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Webern

Lettere a Vermeer

18 ottobre 2007

andriessen_vermeerNon capita molto spesso di ascol­tare una nuova opera con la sen­sa­zione di tro­varsi di fronte a un lavoro di grande feli­cità espres­siva e ric­chezza cul­tu­rale. È però il caso di Wri­ting to Ver­meer, l’opera com­po­sta da Louis Andries­sen negli anni 1997–98 su com­mis­sione di De Neder­landse Opera di Amster­dam, dove ha debut­tato nel 1999. La si può ora ascol­tare in un dop­pio cd, molto ben con­fe­zio­nato dalla Nonesuch.

L’opera si com­pone di sei scene, nelle quali si inter­se­cano diverse linee di arti­co­la­zione dram­ma­tica, psicologica, intellettuale e musi­cale. La base è un affa­sci­nante libretto di Peter Gree­neway, sostan­zial­mente privo di azione dram­ma­tica ma al tempo stesso dotato di un par­ti­co­lare cre­scendo ansio­geno, ampli­fi­cato con grande sapienza dram­ma­tur­gica da Andries­sen. Tra il 16 e il 26 mag­gio 1672, tre donne scri­vono sei let­tere cia­scuna a Johan­nes Vermeer, momentaneamente lon­tando da Delft per un viag­gio d’affari all’Aja; Catharina Bol­nes, moglie del pit­tore, Maria Thins, la di lei madre, e un’immaginaria modella di nome Saskia de Vries rac­con­tano a Veer­mer i pic­coli fatti della vita dome­stica quo­ti­diana – un pro­getto di matri­mo­nio fal­lito e un altro di cui si get­tano le basi per la gio­vane Saskia, la vita dei figli dell’artista – cer­cando di far­gli sen­tire quanto a loro man­chi la sua pre­senza, pre­gan­dolo con­ti­nua­mente di tor­nare al più pre­sto. Come sem­pre accade nei lavori in cui è coin­volto Gree­na­way, la trama pro­cede per allu­sioni più o meno crip­ti­che a fatti e cir­co­stanze che si rie­scono solo a imma­gi­nare in fili­grana; per esem­pio la pre­senza di cin­que fluidi che minac­ciano la sere­nità dome­stica della fami­glia: la ver­nice, che un mat­tino la pic­cola Cor­ne­lia man­gia per gioco, il latte, che con­ti­nua­mente viene ver­sato, il san­gue, che sim­bo­lizza l’assassinio e la vio­lenza, e infine l’acqua, che negli ultimi secondi dell’opera som­mer­gerà la scena.

Cin­que ele­menti che rap­pre­sen­tano nella loro quo­ti­dia­nità la sot­ter­ra­nea minac­cia che il mondo esterno, la sto­ria e l’attualità recano all’apparentemente serena vita della fami­glia Ver­meer. La sto­ria d’altro canto fa irru­zione nell’opera anche attra­verso dieci inserti sonori sapien­te­mente inca­sto­nati nel dipa­narsi del libretto, nei quali essa agi­sce come in un fon­dale che len­ta­mente e peri­co­lo­sa­mente si avvi­cina alla scena fami­liare fino a som­mer­gerla nel finale. Si tratta di dieci momenti della cruenta sto­ria olan­dese di quei giorni: la dura oppo­si­zione tra cat­to­lici e pro­te­stanti, un’esplosione a Delft, il crollo del mer­cato dei tuli­pani, l’orribile assas­si­nio di due diplo­ma­tici olan­desi, l’invasione fran­cese, fino all’inondazione con cui gli olan­desi si difen­dono dai fran­cesi, prin­ci­pale causa della rovina di Ver­meer secondo i docu­menti sto­rici. Que­sti inserti sono rea­liz­zati attra­verso il live elec­tro­nic di Michel vad der Aa, che com­pone cel­lule melo­di­che a suoni for­te­mente reli­stici: cam­pane da chiesa, esplo­sioni, respiri affan­nosi, scro­sci d’acqua, urla, passi.

La musica è altret­tanto ricca di sug­ge­stioni, cita­zioni rimandi, ma cucita in un tes­suto di grande coe­renza e fascino; i nomi che ven­gono in mente o che Andries­sen stesso cita nelle note di coper­tina del disco sono quelli di John Cage per le scelte strut­tu­rali e per diverse sono­rità, ma anche Steve Reich in alcuni trat­ta­menti delle tastiere, perfino Webern in alcuni momenti di forte rare­fa­zione tim­brica e melo­dica. Il suono com­bina in maniera dav­vero bril­lante la moder­nità estrema e le sono­rità baroc­che delle ese­cu­zioni filo­lo­gi­che, senza solu­zione di con­ti­nuità e in bel­lis­simo tra­sco­lo­rare da una tavo­lozza all’altra; la voca­lità ricorda tal­volta Brit­ten, ma è sem­pre molto natu­rale e sciolta. L’orchestra com­prende un gruppo di archi incon­sue­ta­mente cor­poso per Andries­sen (12 vio­lini, 8 fra viole e vio­lon­celli, due con­tab­bassi), legni, ottoni, due arpe, due chi­tarre elet­tri­che, due pia­no­forti e percussioni.

Su tutto domina la sen­sa­zione di una pro­fonda com­pren­sione dell’opera pit­to­rica di Ver­meer, di quella sospen­sione del tempo, di quella feli­cità esclu­siva e venata di malin­co­nia e ansia, nella quale l’esterno è sem­pre alluso (una let­tera, una fine­stra, una porta aperta), ma al tempo stesso tenuto fuori dallo spa­zio arti­stico e psi­co­lo­gico; un lavoro in cui rea­li­smo e sogno sem­brano fon­dersi in un’unità inscin­di­bile. Un’opera dav­vero bellissima.

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