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Ives

L’evo di Adams

30 ottobre 2007

adamsÈ strano come il con­certo soli­stico, ben lungi dall’essere in qual­che modo ridi­men­sio­nato dalla fine di un mondo, quello del grande con­cer­ti­smo inter­na­zio­nale, con­ti­nui a gene­rare nei migliori com­po­si­tori ispi­ra­zioni spesso più felici della musica per orchestra. Gli ultimi grandi divi-virtuosi si stanno spe­gnendo, nascono figure di volta in volta più “gla­mour” o più tec­ni­ca­mente pre­pa­rate, ma dif­fi­cil­mente si potrà ritro­vare, almeno nel futuro pros­simo, quel par­ti­co­lare cari­sma che il soli­sta con­qui­stava con l’appartenere a un mondo che aveva qual­cosa da dire, che rap­pre­sen­tava qual­cosa oltre a se stesso. Eppure di quel mondo si nutriva la forma stessa della musica: difficile pen­sare al ruolo, alla voce che il vio­lino “porta” nel con­certo di Brahms senza Joa­chim, o al vio­lon­cello di Sosta­ko­vic senza il rim­pianto Rostropovich.

Eppure il con­certo soli­stico con­ti­nua la sua strada, con dei momenti di altis­sima ispi­ra­zione. The Dharma at Big Sur è uno di essi. Scritto per l’eccezionale vio­lino elet­trico a cin­que corde di Tracy Sil­ber­man, dimo­stra quanta strada con­ti­nui a fare John Adams senza lasciarsi acciuf­fare dall’etichettatrice della critica, cercando, spe­ri­men­tando e più di una volta tro­vando. Due movi­menti per un totale di 27 minuti circa, orga­nico ricco, forma com­plessa e colma di ricer­ca­tezze, tante cita­zioni e omaggi ma scar­sis­sima pro­pen­sione alla paro­dia. Un pezzo vera­mente bel­lis­simo, che non ci si stanca di ria­scol­tare, che non rifugge il pathos ma senza neo­ro­man­ti­ci­smi. In Ita­lia lo suona (e bene, dice chi lo ha ascol­tato) Fran­ce­sco D’Orazio.

Ora lo si può ascol­tare in un pre­zioso dop­pio cd, acco­stato a un’altra e diver­sis­sima com­po­si­zione recente di Adams, My Father knew Char­les Ives. Un pezzo più rifles­sivo (si tenga conto del fatto che The Dharma at Big Sur era stato scritto per l’inaugurazione della Walt Disney Hall) ma sem­pre carat­te­riz­zato dalla stessa con­trol­lata estro­ver­sione; una voglia di comu­ni­care senza sven­dere la pro­pria per­so­na­lità crea­tiva. Ma al tempo stesso un altis­simo con­trollo delle dina­mi­che, della strumentazione, dello stile. Più ricco del pre­ce­dente di omaggi alla tra­di­zione musi­cale ame­ri­cana (a Copland più di tutti), fitto di rife­ri­menti auto­bio­gra­fici e fami­liari, con quella ten­denza all’epicizzazione del pri­vato che solo gli ame­ri­cani sanno avere (è per que­sto che amano tanto Mahler?). Tre movi­menti per 26 minuti circa di musica; miste­rioso il motivo della ripar­ti­zione in due cd dei con­te­nuti (natu­ral­mente il costo è quello di un sin­golo). Una delle migliori cose che abbia ascol­tato di recente.

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