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Opera

Post image for Moresco e la tenia della Callas

Anto­nio More­sco è uno degli scrit­tori più inte­res­santi del pano­rama ita­liano degli ultimi decenni. La sua non è una scrit­tura per amanti delle belle let­tere, della frase flau­tata, della trama sua­dente. È let­te­ra­tura come schiaffo che risve­glia e disturba, che fissa gli occhi dove spesso evi­tiamo di guar­dare; non, o almeno non solo nel senso della denun­cia, ma della rimo­zione incon­scia. Quel tipo di let­te­ra­tura che non si legge per sognare ma che della visio­na­rietà fa un mezzo per risve­gliare l’attenzione sul nostro modo di essere al mondo.

Ovvio che non si tratti di una let­te­ra­tura dalla vita edi­to­riale facile, e per chi volesse far­sene un’idea il suo recente Let­tere a nes­suno, pub­bli­cato da Einaudi nel 2008, può essere una let­tura illu­mi­nante – a tratti esi­la­rante, più spesso dram­ma­tica e scon­for­tante. Ma il suo libro mag­giore, for­tis­simo e per certi versi scon­vol­gente, è Canti del caos (parte I, IIIII), pub­bli­cato da Mon­da­dori l’anno successivo.

È in que­sto qua­dro che vor­rei segna­lare un bel­lis­simo rac­conto – o forse più esat­ta­mente pièce tea­trale – inti­to­lato Duetto, com­preso nel volume Merda e luce (Effi­gie, 2007). Mette in scena un dia­logo imma­gi­na­rio tra Maria Cal­las e la tenia, il verme soli­ta­rio che, secondo una vec­chia leg­genda del mondo ope­ri­stico, il soprano avrebbe volon­ta­ria­mente inge­rito allo scopo di per­dere peso.

Cre­scendo nelle sue viscere attra­ver­sate dallo scon­vol­gente feno­meno del canto – che pro­prio dalle viscere nasce per dif­fon­dersi nella side­rale luce dello spet­ta­colo e dell’arte – la tenia len­ta­mente impara a can­tare, tanto da diven­tare un con­trap­punto interno alla voce della grande arti­sta che la ospita, e uno degli ele­menti che la ren­dono ini­mi­ta­bile e miste­riosa per tutto il suo pubblico.

Duetto è una let­tura che, lo ripeto, potrebbe anche distur­bare, ma che sicu­ra­mente parla di qual­cosa di molto pro­fondo e impor­tante per chiun­que ami la musica e più in gene­rale l’arte e la let­te­ra­tura. È una let­tura che porta alla mente la domanda fon­da­men­tale su dove nasce la voce di un arti­sta. E lo fa in un modo che solo un grande scrit­tore potrebbe escogitare.

Il rac­conto può essere sca­ri­cato in for­mato pdf dal sito della rivi­sta Il primo amore.

«Non ne potevo più di tutta quella massa di lardo che era cre­sciuta col tempo attorno alla mia voce. Che la mia voce dovesse uscire da quella botte di grasso in forma di donna. Volevo sba­raz­zarmi di quel far­dello per­ché rima­nesse solo la voce, la mia voce. Si sen­tisse e si vedesse solo quella men­tre spa­lan­cavo sui pal­co­sce­nici dei più impor­tanti tea­tri del mondo la mia grande cia­batta greca incen­diata dal ros­setto sotto gli occhi sfa­vil­lanti e bistrati, quasi fuori dalla testa nello sforzo e nell’ebbrezza del canto. Voi là al buio, nelle grandi sale di vel­luto e d’oro, come altre crea­ture amma­liate e impie­trite di fronte al canto inven­tato dell’usignolo su un ramo, negli anfratti della terra, dell’aria. Oh, io capi­sco, io lo so cosa prova il cor­pi­cino rico­perto di piume dell’usignolo che si espande attra­verso il canto! Cosa può pro­vare l’allodola in un campo di grano men­tre lan­cia il suo richiamo sessuale!»

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Le vocali di Brünhilde

30 agosto 2009

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Certe volte ti chiedi come gli sia venuto in mente, agli scien­ziati, di occu­parsi di cose così. Non che siano inu­tili, anzi. Solo che le leggi e con­ti­nui a chie­derti come gli sia venuto in mente. Dun­que: un gruppo di fisici acu­stici della Uni­ver­sity of New South Wales con sede a Syd­ney, in Austra­lia, si è messo a stu­diare siste­ma­ti­ca­mente l’accoppiamento tra vocali e suoni in dieci opere liri­che, da Ros­sini a Wag­ner, cer­cando di capire quale sia stato il com­po­si­tore più attento al pro­blema della faci­lità di emis­sione dei suoni e della loro intel­li­gi­bi­lità. Li gui­dava il pro­fes­sor Joe Wolfe, wag­ne­riano di ferro a par­tire dal cognome. Ma andiamo con ordine.

La fatica del soprano

Tutto è comin­ciato da una serie di studi sugli organi fona­tori, e dalla rac­colta di alcune inte­res­santi infor­ma­zioni riguardo all’emissione della voce nel canto e nel par­lato. I primi risul­tati erano foca­liz­zati sulla voce di soprano, che incon­tra nell’intonazione dei pro­blemi del tutto pecu­liari rispetto agli altri regi­stri. Ci informa infatti Wolfe che gran parte delle infor­ma­zioni fone­ti­che, e in par­ti­co­lare quelle rela­tive alle vocali, sono con­cen­trate in suoni che vanno da 300 a 2000 Herz (Hz). Un basso che intona un sol basso emette un suono i cui armo­nici vibrano in fasce che si aggi­rano intorno ai 100, 200, 300 Hz (e via dicendo): que­sti armo­nici ren­dono intel­li­gi­bile l’informazione fone­tica neces­sa­ria a capire quale let­tera dell’alfabeto (e in par­ti­co­lare quale vocale) il can­tante sta in quel momento pro­nun­ciando. Nella tes­si­tura acuta del soprano, invece, gli armo­nici (che sono mul­ti­pli della fre­quenza di base) sono tal­mente distanti l’uno dall’altro che solo pochis­simi di essi cadono nel range utile, e l’informazione fone­tica si perde. È un fatto sem­pli­cis­simo da osser­vare ascol­tando una qual­siasi opera lirica: sopra una certa altezza è pra­ti­ca­mente impos­si­bile distin­guere quale vocale stia into­nando la can­tante; sem­pli­ce­mente, per otte­nere quelle fre­quenze, la can­tante (ma in misura diversa anche il can­tante) è costretto ad atteg­giare il suo organo vocale in modo da ren­der­gli impos­si­bile (o almeno fati­co­sis­sima) la pro­nun­cia di vocali che richie­dono un altra posi­zione – anche da que­sto nasce il vizio di alcuni can­tanti di modi­fi­care il testo per ren­derlo pià cor­ri­spon­dente alle esi­genze dell’intonazione. Con­ti­nua la lettura →

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phaedra

Il 24 aprile scorso sono stati pub­bli­cati i nomi dei vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati; la ceri­mo­nia di con­se­gna, come un po’ pom­po­sa­mente si chia­mano que­ste occa­sioni, si terrà il 29 mag­gio pros­simo al Tea­tro Sociale di Ber­gamo. In un pre­ce­dente post, in mar­gine ad alcune osser­va­zioni sul Puli­tzer Price, avevo mani­fe­stato una certa insof­fe­renza nei con­fronti dei premi musi­cali ita­liani e dei loro mec­ca­ni­smi di asse­gna­zione. L’Abbiati è il più pre­sti­gioso e ambìto di que­sti, forse l’unico che sap­pia ancora dire qual­cosa al mondo musi­cale, e quindi vale la pena di osser­varlo con attenzione.

Il pre­mio e i suoi prin­cìpi (o prìncipi?)

Inti­to­lato al musi­co­logo Franco Abbiati, per quasi quarant’anni cri­tico del “Cor­riere della Sera”, il “Pre­mio della cri­tica musi­cale” viene asse­gnato dall’Asso­cia­zione Nazio­nale Cri­tici Musi­cali fin dal 1980 (per la pre­ci­sione, l’associazione è nata nel 1986 pro­prio intorno alle riu­nioni che da diversi anni si tene­vano a Ber­gamo per l’assegnazione del pre­mio). Per capire che cosa rap­pre­senti nello spa­zio cul­tu­rale ita­liano (e nei desi­deri di chi ogni anno se ne assume le fati­che), vale la pena di citare un brano tratto dal sito dell’Associazione:

Attra­verso i vin­ci­tori del Pre­mio Abbiati, l’Associazione nazio­nale cri­tici musi­cali ha dato spa­zio alle realtà locali che rap­pre­sen­tano l’autentica ric­chezza della vita musi­cale ita­liana e che non hanno la visi­bi­lità dei grandi enti pur aven­done, tal­volta, l’importanza cul­tu­rale. Allo stesso modo l’Associazione si è impe­gnata a ricor­dare il lavoro iso­lato e silen­zioso di per­so­naggi non rico­no­sciuti dal “potere” né dai mass-media (ope­ra­tori arti­stici, didatti, edi­tori, “mae­stri” di vita non solo musi­cale), e a segna­lare il rilievo intel­let­tuale di fatti o mani­fe­sta­zioni che hanno indi­riz­zato la vita musi­cale del nostro paese. Elo­quente annua­rio più che pagella l’albo d’oro del Pre­mio Abbiati è una sorta di pro­me­mo­ria arti­stico di oltre un quarto di secolo di musica in Ita­lia, ma è stato anche un tram­po­lino di lan­cio per gio­vani arti­sti e una dichia­ra­zione di fidu­cia nei con­fronti di realtà poco con­si­de­rate. Oltre a essere lo stru­mento pri­vi­le­giato dell’Associazione per prese di posi­zione ‘poli­ti­che’, tal­volta for­te­mente cri­ti­che, nei con­fronti di cru­ciali que­stioni isti­tu­zio­nali e legislative.

La frase sull’albo d’oro riflette l’antico ossi­moro dei premi: un pre­mio dovrebbe fare onore a qual­cuno, ma ono­rando chi è dav­vero meri­te­vole, in fondo onora soprat­tutto se stesso e chi lo con­fe­ri­sce. In que­sto senso, ogni pre­mio è uno scam­bio: l’autorevolezza dell’artista pre­miato rico­no­sce e mani­fe­sta l’autorevolezza dei pre­mianti. Lo sapeva molto bene l’amato Tho­mas Ber­n­hard, che con i premi intrat­tenne sem­pre un rap­porto di amore-odio – con netta pre­va­lenza dell’odio – e che in più di un caso si sca­gliò con ter­ri­fi­cante vio­lenza con­tro que­sto mec­ca­ni­smo infer­nale. Nel caso di un pre­mio con­fe­rito da un’associazione di cri­tici musi­cali, poi, la fac­cenda si fa ancora più com­pli­cata; certo, sem­pre meno com­pli­cata di quando sono gli orga­niz­za­tori musi­cali a pre­miare i cri­tici (vedi per esem­pio il Pre­mio D’Arcangelo, che per for­tuna con­si­ste in 50 bot­ti­glie di vino). Discorso ancora a parte, i premi per la cri­tica musi­cale, in cui i cri­tici stessi se la can­tano e se la suo­nano da soli. L’apoteosi dell’autoreferenzialità, insomma.

Un luc­ci­cante “albo d’oro”

Ma tor­nando all’Abbiati, il cosid­detto albo d’oro è effet­ti­va­mente un ritratto molto vivace della vita musi­cale ita­liana, con una netta pre­va­lenza dei valori spet­ta­co­lari (come in fondo è pre­ve­di­bile data la com­po­si­zione della giu­ria). Vediamo un po’, per esem­pio, i diret­tori d’orchestra. Si parte con un buffo ex-aequo Abbado-Muti (una spe­cie di Camp David?) nella prima edi­zione 1980–81 – negli anni i pre­mianti ripa­re­ranno: Muti viene ripre­miato nell’88–89, Abbado nel 2000-01. In ogni caso il qua­dro rispec­chia cor­ret­ta­mente il meglio della vita musi­cale ita­liana (e natu­ral­mente non solo): si comin­cia con i giganti sto­rici (Bern­stein, Klei­ber, Celi­bi­da­che, Gavaz­zeni, Sawal­lish ecc.), poi piano piano la rosa si apre e con andate e ritorni (Temir­ka­nov vince due volte) si vede scor­rere tutto il meglio che il setac­cio ita­liano ha trat­te­nuto dalla scena mon­diale. Quest’anno il vin­ci­tore è Roberto Abbado: molto meri­tato e pun­tuale, si potrebbe dire, dati i begli spet­ta­coli che ha ina­nel­lato nel 2008, in Ita­lia e all’estero.

Ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per quasi tutte le altre cate­go­rie. I regi­sti, per esem­pio. Si parte con Stre­hler, e poi via via, com­pa­iono gli autori, a volte accom­pa­gnati dagli sce­no­grafi, di tanti bel­lis­simi spet­ta­coli ita­liani; in più di un caso la scelta è abba­stanza ardita, in altri più scon­tata: Ronconi-De Simone-Chéreau-Pizzi-Asari-Cobelli-Ronconi (e due)-Vick-Krämer-Ronconi/Palli (e tre)-Terleckij/Hugues-Wilson-Zeffirelli-De Ana-Vick (e due)-De Monticelli-Pountney/Bjorson-Krief-De Ana (e due)-Moschopoulos/Fotopoulos-Carsen-Martone-Medcalf-Barberio Corsetti-Michieletto. Quest’anno il pre­miato è Tcher­nia­kov per il Gio­ca­tore della Scala. Anche per i can­tanti, una scelta ocu­lata che rispec­chia una fre­quen­ta­zione con­ti­nua della realtà musi­cale. I cri­tici ita­liani girano per i tea­tri, ascol­tano, guar­dano i grandi spet­ta­coli – quelli di cui molta parte di mondo non tro­verà mai i biglietti – anno­tano, ricor­dano. Giu­di­cano spesso con equi­li­brio, tal­volta con pigri­zia, ma poi pre­miano ciò che è impor­tante, signi­fi­ca­tivo, grande o meno grande che sia.

Quest’anno, lo spet­ta­colo pre­miato (pote­vano esserci dubbi?) è il Fide­lio di Abbado e Kraus a Reg­gio Emi­lia. Se Abbado torna all’opera, tutto il ruti­lante car­roz­zone degli amanti dello spet­ta­colo da impe­ra­tori con­verge sul mira­co­lato tea­tro; due recite? che importa, quanti vuoi che siano gli aventi diritto?! 2300 posti sono anche troppi. Costi? Sono coperti degli spon­sor, non stiamo a fic­care troppo il naso, che poi non ci invi­tano più. Così è ovvio, non c’è gara. Certo, la difesa delle realtà locali che sono la ric­chezza della vita musi­cale ita­liana, così com’era scritto nel fer­vo­rino dell’associazione, qui prende un signi­fi­cato tutto par­ti­co­lare; ma d’altro canto, par­lare di tea­tro d’opera oggi richiede un “razio­nale e lucido pes­si­mi­smo”, come dice la moti­va­zione del pre­mio al Fide­lio. E in ogni caso si sa che le pole­mi­chette negli anni si per­dono, ma l’albo d’oro rimane, lasciando al mondo un’immagine di eccel­lenza asso­luta. E così, effet­ti­va­mente, è. Ha ragione il sito, l’albo d’oro pre­senta un Ita­lia dello spet­ta­colo lirico viva e crea­tiva. Forse con un’eccezione…

Ma siamo sicuri che la musica di oggi sia pro­prio questa?

Ed ecco che si ritorna a quanto si disse a pro­po­sito del Puli­tzer. Certo, quel famoso (ma anche discusso, come tutto, dap­per­tutto!) pre­mio si limita alla crea­ti­vità sta­tu­ni­tense, e in que­sto senso il gioco potrebbe sem­brare più sem­plice. Il pre­mio Abbiati riflette invece la realtà spet­ta­co­lare: cosa i cri­tici hanno ascol­tato e visto. Eppure, a un nor­male ascol­ta­tore curioso della musica d’oggi che scor­resse la lista dei pre­miati per la cate­go­ria “novità asso­luta per l’Italia”, potrebbe anche pren­dere una stretta al cuore. Stockhausen-Donatoni-Nono-Boulez-Togni-Manzoni-Guarnieri-Kurtág-Boulez (e due)-Sciarrino-Gubaidulina-Clementi-Rihm-Berio-Holliger-Berio (e due)-Grisey-Henze-Kagel-Boulez (e tre)-Cappelli-Guarnieri (e due)-Vacchi/Carter-Romitelli-Kurtág (e due)-Lachenmann-Fedele. In 28 anni di sto­ria musi­cale, l’unico ame­ri­cano pre­miato è stato Car­ter (però a metà con Vac­chi). L’intera sta­gione del neo­ro­man­ti­ci­smo, dei post-minimalisti dei non-avanguardisti è pas­sata inos­ser­vata. Non un solo mave­rick, di qua­lun­que colore, paese, visione o cre­denza (in que­sto senso, forse solo Gubaidulina).

Certo si potrà obiet­tare: il pre­mio riguarda le prime ese­cu­zioni asso­lute in Ita­lia. Non è colpa dei cri­tici se Andries­sen o Reich o Adams (e que­sti non sono certo mave­rick) non ven­gono a rap­pre­sen­tare le loro cose per la prima volta da noi; piut­to­sto pren­de­te­vela con gli orga­niz­za­tori musi­cali. Va bene. Certo che però quel Bou­lez pre­miato tre volte come com­po­si­tore per Repons (1983−84), Le Visage nup­tial (1988−89) e Sur incises (1999−2000), poi, natu­ral­mente, una quarta come diret­tore (1986−87): non è che la cosa fac­cia pro­prio pen­sare a un grande sforzo di auto­no­mia, vita­lità cul­tu­rale e curio­sità intellettuale.

Quest’anno il pre­mio è andato alla Phae­dra di Henze del Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; in que­sto caso il pre­mio non per­mette alcuna pole­mica, per­ché lo spet­ta­colo era dav­vero molto bello: Henze è un mae­stro la cui forza emo­tiva e crea­tiva sono una straor­di­na­ria bene­di­zione per l’intero mondo dell’arte; Henze, che ha vinto tre Abbiati di cui due “spe­ciali”, è tut­ta­via anche il mas­simo allon­ta­na­mento con­sen­tito dal main­stream della musica con­tem­po­ra­nea in Ita­lia; in ogni caso “con­sen­tito” adesso, per­ché quarant’anni fa lo si copriva di fischi. Altro caso, Kur­tág ha vinto due volte, se non si conta il pre­mio al Festi­val Kur­tág di “Milano Musica”; Kur­tág pren­derà quest’anno anche il Leone d’Oro alla car­riera a Vene­zia. È un grande com­po­si­tore, e que­ste con­ver­genze non dovreb­bero stupire.

E allora?

E allora la tri­stezza non viene dalle sin­gole e iso­late asse­gna­zioni, tutte più o meno sacro­sante dal punto di vista del valore asso­luto (dif­fi­cile avere un qua­dro suf­fi­cien­te­mente com­pleto di ogni sin­golo anno per potersi espri­mere sul valore rela­tivo); la tri­stezza viene dall’abissale distanza che divide que­sta ‘com­ples­siva’ visione da parte della cri­tica, rispetto alla realtà della vita musi­cale odierna. E parlo della realtà della musica che si ascolta, si ese­gue e si “con­suma”, in Ita­lia come nel resto del mondo. Una distanza che nessun’altra cate­go­ria pre­miata dai “giu­rati” dell’Abbiati mi pare rispec­chiare. Perché?

Nella foto un istante della Phae­dra di H.W. Henze rap­pre­sen­tata al Mag­gio Musi­cale Fiorentino.

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Take Care of This House

20 gennaio 2009

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“1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue” non è solo l’indirizzo della casa che da oggi avrà come nuovi inqui­lini Barak Obama e fami­glia: è anche il titolo della meno cono­sciuta e rap­pre­sen­tata fra le opere di Leo­nard Bern­stein. Non viene rap­pre­sen­tata per­ché non si può: la Bern­stein Foun­da­tion, che rac­co­glie l’eredità del grande Lenny, lo proi­bi­sce; e lo proi­bi­sce per­ché così volle Leo­nard, quando lo spet­ta­colo, un musi­cal, l’8 mag­gio del 1976 chiuse i bat­tenti dopo sol­tanto 7 recite, mas­sa­crato dalla cri­tica e deriso dal pub­blico. Durante le 13 “ante­prime”, con­scio del fatto che la debo­lezza fosse da adde­bi­tarsi soprat­tutto al libretto di Alan Jay Ler­ner, Bern­stein chiamò al capez­zale del suo spet­ta­colo tutti i migliori amici, Jerome Rob­bins com­preso, che furono con­cordi nel con­si­de­rarlo irre­cu­pe­ra­bile. Si potrebbe dire che 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue sia stata la più grande delu­sione della car­riera di Bern­stein; eppure fu anche l’opera per la quale, in asso­luto, scrisse più musica: più di Can­dide, più di A Quiet Place. Se si vuole cono­scere la sto­ria di que­sto sfor­tu­nato musi­cal, si può leg­gere il suc­cinto ma pre­ciso arti­colo di wikipedia.

Il libretto è un intrico di plot e sub­plot, il cui filo prin­ci­pale era defi­nito dal curioso sot­to­ti­tolo: “A musi­cal about the pro­blems of hou­se­kee­ping”, dove la “cura della casa” (hou­se­kee­ping), visto di quale casa si tratta, assume tutta una serie di signi­fi­cati poli­tici e sati­rici. In que­sto filo nar­ra­tivo prin­ci­pale sono rap­pre­sen­tati 12 pre­si­denti degli Stati Uniti, da George Washing­ton a Theo­dor Roo­se­velt (dun­que dalla fine del Set­te­cento ai primi del Nove­cento), ognuno con una pro­pria par­ti­co­lare scena. C’è dun­que il boz­zetto par­la­men­tare, con Washing­ton e i dele­gati del Con­gresso che discu­tono su quale dovesse essere la capi­tale degli Stati Uniti, poi John Adams e con­sorte, quindi Jef­fer­son che orga­nizza un lucul­liano pranzo uffi­ciale, Madi­son che fugge e gli inglesi che ten­tano di dare fuoco alla Casa Bianca (1812), James Mon­roe e la moglie che non rie­scono a pren­dere sonno e discu­tono di schia­vitù, e così via, fino all’augurio che Roo­se­velt porge al nuovo secolo. Dal punto di vista musi­cale, ogni situa­zione è un diverso pezzo di bra­vura: arie liri­che, duetti, ter­zetti, con­cer­tati, cori, pezzi da ballo con finta musica otto­cen­te­sca, una Min­strel parade jaz­zi­stica, blues e via dicendo; si prenda per esem­pio lo stre­pi­toso tour de force di un duetto per il soprano solo che si svolge durante il giu­ra­mento di Ruther­ford Hayes (1877), dove la stessa can­tante alterna velo­ce­mente le emo­zioni della moglie del pre­si­dente uscente Grant e di quella dell’eletto Hayes, la prima che impaz­zi­sce di rab­bia per il potere per­duto e di invi­dia per la seconda, che invece conta i secondi che la sepa­rano dal diven­tare final­mente First Lady. Nono­stante il fia­sco, si tratta di un Ber­stein in gran forma.

bernstein

Accanto a que­sto primo filo nar­ra­tivo, soprat­tutto nella prima parte, se ne intrec­cia un secondo che ritrae la vita dei due dome­stici neri della Casa Bianca, Lud e Seena, dalla gio­ventù alla vec­chiaia, e attra­verso la loro sto­ria (i due si inna­mo­rano, si spo­sano, si con­fron­tano con i diversi pre­si­denti) il pro­blema della schia­vitù e poi dei diritti dei neri. A tutto que­sto si aggiunge un terzo filo nar­ra­tivo, molto di moda all’epoca e oggi piut­to­sto demodè: le discus­sioni della com­pa­gnia di attori e can­tanti che sta pro­vando l’opera, e che ogni tanto si ferma per ana­liz­zare le que­stioni poli­ti­che e sociali col­le­gate. Insomma, una trama forse inu­til­mente intri­cata per un totale di più di quat­tro ore di spet­ta­colo. Troppo sia per il pub­blico sia per la critica.

Dopo la morte di Bern­stein, pur rima­nendo il veto alla rap­pre­sen­ta­zione (credo che un solo alle­sti­mento, nel 1992, superò que­sta cen­sura), dallo spet­ta­colo fu rica­vata una Can­tata di 80 minuti circa, che cuciva insieme i numeri musi­cali più belli, eli­mi­nando total­mente il sub­plot di “tea­tro nel tea­tro”: A White House Can­tata. Nel 1998 Kent Nagano la incise per la Deu­tsche Gram­mo­phon, con una com­pa­gnia di canto (Tho­mas Hamp­son, June Ander­son, Bar­bara Hen­dricks ecc.) che spo­stava deci­sa­mente in ambito lirico il sound e l’impostazione gene­rale dell’opera, man­te­nendo tut­ta­via l’orchestrazione ori­gi­nale del musi­cal. È solo da quell’incisione che oggi ci si può fare un’idea di quali perle con­te­nesse 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue, e di quanto var­rebbe la pena di risco­prirla. Alcuni numeri della par­ti­tura ori­gi­nale furono tra­pian­tati da Bern­stein in altri lavori, altri riu­sci­rono a soprav­vi­vere nono­stante il veto.

Fra que­sti ultimi, la bel­lis­sima aria di Abi­gail Adams, la moglie del secondo pre­si­dente, che rivol­gen­dosi al dome­stico ancora bam­bino gli rac­co­manda di pren­dersi cura della Casa anche quando loro non ci saranno più: “Care for this house | It’s the hope of us all”. Un song sofi­sti­cato, pieno di quel senso di feli­cità e faci­lità inven­tiva che è la gran­dezza di Bern­stein, ma che lo con­dan­nerà per sem­pre agli occhi della cri­tica più bacchettona.

Melo­dia, armo­nia, ritmo e reto­rica: dif­fi­cile pen­sare a qual­cosa di più ame­ri­cano di “Take Care of This House”: Fre­de­rica Von Stade, sotto la dire­zione di Bern­stein, la cantò nel con­certo dell’“Inauguration Day” di Jimmy Car­ter, 32 anni fa esatti esatti. Oggi il mar­ke­ting del sogno di Obama ha richie­sto ben altro con­certo, ma per il grande amore che tutti (spero) por­tiamo al grande Lenny, può essere di ottimo auspi­cio rin­no­vare oggi l’invito di Abi­gail, con tutto il cuore: take care of this house, Barak. Dato l’inquilino pre­ce­dente, ne ha molto bisogno.

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“Take Care of This House”, June Ander­son (sop.), Vic­tor Acquah (v. bianca), da L. Bern­stein, A White House Can­tata, Lon­don Sym­phony Orche­stra, Lon­don Voi­ces, dir. Kent Nagano. Deu­tsche Gram­mo­phon 463 448–2.

Foto in alto: Bern­stein a metà degli anni ’70, © Ber­nice Perry.

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salome

Forse, se si dovesse indi­care l’evento che ha più pro­fon­da­mente modi­fi­cato la sto­ria della rece­zione del tea­tro d’opera negli ultimi trent’anni, non biso­gne­rebbe guar­dare alle novità di car­tel­lone, alle inno­va­zioni regi­sti­che o a quelle mana­ge­riali. Biso­gne­rebbe sem­pli­ce­mente alzare lo sguardo al boc­ca­scena, e fis­sare quelle due, a volte tre righe di testo lumi­noso che sovra­stano i can­tanti. Biso­gne­rebbe osser­vare quel movi­mento rit­mico che l’intero pub­blico in sala fa con gli occhi (o con l’intera testa), ogni dieci, venti o trenta secondi, per l’intera durata dello spettacolo.

I sopra­ti­toli quest’anno com­piono il loro primo quarto di secolo. La loro intro­du­zione in quella che sem­brava una forma spet­ta­co­lare immo­bile nel suo rituale codi­fi­cato – in realtà mobi­lis­sima, come tutte le forme di spet­ta­colo dal vivo – si deve a Lofti Man­souri, il manager-sovrintendente, ira­niano di nascita e ame­ri­cano d’adozione, che nel gen­naio del 1983, in occa­sione di una pro­du­zione della Elek­tra di Strauss della Cana­dian Opera Com­pany a Toronto, chiese la pro­ie­zione del libretto su uno schermo oriz­zon­tale posto sulla cor­nice del pal­co­sce­nico (boc­ca­scena). Fu l’inizio di una pic­cola rivo­lu­zione, dap­prima tutta ame­ri­cana, in seguito, con inso­lita rapi­dità, accet­tata in tutto il mondo. Il nome che in un primo momento prese que­sta inno­va­zione tec­nica fu Sur­ti­tles, anche se, con spi­rito tutto anglo­sas­sone, il mar­chio fu imme­dia­ta­mente regi­strato dalla Cana­dian Opera Com­pany, e dun­que da allora in poi per il resto del mondo anglo­fono il ter­mine da usare per evi­tare di pagare royal­ties fu Super­ti­tles, manco fosse un gruppo di supe­re­roi (in realtà, il ter­mine ori­gi­nale cana­dese è rima­sto quello più dif­fuso, anche se non viene mai messo per iscritto). Negli Stati Uniti fu la grande Beverly Sills, allora mana­ger della New York City Opera, a intro­durli per la prima volta, nel set­tem­bre del 1983, in occa­sione di una pro­du­zione di Cen­dril­lon di Mas­se­net al New York State Theater.

Il debutto ita­liano di quelle che per un po’ di tempo furono popo­lar­mente defi­nite, con un ter­mine meno scioc­cante per il mondo della lirica, “dida­sca­lie”, avvenne il 1° giu­gno del 1986 in una pro­du­zione dei Mei­ster­sin­ger al Mag­gio Musi­cale Fio­ren­tino; la loro impor­ta­zione si deve pre­su­mi­bil­mente a Zubin Mehta, di casa tanto a New York quanto a Firenze, ma tro­va­rono da subito un soste­ni­tore bril­lante, auto­re­vole e influente in Ser­gio Sablich, che non solo firmò la prima tra­du­zione (anche se in que­sto caso sarebbe più giu­sto defi­nirla “sce­neg­gia­tura”), ma li sostenne sem­pre e ovun­que con­tro l’antipatia della cri­tica più con­ser­va­trice. Anti­pa­tia che durò per anni, e che fu tutt’altro che leggera.

Quello fio­ren­tino era il debutto euro­peo dei sopra­ti­toli, e dovet­tero pas­sare ancora degli anni per­ché essi fos­sero accet­tati ovun­que. In Ita­lia una parte della cri­tica li accettò con una certa indif­fe­renza (“non hanno distur­bato lo spet­ta­colo”, scrisse Gior­gio Pestelli, “non ha dato troppo fasti­dio” Bor­to­lotto), altra parte fu seve­ris­sima (“una scelta di un pro­vin­cia­li­smo turi­stico ripro­ve­vole” scrisse, comi­ca­mente, Dui­lio Curier).

Che io sap­pia, la prima pro­ie­zione di sopra­ti­toli di un libretto in lin­gua ita­liana fu fatta a Torino in occa­sione del Mitri­date di Mozart il 28 aprile del 1995; li volle Carlo Majer, allora diret­tore arti­stico del Tea­tro Regio, che non solo dall’anno pre­ce­dente li aveva richie­sti per tutte le opere in lin­gua stra­niera, ma che dopo una serie di espe­ri­menti e messe a punto, li rese una pre­senza sta­bile per tutte le opere rap­pre­sen­tate, indi­pen­den­te­mente dalla lin­gua del libretto.

In Ita­lia la prima realtà a farne il pro­prio busi­ness fu la Eikon, azienda con sede all’Impruneta (Firenze), fon­data dall’imprenditore e foto­grafo pub­bli­ci­ta­rio Nedo Ferri; per più di dieci anni dominò incon­tra­stata il mer­cato, e solo nel 1996 nac­que Pre­scott Stu­dio, di Mauro Conti, sto­rico mae­stro del Tea­tro Comu­nale di Firenze ed ex col­la­bo­ra­tore di Ferri. Oggi molti tea­tri si sono attrez­zati auto­no­ma­mente, ma le due aziende con­cor­renti con­ti­nuano a for­nire il loro ser­vi­zio a molti tea­tri d’opera e di prosa.

Anche dal punto di vista tec­no­lo­gico molte cose sono cam­biate. Le prime pro­ie­zioni erano deci­sa­mente rias­sun­tive, poi­ché si avva­le­vano di pro­iet­tori di dia­po­si­tive di alta qua­lità ma fisi­ca­mente impo­nenti e far­ra­gi­nosi da uti­liz­zare. La Eikon per prima si fece creare un pro­gramma per Apple Macin­tosh che met­teva in sequenza diversi pro­iet­tori, in modo da ren­dere il lavoro del mae­stro col­la­bo­ra­tore addetto alla pro­ie­zione più sem­plice. Poi sono arri­vati anche i video­pro­iet­tori, sem­pre più potenti e com­pe­ti­tivi, tali da ren­dere in parte obso­leta la vec­chia dia­po­si­tiva (ma molti pre­fe­ri­scono ancora il lavoro foto­gra­fico). Infine i tanti display luminosi.

Ma più che l’innovazione tec­no­lo­gica, ciò che più col­pi­sce è la tra­sfor­ma­zione este­tica e nella rece­zione che i sopra­ti­toli hanno pro­vo­cato. Se qual­cuno facesse una sta­ti­stica con­fron­tando il numero di Ring o di pro­du­zioni di Janačék nei tea­tri euro­pei prima e dopo l’introduzione dei sopra­ti­toli, sono sicuro che sco­pri­rebbe un for­tis­simo incre­mento. I sopra­ti­toli hanno spa­lan­cato le porte dei tea­tri a titoli fino a non molto tempo fa pro­gram­ma­bili solo come rarità per inten­di­tori, e ali­men­tato una ripresa di inte­resse da parte del pub­blico di dimen­sioni straor­di­na­rie nei con­fronti dei titoli meno acces­si­bili. Hanno dun­que con­tri­buito a ren­dere lo spet­ta­colo lirico un’esperienza meno dedita alla ripe­ti­zione di sé stessa, e più vicina alla sen­si­bi­lità cul­tu­rale odierna.

Pre­su­mi­bil­mente il loro viag­gio non è finito. Alcuni tea­tri già pro­iet­tano i testi in più lin­gue (la Flo­rida Grand Opera di Miami, per esem­pio, offre le tra­du­zioni spa­gnola e inglese affian­cate). Altri, dal Metro­po­li­tan alla Scala, hanno optato per dei sistemi appa­ren­te­mente più discreti come i cosid­detti “video­li­bretti”; dico appa­ren­te­mente per­ché in realtà richie­dono lo stesso sforzo con­cet­tuale e, soprat­tutto, lo stesso muta­mento di moda­lità recet­tiva (“Opera is not a rea­ding expe­rience!”, tuo­nava anni fa il diret­tore di «Opera News»). Altri ancora imma­gino che prima o poi deci­de­ranno di rece­dere da un ele­mento che, comun­que lo si voglia inten­dere, rimane piut­to­sto inva­sivo; saranno aiu­tati in que­sto da nuove tec­no­lo­gie, come la distri­bu­zione di pal­mari all’ingresso a chi ne facesse richie­sta, o da chissà cos’altro. L’assenza di sopra­ti­toli diven­terà così parte di una nuova filo­lo­gia dell’ascolto.

È dif­fi­cile da dire che cosa ne sarà in futuro, ma ciò che è inne­ga­bile è che da ser­vi­zio acces­so­rio i sopra­ti­toli sono diven­tati parte inte­grante dello spet­ta­colo e del modo di goderlo. Sono diven­tati una delle tante com­pe­tenze arti­gia­nali neces­sa­rie allo spet­ta­colo dal vivo.

Dun­que: Buon com­pleanno, sopratitoli!

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Lettere a Vermeer

18 ottobre 2007

andriessen_vermeerNon capita molto spesso di ascol­tare una nuova opera con la sen­sa­zione di tro­varsi di fronte a un lavoro di grande feli­cità espres­siva e ric­chezza cul­tu­rale. È però il caso di Wri­ting to Ver­meer, l’opera com­po­sta da Louis Andries­sen negli anni 1997–98 su com­mis­sione di De Neder­landse Opera di Amster­dam, dove ha debut­tato nel 1999. La si può ora ascol­tare in un dop­pio cd, molto ben con­fe­zio­nato dalla Nonesuch.

L’opera si com­pone di sei scene, nelle quali si inter­se­cano diverse linee di arti­co­la­zione dram­ma­tica, psicologica, intellettuale e musi­cale. La base è un affa­sci­nante libretto di Peter Gree­neway, sostan­zial­mente privo di azione dram­ma­tica ma al tempo stesso dotato di un par­ti­co­lare cre­scendo ansio­geno, ampli­fi­cato con grande sapienza dram­ma­tur­gica da Andries­sen. Tra il 16 e il 26 mag­gio 1672, tre donne scri­vono sei let­tere cia­scuna a Johan­nes Vermeer, momentaneamente lon­tando da Delft per un viag­gio d’affari all’Aja; Catharina Bol­nes, moglie del pit­tore, Maria Thins, la di lei madre, e un’immaginaria modella di nome Saskia de Vries rac­con­tano a Veer­mer i pic­coli fatti della vita dome­stica quo­ti­diana – un pro­getto di matri­mo­nio fal­lito e un altro di cui si get­tano le basi per la gio­vane Saskia, la vita dei figli dell’artista – cer­cando di far­gli sen­tire quanto a loro man­chi la sua pre­senza, pre­gan­dolo con­ti­nua­mente di tor­nare al più pre­sto. Come sem­pre accade nei lavori in cui è coin­volto Gree­na­way, la trama pro­cede per allu­sioni più o meno crip­ti­che a fatti e cir­co­stanze che si rie­scono solo a imma­gi­nare in fili­grana; per esem­pio la pre­senza di cin­que fluidi che minac­ciano la sere­nità dome­stica della fami­glia: la ver­nice, che un mat­tino la pic­cola Cor­ne­lia man­gia per gioco, il latte, che con­ti­nua­mente viene ver­sato, il san­gue, che sim­bo­lizza l’assassinio e la vio­lenza, e infine l’acqua, che negli ultimi secondi dell’opera som­mer­gerà la scena.

Cin­que ele­menti che rap­pre­sen­tano nella loro quo­ti­dia­nità la sot­ter­ra­nea minac­cia che il mondo esterno, la sto­ria e l’attualità recano all’apparentemente serena vita della fami­glia Ver­meer. La sto­ria d’altro canto fa irru­zione nell’opera anche attra­verso dieci inserti sonori sapien­te­mente inca­sto­nati nel dipa­narsi del libretto, nei quali essa agi­sce come in un fon­dale che len­ta­mente e peri­co­lo­sa­mente si avvi­cina alla scena fami­liare fino a som­mer­gerla nel finale. Si tratta di dieci momenti della cruenta sto­ria olan­dese di quei giorni: la dura oppo­si­zione tra cat­to­lici e pro­te­stanti, un’esplosione a Delft, il crollo del mer­cato dei tuli­pani, l’orribile assas­si­nio di due diplo­ma­tici olan­desi, l’invasione fran­cese, fino all’inondazione con cui gli olan­desi si difen­dono dai fran­cesi, prin­ci­pale causa della rovina di Ver­meer secondo i docu­menti sto­rici. Que­sti inserti sono rea­liz­zati attra­verso il live elec­tro­nic di Michel vad der Aa, che com­pone cel­lule melo­di­che a suoni for­te­mente reli­stici: cam­pane da chiesa, esplo­sioni, respiri affan­nosi, scro­sci d’acqua, urla, passi.

La musica è altret­tanto ricca di sug­ge­stioni, cita­zioni rimandi, ma cucita in un tes­suto di grande coe­renza e fascino; i nomi che ven­gono in mente o che Andries­sen stesso cita nelle note di coper­tina del disco sono quelli di John Cage per le scelte strut­tu­rali e per diverse sono­rità, ma anche Steve Reich in alcuni trat­ta­menti delle tastiere, perfino Webern in alcuni momenti di forte rare­fa­zione tim­brica e melo­dica. Il suono com­bina in maniera dav­vero bril­lante la moder­nità estrema e le sono­rità baroc­che delle ese­cu­zioni filo­lo­gi­che, senza solu­zione di con­ti­nuità e in bel­lis­simo tra­sco­lo­rare da una tavo­lozza all’altra; la voca­lità ricorda tal­volta Brit­ten, ma è sem­pre molto natu­rale e sciolta. L’orchestra com­prende un gruppo di archi incon­sue­ta­mente cor­poso per Andries­sen (12 vio­lini, 8 fra viole e vio­lon­celli, due con­tab­bassi), legni, ottoni, due arpe, due chi­tarre elet­tri­che, due pia­no­forti e percussioni.

Su tutto domina la sen­sa­zione di una pro­fonda com­pren­sione dell’opera pit­to­rica di Ver­meer, di quella sospen­sione del tempo, di quella feli­cità esclu­siva e venata di malin­co­nia e ansia, nella quale l’esterno è sem­pre alluso (una let­tera, una fine­stra, una porta aperta), ma al tempo stesso tenuto fuori dallo spa­zio arti­stico e psi­co­lo­gico; un lavoro in cui rea­li­smo e sogno sem­brano fon­dersi in un’unità inscin­di­bile. Un’opera dav­vero bellissima.

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