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Citati

Sabato scorso Tut­to­li­bri, l’inserto libra­rio della Stampa, apriva con una replica di Fer­di­nando Camon alle cri­ti­che pio­vute sul gior­nale tori­nese dopo l’infelice inter­vi­sta a Busca­roli del 6 feb­braio. Fra i siti più bat­ta­glieri, segnalo Nazione Indiana, su cui il dibat­tito è diven­tato acceso e inte­res­sante. La replica di Camon con­si­ste di poche righe che pos­sono essere lette anche sul suo sito.

Non scri­verò di nuovo al gior­nale, per evi­tare di rice­vere rispo­ste come quella, non fir­mata e un po’ som­ma­ria, inviata dalla reda­zione di Tut­to­li­bri (inse­rita fra i com­menti del pre­ce­dente post); e per non ali­men­tare una pole­mica tutto som­mato abba­stanza mar­gi­nale. Mi limito tut­ta­via a qual­che appunto.

Ciò che la replica di Camon e quella pri­vata rice­vuta dalla reda­zione hanno in comune è il fatto di citare Primo Levi, così come si faceva nell’intervista; non cono­sco i rap­porti di Qua­ranta con Levi, lessi molti anni fa il libro/intervista di Camon allo scrit­tore. Mi dispiace che un autore com­plesso e pro­fon­dis­simo come lui venga ormai uti­liz­zato come ‘patente’ anti­raz­zi­sta; lo si è fatto per anni con Paso­lini e l’antifascismo: quando si voleva dire qual­cosa vera­mente di destra, si aggiun­geva una cita­zione di Paso­lini e il mes­sag­gio diven­tava “dico una cosa di destra ma non sono di destra, e ho letto gli stessi libri della sinistra’.

La cosa tri­ste è che il pezzo di Camon si imper­nia su un ragio­na­mento pale­se­mente viziato. L’intervista di Bruno Qua­ranta a Busca­roli viene da lui para­go­nata all’operazione che Armando Cos­sutta fece sul Mein Kampf di Hitler. “Era un libro tabù: nes­suno lo stam­pava, nes­suno poteva leg­gerlo” scrive Camon. E già qui ci sarebbe da obiet­tare. Mein Kampf era un libro tabù, ma rego­lar­mente ristam­pato e ven­duto in migliaia di copie attra­verso una fit­tis­sima rete di distri­bu­zione; non c’era ban­ca­rella ita­liana su cui – dieci, venti o trent’anni fa – fru­gando tra i libri usati, non sal­tasse fuori un’edizione di quel pat­tume senza indi­ca­zione di tipo­gra­fia o edi­tore. Era ven­duto sot­to­banco anche da molte libre­rie, bastava cono­scere. Ma era un cir­cuito semi­clan­de­stino, senza alcuna garan­zia edi­to­riale; l’operazione di Cos­sutta fu dun­que prima di tutto filo­lo­gica e cri­tica. Con­ti­nua la lettura →

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È da poco arri­vato in libre­ria l’ultimo sag­gio di Marc Fuma­roli, Cha­teau­briand. Poe­sia e ter­rore. Pode­roso (circa 800 pagine), scritto con l’intelligenza, la chia­rezza e l’estrema eru­di­zione che sono con­suete a que­sto col­tis­simo stu­dioso; la veste tipo­gra­fica è poi quella, inec­ce­pi­bile e attraente, della col­lana ‘Il ramo d’oro’ della Adel­phi. L’ho preso, l’ho sfo­gliato, ne ho letto un paio di pagine e poi l’ho ripo­sto sullo scaf­fale del libraio. So che non riu­sci­rei mai non dico a finirlo, ma nep­pure a supe­rare il cen­ti­naio di pagine; nei libri di Fuma­roli si entra come un grande museo, in ogni pagina c’è qual­cosa da impa­rare, ma si fatica molto a capire dove ci stanno por­tando, e ogni tanto si sente il biso­gno di cer­care una fine­stra per capire dove ci si trova. Non è solo che non con­di­vido per nulla le tesi di fondo di pres­so­ché ogni suo libro, ben espo­ste in que­sto post di Luigi Castaldi; la verità è che dif­fi­cil­mente arrivo a cogliere l’ideologia anti­mo­derna, per­ché è lo stile a tra­dirla prima di ogni ragio­na­mento, e non rie­sco a entrare in sin­to­nia con una scrit­tura che sem­bra fatta uni­ca­mente per sé stessa.

Scrivo que­sto non solo per il libro, ma per­ché alcuni giorni dopo avere visto il libro, mi sono imbat­tuto in una recen­sione pub­bli­cata da Libé­ra­tion alla nuova fatica let­te­ra­ria dell’instancabile Fuma­roli, uscita nel frat­tempo in Fran­cia. Fir­mato da Phi­lippe Lançon e inti­to­lato spi­ri­to­sa­mente Il man­gia­tore d’ozio (con un gioco di parole sul ‘man­gia­tore d’oppio’ di de Quin­cey), si tratta di un pezzo feroce e tal­volta ecces­si­va­mente sar­ca­stico, scritto tut­ta­via con quel corag­gio e quella spre­giu­di­cata serietà che sem­pre si vor­rebbe tro­vare in una recen­sione. Vi si dicono cose che non val­gono solo per Fuma­roli – che Lançon defi­ni­sce “il più intel­li­gente dei vec­chi trom­boni”, ma che si potreb­bero facil­mente tra­sfe­rire a una buona parte della nostra ‘cul­tura eru­dita’. Ne tra­duco qui il pas­sag­gio più interessante:

Se finora abbiamo seguito volen­tieri Fuma­roli nella sua fumi­ste­ria eru­dita è prima di tutto per­ché lui è il più intel­li­gente dei vec­chi trom­boni. O, per dirla secondo le con­ve­nienze, degli ‘anti­mo­derni’. Que­sta cate­go­ria piena di distin­zione, divisa tra il dan­dy­smo e la malin­co­nia aggres­siva, è stata ana­liz­zata da Antoine Com­pa­gnon (Gal­li­mard). È una cate­go­ria vivi­fi­cante, poi­ché stri­glia per bene l’idiozia moderna; edu­ca­tiva, poi­ché pre­cisa la pre­senza dei morti; ma sovente ste­rile, per­ché il suo sguardo è fal­sato da troppa cat­tiva fede ed ebbrezza nostal­gica. In breve, l’‘antimoderno’ passa il suo tempo a denun­ciare ciò che lo cir­conda men­tre con­tem­pla degli anti­chi affre­schi in un’antica caverna. Quando un mar­tello pneu­ma­tico fa un buco, è come nella cele­bre scena del film Roma, di Fel­lini: buona o cat­tiva che sia, l’aria entra nella caverna e can­cella tutto – e i com­menti prima di tutto.

Oltre al rife­ri­mento a una scena indi­men­ti­ca­bile del cinema di Fel­lini, l’articolo ha por­tato con sé il ricordo inde­le­bile di un altro arti­colo sulla que­stione ‘moderni e anti­mo­derni’, ben più impor­tante. Era il 1989, e Giu­lio Bol­lati aveva appena preso le redini della casa edi­trice Borin­ghieri (ribat­tez­zata Bol­lati Borin­ghieri); nel giro di pochi anni avrebbe costruito un pro­getto edi­to­riale di grande forza, tanto da lasciare una trac­cia dura­tura anche dopo la sua scom­parsa. Ma natu­ral­mente il 1989 è stato anche l’anno della cosid­detta ‘caduta del muro di Ber­lino’, e dell’inizio di un attacco fron­tale alla cul­tura pro­gres­si­sta di cui i mise­ra­bili gover­nanti attuali non sono che gli ultimi epi­goni: in que­sto simili ai sol­dati che pas­sano sul campo di bat­ta­glia per finire i feriti e, se pos­si­bile, deru­barli. Era l’inizio di un’equazione, con­dotta in esi­bita cat­tiva fede, tra pro­gres­si­smo e sta­li­ni­smo, fra Lumi’ e Ter­rore’. Pie­tro Citati, in un arti­colo su Repub­blica dedi­cato alla Nor­male di Pisa, si fece por­ta­voce di que­sta prima ondata di ven­dette con­tro la cul­tura ‘ege­mone’ della sini­stra; Giu­lio Bol­lati gli rispose, sem­pre sulla Repub­blica, con que­sta ‘let­tera aperta’ vera­mente memorabile.

Citati è un altro scrit­tore di cui forse non finirò mai un libro, pur aven­done amato e stu­diato tanti scritti, pur ammi­ran­done pro­fon­da­mente il con­trollo sti­li­stico, pur rico­no­scen­do­gli la sta­tura del mae­stro. Ma la let­tura di que­sto pezzo di Bol­lati (non l’ho tro­vato in inter­net, e dun­que lo tra­scrivo qui), a oltre vent’anni di distanza dall’uscita, fa capire molte cose sulla cul­tura ita­liana di ieri e di oggi, oltre a essere una cri­tica for­tis­sima e intel­li­gente ai tanti eru­diti che si pon­gono sotto le pro­tet­tive ma a loro volta indi­fese ali dei clas­sici, rifiu­tando il rap­porto vivo e dia­let­tico con la moder­nità. E per tor­nare ai temi più con­sueti a Fier­ra­bras, non è che nel campo musi­cale que­sti per­so­naggi siano una rarità; anzi, direi che la chiu­sura, l’elitarismo, il distacco dal pre­sente esi­bito nel lin­guag­gio oltre che nella scelta degli argo­menti siano la norma e il modello per­fino tra i cri­tici e i musi­co­logi più giovani.

Il ritratto di Fra­nçois René de Cha­teau­briand che medita sulle rovine di Roma è quello famo­sis­simo dipinto nel 1808-09 da Anne-Louis Giro­det; l’originale è in una col­le­zione pri­vata, ma un’ottima copia d’epoca (a lungo rite­nuta ori­gi­nale) è con­ser­vata al Musée d’histoire de Saint-Malo.

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