García Lorca

Aina­da­mar al Bar­bi­can Cen­tre di Lon­dra in forma di con­certo – e devo dire che risulta dif­fi­cile imma­gi­narla in scena, tanto poca azione dram­ma­tica quest’opera da camera con­tiene. La sto­ria ha per pro­ta­go­ni­sta Mar­ga­rita Xirgu, la grande attrice cata­lana che riparò a Cuba prima del fran­chi­smo e dif­fuse in Ame­rica Latina, dopo la fuci­la­zione del poeta nel 1936, il tea­tro di Fede­rico Gar­cía Lorca. L’opera si arti­cola in tre scene della durata com­ples­siva di circa un’ora e mezza.

La prima scena (o “imma­gine”, come la defi­ni­sce Goli­jov) si svolge in un tea­tro di Mon­te­vi­deo, dove Mar­ga­rita, ormai vicina alla
morte, ricorda a un’allieva l’incontro con Lorca e tenta di
tra­smet­terle il giu­sto pathos per inter­pre­tare il per­so­nag­gio di
Mariana Pineda. La seconda scena si con­cen­tra intorno al per­so­nag­gio di Lorca, e Mar­ga­rita imma­gina la scena della sua fuci­la­zione vicino alla “Fon­tana delle lacrime”, la Aina­da­mar del titolo. La terza scena è un cre­scendo oni­rico di iden­ti­fi­ca­zione tra il poeta, il per­so­nag­gio, l’attrice e l’allieva, cul­mi­nante nella famosa “bal­lata” della Mariana Pineda “Io sono la libertà” (Yo soy la Liber­tad por­que el amor lo quiso!…).

La prima osser­va­zione da fare è che il libretto di David Henry Hwang è molto brutto e anti­dram­ma­tico, e l’effetto era impie­to­sa­mente ampli­fi­cato dai sopra­ti­toli inglesi e dall’arrivo dei versi di Lorca, che spic­cano come dia­manti nella sab­bia. Per un buon tratto dell’opera si per­ce­pi­sce un forte intento didat­tico (tutto è spie­gato, rac­con­tato, quasi come in una can­tata sovie­tica), e alcuni tra­sporti lirici sulla Revo­lu­cion suo­nano dav­vero piut­to­sto ingenui.

La musica è Goli­jov al qua­drato. Chi non ama i com­po­si­tori che fanno leva sui sen­ti­menti lasci stare Goli­jov: da que­sto punto di vista la sua musica è quasi spu­do­rata. La sua forza è uno strano miscu­glio di intel­li­genza, senso della forma, ricerca espres­siva e, appunto, spu­do­ra­tezza sen­ti­men­tale. Se si pensa ai fischi che Henze rice­veva in tea­tro per opere come Bou­le­vard Soli­tude, che in con­fronto ad Aina­da­mar è pra­ti­ca­mente il Woz­zeck, ci si chiede che fine abbiano fatto tutti que­gli intran­si­genti e atti­vis­simi guar­diani del pro­gresso arti­stico. Il pub­blico, come ormai suc­cede quasi rego­lar­mente per que­sto tipo di musi­che, era let­te­ral­mente entu­sia­sta, e si è spel­lato le mani e arro­chito la voce per una buona decina di minuti.

Certo, al suc­cesso hanno con­tri­buito molto le belle e dram­ma­ti­cis­sime voci di Dawn Upshaw (Mar­ga­rita), Kel­ley O’Connor (Gar­cía Lorca), e lo spet­ta­co­lare can­tante gitano Jesús Mon­toya, nella parte del tra­di­tore Ruiz Alonso. L’orchestra non era a pro­prio agio, e si pote­vano spesso per­ce­pire dei forti pro­blemi di equi­li­brio tra le voci ampli­fi­cate, l’orchestra, il gruppo di fla­menco ampli­fi­cato e il coro fem­mi­nile. Un equi­li­brio deli­ca­tis­simo, che richiede ine­vi­ta­bil­mente un attento lavoro al banco di mis­sag­gio, più che le istru­zioni di un diret­tore, per quanto bravo come Robert Spano.

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