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Monsaingeon

stravinsky-e-nadia-boulangerÈ dif­fi­cile soprav­va­lu­tare e l’influenza che Nadia Bou­lan­ger ha avuto sulla musica del Nove­cento. I suoi Mer­co­ledì, durante i quali una cin­quan­tina di stu­denti e ammi­ra­tori, cele­bri e meno cele­bri, inva­de­vano il cele­bre appar­ta­mento di rue Ballu 36 – una casa let­te­ral­mente tra­boc­cante di libri, par­ti­ture, stru­menti, foto­gra­fie e cimeli – sono ormai entrati nella leg­genda. “Made­moi­selle”, come era affet­tuo­sa­mente defi­nita, vi teneva banco con le sue dot­tis­sime ana­lisi, gli ascolti di nuove com­po­si­zioni, la con­ver­sa­zione sem­pre ele­vata e bril­lante, ma in nes­sun caso sciatta o salot­tiera; con i suoi occhiali a pince-nez, così pro­fes­so­rali e incon­sueti su un volto fem­mi­nile; con la sua pro­fonda inti­mità intel­let­tuale con molte delle mag­giori menti arti­sti­che del secolo. Fauré, Stra­vin­sky, Valèry, Coc­teau, Ger­sh­win, Bern­stein, la prin­ci­pessa di Poli­gnac, Sze­ryng fra i tan­tis­simi fre­quen­ta­tori; un’intera gene­ra­zione di com­po­si­tori ame­ri­cani tra i suoi allievi (gli “ame­ri­cani a Parigi” degli anni Venti): Car­ter, Copland, Piston, Thom­son ecc., ma anche molti diret­tori d’orchestra (Barem­boim e Gar­di­ner per fare tre nomi “recenti”); pia­ni­sti, come il grande Dinu Lipatti; ma osser­vare la lista dei fre­quen­ta­tori e degli allievi è sor­pren­dente per l’impressionante escur­sione tem­po­rale e cul­tu­rale dei suoi ammi­ra­tori, da Jaques Ibert a Piaz­zolla, da Menotti a Phi­lip Glass o a Quincy Jones. Prima donna a diri­gere una grande orche­stra come la New York Phi­lar­mo­nic, Nadia Bou­lan­ger ha rap­pre­sen­tato per anni il con­cetto stesso di cul­tura musi­cale; poi qual­cosa ha comin­ciato a cam­biare. La sua distanza dalle tec­ni­che della seria­lità (distanza nutrita di rispetto e di com­pe­tenza, come sem­pre nel suo caso) l’ha resa invisa ai gio­vani ram­panti degli anni Ses­santa e Set­tanta, Bou­lez in testa, che comin­cia­rono a par­lare sprez­zan­te­mente del suo entou­rage come di un mondo di bolsi acca­de­mici (la “bou­lan­ge­rie” lo defi­ni­vano, con una bat­tuta che gra­zie alla sua facile roz­zezza diventò pre­sto celebre).

dvd_boulangerÈ una sto­ria che ci viene oggi rac­con­tata dal river­sa­mento in DVD di un film del 1977 di Bruno Mon­sain­geon inti­to­lato pro­prio Made­moi­selle, e girato su pel­li­cola in b/n in occa­siuone dei novant’anni della Bou­lan­ger. Il film dura 80 minuti circa, e se non fosse per il suo altis­simo valore docu­men­ta­rio si potrebbe dire che è un’opera minore di que­sto grande regi­sta docu­men­ta­ri­sta. Ma assi­stere a una lezione della Bou­lan­ger, già molto anziana, ascol­tare il suo fran­cese col­tis­simo e per­fetto, ammi­rare l’esibizione natu­rale e con­ti­nua di “clartè” del suo pen­siero, la pron­tezza con cui risponde alle domande, a volte un po’ fumose o vaga­mente petu­lanti, dell’intervistatore ne fanno uno spet­ta­colo strao­di­na­rio. Accom­pa­gnano la visione due com­men­ta­tori d’eccezione: il miste­rioso Igor Mar­ke­vitch, e il grande Leo­nard Bern­stein, natu­ral­mente seduto al pianoforte.

Rac­conta Mon­sain­geon nelle note di coper­tina che ori­gi­na­ria­mente il film si apriva con una scena di Love Story, il film drammatico/sentimentale di Arthur Hil­ler che a par­tire dal 1970 ha fatto pian­gere gene­ra­zioni di inna­mo­rati. Nella trama del dram­mone, lei, la sem­plice e bel­lis­sima musi­ci­sta (Ali Mac­Graw), per spo­sare lui (Ryan O’Neal), ricco e alto­bor­ghese, aveva rinun­ciato alla borsa di stu­dio a Parigi a cui tanto teneva; lui aveva rinun­ciato al patri­mo­nio di fami­glia e alla bril­lante car­riera con­nessa. La scena, tagliata dal DVD per una que­stione di diritti, era quella, pre­ce­dente al sacri­fi­cio, in cui lei comu­ni­cava a lui che sarebbe par­tita per la Fran­cia: aveva final­mente otte­nuto la pos­si­bi­lità di andare a stu­diare a Parigi con la cele­bre Nadia Bou­lan­ger. Cosa non si fa per amore.

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L’eredità di Gould

20 ottobre 2007

gould_hereafter1Forse qual­cuno poteva pen­sare che Bruno Mon­sain­geon avesse già detto tutto su Glenn Gould, dopo quat­tro libri e sei o sette film. Eppure Glenn Gould Hereaf­ter è un grande pia­cere per gli occhi e la mente. Qui spez­zoni editi e ine­diti di “girato” con Gould come pro­ta­go­ni­sta (ce ne sono cen­tiaia di ore molte delle quali mai viste se non all’epoca) si alter­nano a epi­sodi che riguar­dano la poste­rità di un arti­sta così par­ti­co­lare. Sei per­so­naggi, fra cui una sim­pa­tica signora bolo­gnese, rac­con­tano il loro rap­porto con Gould, la nascita della loro pas­sione e il pecu­liare modo attra­verso cui si esprime. La gio­vane pia­ni­sta che si è fatta tatuare il tema del quar­tetto di Gould sulla schiena, l’anziana signora russa il cui ultimo scopo di vita è “goul­dia­niz­zare” il mondo, il gio­vane giap­po­nese che reca­pita le let­tere con desti­na­tari giap­po­nesi che Gould ha scritto e mai spe­dito, e altri ancora. Poteva deri­varne un atto di ado­ra­zione stuc­che­vole, un pro­dotto con­fe­zio­nato per i tanti maniaci del pianista-mito, e invece Mon­sain­geon rie­sce a costruire un film intel­li­gente, ricco e commovente.

Il tema di fondo è quello dell’eredità, del retag­gio che Gould ha lasciato alla poste­rità, della pro­di­giosa capa­cità epi­de­mica che i virus di un arti­sta di que­sto valore man­ten­gono nel tempo. Dopo la visione riman­gono nelle mente due con­si­de­ra­zioni, fra le tante che il film sol­leva. La prima è che un arti­sta che decide di pre­sen­tare una pre­cisa imma­gine di sé al mondo crea una più o meno grande bar­riera fatta di imma­gini, suoni e parole che ci danno la sen­sa­zione di cono­scere, quasi di pos­se­dere inte­ra­mente la sua anima. Ma guar­dan­dole molto da vicino, col­la­zio­nan­dole con atten­zione ci si accorge del trucco, del fatto che tutto è pro­iet­tato su uno schermo, e che fra que­sto schermo e l’artista sus­si­ste un vuoto incol­ma­bile. Così nasce il mistero, e così nascono le forme mania­cali attra­verso cui si cerca di col­marlo. Non diver­sa­mente che in amore, forse. La seconda è che effet­ti­va­mente Gould ha rap­pre­sen­tato un tipo di arti­sta con cui non smet­tiamo di dover fare i conti. Una delle scene più belle del film è uno dei famosi incon­tri fra Gould e Menu­hin; i due arti­sti discu­tono della pre­mi­nenza del con­certo dal vivo o della regi­stra­zione in stu­dio nella per­ce­zione musi­cale del futuro. La distanza che li divide è grande: due mondi le cui mas­sime espres­sioni si sfio­rano senza capirsi. Menu­hin soprav­vi­verà a Gould per quasi dicias­sette anni, la sua ere­dità arti­stica rimarrà per sem­pre altis­sima, tra le mas­sime del Nove­cento; ma il retag­gio umano, arti­stico e intel­let­tuale di Gould gigan­teg­gia, supe­rando il con­fine del secolo in cui è nato e dis­se­mi­nando il pre­sente di quei molti dubbi e inquie­tu­dini che solo la grande arte sa (e forse deve) trasmettere.

J.S. Bach, Gavotta dalla Suite fran­cese n. 6 (1971)

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