato dal “New York”. Si parla degli anni migliori del gior­na­li­smo di costume, quando l’indagine sulla stra­ti­fi­ca­zione sociale, gli stili di vita e l’individuazione di sta­tus è diven­tata un’arte e un genere let­te­ra­rio. E si parla anche della nascita dell’articolo che ha pro­iet­tato lo stesso Wolfe nel fir­ma­mento del gior­na­li­smo di costume ame­ri­cano; l’articolo che ha creato la defi­ni­zione poi abu­sata di Radi­cal chic, e asse­stato una maz­zata mici­diale alla cop­pia più ele­gante di New York: quella for­mata da Leo­nard e Feli­cia Bernstein.

Rias­sumo in breve il pas­sag­gio dedi­cato a quell’avvenimento, famo­sis­simo ma sem­pre diver­tente. Wolfe una mat­tina bighel­lo­nava nella reda­zione di una rivi­sta con­cor­rente (Harper’s), quando su un tavolo avvi­sta un car­ton­cino d’invito; curioso come dev’essere un cac­cia­tore di costumi, lo apre e rab­bri­vi­dendo sco­pre che riguar­dava un party nel cele­bre attico dei Bern­stein a Park Ave­nue, orga­niz­zato in soste­gno delle Pan­tere Nere. La crème dell’alta società bianca che invita le Pan­tere Nere a un party! Il mas­simo dell’esausto da stra­vizi che cerca il bri­vido per­duto con il mas­simo della gio­ventù musco­losa e furiosa!

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Natu­ral­mente Wolfe si pre­senta dai Bern­stein con in tasca un regi­stra­tore e tenendo ben visi­bili una penna e un tac­cuino (così dice lui, ma i Bern­stein hanno sem­pre soste­nuto che si fosse del tutto mime­tiz­zato). Ne nasce uno dei repor­tage più memo­ra­bili degli anni Set­tanta: occu­perà pra­ti­ca­mente tutto il numero dell’8 giu­gno 1970 del “New York”, e insieme a un altro pezzo di feroce satira sociale diven­terà molti anni dopo il libro Radi­cal Chic & Mau-Mauing the Flak Cat­chers, tra­dotto in ita­liano da Castel­vec­chi con il titolo Radi­cal chic. I Bern­stein non per­do­ne­ranno mai Wolfe e il corag­gioso Fel­ker, e ancora molti anni dopo la loro figlia si lamen­terà del “tra­di­mento” di avere intro­dotto un regi­stra­tore a un party pri­vato. L’articolo è di incre­di­bile per­fi­dia, intel­li­genza e bril­lan­tezza, com’era il Wolfe degli anni della Fiera delle vanità; anche solo la coper­tina della rivi­sta, che raf­fi­gura tre signore un po’ fané, in abito da sera ma con il pugno guan­tato delle Pan­tere, è roba da distrug­gere una cre­di­bi­lità sociale. I pen­sieri che Wolfe fa espri­mere ai padroni di casa non sono da meno. “Pia­ce­ranno alle Pan­tere que­ste tar­tine di Roque­fort coperte da bri­ciole di noci?”

Se oggi mi viene in mente que­sto arti­colo non è solo gra­zie al pezzo del Cor­riere, ma per­ché mi è capi­tato di leg­gere il breve appello di Daniel Baren­boim, fir­mato da decine e decine di intel­let­tuali e arti­sti, e pub­bli­cato sull’ultimo numero della “New York Review of Books”. Scor­rere i nomi che hanno sot­to­scritto l’appello fa una certa impres­sione: quanta parte dell’establishment cul­tu­rale! Per una volta, indub­bia­mente gra­zie a Baren­boim, anche il mondo della musica e ben rap­pre­sen­tato. L’appello dice una cosa sem­plice come l’acqua fre­sca: “tanti anni di guerra in Medio Oriente hanno pro­vato che non è così che si arriva alla pace. Fate la pace, please. Dimen­ti­cate il pas­sato e create le con­di­zioni per un futuro che rispetti i diritti di tutti, di una e dell’altra parte”. Che strano mes­sag­gio. Per­ché la crème dell’aristocrazia cul­tu­rale pensa che met­tere la firma sotto un docu­mento così possa fare qual­cosa per la pace in Pale­stina? Baren­boim ha scritto libri, col­la­bo­rato con grandi intel­let­tuali come Edward Said, pub­bli­cato diversi ottimi arti­coli e appelli, per­sino fon­dato un’orchestra che rac­co­glie gio­vani musi­ci­sti delle due parti. Ha una con­sa­pe­vo­lezza sto­rica e poli­tica che sem­bra essere ben distante da quella di tanti arti­sti che lan­ciano gene­rici mes­saggi paci­fi­sti; anche per que­sto un appello così scialbo pro­prio non rie­sco a capirlo.

GERMANY/

E si affac­cia, natu­ral­mente, il dub­bio per­fido che que­sto mode­ra­ti­smo gene­ri­ca­mente paci­fi­sta, impe­rante nel mondo delle arti ormai da molti anni, ben raf­for­zato dalla vacuità melo­diosa di mille musi­ci­sti da “La vita è bella”, impe­gnati a suo­nare in play­back per Obama o all’Auditorium per Vel­troni, siano il nuovo cul­tu­ral chic con­tem­po­ra­neo. Meno ridi­colo del radi­cal chic, forse; sicu­ra­mente un ber­sa­glio più dif­fi­cile anche per il più pun­gente dei sati­ri­sti sociali. Ma comun­que una forma di vacuità arti­stica e intel­let­tuale altret­tanto sgra­de­vole. Ma natu­ral­mente è solo un dubbio.

Nella foto in alto, Tom Wolfe negli anni di Radi­cal Chic (non cono­sco l’autore della foto). Più in basso, il famoso numero di “New York Maga­zine” quasi total­mente dedi­cato all’articolo sul party dai Bern­stein. Più in basso ancora, Daniel Baren­boim prova con la West-Eastern Divan Orche­stra, l’orchestra for­mata da gio­vani pale­sti­nesi e israe­liani (foto pro­ve­niente da Inter­mezzo, che ringrazio).

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Take Care of This House

20 gennaio 2009

white_house

“1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue” non è solo l’indirizzo della casa che da oggi avrà come nuovi inqui­lini Barak Obama e fami­glia: è anche il titolo della meno cono­sciuta e rap­pre­sen­tata fra le opere di Leo­nard Bern­stein. Non viene rap­pre­sen­tata per­ché non si può: la Bern­stein Foun­da­tion, che rac­co­glie l’eredità del grande Lenny, lo proi­bi­sce; e lo proi­bi­sce per­ché così volle Leo­nard, quando lo spet­ta­colo, un musi­cal, l’8 mag­gio del 1976 chiuse i bat­tenti dopo sol­tanto 7 recite, mas­sa­crato dalla cri­tica e deriso dal pub­blico. Durante le 13 “ante­prime”, con­scio del fatto che la debo­lezza fosse da adde­bi­tarsi soprat­tutto al libretto di Alan Jay Ler­ner, Bern­stein chiamò al capez­zale del suo spet­ta­colo tutti i migliori amici, Jerome Rob­bins com­preso, che furono con­cordi nel con­si­de­rarlo irre­cu­pe­ra­bile. Si potrebbe dire che 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue sia stata la più grande delu­sione della car­riera di Bern­stein; eppure fu anche l’opera per la quale, in asso­luto, scrisse più musica: più di Can­dide, più di A Quiet Place. Se si vuole cono­scere la sto­ria di que­sto sfor­tu­nato musi­cal, si può leg­gere il suc­cinto ma pre­ciso arti­colo di wikipedia.

Il libretto è un intrico di plot e sub­plot, il cui filo prin­ci­pale era defi­nito dal curioso sot­to­ti­tolo: “A musi­cal about the pro­blems of hou­se­kee­ping”, dove la “cura della casa” (hou­se­kee­ping), visto di quale casa si tratta, assume tutta una serie di signi­fi­cati poli­tici e sati­rici. In que­sto filo nar­ra­tivo prin­ci­pale sono rap­pre­sen­tati 12 pre­si­denti degli Stati Uniti, da George Washing­ton a Theo­dor Roo­se­velt (dun­que dalla fine del Set­te­cento ai primi del Nove­cento), ognuno con una pro­pria par­ti­co­lare scena. C’è dun­que il boz­zetto par­la­men­tare, con Washing­ton e i dele­gati del Con­gresso che discu­tono su quale dovesse essere la capi­tale degli Stati Uniti, poi John Adams e con­sorte, quindi Jef­fer­son che orga­nizza un lucul­liano pranzo uffi­ciale, Madi­son che fugge e gli inglesi che ten­tano di dare fuoco alla Casa Bianca (1812), James Mon­roe e la moglie che non rie­scono a pren­dere sonno e discu­tono di schia­vitù, e così via, fino all’augurio che Roo­se­velt porge al nuovo secolo. Dal punto di vista musi­cale, ogni situa­zione è un diverso pezzo di bra­vura: arie liri­che, duetti, ter­zetti, con­cer­tati, cori, pezzi da ballo con finta musica otto­cen­te­sca, una Min­strel parade jaz­zi­stica, blues e via dicendo; si prenda per esem­pio lo stre­pi­toso tour de force di un duetto per il soprano solo che si svolge durante il giu­ra­mento di Ruther­ford Hayes (1877), dove la stessa can­tante alterna velo­ce­mente le emo­zioni della moglie del pre­si­dente uscente Grant e di quella dell’eletto Hayes, la prima che impaz­zi­sce di rab­bia per il potere per­duto e di invi­dia per la seconda, che invece conta i secondi che la sepa­rano dal diven­tare final­mente First Lady. Nono­stante il fia­sco, si tratta di un Ber­stein in gran forma.

bernstein

Accanto a que­sto primo filo nar­ra­tivo, soprat­tutto nella prima parte, se ne intrec­cia un secondo che ritrae la vita dei due dome­stici neri della Casa Bianca, Lud e Seena, dalla gio­ventù alla vec­chiaia, e attra­verso la loro sto­ria (i due si inna­mo­rano, si spo­sano, si con­fron­tano con i diversi pre­si­denti) il pro­blema della schia­vitù e poi dei diritti dei neri. A tutto que­sto si aggiunge un terzo filo nar­ra­tivo, molto di moda all’epoca e oggi piut­to­sto demodè: le discus­sioni della com­pa­gnia di attori e can­tanti che sta pro­vando l’opera, e che ogni tanto si ferma per ana­liz­zare le que­stioni poli­ti­che e sociali col­le­gate. Insomma, una trama forse inu­til­mente intri­cata per un totale di più di quat­tro ore di spet­ta­colo. Troppo sia per il pub­blico sia per la critica.

Dopo la morte di Bern­stein, pur rima­nendo il veto alla rap­pre­sen­ta­zione (credo che un solo alle­sti­mento, nel 1992, superò que­sta cen­sura), dallo spet­ta­colo fu rica­vata una Can­tata di 80 minuti circa, che cuciva insieme i numeri musi­cali più belli, eli­mi­nando total­mente il sub­plot di “tea­tro nel tea­tro”: A White House Can­tata. Nel 1998 Kent Nagano la incise per la Deu­tsche Gram­mo­phon, con una com­pa­gnia di canto (Tho­mas Hamp­son, June Ander­son, Bar­bara Hen­dricks ecc.) che spo­stava deci­sa­mente in ambito lirico il sound e l’impostazione gene­rale dell’opera, man­te­nendo tut­ta­via l’orchestrazione ori­gi­nale del musi­cal. È solo da quell’incisione che oggi ci si può fare un’idea di quali perle con­te­nesse 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue, e di quanto var­rebbe la pena di risco­prirla. Alcuni numeri della par­ti­tura ori­gi­nale furono tra­pian­tati da Bern­stein in altri lavori, altri riu­sci­rono a soprav­vi­vere nono­stante il veto.

Fra que­sti ultimi, la bel­lis­sima aria di Abi­gail Adams, la moglie del secondo pre­si­dente, che rivol­gen­dosi al dome­stico ancora bam­bino gli rac­co­manda di pren­dersi cura della Casa anche quando loro non ci saranno più: “Care for this house | It’s the hope of us all”. Un song sofi­sti­cato, pieno di quel senso di feli­cità e faci­lità inven­tiva che è la gran­dezza di Bern­stein, ma che lo con­dan­nerà per sem­pre agli occhi della cri­tica più bacchettona.

Melo­dia, armo­nia, ritmo e reto­rica: dif­fi­cile pen­sare a qual­cosa di più ame­ri­cano di “Take Care of This House”: Fre­de­rica Von Stade, sotto la dire­zione di Bern­stein, la cantò nel con­certo dell’“Inauguration Day” di Jimmy Car­ter, 32 anni fa esatti esatti. Oggi il mar­ke­ting del sogno di Obama ha richie­sto ben altro con­certo, ma per il grande amore che tutti (spero) por­tiamo al grande Lenny, può essere di ottimo auspi­cio rin­no­vare oggi l’invito di Abi­gail, con tutto il cuore: take care of this house, Barak. Dato l’inquilino pre­ce­dente, ne ha molto bisogno.

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“Take Care of This House”, June Ander­son (sop.), Vic­tor Acquah (v. bianca), da L. Bern­stein, A White House Can­tata, Lon­don Sym­phony Orche­stra, Lon­don Voi­ces, dir. Kent Nagano. Deu­tsche Gram­mo­phon 463 448–2.

Foto in alto: Bern­stein a metà degli anni ’70, © Ber­nice Perry.

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stravinsky-e-nadia-boulangerÈ dif­fi­cile soprav­va­lu­tare e l’influenza che Nadia Bou­lan­ger ha avuto sulla musica del Nove­cento. I suoi Mer­co­ledì, durante i quali una cin­quan­tina di stu­denti e ammi­ra­tori, cele­bri e meno cele­bri, inva­de­vano il cele­bre appar­ta­mento di rue Ballu 36 – una casa let­te­ral­mente tra­boc­cante di libri, par­ti­ture, stru­menti, foto­gra­fie e cimeli – sono ormai entrati nella leg­genda. “Made­moi­selle”, come era affet­tuo­sa­mente defi­nita, vi teneva banco con le sue dot­tis­sime ana­lisi, gli ascolti di nuove com­po­si­zioni, la con­ver­sa­zione sem­pre ele­vata e bril­lante, ma in nes­sun caso sciatta o salot­tiera; con i suoi occhiali a pince-nez, così pro­fes­so­rali e incon­sueti su un volto fem­mi­nile; con la sua pro­fonda inti­mità intel­let­tuale con molte delle mag­giori menti arti­sti­che del secolo. Fauré, Stra­vin­sky, Valèry, Coc­teau, Ger­sh­win, Bern­stein, la prin­ci­pessa di Poli­gnac, Sze­ryng fra i tan­tis­simi fre­quen­ta­tori; un’intera gene­ra­zione di com­po­si­tori ame­ri­cani tra i suoi allievi (gli “ame­ri­cani a Parigi” degli anni Venti): Car­ter, Copland, Piston, Thom­son ecc., ma anche molti diret­tori d’orchestra (Barem­boim e Gar­di­ner per fare tre nomi “recenti”); pia­ni­sti, come il grande Dinu Lipatti; ma osser­vare la lista dei fre­quen­ta­tori e degli allievi è sor­pren­dente per l’impressionante escur­sione tem­po­rale e cul­tu­rale dei suoi ammi­ra­tori, da Jaques Ibert a Piaz­zolla, da Menotti a Phi­lip Glass o a Quincy Jones. Prima donna a diri­gere una grande orche­stra come la New York Phi­lar­mo­nic, Nadia Bou­lan­ger ha rap­pre­sen­tato per anni il con­cetto stesso di cul­tura musi­cale; poi qual­cosa ha comin­ciato a cam­biare. La sua distanza dalle tec­ni­che della seria­lità (distanza nutrita di rispetto e di com­pe­tenza, come sem­pre nel suo caso) l’ha resa invisa ai gio­vani ram­panti degli anni Ses­santa e Set­tanta, Bou­lez in testa, che comin­cia­rono a par­lare sprez­zan­te­mente del suo entou­rage come di un mondo di bolsi acca­de­mici (la “bou­lan­ge­rie” lo defi­ni­vano, con una bat­tuta che gra­zie alla sua facile roz­zezza diventò pre­sto celebre).

dvd_boulangerÈ una sto­ria che ci viene oggi rac­con­tata dal river­sa­mento in DVD di un film del 1977 di Bruno Mon­sain­geon inti­to­lato pro­prio Made­moi­selle, e girato su pel­li­cola in b/n in occa­siuone dei novant’anni della Bou­lan­ger. Il film dura 80 minuti circa, e se non fosse per il suo altis­simo valore docu­men­ta­rio si potrebbe dire che è un’opera minore di que­sto grande regi­sta docu­men­ta­ri­sta. Ma assi­stere a una lezione della Bou­lan­ger, già molto anziana, ascol­tare il suo fran­cese col­tis­simo e per­fetto, ammi­rare l’esibizione natu­rale e con­ti­nua di “clartè” del suo pen­siero, la pron­tezza con cui risponde alle domande, a volte un po’ fumose o vaga­mente petu­lanti, dell’intervistatore ne fanno uno spet­ta­colo strao­di­na­rio. Accom­pa­gnano la visione due com­men­ta­tori d’eccezione: il miste­rioso Igor Mar­ke­vitch, e il grande Leo­nard Bern­stein, natu­ral­mente seduto al pianoforte.

Rac­conta Mon­sain­geon nelle note di coper­tina che ori­gi­na­ria­mente il film si apriva con una scena di Love Story, il film drammatico/sentimentale di Arthur Hil­ler che a par­tire dal 1970 ha fatto pian­gere gene­ra­zioni di inna­mo­rati. Nella trama del dram­mone, lei, la sem­plice e bel­lis­sima musi­ci­sta (Ali Mac­Graw), per spo­sare lui (Ryan O’Neal), ricco e alto­bor­ghese, aveva rinun­ciato alla borsa di stu­dio a Parigi a cui tanto teneva; lui aveva rinun­ciato al patri­mo­nio di fami­glia e alla bril­lante car­riera con­nessa. La scena, tagliata dal DVD per una que­stione di diritti, era quella, pre­ce­dente al sacri­fi­cio, in cui lei comu­ni­cava a lui che sarebbe par­tita per la Fran­cia: aveva final­mente otte­nuto la pos­si­bi­lità di andare a stu­diare a Parigi con la cele­bre Nadia Bou­lan­ger. Cosa non si fa per amore.

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bandiera

Dunque la New York Phi­lhar­mo­nic terrà un con­certo a Pyon­gyang. Dopo lun­ghe trat­ta­tive, la diri­genza dell’orchestra ha reso uffi­ciale che il governo coreano ha accet­tato tutte le con­di­zioni; la data dovrebbe essere il 26 feb­braio 2008. Zarin Mehta, il pre­si­dente dell’orchestra, non ha voluto rive­lare molti par­ti­co­lari ai gior­na­li­sti, riman­dando alla con­fe­renza stampa uffi­ciale; però ha spie­gato quali fos­sero le prin­ci­pali con­di­zioni poste dall’orchestra al governo coreano: alcune sono com­pren­si­bili, altre enco­mia­bili, ma una, in par­ti­co­lare, lascia interdetti.

La prima e più ovvia delle con­di­zioni è quella che riguarda la sicu­rezza degli orche­strali, e in par­ti­co­lare di quelli di ori­gine coreana. E qui siamo d’accordo. Altre con­di­zioni riguar­dano aspetti vicini al diritto d’informazione: la pre­senza di gior­na­li­sti locali e stra­nieri, e la tra­smis­sione in diretta del con­certo sulle emit­tenti nazio­nali, per evi­tare di far diven­tare la serata una pas­se­rella per il regime. Enco­mia­bile. Altre con­di­zioni riguar­da­vano gli aspetti pra­tici e orga­niz­za­tivi: l’impegno a miglio­rare l’acustica della sala (l’East Pyon­gyang Grand Thea­ter), la deli­ca­tis­sima que­stione del tra­sporto degli stru­menti e così via. Ma la richie­sta che spicca è quella che riguarda la pos­si­bi­lità, da parte dell’orchestra, di aprire il con­certo con l’inno nazio­nale ame­ri­cano, “The Star-Spangled Banner”.

Che il con­certo sia una que­stione più diplo­ma­tica che arti­stica è sicuro. Come infor­mano tutti i gior­nali ame­ri­cani, la trat­ta­tiva è stata seguita con inte­resse dal Dipar­ti­mento di Stato, e com­men­tata molto posi­ti­va­mente alla luce delle recenti aper­ture di Bush nei con­fronti del governo di Kim-Jong-il (finora inchio­dato sal­da­mente all’asse del male). I para­goni si spre­cano: i con­certi della Boston Sym­phony in Unione Sovie­tica nel 1956, seguiti nel ’59 da quelli della stessa NYP, diretta da Bern­stein. O nel 1973, subito dopo la visita di Nixon in Cina, i con­certi a Pechino della Phi­la­del­phia Orche­stra. La capa­cità della musica di var­care le fron­tiere e di abbat­tere le bar­riere fra i popoli è uno dei luo­ghi comuni più ricor­renti nel jet-set musi­cale mon­diale. Non certo falso, come tutti i luo­ghi comuni; solo, diciamo così, facil­mente incline all’ipocrisia.

Bern­stein era ben con­scio del por­tato poli­tico di un con­certo di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane nel cuore della dit­ta­tura sovie­tica; sicu­ra­mente nella NYP c’erano più rifu­giati russi (o loro affini) di quanti ce ne siano oggi di coreani. Par­lava di Šosta­ko­vič nelle con­fe­renze stampa, lo ese­guiva, inse­riva l’opera di un com­po­si­tore ame­ri­cano in ogni con­certo. Era uno scam­bio, un segnale, bello e impor­tante. I con­certi si apri­vano con l’orchestra che into­nava l’inno sovie­tico; il pub­blico si alzava in piedi, e ci rima­neva durante l’inno ame­ri­cano. Uno scam­bio, appunto. Furono molti i com­men­ta­tori che, anche allora, par­la­rono di soste­gno alla dit­ta­tura, di legit­ti­ma­zione ecce­tera. Eppure non furono neces­sari par­ti­co­lari sovrat­toni patriottici.

Oggi la con­di­zione di aprire il con­certo con “The Star-Spangled Ban­ner” sem­bra quasi uno schiaffo. Per­ché que­sta richie­sta, se dav­vero si ritiene che la musica abbia la forza di supe­rare i con­flitti e le lace­ra­zioni della poli­tica. Ma dav­vero, poi, lo si ritiene?

AGGIUNTA DELMARZO 2008

In realtà Maa­zel ha diretto “The Star-Spangled Ban­ner” dopo l’inno nor­d­co­reano. In com­penso il pro­gramma scelto per la serata aveva un aspetto curio­sa­mente ele­men­tare nella sua pro­gram­ma­ti­cità, con la Sin­fo­nia “dal Nuovo Mondo” di Dvo­rák e Un ame­ri­cano a Parigi di Ger­sh­win. Un buon reso­conto del con­certo, con le sue luci e le sue ombre, può essere letto in que­sto arti­colo dell’Economist.

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Per il suo debutto con la New York Phi­lhar­mo­nic, Gustavo Duda­mel ha rice­vuto dalle mani di Bar­bara Haws, sto­rica e con­ser­va­trice dell’orchestra, una delle tre pre­zio­sis­sime bac­chette uti­liz­zate da Leo­nard Bern­stein. Que­sto per capire quale assurda aspet­ta­tiva si sia creata intorno al gio­vane diret­tore vene­zue­lano. La bac­chetta del mago; una cosa più alla Harry Pot­ter che alla Dukas. Duda­mel l’ha usata per tutte e quat­tro le serate alla Avery Fisher Hall; in pro­gramma, la “Sin­fo­nia India” di Chá­vez (pezzo ese­guito con la NYP da Bern­stein nel 1961), il Con­certo per vio­lino di Dvo­rák con Gil Sha­ham e la Quinta di Prokof’ev. Il «New York Times» ci avverte che alla quarta sera, mar­tedì scorso, poco prima della fine, la bac­chetta di Bern­stein s’è rotta. Niente di per­so­nale, si dice.

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A dicias­sette anni dalla sua scom­parsa, Lenny Bern­stein non fini­sce di rap­pre­sen­tare una gal­lina dalle uova d’oro per l’industria disco­gra­fica e una fonte di sco­perte e pia­ceri per gli appas­sio­nati di musica. La dif­fu­sione del DVD ha fatto sì che le sue cen­ti­naia (o migliaia?) di ore di regi­stra­zione video pos­sano uscire poco alla volta, con­ti­nuando a riser­vare delle sor­prese al grande pub­blico. L’ultima serie di DVD pub­bli­cata dalla Deu­tsche Gram­mo­phon com­prende, per esem­pio, una bella inte­grale delle Sin­fo­nie di Brahms, un docu­men­ta­rio sulla vita di Bern­stein e que­sto curioso “sag­gio” video: The Lit­tle Drum­mer Boy: an Essay on Gustav Mahler. Girato nel 1984 a più riprese e in diversi luo­ghi, è una lunga lezione di Bern­stein sulla com­po­nente ebraica nella musica e nella vita inte­riore di Mahler. Una let­tura spesso a senso unico, colma di una com­mo­vente iden­ti­fi­ca­zione del diret­tore con il suo com­po­si­tore più amato, ricca di evi­denti for­za­ture ma anche di pas­saggi straor­di­nari. Bern­stein comin­cia a par­lare di Mahler seduto al pia­no­forte in un caldo pome­rig­gio di mag­gio a Tel-Aviv; cami­cia com­ple­ta­mente sbot­to­nata su un torso sudato, aria da chi ha appena posato il bic­chiere di whi­sky sul coper­chio dello stru­mento. Ma poco dopo lo stu­dio si tra­sfe­ri­sce a Lon­dra, in tutt’altro clima, e Lenny ora porta la stessa cami­cia, ma con sotto un dol­ce­vita nero. Il pic­colo tam­bu­rino del titolo e quello del Lied del Kna­ben Wun­de­rhorn; il soldato-bambino che mar­cia verso la forca, disprez­zato dai com­mi­li­toni per un’inesplicata colpa. E la colpa diventa subito la chiave per capire il dolore radi­cato nella musica di Mahler; la colpa di essere ebrei, la colpa di sen­tire tale con­di­zione come una colpa; la colpa della con­ver­sione. Pieno di bel­lis­sima musica, il video si guarda e si ascolta come un sag­gio di Bern­stein su se stesso, sul suo rap­porto con la musica, con le radici ebrai­che, con la colpa dell’assimilazione (e Can­dide fa con­ti­nua­mente capo­lino) esat­ta­mente come un sag­gio su Mahler. Un’ambiguità radi­cata nel modo di fare musica di un arti­sta indimenticabile.

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