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Musica degenerata

concentrationariaÈ molto dif­fi­cile inter­ro­garsi sul signi­fi­cato che la musica può avere per la vita di un uomo quando una tap­pez­ze­ria sonora rive­ste inte­ra­mente le nostre gior­nate; così come appare sem­pre più raro riu­scire a col­ti­vare quel par­ti­co­lare silen­zio inte­riore che l’ascolto richiede; capita di arri­vare tra­fe­lati al con­certo di un grande arti­sta, e aspet­tare invano che il tur­bine della sua grande ala ci sfiori. Assue­fatti e rin­tro­nati dall’onnipresenza della musica. Ma ascol­tare il rac­conto di chi ha vis­suto l’esperienza musi­cale al limite dell’esperienza umana fa tor­nare in mente alcuni valori fon­da­men­tali, sopiti da quella che potrebbe essere defi­nita “sovra­sti­mo­la­zione este­tica”. Musica Con­cen­tra­tio­na­ria è uno strano docu­men­ta­rio, nato come parte di un ambi­zio­sis­simo pro­getto con­dotto dal musi­ci­sta pugliese Fran­ce­sco Lotoro: rac­co­gliere tutta la docu­men­ta­zione rela­tiva alla musica com­po­sta in pri­gio­nia lungo l’intero arco del Ven­te­simo Secolo, sotto ogni lati­tu­dine, e regi­strarla poi in una son­tuosa col­lana di dischi (24 cd, per la Musik­strasse). In que­sto DVD sono rac­colte una ven­tina di inter­vi­ste a soprav­vis­suti ai campi di pri­gio­nia o di con­cen­tra­mento euro­pei, o a loro parenti stretti, e viene docu­men­tata la ter­ri­bile situa­zione di chi vede dipen­dere la pro­pria soprav­vi­venza mate­riale o anche solo spi­ri­tuale dall’emozione o dal mestiere del fare musica. Chi ha fatto musica per pro­vare un estremo bar­lume di libertà o di comu­nità spi­ri­tuale, per supe­rare la soli­tu­dine e la dispe­ra­zione di una deten­zione inu­mana e sel­vag­gia, di una con­danna a un lavoro stre­mante e senza spe­ranza; o chi ha dovuto fare musica per allie­tare i pro­pri aguz­zini. Fra que­sti due poli, l’enorme varietà di espe­rienze che la musica rende pos­si­bili anche “al di fuori” della civiltà da cui si vor­rebbe creata. Il DVD ha una regia piut­to­sto som­ma­ria, fatta con un mate­riale di base costi­tuito da pochi piani sequenza e tante inter­vi­ste a camera quasi fissa; eppure, qua e là, momenti di grande emo­zione. E poi quei visi. I visi di chi ha visto; di chi vor­rebbe che non fosse scor­dato, di chi ha pas­sato un’intera vita a ela­bo­rare, e vor­rebbe aiu­tarci a non dovere un giorno ripar­tire da zero. Prima e ultima testi­mo­nianza, quella della grande cla­vi­cem­ba­li­sta ceca Zuzana Ruzic­kova, depor­tata nel 1941 nel cosid­detto “ghetto di Tere­zín” (Tere­sien­stadt). Sullo sfondo, la sto­ria incre­di­bile di alcuni grandi com­po­si­tori che con­ti­nua­rono a fare musica, spesso con straor­di­na­rio impe­gno e con impor­tanti risul­tati, anche quando per loro tutto era per­duto, quando per­sino la fidu­cia nell’essere umano non poteva che essere sva­nita: Vik­tor Ull­mann, Hans Krása, Pavel Haas, Gideon Klein, e tanti altri minori, fino ai minimi, a coloro che sape­vano solo can­tare una can­zone, e magari lo face­vano in cam­bio di tre minuti di sospen­sione del lavoro. Da non dimen­ti­care. Asso­lu­ta­mente, per il bene di tutti.

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