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Ligeti

Gli ossimori di Tüür

11 febbraio 2008

ritratto_tuur

Ci sono musi­ci­sti che sono quasi osses­sio­nati dall’“architettura” della com­po­si­zione. Le loro opere comu­ni­cano attra­verso la con­trap­po­si­zione di masse e di ele­menti lineari; il suono viene da loro pla­smato con meti­co­lo­sità alla ricerca di quel dif­fi­cile pia­cere che solo la per­ce­zione di una forma ben costruita può dare. Mi sem­bra che l’estone Erkki-Sven Tüür sia uno di loro. Il suo nuovo disco con­tiene tre lavori com­po­sti tra il 2001 e il 2005, più uno che risale al 1990, molto diverso dagli altri – le note di coper­tina fareb­bero pen­sare che in ori­gine ne fosse pre­vi­sto un quinto dal titolo Litany, di cui però nel disco non c’è trac­cia. L’ultimo pezzo della rac­colta, Oxy­mo­ron, dà il titolo all’intero disco, indi­cando con effi­ca­cia uno degli aspetti salienti della com­po­si­zione di Tüür: la ricerca del con­tra­sto e della “varietà nell’unità”, allar­gata a tutti i para­me­tri della composizione.

Il disco si apre con Salve Regina, una com­po­si­zione del 2005 per coro maschile e ensem­ble stru­men­tale. Una com­po­si­zione che subito mostra quella par­ti­co­lare cifra este­tica che rende le opere di Tüür, pur nella loro rela­tiva ete­ro­ge­neità, abba­stanza incon­fon­di­bili e pre­ziose. Uno strano miscu­glio di arcai­smo e ricerca che, se si può ritro­vare in diversi com­po­si­tori di area bal­tica (prima di tutti Pärt, da cui Tüür è stato ini­zial­mente molto influen­zato), in lui trova una decli­na­zione tutta par­ti­co­lare. In que­sto caso si mate­ria­lizza in una can­til­la­zione vicina al gre­go­riano, pun­teg­giata e fram­men­tata dagli inter­venti stru­men­tali, con esiti sti­li­sti­ca­mente molto inte­res­santi. Segue Ardor, forse il pezzo più bello del disco: un vero e pro­prio con­certo per marimba e orche­stra inter­pre­tato dal grande vir­tuoso por­to­ghese Pedro Car­neiro (che del pezzo è anche dedi­ca­ta­rio). Qui lo stile si fa più eclet­tico, e si sen­tono le influenze di com­po­si­tori come Pen­de­recki e Ligeti, nei rife­ri­menti micro­po­li­fo­nici degli archi e nelle con­trap­po­si­zioni fra masse dense di eventi musi­cali appa­ren­te­mente cao­tici e improv­visi richiami all’ordine.

oxymoronDedi­ca­tion, un breve lavoro per vio­lon­cello e pia­no­forte del 1990, sem­bra del tutto fuori con­te­sto, stretto com’è fra due ben più com­plesse com­po­si­zioni; vi si sente un gusto lineare e appena ripe­ti­tivo che appa­ren­te­mente porta lon­tano dal gusto per le con­trap­po­si­zioni archi­tet­to­ni­che degli altri brani: ma anche qui, il discorso è infram­mez­zato da dei glis­sando sulla cor­diera del pia­no­forte che, pur con un effetto che oggi suona forse un po’ scon­tato, ricon­du­cono alla sua pas­sione per le con­trap­po­si­zioni e gli “scon­tri” acu­stici. Chiude la rac­colta il pezzo più com­plesso del disco, Oxy­mo­ron, una com­po­si­zione per grande ensem­ble scritta nel 2003 su com­mis­sione del Klang­spu­ren Festi­val di Sch­waz, in Austria (il sot­to­ti­tolo infatti è Music for Tirol). Un lavoro vasto e dif­fi­ci­lis­simo (quasi 20 minuti senza solu­zione di con­ti­nuità), fatto di una scrit­tura den­sis­sima e molto con­trol­lata, ma con momenti di indub­bio effetto e, ancora una volta, di grande varietà interna, tanto che quando a cin­que minuti dalla fine il brano comin­cia a essere rit­mato da una bat­te­ria con effetti che sem­brano riman­dare al rock pro­gres­sivo dei primi anni Ottanta, la cosa non rie­sce più a stu­pire. Come ci spiega il com­po­si­tore nelle note di coper­tina, si tratta del primo brano in cui uti­lizza un nuovo metodo di com­po­si­zione, defi­nito “scrit­tura vet­to­riale”; dal poco che ci è dato di capire, si trat­te­rebbe di un sistema “non dog­ma­tico” che per­met­te­rebbe “la siste­ma­tica com­bi­na­zione di carat­te­ri­sti­che ete­ro­ge­nee o con­tra­stanti nel mate­riale tonale e nel pro­gre­dire della musica”. Di nuovo un con­tra­sto, ma que­sta volta di carat­tere per così dire “etico”: il rife­ri­mento a un nuovo sistema di com­po­si­zione di carat­tere para­ma­te­ma­tico, degna di un pro­gramma di sala anni Set­tanta, con­trap­po­sta a una grande libertà espres­siva e a un meti­co­loso con­trollo for­male. Nono­stante tutte que­ste appa­renti stra­nezze e spi­go­lo­sità intel­let­tuali, Tüür rimane uno dei com­po­si­tori più com­plessi e affa­sci­nanti delle ultime gene­ra­zioni; musica sicu­ra­mente non facile, ma che non cerca la dif­fi­coltà fine a se stessa, e che meri­te­rebbe di poter essere ascol­tata più spesso nelle nostre sale da concerto.

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