Cose trovate — Un violino con le ali

30 marzo 2012 § 0 commenti § permalink

Alban Berg — Ludwig van Beethoven, Concerti per violino e orchestra, Isabelle Faust, Claudio Abbado, Orchestra Mozart. Harmonia Mundi

Il più bello dei concerti di Beethoven e il concerto più attonito e siderale del Novecento. Sullo stesso disco. Come non esserne incuriositi? In genere un artista che voglia dire la sua sul concerto per violino di Beethoven (o su quello di Berg) lo incide con tutte le cure che può, e poi lo circonda con qualche brano più o meno originale, ma scelto per non rubare la scena al pezzo forte. Per accompagnare quello di Beethoven una volta andavano fortissimo le due Romanze, e devo dire onestamente che non mi è mai sembrata una grande idea; oggi si cercano accostamenti meno tono-su-tono, perché c’è tono e tono. Ma Berg e Beethoven? Non che non abbiano nulla in comune, ma mostrare il filo che li lega richiede un gran lavoro di pensiero e di stile, e poi con un programma così per più di un’ora non si tocca mai terra. Insomma, la cosa rivela una certa ambizione.

Confesso di non essere riuscito a seguire il percorso suggerito, e ho cominciato ad ascoltare il secondo pezzo: Beethoven, subito; “qui si parrà la tua nobilitate”. Isabelle Faust non è certo David Oistrach. Il suo ingresso dopo il meraviglioso e cullante tema, con quegli arpeggi esili, intonatissimi ed eleganti, è un ingresso a piedi scalzi. Com’è lontana l’ampiezza, la risonanza con cui i violinisti della generazione di Oistrach si facevano largo tra l’orchestra: la loro era un’affermazione di spessore, di profondità. Quella che mette in scena Isabelle Faust non è una battaglia, lei non si prende sulle spalle le tragedie del mondo. Ma appena ci si abitua a questa presenza più delicata, dialogante, femminile verrebbe da dire, ciò che colpisce è il fraseggio. Un’eleganza, una cura per la linea melodica che ti conquista, ti spinge a cercare quel suono che a volte rasenta l’inudibile. E qui Abbado l’aiuta meravigliosamente: io dei pianissimo così non ricordo di averli mai sentiti nel conerto di Beethoven. E non solo nel Larghetto: anche nel primo movimento. E quella cadenza bella e un po’ sconcertante, in dialogo con i timpani? E gli arpeggi sulle fermate? In nessun momento pensi di essere di fronte alla più bella interpretazione del concerto, ma neppure per un momento riesci a distrarti da questo bellissimo suono dell’orchestra e del solista, dal tutt’uno che sembra troppo intelligente per essere stato davvero pensato. Solo il Rondò rivela un po’ la trama di questa stoffa meravigliosa: Abbado è bravissimo nel mantenere il suono leggero, compatto e fresco nei movimenti veloci, ma sembra non volersi mai abbandonare all’estasi dionisiaca della danza, e il Rondò di questo concerto a volte mi sembra averne bisogno. Tuttavia, in questo rifiuto dell’abbandono sono perfettamente in linea, il direttore e la solista. L’effetto non è quello della freddezza, quanto quello della stilizzazione. Il meraviglioso dialogo col fagotto, per dire, scorre via senza stupore, ma è toccante lo stesso: è tutto così bello che non c’è bisogno di fermarsi, sembra dire.

Ma dopo un’emozione estetica tanto aerea, c’è ancora spazio per il concerto di Berg, anche lui così lontano dalla creta dell’esistenza, così concentrato sul sublime e l’ultraterreno? Forse era meglio seguire la strada indicata dal disco. E invece no. Un altro ingresso in pianissimo, composto e sereno nella sua fragilità, e di nuovo non si smette di fissare quella linea che si snoda nella complicata geografia che l’orchestra gli disegna intorno. È la memoria di un angelo, proprio come dice il titolo. Il suono dell’insieme a volte è così bello e compatto che si lascia scomparire il violino come si farebbe guardando un treno che entra in una galleria, sicuri di ritrovarlo puntuale dall’altro lato, esattamente nel momento che pensavamo. Quando il corale ci dice Es ist genug, è abbastanza, sono pronto, proprio nel momento in cui pensi che eleganza, però non è commovente, scopri che ti ha toccato di nuovo in profondità, perché l’eleganza sa colpirti come un pugno, solo che non lo senti arrivare.

Io non so dire se questa o quella è la migliore interpretazione di questo o quello, e non sono portato a fare classifiche che ambiscano a varcare la soglia di casa; però quando qualcosa non ti lascia come ti ha trovato, quella cosa sta facendo il lavoro che una volta era affidato alla bellezza.

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