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Sacks

Il filosofo e il neurologo

3 febbraio 2008

sacksIn un pre­ce­dente post avevo accen­nato a quello che un bat­tage pub­bli­ci­stico molto intenso – e un indub­bio inte­resse susci­tato dal tema – aveva annun­ciato come uno dei migliori libri sulla musica del 2007: Musi­co­phi­lia: Tales of Music and the Brain, di Oli­ver Sacks. Capita ora che TLS, uno dei più seri set­ti­ma­nali di recen­sioni libra­rie del mondo (è l’inserto let­te­ra­rio del «Times»), pub­bli­chi nel numero del 18 gen­naio scorso una severa stron­ca­tura, fir­mata da Jerry Fodor, filo­sofo e cong­ni­ti­vi­sta ame­ri­cano, docente alla Rut­gers University.

fodorL’articolo, inti­to­lato “Men­tal Notes”, cri­tica l’approccio di Sacks seguendo una linea non nuova ai suoi detrat­tori: vi si sostiene infatti che la ras­se­gna di casi cli­nici pre­sen­tati, e la “fis­sa­zione” che Sacks con­di­vide con molti neu­ro­logi di chie­dersi “dove” risie­dano, all’interno del cer­vello umano, deter­mi­nate fun­zioni, non solo non aiuti a capire i mag­giori pro­blemi dell’apprendimento e del pen­siero, ma eviti di pro­po­sito alcune delle domande più impor­tanti che il tema sol­le­cita. Fodor, con un colpo vaga­mente sotto la cin­tura (ma di indub­bio effetto), si rife­ri­sce alla fascetta edi­to­riale del libro (e le stesse parole sono state ripor­tate da quasi tutta la stampa che lo ha pre­sen­tato), dove si afferma: “La musica è irre­si­sti­bile, coin­vol­gente e indi­men­ti­ca­bile, e in Musi­co­phi­lia Oli­ver Sacks ci spiega per­ché”. Ma pra­ti­ca­mente sin dalle prime righe, Fodor ci avverte che Sacks non ha affatto man­te­nuto la pro­messa: “Da un lato, molto di quello che Sacks dice sulla musica è banale […]. Dall’altro, molto di quello che dice sul cer­vello si rivela essere una neu­ro­chiac­chiera [neu­ro­bab­ble]”. “[Nel libro] ci sono parec­chi casi cli­nici che si rive­lano, per molti versi, inte­res­santi e sor­pren­denti; ma è dif­fi­cile capire che cosa farne”. E qui già si comin­cia a capire il senso della cri­tica: a molti sarà infatti capi­tato, leg­gendo un qua­lun­que lavoro di Sacks (o vedendo uno dei film o delle opere che i suoi libri hanno ispi­rato), di rima­nere affa­sci­nati dalla ric­chezza di impli­ca­zioni e dagli aspetti sor­pren­denti che il disa­gio men­tale com­porta; ma in molti di que­sti casi era vera­mente dif­fi­cile capire che cosa essi potes­sero sug­ge­rirci al di là della curio­sità e di un inte­resse gene­rico. Fodor su que­sta linea è let­te­ral­mente spie­tato: “Sacks è pro­digo negli aned­doti, ma avaro nella teo­ria. Col­le­ziona casi cli­nici come altri fanno con i francobolli”.

Le domande che Sacks evita – e che sicu­ra­mente non sono appas­sio­nanti solo un cogni­ti­vi­sta come Fodor, ma anche per gran parte delle per­sone inte­res­sate alle cose della musica – sono tutt’altro che col­la­te­rali: che cosa distin­gue e carat­te­rizza la musica, quale musica, cosa la rende tanto impor­tante per l’essere umano, e così via. “Credo che il pro­blema con­si­sta nel fatto che Sacks (così come molti altri suoi col­le­ghi neu­ro­scien­ziati) è quasi osses­si­va­mente pre­oc­cu­pato di sco­prire dove, nel cer­vello, le cose risie­dano. Quello che ha in mente […] è soprat­tutto il con­fronto fra le ipo­tesi cli­ni­che sulle loca­liz­za­zioni dei danni cere­brali con i risul­tati delle scan­sioni di riso­nanza magne­tica del cer­vello. Que­sto modo di con­durre la ricerca sul cer­vello ha sem­pre incon­trato il favore dei chi­rur­ghi, che molto appro­pria­ta­mente riten­gono neces­sa­rio sapere quali pez­zetti di cer­vello pos­sono aspor­tare, e quali no”. E ancora, per con­clu­dere: “Non credo ci sia nulla di male in que­sta stra­te­gia di ricerca; ma molto spesso con­duce alla man­canza di inte­resse nei con­fronti delle domande sul mec­ca­ni­smo: in que­sto caso, nei con­fronti dei pro­blemi rela­tivi al mec­ca­ni­smo psi­co­lo­gico le cui ope­ra­zioni pre­sie­dono alla per­ce­zione, all’esecuzione e alla com­po­si­zione musi­cale”. È pro­ba­bile che la pole­mica avrà un seguito, ma biso­gna ammet­tere che è tutt’altro che infondata.

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libriQuali sono stati i libri di argo­mento musi­cale più impor­tanti del 2007? I gior­nali di tutto il mondo non lasciano molti dubbi, e met­tono al primo posto, con una ras­se­gna stampa impo­nente, The Rest is Noise, di Alex Ross. Uscito lo scorso otto­bre negli Stati Uniti per Far­rar, Straus and Giroux, il libro, che riporta il sot­to­ti­tolo Liste­ning to the Twen­tieth Cen­tury, è una bel­lis­sima sto­ria della musica del Nove­cento con­dotta con taglio nar­ra­tivo, piglio sicuro e grande capa­cità affa­bu­la­to­ria da un gio­vane cri­tico new­yor­kese, che negli ultimi dieci anni si è segna­lato come uno dei più sen­si­bili cro­ni­sti e inten­di­tori del rap­porto tra musica e lin­guaggi con­tem­po­ra­nei. Ross scrive sul New Yor­ker, una delle migliori rivi­ste dell’intelligentsija ame­ri­cana, ma è anche più cono­sciuto, al di là di ogni con­fine geo­gra­fico, per il suo influente blog che porta lo stesso titolo del libro. Lì ha comin­ciato, da ormai mol­tis­simi mesi, ad annun­ciare il suo volume; da lì ha dif­fuso le sue recen­sioni, segna­la­zioni e ana­lisi in tutto il mondo. Circa 600 pagine, sud­di­vise in tre parti per quin­dici capi­toli com­ples­sivi, su que­sto libro, che in ita­liano sarà pub­bli­cato da Bom­piani, tor­ne­remo pre­sto. Basti dire che, anche senza pre­stare acri­ti­ca­mente fede alle tante recen­sioni enco­mia­sti­che che ha rice­vuto, si carat­te­rizza fin dalla prima, rap­so­dica let­tura per la forza con cui tira le fila di un secolo di musica e lo immerge in una visione sto­rica fatta di equi­li­brate sicu­rezze.
Accanto al libro di Ross, fra i più segna­lati da tutti i gior­nali c’è il nuovo stu­dio di Oli­ver Sacks, dedi­cato al rap­porto tra musica e cer­vello umano: Musi­co­phi­lia: Tales of Music and the Brain, pub­bli­cato da Knopf, imprint del gigante Ran­dom Hause. Un altro bel­lis­simo libro, di argo­mento molto vicino, è quello di Daniel Livi­tin: This is Your Brain in Music: Under­stan­ding a Human Obses­sion, pub­bli­cato da Atlan­tic. Que­sti ultimi due testi sem­bre­reb­bero far pen­sare a un ritorno di inte­resse su un tema da molti anni tra­scu­rato dalla musi­co­lo­gia, e cioè quello della fisio­lo­gia e della neu­ro­lo­gia dell’ascolto. Ma il fatto che ven­gano pub­bli­cati da edi­tori non spe­cia­liz­zati in musica, e siano stati recen­siti da gior­nali gene­ral­mente disat­tenti alla mate­ria dispone ad altre rifles­sioni.
Si tratta dav­vero dei tre libri più impor­tanti dell’anno? Molto pro­ba­bil­mente no, se li si ana­lizza da un punto di vista stret­ta­mente musi­co­lo­gico. Ma ciò che più preme far notare è che si tratta di tre libri che hanno la forza di ripor­tare la musica al cen­tro del dibat­tito sto­rico e scien­ti­fico, facen­dola uscire dalla nic­chia dei musi­co­fili e dei musi­co­logi. E non è poco, se si pensa agli effetti che que­sto spesso superbo iso­la­mento sta cau­sando alla più ardua e neces­sa­ria tra le espres­sioni della crea­ti­vità umana. Tor­ne­remo al più pre­sto su ognuno di essi.

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