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Britten

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Fare un film su una com­po­si­zione musi­cale è un com­pito dif­fi­cile e peri­co­loso per un regi­sta; farlo non avendo alcuna inten­zione di illu­strare, ma con il corag­gio di aggiun­gere una sce­neg­gia­tura e una dram­ma­tur­gia alla musica ed even­tual­mente al testo can­tato, è un caso più unico che raro. Lascia dun­que abba­stanza stu­piti sco­prire la bel­lezza di un film come War Requiem di Derek Jar­man, e accor­gersi di quanto poco sia stata con­si­de­rata que­sta pel­li­cola fuori dalla Gran Bre­ta­gna, da parte sia degli appas­sio­nati di cinema sia da quelli di musica. Eppure non si tratta di un’opera minore; anzi, qual­cuno sostiene che si tratti del suo mas­simo capolavoro.

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Girato da Jar­man e pro­dotto da Don Boyd nel 1989, War Requiem è una gran­diosa let­tura visuale e dram­ma­tica della com­po­si­zione che Ben­ja­min Brit­ten scrisse nel 1961–62 per l’inaugurazione della cat­te­drale di Coven­try restau­rata dopo le bombe incen­dia­rie sgan­ciate dalla Luft­waffe nel 1940. Fatta ecce­zione per un lungo piano sequenza ini­ziale, la sua sto­ria si dispiega sulla incom­pa­ra­bile inci­sione che Brit­ten stesso ne fece, con l’amato Peter Pears, Die­trich Fisher-Dieskau e Galina Vish­ne­v­skaya nel 1963 (l’orchestra era la Lon­don Sym­phony); un tenore inglese, un bari­tono tede­sco e una soprano russa, a rap­pre­sen­tare le tre grandi nazioni in guerra (anche se alla prima ese­cu­zione, quella avve­nuta nella nuova cat­te­drale di Coven­try il 30 mag­gio del 1962, alla Vish­ne­v­skaya era stato impe­dito di par­te­ci­pare dal mini­stro della cul­tura sovie­tico). Brit­ten non era certo la per­sona più adatta né alle solenni cele­bra­zioni di marca guer­riera, né alle grandi archi­tet­ture reli­giose, e come si sa ne ricavò una delle opere di più pro­fonda e radi­cale denun­cia nei con­fronti dell’assurdità e cru­deltà della guerra che mai sia stata fatta attra­verso la musica; una straor­di­na­ria rifles­sione sulla vio­lenza, la morte, l’amore e la poe­sia che mi sem­bra non avere para­goni nell’intera sto­ria della musica.

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Al testo latino della messa di Requiem, con il quale da ateo non si sen­tiva pre­su­mi­bil­mente a pro­prio agio, Brit­ten scelse di infram­mez­zare alcune poe­sie del più stra­ziante e lirico dei poeti-soldati della prima guerra mon­diale, Wil­fred Owen, morto al fronte in cir­co­stanze tra­gi­che una set­ti­mana prima della firma dell’armistizio. Si tratta di poe­sie che appar­ten­gono al cuore della let­te­ra­tura inglese sulla Grande Guerra, intrise di un senso della pietà e di non paci­fi­cato dolore che rap­pre­sen­ta­rono il più vio­lento urlo con­tro l’assurdità bel­lica che la let­te­ra­tura dell’epoca abbia creato: il famoso Anthem for Doo­med Youth (Inno per la gio­ventù con­dan­nata), o The Para­ble of the Old Man and the Young (La para­bola del vec­chio e il gio­vane), aspro sov­ver­ti­mento del sacri­fi­cio di Isacco, o ancora la straor­di­na­ria, incom­pleta Strange Mee­ting (Strano incon­tro), in cui è descritto un allu­ci­nato e com­mo­vente incon­tro con un sol­dato nemico, sono liri­che che rac­chiu­dono il pen­siero di Brit­ten sulla guerra più di qual­siasi dichia­ra­zione gene­ri­ca­mente paci­fi­sta. Con­ti­nua la lettura →

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Rule, England!

24 aprile 2008

sgeorge

Potrebbe la nostra epoca, quella della glo­ba­liz­za­zione e dei sin­cre­ti­smi, assi­stere alla nascita di nuove forme di nazio­na­li­smo cul­tu­rale, anche nelle demo­cra­zie più avan­zate? Viene da chie­der­selo sfo­gliando l’ultimo numero del seris­simo The Spec­ta­tor, il set­ti­ma­nale della destra con­ser­va­trice inglese. “England Rides Again”, strilla il titolo di coper­tina, accom­pa­gnato dalla foto di un cavallo che balza agi­lis­simo mon­tato da un fan­tino vestito da corse di Ascot. È il numero spe­ciale dedi­cato al St George’s Day, la “gior­nata nazio­nale” inglese. Il fan­tino ricorda l’iconografia tra­di­zio­nale, che raf­fi­gura San Gior­gio sul suo cavallo ram­pante nell’atto di ucci­dere il drago. Ma qual è il drago che il nuovo St George con­ser­va­tore sente il biso­gno di ucci­dere? Il numero non lo dice ma lo lascia imma­gi­nare: gli anni di governo labu­ri­sta, l’eccessivo filoeu­ro­pei­smo, la visione glo­ba­liz­zata del mondo con­te­po­ra­neo, tutto quello che negli ultimi anni ha impe­dito agli inglesi di pro­cla­marsi con il dovuto orgo­glio supre­ma­mente, pro­fon­da­mente, uni­ca­mente English. English, nep­pure British.

Decine di pagine di riven­di­ca­zione acco­rata della pro­pria diver­sità in peri­colo, in voluto spre­gio a ogni poli­ti­cally cor­rect, nelle quali si rispol­vera per­sino il con­cetto di “acco­glienza”: l’Inghilterra non ha biso­gno di dimen­ti­care la supe­rio­rità della pro­pria civiltà per sen­tirsi aperta alle altre cul­ture del mondo; alla base della sua cul­tura c’è l’accoglienza nei con­fronti dello stra­niero; natu­ral­mente lo stra­niero dovrà mostrarsi in grado di capire la supe­rio­rita della cul­tura inglese, ed ecco dun­que il fluent english richie­sto obbli­ga­to­ria­mente agli stra­nieri che si tra­sfe­ri­ranno nel Regno Unito, secondo una legge recen­te­mente votata in par­la­mento. E qui, al let­tore ita­liano, potrebbe ogni tanto bale­nare l’ombra gri­fa­gna di Bossi. Ma die­tro la com­mo­zione nostal­gica e agguer­rita dei con­ser­va­tori inglesi, c’è natu­ral­mente un retro­terra ben diverso dalla mise­ra­bile dot­trina leghi­sta: la terra per­duta è uno ster­mi­nato impero e una cul­tura domi­nante sul mondo intero, non una fan­to­ma­tica regione neo­cel­tica. Ma sfo­gliando la rivi­sta c’è un arti­colo che può incu­rio­sire più degli altri. Si tratta di una pagina fir­mata da Roger Scru­ton, filo­sofo e intel­let­tuale di mar­cata appar­te­nenza con­ser­va­trice, che fra le sue mol­te­plici abi­lità (è gior­na­li­sta, con­dut­tore radio­fo­nico, roman­ziere e molto altro), vanta quelle di com­po­si­tore e musi­co­logo. Sulla figura di Scru­ton si potranno impa­rare molte cose con­sul­tando il suo pro­filo su wiki­pe­dia, com­preso il mes­sag­gio email pub­bli­cato dal Guar­dian che lo rive­lava al soldo della Japan Tobacco Inter­na­tio­nal – forse per fare un po’ di sana pro­pa­ganda al vec­chio, buon vizio del fumo.

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Ma nell’articolo dello Spec­ta­tor, Scru­ton parla della cul­tura inglese da un altro punto di vista. Ad essere qui lamen­tata è la man­canza di inte­resse da parte delle isti­tu­zioni pub­bli­che nei con­fronti della gran­dezza della musica inglese. In una car­rel­lata sto­rica che parte da Elgar, vero sco­pri­tore con le sue Enigma Varia­tions e con i Sea Pic­tu­res della pecu­liare voce musi­cale inglese, pas­sando per le tre gene­ra­zioni suc­ces­sive che ven­gono indi­vi­duate in quella Elgar-Vaughan Williams-Dolmetsch (quest’ultimo per il suo lavoro di risco­perta della musica Tudor), quella Britten-Walton-Tippett, e quella attuale, meno com­patta e defi­nita, dei Tavener-Holloway-Birtwistle. Spe­cial­mente nel caso della prima gene­ra­zione, si tratta di com­po­si­tori attra­verso cui Scru­ton sente pas­sare l’esaltazione dello “English way of live”: un sistema di valori in cui “i con­flitti sono risolti attra­verso la legge e le scuse edu­cate, più che attra­verso la forza” (e sicu­ra­mente su que­sto Gan­dhi avrebbe qual­cosa da dire) – in con­trap­po­si­zione all’aggressività del nazio­na­li­smo tede­sco, e pre­su­mi­bil­mente ai suoi rumo­rosi com­po­si­tori, da Wag­ner e Bruc­k­ner in poi.

Mai, nell’intero arti­colo, è citata anche solo inci­den­tal­mente la pos­si­bi­lità che in Inghil­terra siano negli ultimi quarant’anni nati suoni diversi e diverse cul­ture, altret­tanto sin­go­lari, rap­pre­sen­ta­tive e pre­su­mi­bil­mente anche più rivo­lu­zio­na­rie. Mai sono nomi­nati i Bea­tles, i Pink Floyd, il rock “pro­gres­sive” – figu­rarsi l’esistenza di un Brit­pop. Come se tutto que­sto non rap­pre­sen­tasse alcun nuovo valore, alcuna cre­di­bile revi­sione dell’Arcadia inglese. Ma anche un’altra cosa potrebbe stu­pire. Un buon quarto dell’articolo è dedi­cato al soste­gno a un festi­val inglese dimen­ti­cato dalle isti­tu­zioni in nome del Poli­ti­cally cor­rect: l’English Music Festi­val, che si tiene nell’Oxfordshire tra il 23 e il 27 mag­gio. Leg­gere il car­tel­lone di que­sto festi­val, che ha come motto “The Spi­rit of England’’ lascia abba­stanza per­plessi. E chissà se sarebbe con­tento, il cosmo­po­lita, curio­sis­simo Brit­ten, di essere messo sotto una teca di vetro, o meglio sotto una teiera di Royal Albert porcelain.

E poi viene da riflet­tere: è pen­sa­bile una cosa del genere in Ita­lia? Un festi­val di sola musica ita­liana? Nep­pure i car­tel­loni dei più pro­vin­ciali tea­tri di tra­di­zione di tanti anni fa si sono spinti così in là. Un Olan­dese volante, una Car­men, un Tri­stano e Isotta, magari in tra­du­zione con tanto di Dan­cairo, Bran­ga­nia e altri ridi­coli nomi ita­lia­niz­zati, hanno sem­pre sen­tito il biso­gno di met­terli. Per non par­lare della musica con­tem­po­ra­nea, che se iso­lata da un minimo di con­te­sto inter­na­zio­nale appa­ri­rebbe quasi ine­vi­ta­bil­mente nei suoi aspetti più miseri e pro­vin­ciali. Que­sta però è la situa­zione oggi, e visti i chiari di luna poli­tici, del domani non si sa. Forse il festi­val della musica sin­fo­nica padana è già alle porte.

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