Pasolini

C’era da scom­met­terlo. Ogni volta che c’è uno scon­tro con la Poli­zia, ogni volta che dall’altra parte rispetto alle forze dell’ordine si trova qual­cosa che parla quel lin­guag­gio rivo­lu­zio­na­rio che la sini­stra ha deciso di abban­do­nare – a costo di tra­sfor­marsi in un ossi­moro vivente – qual­che cre­tino tira fuori Paso­lini. Sfo­gli il gior­nale, sai che si parla di scon­tri tra i nefa­sti ‘black bloc’ e la Poli­zia, e cominci a pen­sare: spe­riamo di no, spe­riamo che non ci sia il solito mise­ra­bile del PD che dice “io sto con Paso­lini” – forse rite­nendo che Paso­lini, espulso dal Pci e per­se­gui­tato per il suo radi­ca­li­smo, sarebbe stato con lui! E natu­ral­mente suc­cede, non c’è niente da fare.

L’in-“utile idiota” que­sta volta si chiama Dario Gine­fra, e dice “Cari ragazzi, rileg­gete le pagine cor­sare che Paso­lini dedicò ai gio­vani del Pci”; e subito Mat­teo Renzi, uno che non si fa man­care mai nulla, nel suo pane­gi­rico dei poveri poli­ziotti pagati 1200 euro cita PPP, per­ché così le sue misere parole sem­brano subito di sini­stra; e natu­ral­mente nel suo fine ragio­na­mento acco­muna tutti, estre­mi­sti a anti­tav, con una lun­gi­mi­ranza degna di Maroni. (Pur­troppo una foto di Renzi accom­pa­gna la dichia­ra­zione; una foto che lo fa rien­trare di diritto nella cate­go­ria dei TTT – i Tell Tale Tie, quelli la cui cra­vatta rac­conta più di un’autobiografia: seta luci­dis­sima bor­deaux, enorme, anno­data come i but­ta­fuori delle disco­te­che e i mafiosi di Cop­pola. Rac­conta le aspi­ra­zioni, le fru­stra­zioni e soprat­tutto la cul­tura este­tica. Uno che per fare una foto di posa si annoda quella cra­vatta e prende in mano con aria effi­ciente la cor­netta del tele­fono, della poe­sia di Paso­lini se ne impipa allegramente.)

Io pro­prio non lo so che cosa Paso­lini pen­se­rebbe dei black bloc. Ma se mi domando a quale sua pagina io possa chie­dere aiuto per capire i fatti della Val di Susa, non mi viene certo in mente la bella poe­sia dedi­cata agli scon­tri di Valle Giu­lia, per­ché leg­gere la pro­te­sta della Val di Susa come una mani­fe­sta­zione di lotta di classe, come sem­bra fare Gine­fra, è vera­mente ridi­colo e pre­te­stuoso; penso invece alle pagine, e soprat­tutto al pro­getto, di Petro­lio, al rap­porto tra indi­vi­duo e potere che descrive, all’intreccio fra inte­resse eco­no­mico e dege­ne­ra­zione dell’etica pub­blica che dise­gna. Per­ché non mi sem­bra che dall’altra parte, rispetto alla poli­zia di Stato, ci siano i figli di papà che inneg­giano alla rivo­lu­zione comu­ni­sta. Dall’altra parte, die­tro alla cor­tina di fumo che l’idiozia degli estre­mi­sti sol­leva, c’è forse un movi­mento anti­mo­derno che è più moderno di ogni moderno, che difende ciò che oggi per l’establishment è indi­fen­di­bile per defi­ni­zione, se non tal­volta sotto le ban­diere tri­sti e vol­gari del leghi­smo. Qual­cosa che, se stenta a tro­vare un sim­bolo cre­di­bile sotto il quale lot­tare, dovrebbe comun­que essere ascol­tato con pro­fonda atten­zione e rispetto da chi dichiara valori pro­gres­si­sti, al di là di ogni sem­pli­fi­ca­zione e col­pe­vole omis­sione gior­na­li­stica; da chi, soprat­tutto, non finga di dimen­ti­care quali siano gli inte­ressi in gioco.

Del resto, credo che i poli­ziotti sap­piano meglio di me che non devono aspet­tarsi da Renzi e Gine­fra una lotta per l’aumento del loro sti­pen­dio. Quello che mi chiedo è che cosa dob­biamo aspet­tarci noi cit­ta­dini da una sini­stra come que­sta, e che cosa pos­siamo fare per cambiarla.

NOTA DEL 6-7-2011: nella sezione Com­menti si pos­sono leg­gere le repli­che dell’On. Gine­fra (PD, Com­mis­sione Tra­sporti) al post di Fierr­bras, e le suc­ces­sive risposte.

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Io sono una forza del Pas­sato.
Solo nella tra­di­zione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai bor­ghi
dimen­ti­cati sugli Appen­nini o le Pre­alpi,
dove sono vis­suti i fra­telli.
Giro per la Tusco­lana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i cre­pu­scoli, le mat­tine
su Roma, sulla Cio­cia­ria, sul mondo,
come i primi atti della Dopo­sto­ria,
cui io assi­sto, per pri­vi­le­gio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qual­che età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cer­care fra­telli che non sono più.

Un fram­mento, bel­lis­simo e dolo­roso, di una poe­sia di Paso­lini datata 10 giu­gno 1962 e inse­rita poi in Poe­sia in forma di rosa. Fa parte delle liri­che scritte durante la lavo­ra­zione di Mamma Roma, e Paso­lini la fa reci­tare al regi­sta della Pas­sione di Stracci nella Ricotta. Qui si può vedere il pas­sag­gio del film: la voce a Orson Wel­les la pre­sta il poeta Gior­gio Bas­sani. Sulla moder­nità, sul pas­sato, e sulla con­di­zione dell’Italia di oggi, anche se la moder­nità sem­bra già, anch’essa, passata.

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pasolini

L’Italia sta mar­cendo in un benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo: pre­starsi in qual­che modo a con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza è, ora, il fasci­smo. Essere laici, libe­rali, non signi­fica nulla, quando manca quella forza morale che rie­sca a vin­cere la ten­ta­zione di essere par­te­cipi a un mondo che appa­ren­te­mente fun­ziona, con le sue leggi allet­tanti e cru­deli. Non occorre essere forti per affron­tare il fasci­smo nelle sue forme paz­ze­sche e ridi­cole: occorre essere for­tis­simi per affron­tare il fasci­smo come nor­ma­lità, come codi­fi­ca­zione, direi alle­gra, mon­dana, social­mente eletta, del fondo bru­tal­mente egoi­sta di una società.

Ho visto Paso­lini. Un delitto ita­liano di Marco Tul­lio Gior­dana, e letto il romanzo-inchiesta pub­bli­cato da Mon­da­dori con lo stesso titolo; mi sono sem­brati entrambi molto inte­res­santi e al tempo stesso piut­to­sto deboli – anche se sono riu­sciti nell’intento di fare bre­ve­mente ria­prire l’ormai impos­si­bile inchie­sta. Mi sono sem­brati deboli per­ché inda­gano i fatti, come sem­pre è suc­cesso per que­sto delitto, sotto l’abbagliante cono di luce della per­so­na­lità e dell’opera di Paso­lini. Non credo sia un’operazione sba­gliata nelle pre­messe – come si potrebbe, d’altro canto, iso­lare i fatti da quel con­te­sto umano, poli­tico e cul­tu­rale di cui Paso­lini era un pro­ta­go­ni­sta di pri­mis­simo piano? Credo tut­ta­via che sia un’operazione desti­nata ine­vi­ta­bil­mente al fal­li­mento: troppo forte la ten­ta­zione di tro­vare una giu­sti­fi­ca­zione e una pre­de­sti­na­zione nelle parole di un poeta luci­dis­simo (non è affatto un ossi­moro) e di un intel­let­tuale vio­len­te­mente deter­mi­nato a indi­care le tante vie e i tanti respon­sa­bili del disfa­ci­mento della società ita­liana. E cer­care una pre­de­sti­na­zione signi­fica anche atte­nuare il senso di una per­dita incol­ma­bile e assurda, pro­prio nel momento in cui si mani­fe­sta la sua pro­fon­dità e assurdità.

Il film con­tiene alcuni brani molto belli tratti dagli scritti e le poe­sie di Paso­lini, e così mi è tor­nato in mente il fram­mento sopra ripor­tato, tratto dalla rispo­sta che egli scrisse a due let­tori del set­ti­ma­nale comu­ni­sta “Vie nuove”. Era il 6 set­tem­bre 1962, e da due anni teneva una rubrica inti­to­lata “Dia­lo­ghi con Paso­lini”; “Vie nuove”, fon­dato nel 1946, era un perio­dico poli­tico di taglio ‘popo­lare’, che si rivol­geva in par­ti­co­lare ai più gio­vani. In una let­tera, due let­tori tori­nesi gli ave­vano doman­dato per­ché secondo lui l’idea fasci­sta eser­ci­tasse tanto fascino sui gio­vani, e Paso­lini aveva rispo­sto rac­con­tando un aned­doto. Poco tempo prima aveva con­cesso un’intervista a una gior­na­li­sta colta, deter­mi­nata e di impo­sta­zione laica e libe­rale (oggi pro­ba­bil­mente si direbbe ‘di sini­stra’). Erano andati insieme a Ostia, ave­vano par­lato come amici, fatto il bagno insieme. Paso­lini le aveva par­lato aper­ta­mente di sé, e aveva ami­che­vol­mente ascol­tato le con­fi­denze che la donna gli aveva fatto. Lei aveva un figlio neo­fa­sci­sta, con cui quo­ti­dia­na­mente lot­tava e discu­teva; era la sua spina nel fianco, il suo dolore. Al ter­mine dell’intervista si erano salu­tati in ami­ci­zia, come per­sone acco­mu­nate da una ricerca ideale. Qual­che set­ti­mana dopo, era uscito l’articolo: offen­sivo, inde­gno, colmo dei pre­giu­dizi sulla sua per­sona che Paso­lini dete­stava e a cui da sem­pre si ribel­lava. Tanto più inde­gno in quanto scritto da una per­sona che aveva gli stru­menti per capire, e per fer­mare lo scem­pio. In con­se­guenza di que­sto, si chie­deva in che cosa con­si­stesse il fasci­smo del pre­sente, ed ecco arri­vare que­sto pas­sag­gio straor­di­na­rio e profondissimo.

Basta guar­darsi attorno per vedere quanto fosse lucida que­sta visione. Il “benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo”. L’articolo si chiu­deva con una sorta di male­di­zione biblica, che forse si è nel tempo tra­sfor­mata in mera pre­mo­ni­zione. Il figlio fasci­sta era la con­se­guenza e il ‘con­trap­passo’ del fasci­smo masche­rato della madre, del suo pre­starsi a “con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza”. L’anatema è diver­tente e dolo­roso, con quell’eco da tra­ge­dia greca; diver­tente per­ché vaga­mente iro­nico, ter­ri­bile per­ché offre a noi nipoti una deso­lante spie­ga­zione della realtà duris­sima da cui siamo asse­diati, inte­rior­mente ed este­rior­mente: “Che vi ven­gano figli fasci­sti – que­sta la nuova male­di­zione – figli fasci­sti, che vi distrug­gano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio”.

Ancora una volta la bel­lis­sima foto non so di chi sia. Lo sco­prirò, pro­messo. Il brano è tratto da quella miniera ine­sau­ri­bile di idee, sti­moli e grande scrit­tura civile che è il “Meri­diano” di Paso­lini Saggi sulla poli­tica e sulla società (Mon­da­dori, 1999; la rispo­sta alla let­tera si trova alle pp. 1014–18).

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