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In un mondo in cui la musica torna ad essere uno stru­mento di comu­ni­ca­zione poli­tica con sem­pre mag­giore fre­quenza, non può stu­pire quanto è suc­cesso ieri l’altro nella capi­tale dell’Ossezia del Sud, Tskhin­vali. Men­tre ancora le diplo­ma­zie inter­na­zio­nali discu­tono sulla realtà del ritiro russo dal ter­ri­to­rio osseto (o geor­giano, a seconda di come si voglia leg­gere que­sta dif­fi­ci­lis­sima crisi), Valeri Ger­giev ha diretto l’Orchestra Filar­mo­nica di San Pie­tro­burgo davanti al muni­ci­pio cit­ta­dino, gra­ve­mente dan­neg­giato dal bom­bar­da­mento geor­giano. Ne scrive, sulla Repub­blica di oggi, in terza pagina, l’inviato Renato Caprile, con un tono che fa tra­pe­lare un certo filoa­tlan­ti­smo; il pezzo si chiude con la tra­du­zione del discorso tenuto da Ger­giev prima del con­certo, prima in russo e poi in inglese. Nella ver­sione di Caprile, Ger­giev dice una cosa che non viene com­fer­mata da nes­sun altro dei nume­rosi gior­nali stra­nieri che hanno dedi­cato spa­zio alla noti­zia. “Sono qui per testi­mo­niare tutto il mio dolore. Sono osseto come voi e come voi spero che cose del genere non si ripe­tano mai più. Ma tutto il mondo deve sapere di que­sta distru­zione e dei nostri due­mila morti”: que­sto è quello che avrebbe detto Ger­giev (“Poi per for­tuna la parola passa final­mente alla musica”, chiosa l’inviato di Repub­blica). I due­mila morti sono quelli che la diplo­ma­zia russa tenta di far accre­di­tare come con­se­guenza dell’attacco geor­giano; un dato tutto da pro­vare, su cui molto si discute. Se è cor­retta la ver­sione di Caprile, Ger­giev avrebbe fatto un’affermazione tutt’altro che por­ta­trice di pace.

Ger­giev è nato a Vla­di­v­ka­v­kaz, capi­tale dell’Ossezia del Nord (e dun­que di quella parte del ter­ri­to­rio osseto com­preso nella Rus­sia); anche sua moglie Nata­lya è osseta, e per la pic­cola e con­te­stata repub­blica indi­pen­dente cau­ca­sica, il fre­ne­tico diret­tore d’orchestra è il figlio più illu­stre, l’artista che riscatta agli occhi del mondo un intero popolo oppresso. Su que­ste basi non c’è da dubi­tare sulla sin­ce­rità di un gesto di incon­sueta forza e di indub­bio corag­gio. Ma natu­ral­mente c’è dell’altro.

gergiev_putin

Il con­certo è stato pre­sen­tato ai media come un solenne requiem per i morti del bom­bar­da­mento geor­giano; un grande con­certo per la pace, tra­smesso in diretta dalla tele­vi­sione russa. Il legame for­tis­simo tra Ger­giev e Putin è noto (“sono parenti” dice Caprile; in realtà Ger­giev ha fatto da padrino alle due figlie di Putin, e que­sti ha ricam­biato facendo altret­tanto per uno dei figli di Ger­giev). Un’amicizia sal­dis­sima, che ha come con­se­guenza gesti pla­teali di soste­gno e appoggi meno vistosi ma altret­tanto signi­fi­ca­tivi. Quello che viene da chie­dersi è quale sia il valore di un con­certo per la pace in cui si afferma con forza il ruolo di sal­va­tore della Rus­sia di Putin, e in cui si accre­dita inter­na­zio­nal­mente la ver­sione russa, men­tre ancora è dub­bio se i com­bat­ti­menti siano dav­vero ces­sati, quale sia il numero delle vit­time, se vi sia stata o meno una qual­che forma di “puli­zia etnica”, e da quale parte sia stata condotta.

Un gesto per la pace che è in realtà uno straor­di­na­rio gesto dalla valenza pret­ta­mente, vio­len­te­mente poli­tica. In una piazza inte­ra­mente russa, la mag­giore isti­tu­zione musi­cale russa suona due autori russi, Čaiko­v­skij e Šosta­ko­vič, per ricor­dare le vit­time russe. Tutto que­sto all’interno di quello che i geor­giani con­si­de­rano ancora pro­prio ter­ri­to­rio, e dove comun­que si sup­pone (e si spera) che ancora risieda una parte di comu­nità geor­giana. Le com­po­si­zioni scelte non sono meno cari­che di signi­fi­cati poli­tici: la Quinta di Čaiko­v­skij e la Set­tima di Šosta­ko­vič, due sin­fo­nie legate per motivi diversi a un evento cen­trale della sto­ria russa, l’assedio nazi­sta a Lenin­grado. L’equiparazione tra i due momenti sto­rici è stata poi espres­sa­mente riba­dita da Ger­giev. Tskhin­vali come Lenin­grado. Se non è poli­tica questa…

Ciò che potrebbe stu­pire è la pru­denza con cui gran parte dei media inter­na­zio­nali hanno trat­tato il con­certo, pru­denza che ricalca per molti versi quella tenuta nei con­fronti dell’intera crisi osseta. Tutta que­sta esal­ta­zione del ruolo di sal­va­tore della Rus­sia, tutto que­sto sven­to­lare di ban­diere russe e di valori russi a soste­gno di una minu­scola repub­blica che si pro­clama indi­pen­dente? Ma indi­pen­dente da chi, solo dalla Geor­gia o pro­prio da tutti? Ma quello che importa qui non è certo sta­bi­lire a chi spetti il ruolo di inva­sore e a chi quello di car­ne­fice, quanto sot­to­li­neare come ancora una volta la musica sia diven­tata un potente mezzo di pro­pa­ganda poli­tica, in un pro­cesso nel quale alle note sono sovrap­po­sti signi­fi­cati che fini­scono per anne­garle in uno spa­ven­toso fra­stuono di cin­go­lati. Anche se tutto fosse stato fatto con le migliori intenzioni.

AGGIUNTA DEL 14 NOVEMBRE 2008. Ecco il link al video di You­tube dove in inglese Ger­giev parla effet­ti­va­mente dei 2000 morti dell’attacco giorgiano.

Nella prima foto, il pub­blico assi­ste al con­certo di Ger­giev a Tskhin­vali. Foto di Joao Silva per The New York Times.

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Dunque la New York Phi­lhar­mo­nic terrà un con­certo a Pyon­gyang. Dopo lun­ghe trat­ta­tive, la diri­genza dell’orchestra ha reso uffi­ciale che il governo coreano ha accet­tato tutte le con­di­zioni; la data dovrebbe essere il 26 feb­braio 2008. Zarin Mehta, il pre­si­dente dell’orchestra, non ha voluto rive­lare molti par­ti­co­lari ai gior­na­li­sti, riman­dando alla con­fe­renza stampa uffi­ciale; però ha spie­gato quali fos­sero le prin­ci­pali con­di­zioni poste dall’orchestra al governo coreano: alcune sono com­pren­si­bili, altre enco­mia­bili, ma una, in par­ti­co­lare, lascia interdetti.

La prima e più ovvia delle con­di­zioni è quella che riguarda la sicu­rezza degli orche­strali, e in par­ti­co­lare di quelli di ori­gine coreana. E qui siamo d’accordo. Altre con­di­zioni riguar­dano aspetti vicini al diritto d’informazione: la pre­senza di gior­na­li­sti locali e stra­nieri, e la tra­smis­sione in diretta del con­certo sulle emit­tenti nazio­nali, per evi­tare di far diven­tare la serata una pas­se­rella per il regime. Enco­mia­bile. Altre con­di­zioni riguar­da­vano gli aspetti pra­tici e orga­niz­za­tivi: l’impegno a miglio­rare l’acustica della sala (l’East Pyon­gyang Grand Thea­ter), la deli­ca­tis­sima que­stione del tra­sporto degli stru­menti e così via. Ma la richie­sta che spicca è quella che riguarda la pos­si­bi­lità, da parte dell’orchestra, di aprire il con­certo con l’inno nazio­nale ame­ri­cano, “The Star-Spangled Banner”.

Che il con­certo sia una que­stione più diplo­ma­tica che arti­stica è sicuro. Come infor­mano tutti i gior­nali ame­ri­cani, la trat­ta­tiva è stata seguita con inte­resse dal Dipar­ti­mento di Stato, e com­men­tata molto posi­ti­va­mente alla luce delle recenti aper­ture di Bush nei con­fronti del governo di Kim-Jong-il (finora inchio­dato sal­da­mente all’asse del male). I para­goni si spre­cano: i con­certi della Boston Sym­phony in Unione Sovie­tica nel 1956, seguiti nel ’59 da quelli della stessa NYP, diretta da Bern­stein. O nel 1973, subito dopo la visita di Nixon in Cina, i con­certi a Pechino della Phi­la­del­phia Orche­stra. La capa­cità della musica di var­care le fron­tiere e di abbat­tere le bar­riere fra i popoli è uno dei luo­ghi comuni più ricor­renti nel jet-set musi­cale mon­diale. Non certo falso, come tutti i luo­ghi comuni; solo, diciamo così, facil­mente incline all’ipocrisia.

Bern­stein era ben con­scio del por­tato poli­tico di un con­certo di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane nel cuore della dit­ta­tura sovie­tica; sicu­ra­mente nella NYP c’erano più rifu­giati russi (o loro affini) di quanti ce ne siano oggi di coreani. Par­lava di Šosta­ko­vič nelle con­fe­renze stampa, lo ese­guiva, inse­riva l’opera di un com­po­si­tore ame­ri­cano in ogni con­certo. Era uno scam­bio, un segnale, bello e impor­tante. I con­certi si apri­vano con l’orchestra che into­nava l’inno sovie­tico; il pub­blico si alzava in piedi, e ci rima­neva durante l’inno ame­ri­cano. Uno scam­bio, appunto. Furono molti i com­men­ta­tori che, anche allora, par­la­rono di soste­gno alla dit­ta­tura, di legit­ti­ma­zione ecce­tera. Eppure non furono neces­sari par­ti­co­lari sovrat­toni patriottici.

Oggi la con­di­zione di aprire il con­certo con “The Star-Spangled Ban­ner” sem­bra quasi uno schiaffo. Per­ché que­sta richie­sta, se dav­vero si ritiene che la musica abbia la forza di supe­rare i con­flitti e le lace­ra­zioni della poli­tica. Ma dav­vero, poi, lo si ritiene?

AGGIUNTA DELMARZO 2008

In realtà Maa­zel ha diretto “The Star-Spangled Ban­ner” dopo l’inno nor­d­co­reano. In com­penso il pro­gramma scelto per la serata aveva un aspetto curio­sa­mente ele­men­tare nella sua pro­gram­ma­ti­cità, con la Sin­fo­nia “dal Nuovo Mondo” di Dvo­rák e Un ame­ri­cano a Parigi di Ger­sh­win. Un buon reso­conto del con­certo, con le sue luci e le sue ombre, può essere letto in que­sto arti­colo dell’Economist.

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