Mahler

Caris­simo Dot­tore,
Gra­zie per la pla­quette! Il fatto che Mozart amasse e col­ti­vasse “gli scam­pa­nii da suino” mi era già noto, non so per­ché. Le spie­ga­zioni che ne date non tol­le­rano alcune obie­zione. Ana­liz­zando nume­rosi musi­ci­sti ho notato un inte­resse par­ti­co­lare, risa­lente alla loro infan­zia, per i rumori pro­dotti dagli inte­stini. Se lo si debba con­si­de­rare come un caso par­ti­co­lare del più gene­rale inte­resse nei con­fronti del mondo dei suoni, o invece si debba accet­tare che nel talento musi­cale (a noi sco­no­sciuto) ci sia una forte com­po­nente anale, è un dub­bio che lascio irri­solto.
Un cor­dia­lis­simo saluto
Suo, Freud

La biz­zarra osser­va­zione secondo cui i musi­ci­sti sono par­ti­co­la­mente inte­res­sati ai “rumori pro­dotti dagli inte­stini”, Freud la sostiene in una let­tera indi­riz­zata a Ste­fan Zweig il 25 giu­gno 1931 dalla cit­ta­dina di Pötz­lein­sdorf, vicino a Vienna, dove si tro­vava in vil­leg­gia­tura. Che Freud non fosse affatto inte­res­sato alla musica è cosa ben nota; biso­gna tut­ta­via dire che la let­tera è par­ti­co­lar­mente stram­pa­lata, e forse non a caso non è stata inclusa nella tra­du­zione ita­liana del suo epistolario.

La cita invece, ampu­tan­dola stra­te­gi­ca­mente, Michel Onfray nel suo for­mi­da­bile Cre­pu­scolo di un idolo, il libro che dedica alla siste­ma­tica e vio­len­tis­sima distru­zione della cre­di­bi­lità di Freud, da poco tra­dotto in ita­liano. Vale la pena di citare per intero il para­grafo, che tira in ballo anche Mahler:

Freud non si abban­dona a visioni del mondo quando pro­pone la sua ipo­tesi, scien­ti­fica evi­den­te­mente, sull’origine della musica, e, pro­se­guendo nel regi­stro sca­to­filo che ne sa più su sé stesso che non sul mondo, scrive a Ste­fan Zweig: «Ana­liz­zando parec­chi musi­ci­sti, ho notato un inte­resse par­ti­co­lare, risa­lente alla loro infan­zia, per i rumori pro­dotti dagli inte­stini […]. Una forte com­po­nente anale in que­sta pas­sione per l’universo sonoro» (25 giu­gno 1931). Gustav Mahler, ana­liz­zato dal mae­stro in per­sona per quat­tro ore (!) durante una pas­seg­giata per le strade di Leyda, in Olanda, avrà sicu­ra­mente con­tri­buito all’elaborazione di que­sto mate­riale scientifico.

Si noti l’ironia sulla ‘scien­ti­fi­cità’ delle teo­rie freu­diane, la per­fi­dia del “ne sa più di se stesso che non sul mondo” (insomma, per Onfray era Freud lo sca­to­filo), la tra­sfor­ma­zione del dub­bio dell’originale in una cer­tezza, e la stoc­cata sulla famosa ‘seduta di ana­lisi’ che Mahler avrebbe avuto con Freud (appa­ren­te­mente poco più di una pas­seg­giata). È lo stile del libro, appas­sio­nante ma senza esclu­sione di colpi, tal­volta anche oltre i limiti della correttezza.

Ma che sto­ria c’era die­tro la buffa ‘osser­va­zione cli­nica’ dei musi­ci­sti peto­mani di Freud? Con­ti­nua la lettura →

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Riti di pas­sag­gio nel mondo dei grandi diret­tori. A 35 anni Daniel Har­ding debutta con la New York Phi­lhar­mo­nic, e pun­tuale il New York Times gli dedica un’intervista che, sor­pren­den­te­mente, prende una piega vaga­mente malin­co­nica. Il titolo: “Un bam­bino pro­di­gio cre­sce e diventa un sem­plice diret­tore giovane”.

Volen­dola rias­su­mere con parole nostre, la sua sto­ria è un po’ que­sta: un gio­va­nis­simo musi­ci­sta viene ven­duto per dieci anni come fan­ciullo pro­di­gio, si ritrova a diri­gere le migliori orche­stre del mondo intorno ai vent’anni d’età, a ven­tuno debutta con i Ber­li­ner, poi ottiene un con­tratto con una major disco­gra­fica, poi inau­gura la Scala, poi, poi… Poi si ritrova a 35 anni, con un calen­da­rio ancora gre­mito di impe­gni, con oppor­tu­nità che pochis­simi diret­tori suoi coe­ta­nei potreb­bero avere, ma con un per­so­nag­gio da rein­ven­tare, e forse con una vita un po’ a pezzi. A 35 anni sei un gio­vane diret­tore, non sei più ‘il fol­letto del podio’, l’‘esplosione di ener­gia gio­va­nile’ e le altre ter­ri­bili castro­ne­rie che per dieci anni hanno affol­lato le poche righe che i gior­nali con­ce­dono ai sene­scenti cri­tici musi­cali. Sene­scenti ana­gra­fi­ca­mente o più spesso psicologicamente.

Dove abita Daniel? Da nes­suna parte. Le sue cose sono in un magaz­zino, dopo la sepa­ra­zione dalla moglie. Quale grande orche­stra dirige? Nes­suna in maniera sta­bile: quelle stesse isti­tu­zioni che lo invi­ta­vano per diver­tire un pub­blico vec­chio e asse­tato di gio­ventù come il conte Dra­cula, lo chia­mano ancora per­ché è un buon nome, per­ché ancora c’è un po’ di scia dell’effetto ‘fol­letto’. Ma a parte qual­che cri­tico di qual­che inserto cul­tu­rale di qual­che gior­nale con­fin­du­striale ita­liano, il tempo dei peana è pas­sato, e ora viene quello della costru­zione di un pre­sti­gio, di una cre­di­bi­lità da musi­ci­sta maturo. Un’impresa tutt’altro che facile, in que­ste con­di­zioni. Lui nel frat­tempo si lega a isti­tu­zioni con cui può cre­scere al riparo: Tron­d­heim, in Nor­ve­gia; Norr­kö­ping, in Sve­zia; Brema, in Germania.

E adesso due con­certi con la New York Phi­lhar­mo­nic, per due sin­fo­nie di Mahler. Come dice lui stesso, non è che uno va a New York e con un paio di prove spiega all’Orchestra che fu di Bern­stein come si suona la Quarta di Mahler. La sfida è quella di non fare stu­pi­dag­gini, di gui­darli e lasciarsi gui­dare; quella di creare un rap­porto di fidu­cia e di cer­care di cre­scere ancora, magari anche impa­rando da loro.

Ma il pub­blico, è que­sto che vuole da Har­ding? Con­ti­nua la lettura →

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A dicias­sette anni dalla sua scom­parsa, Lenny Bern­stein non fini­sce di rap­pre­sen­tare una gal­lina dalle uova d’oro per l’industria disco­gra­fica e una fonte di sco­perte e pia­ceri per gli appas­sio­nati di musica. La dif­fu­sione del DVD ha fatto sì che le sue cen­ti­naia (o migliaia?) di ore di regi­stra­zione video pos­sano uscire poco alla volta, con­ti­nuando a riser­vare delle sor­prese al grande pub­blico. L’ultima serie di DVD pub­bli­cata dalla Deu­tsche Gram­mo­phon com­prende, per esem­pio, una bella inte­grale delle Sin­fo­nie di Brahms, un docu­men­ta­rio sulla vita di Bern­stein e que­sto curioso “sag­gio” video: The Lit­tle Drum­mer Boy: an Essay on Gustav Mahler. Girato nel 1984 a più riprese e in diversi luo­ghi, è una lunga lezione di Bern­stein sulla com­po­nente ebraica nella musica e nella vita inte­riore di Mahler. Una let­tura spesso a senso unico, colma di una com­mo­vente iden­ti­fi­ca­zione del diret­tore con il suo com­po­si­tore più amato, ricca di evi­denti for­za­ture ma anche di pas­saggi straor­di­nari. Bern­stein comin­cia a par­lare di Mahler seduto al pia­no­forte in un caldo pome­rig­gio di mag­gio a Tel-Aviv; cami­cia com­ple­ta­mente sbot­to­nata su un torso sudato, aria da chi ha appena posato il bic­chiere di whi­sky sul coper­chio dello stru­mento. Ma poco dopo lo stu­dio si tra­sfe­ri­sce a Lon­dra, in tutt’altro clima, e Lenny ora porta la stessa cami­cia, ma con sotto un dol­ce­vita nero. Il pic­colo tam­bu­rino del titolo e quello del Lied del Kna­ben Wun­de­rhorn; il soldato-bambino che mar­cia verso la forca, disprez­zato dai com­mi­li­toni per un’inesplicata colpa. E la colpa diventa subito la chiave per capire il dolore radi­cato nella musica di Mahler; la colpa di essere ebrei, la colpa di sen­tire tale con­di­zione come una colpa; la colpa della con­ver­sione. Pieno di bel­lis­sima musica, il video si guarda e si ascolta come un sag­gio di Bern­stein su se stesso, sul suo rap­porto con la musica, con le radici ebrai­che, con la colpa dell’assimilazione (e Can­dide fa con­ti­nua­mente capo­lino) esat­ta­mente come un sag­gio su Mahler. Un’ambiguità radi­cata nel modo di fare musica di un arti­sta indimenticabile.

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