Gould

L’eredità di Gould

20 ottobre 2007

gould_hereafter1Forse qual­cuno poteva pen­sare che Bruno Mon­sain­geon avesse già detto tutto su Glenn Gould, dopo quat­tro libri e sei o sette film. Eppure Glenn Gould Hereaf­ter è un grande pia­cere per gli occhi e la mente. Qui spez­zoni editi e ine­diti di “girato” con Gould come pro­ta­go­ni­sta (ce ne sono cen­tiaia di ore molte delle quali mai viste se non all’epoca) si alter­nano a epi­sodi che riguar­dano la poste­rità di un arti­sta così par­ti­co­lare. Sei per­so­naggi, fra cui una sim­pa­tica signora bolo­gnese, rac­con­tano il loro rap­porto con Gould, la nascita della loro pas­sione e il pecu­liare modo attra­verso cui si esprime. La gio­vane pia­ni­sta che si è fatta tatuare il tema del quar­tetto di Gould sulla schiena, l’anziana signora russa il cui ultimo scopo di vita è “goul­dia­niz­zare” il mondo, il gio­vane giap­po­nese che reca­pita le let­tere con desti­na­tari giap­po­nesi che Gould ha scritto e mai spe­dito, e altri ancora. Poteva deri­varne un atto di ado­ra­zione stuc­che­vole, un pro­dotto con­fe­zio­nato per i tanti maniaci del pianista-mito, e invece Mon­sain­geon rie­sce a costruire un film intel­li­gente, ricco e commovente.

Il tema di fondo è quello dell’eredità, del retag­gio che Gould ha lasciato alla poste­rità, della pro­di­giosa capa­cità epi­de­mica che i virus di un arti­sta di que­sto valore man­ten­gono nel tempo. Dopo la visione riman­gono nelle mente due con­si­de­ra­zioni, fra le tante che il film sol­leva. La prima è che un arti­sta che decide di pre­sen­tare una pre­cisa imma­gine di sé al mondo crea una più o meno grande bar­riera fatta di imma­gini, suoni e parole che ci danno la sen­sa­zione di cono­scere, quasi di pos­se­dere inte­ra­mente la sua anima. Ma guar­dan­dole molto da vicino, col­la­zio­nan­dole con atten­zione ci si accorge del trucco, del fatto che tutto è pro­iet­tato su uno schermo, e che fra que­sto schermo e l’artista sus­si­ste un vuoto incol­ma­bile. Così nasce il mistero, e così nascono le forme mania­cali attra­verso cui si cerca di col­marlo. Non diver­sa­mente che in amore, forse. La seconda è che effet­ti­va­mente Gould ha rap­pre­sen­tato un tipo di arti­sta con cui non smet­tiamo di dover fare i conti. Una delle scene più belle del film è uno dei famosi incon­tri fra Gould e Menu­hin; i due arti­sti discu­tono della pre­mi­nenza del con­certo dal vivo o della regi­stra­zione in stu­dio nella per­ce­zione musi­cale del futuro. La distanza che li divide è grande: due mondi le cui mas­sime espres­sioni si sfio­rano senza capirsi. Menu­hin soprav­vi­verà a Gould per quasi dicias­sette anni, la sua ere­dità arti­stica rimarrà per sem­pre altis­sima, tra le mas­sime del Nove­cento; ma il retag­gio umano, arti­stico e intel­let­tuale di Gould gigan­teg­gia, supe­rando il con­fine del secolo in cui è nato e dis­se­mi­nando il pre­sente di quei molti dubbi e inquie­tu­dini che solo la grande arte sa (e forse deve) trasmettere.

J.S. Bach, Gavotta dalla Suite fran­cese n. 6 (1971)

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