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Mahler

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A dicias­sette anni dalla sua scom­parsa, Lenny Bern­stein non fini­sce di rap­pre­sen­tare una gal­lina dalle uova d’oro per l’industria disco­gra­fica e una fonte di sco­perte e pia­ceri per gli appas­sio­nati di musica. La dif­fu­sione del DVD ha fatto sì che le sue cen­ti­naia (o migliaia?) di ore di regi­stra­zione video pos­sano uscire poco alla volta, con­ti­nuando a riser­vare delle sor­prese al grande pub­blico. L’ultima serie di DVD pub­bli­cata dalla Deu­tsche Gram­mo­phon com­prende, per esem­pio, una bella inte­grale delle Sin­fo­nie di Brahms, un docu­men­ta­rio sulla vita di Bern­stein e que­sto curioso “sag­gio” video: The Lit­tle Drum­mer Boy: an Essay on Gustav Mahler. Girato nel 1984 a più riprese e in diversi luo­ghi, è una lunga lezione di Bern­stein sulla com­po­nente ebraica nella musica e nella vita inte­riore di Mahler. Una let­tura spesso a senso unico, colma di una com­mo­vente iden­ti­fi­ca­zione del diret­tore con il suo com­po­si­tore più amato, ricca di evi­denti for­za­ture ma anche di pas­saggi straor­di­nari. Bern­stein comin­cia a par­lare di Mahler seduto al pia­no­forte in un caldo pome­rig­gio di mag­gio a Tel-Aviv; cami­cia com­ple­ta­mente sbot­to­nata su un torso sudato, aria da chi ha appena posato il bic­chiere di whi­sky sul coper­chio dello stru­mento. Ma poco dopo lo stu­dio si tra­sfe­ri­sce a Lon­dra, in tutt’altro clima, e Lenny ora porta la stessa cami­cia, ma con sotto un dol­ce­vita nero. Il pic­colo tam­bu­rino del titolo e quello del Lied del Kna­ben Wun­de­rhorn; il soldato-bambino che mar­cia verso la forca, disprez­zato dai com­mi­li­toni per un’inesplicata colpa. E la colpa diventa subito la chiave per capire il dolore radi­cato nella musica di Mahler; la colpa di essere ebrei, la colpa di sen­tire tale con­di­zione come una colpa; la colpa della con­ver­sione. Pieno di bel­lis­sima musica, il video si guarda e si ascolta come un sag­gio di Bern­stein su se stesso, sul suo rap­porto con la musica, con le radici ebrai­che, con la colpa dell’assimilazione (e Can­dide fa con­ti­nua­mente capo­lino) esat­ta­mente come un sag­gio su Mahler. Un’ambiguità radi­cata nel modo di fare musica di un arti­sta indimenticabile.

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