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Il 23 aprile scorso George Stei­ner ha com­piuto ottant’anni. Sui gior­nali ita­liani sono apparsi alcuni arti­coli, come que­sta inte­res­sante ma, se posso per­met­termi, un po’ super­fi­ciale inter­vi­sta di Nuc­cio Ordine per il “Cor­riere della Sera”: tra le cose più rile­vanti che vi sono dette, l’invito a leg­gere le opere di D’Arrigo, un gigante ‘diverso’ della nostra let­te­ra­tura. Ma l’articolo più bello che abbia letto da diversi anni su Stei­ner è apparso il 12 marzo scorso sul “New York Times”. Si tratta di una recen­sione del suo ultimo libro, una rac­colta di arti­coli pub­bli­cati sul “New Yor­ker” (George Stei­ner at the New Yor­ker, New Direc­tions, 2009, tra­du­zione ita­liana già in pre­pa­ra­zione presso Garzanti).

Vi si parla di un “pro­blema George Stei­ner”, con­du­cendo un’analisi intel­li­gente e pro­fonda del suo stile let­te­ra­rio, del suo talento cri­tico e delle sue prin­ci­pali e ricor­renti idee. Vi si parla, in par­ti­co­lare, dei dibat­titi che nel mondo anglo­sas­sone face­vano seguito a ogni suo libro, con una parte della cri­tica e del mondo acca­de­mico che lo rite­neva un mezzo ciar­la­tano, e un’altra parte di entrambi i mondi (ma soprat­tutto una lar­ghis­sima pla­tea di let­tori) che lo con­si­de­rava uno degli ultimi depo­si­tari del grande e minac­ciato tesoro della cul­tura occi­den­tale. Scrive in par­ti­co­lare Lee Siegel:

Cele­brato come un bastione della cul­tura alta occi­den­tale e ammi­rato per la sua sot­ti­gliezza morale da alcuni, Stei­ner fu attac­cato come pom­poso, pre­ten­zioso e scien­ti­fi­ca­mente inac­cu­rato da altri. La sua più esal­tante qua­lità era con­si­de­rata il sapersi muo­vere da Pita­gora, attra­verso Ari­sto­tele e Dante, a Nie­tzsche e Tol­stoj in un sin­golo para­grafo. Il suo difetto più irri­tante il sapersi muo­vere da Pita­gora, attra­verso Ari­sto­tele e Dante, a Nie­tzsche e Tol­stoj in un sin­golo paragrafo.

Ciò che mi ha col­pito di quest’articolo, non è stato solo il con­sta­tare quanto la nostra cri­tica si dibatta in un’ormai ata­vica indo­lenza intel­let­tuale, per cui di fronte a ogni dub­bio meglio dire qual­che parola gene­rica di lode e lasciar cadere; ciò che mi ha col­pito, dicevo, è la sere­nità con cui l’autore di grandi libri come After Babel (Dopo Babele, Gar­zanti) viene inda­gato e cri­ti­cato, non­che l’acutezza con cui i suoi tic intel­let­tuali ven­gono por­tati alla luce. Con­di­vido molto di quello che l’autore scrive, ma que­sto non mi impe­di­sce di col­lo­care alcuni dei libri di Stei­ner tra le cose migliori che mi sia capi­tato di leg­gere (tre su tutti: oltre a Dopo Babele, la rac­colta di saggi Nes­suna pas­sione spenta – Gar­zanti 1997– e, forse un po’ in subor­dine pro­prio per i difetti indi­cati nell’articolo, Gram­ma­ti­che della crea­zione – Gar­zanti 2003); altri mi sono sem­brati deci­sa­mente infe­riori, ma in ogni caso mai privi di sti­moli.

Vor­rei citare la chiu­sura dell’articolo, che riguarda l’ossessione di Stei­ner nei con­fronti dell’Olocausto come pro­dotto ver­ti­gi­noso e inspie­ga­bile della civiltà cul­tu­ral­mente, arti­sti­ca­mente e filo­so­fi­ca­mente più evo­luta dell’intera sto­ria dell’umanità. Il modo in cui Stei­ner si inter­roga affan­no­sa­mente su come ciò sia potuto acca­dere, rap­pre­senta per il let­tore, secondo Sie­gel, un forte ele­mento di fascino e di inte­resse, ma non per il motivo che ci potremmo aspettare:

Reci­tare a memo­ria que­sti ele­ganti enigmi morali è stata la maniera di Stei­ner per spin­gere il let­tore verso la cul­tura per poi for­nir­gli una via d’uscita. Dal fuoco pro­me­teico discende la distru­zione: se avete il tempo di dedi­carvi ai tesori della cul­tura occi­den­tale, bene; se non ce l’avete, con­si­de­ra­tevi ugual­mente for­tu­nati. In sostanza l’orrore di Stei­ner per il fatto che gli stru­menti della civiltà – il lin­guag­gio e per­sino la stessa razio­na­lità – sono stati anche gli stru­menti della bar­ba­rie rap­pre­senta un pal­lia­tivo per la tor­men­tata coscienza del let­tore. Non avete finito il romanzo di Proust? Essere buoni, o almeno non mostruosi, è un tra­guardo migliore. Stei­ner potrà anche con­ti­nuare a essere un pro­blema per qual­cuno, ma come cri­tico ha effi­ca­ce­mente offerto una solu­zione bifronte al vostro desi­de­rio di con­ser­vare l’attaccamento alla cul­tura dopo le lun­ghe e pia­ce­voli fre­quen­ta­zioni uni­ver­si­ta­rie. Ha man­te­nuto i let­tori nel mondo della let­te­ra­tura e delle idee, e al tempo stesso li ha libe­rati dai sensi di colpa nel momento in cui il loro inte­resse si stava assottigliando.

Beh, que­sto è dav­vero recen­sire. Si potrà essere o non essere d’accordo, e anche esserlo a metà (la mia situa­zione); è tut­ta­via inne­ga­bile il fatto che così scri­vendo si invita a riflet­tere e a osser­vare con atten­zione sé stessi e il libro recensito.

Ma in ogni caso: buon com­pleanno, George!

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George Stei­ner ci ha abi­tuati a una scrit­tura che si fa quasi vene­rare per il suo con­trollo sti­li­stico, la sua pas­sio­na­lità intel­let­tuale e lo sfog­gio di una tale ric­chezza di rimandi e asso­cia­zioni da diven­tare la quin­tes­senza stessa di ciò che nor­mal­mente defi­niamo “cul­tura”; ma ci ha anche abi­tuati a posare i suoi libri pieni di illu­mi­nanti idee e di insi­stenti dubbi. I suoi fuo­chi d’artificio sulla respon­sa­bi­lità del cri­tico in Lin­guag­gio e silen­zio, la sua visione del pro­cesso di tra­du­zione in Dopo Babele, le intui­zioni di Gram­ma­ti­che della crea­zione arric­chi­scono la vita intel­let­tuale e la sen­si­bi­lità del let­tore in maniera si potrebbe dire ‘irre­ver­si­bile’. Ma spesso hanno un fondo di incom­ple­tezza che si river­bera nell’animo del let­tore in un sup­ple­mento di discus­sione. È tutto straor­di­na­ria­mente argo­men­tato, ma indis­so­lu­bil­mente legato alla per­so­nale visione e intel­li­genza del suo creatore.

Que­sto vale in misura anche mag­giore per que­sto strano libretto. Strano in molti sensi: una tren­tina di pagine di Steiner, provenienti da una lezione al Nexus Insti­tute di Amster­dam, pre­ce­dute da una Intro­du­zione di Rob Rie­men, diret­tore dell’Istituto, e da uno scritto di Var­gas Llosa che con­trad­dice aper­ta­mente le idee di Steiner. Invitato a for­nire una sua defi­ni­zione di Europa, Stei­ner arti­cola la sua visione su cin­que ‘assiomi’, tutti for­te­mente let­te­rari e cul­tu­ral­mente sti­mo­lanti: i suoi caffè come sim­bolo di una civiltà del con­fronto e della dia­let­tica; un pae­sag­gio su scala umana, sem­pre per­cor­ri­bile a piedi e, anzi, stra­ti­fi­ca­tosi nei secoli pro­prio in base a un’idea di mobi­lità dei corpi e delle idee su scala antro­po­mor­fica; la pre­senza per­va­siva della memo­ria e dell’autocoscienza, testi­mo­niata dai nomi di strade, quar­tieri e piazze ispi­rati ai grandi per­so­naggi della storia; la duplice discen­denza da Atene e Geru­sa­lemme (si tenga pre­sente che per Stei­ner il cri­stia­ne­simo è una ‘nota a piè di pagina’ della reli­gione ebraica); e infine una spe­cie di nera con­sa­pe­vo­lezza di appar­te­nere a un ‘capi­tolo con­clu­sivo’, al lungo tra­monto di una civiltà. Cin­que con­cetti che hanno defi­nito l’Europa, ma che ne pos­sono aal tempo stesso decre­tare l’impossibilità di com­pe­tere con civiltà più gio­vani e agguerrite.

E il futuro? Per esso Stei­ner si limita ad alcune, sem­plici pro­po­ste, arti­co­late in quella che defi­ni­sce «una moda­lità dilet­tan­te­sca e prov­vi­so­ria». La forza d’Europa nascerà dal repe­ri­mento di un deli­cato e inno­va­tivo equi­li­brio tra la diver­sità e l’unità, tra le mille lin­gue (tutte por­ta­trici di una pecu­liare cul­tura) e l’esigenza di comu­ni­care. «Il genio dell’Europa è quello che Wil­liam Blake avrebbe defi­nito “la san­tità dei minimi particolari”», dice in una delle sue frasi fulminanti. Poi però il discorso si fa via via più con­fuso, e forse per­sino gene­rico. L’Europa riu­scirà a assu­mere di nuovo un ruolo guida nel mondo se saprà fare i conti con il pro­prio pas­sato di odio e di vio­lenze (ed ecco emer­gere lo quella straor­di­na­ria cupezza di fondo che col­pi­sce i let­tori più attenti di Stei­ner); se saprà fare i conti con l’odio raz­ziale e reli­gioso che l’intolleranza del cri­stia­ne­simo ha soste­nuto e fomen­tato; se saprà rista­bi­lire la dignità e la cen­tra­lità laica dell’homo sapiens, e allon­ta­nare le ten­ta­zioni del con­su­mi­smo e del mer­cato. L’Europa dovrà saper richia­mare i nostri cer­velli in fuga per tra­sfor­marsi in un grande labo­ra­to­rio umano e intel­let­tuale. Ancora una volta una teo­ria appas­sio­nante quanto biso­gnosa di discus­sione e approfondimento.

Var­gas Llosa, in quat­tro pagine di Into­du­zione, esprime il suo totale disac­cordo dalla visione cupa che Stei­ner mani­fe­sta sullo stato della nostra civiltà cul­tu­rale, ma al tempo stesso si fa quasi beffe della strana uto­pia che da essa deriva: mai Mal­larmé e Joyce hanno avuto tanti let­tori, mai la cul­tura ha cono­sciuto una dif­fu­sione tanto tra­sver­sale e demo­cra­tica quanto ai nostri giorni. Inu­tile illudersi, tuttavia: «quella cul­tura che George Stei­ner ama e cono­sce meglio di chiun­que altro sarà sem­pre minoritaria”.

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