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Wolfe

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Alcuni giorni fa, il Maga­zine del “Cor­riere della Sera” ha pub­bli­cato la tra­du­zione di un bel­lis­simo arti­colo di Tom Wolfe. Si trat­tava di un chi­lo­me­trico, iper­bo­lico e piro­tec­nico pezzo scritto da Wolfe per ricor­dare il geniale edi­tore Clay Fel­ker e gli anni d’oro del “New York Maga­zine”. Pur­troppo non l’ho tro­vato né sul sito del Cor­riere né su nes­sun altro sito in ita­liano, ma que­sto è l’originale pub­bli­cato dal “New York”. Si parla degli anni migliori del gior­na­li­smo di costume, quando l’indagine sulla stra­ti­fi­ca­zione sociale, gli stili di vita e l’individuazione di sta­tus è diven­tata un’arte e un genere let­te­ra­rio. E si parla anche della nascita dell’articolo che ha pro­iet­tato lo stesso Wolfe nel fir­ma­mento del gior­na­li­smo di costume ame­ri­cano; l’articolo che ha creato la defi­ni­zione poi abu­sata di Radi­cal chic, e asse­stato una maz­zata mici­diale alla cop­pia più ele­gante di New York: quella for­mata da Leo­nard e Feli­cia Bernstein.

Rias­sumo in breve il pas­sag­gio dedi­cato a quell’avvenimento, famo­sis­simo ma sem­pre diver­tente. Wolfe una mat­tina bighel­lo­nava nella reda­zione di una rivi­sta con­cor­rente (Harper’s), quando su un tavolo avvi­sta un car­ton­cino d’invito; curioso come dev’essere un cac­cia­tore di costumi, lo apre e rab­bri­vi­dendo sco­pre che riguar­dava un party nel cele­bre attico dei Bern­stein a Park Ave­nue, orga­niz­zato in soste­gno delle Pan­tere Nere. La crème dell’alta società bianca che invita le Pan­tere Nere a un party! Il mas­simo dell’esausto da stra­vizi che cerca il bri­vido per­duto con il mas­simo della gio­ventù musco­losa e furiosa!

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Natu­ral­mente Wolfe si pre­senta dai Bern­stein con in tasca un regi­stra­tore e tenendo ben visi­bili una penna e un tac­cuino (così dice lui, ma i Bern­stein hanno sem­pre soste­nuto che si fosse del tutto mime­tiz­zato). Ne nasce uno dei repor­tage più memo­ra­bili degli anni Set­tanta: occu­perà pra­ti­ca­mente tutto il numero dell’8 giu­gno 1970 del “New York”, e insieme a un altro pezzo di feroce satira sociale diven­terà molti anni dopo il libro Radi­cal Chic & Mau-Mauing the Flak Cat­chers, tra­dotto in ita­liano da Castel­vec­chi con il titolo Radi­cal chic. I Bern­stein non per­do­ne­ranno mai Wolfe e il corag­gioso Fel­ker, e ancora molti anni dopo la loro figlia si lamen­terà del “tra­di­mento” di avere intro­dotto un regi­stra­tore a un party pri­vato. L’articolo è di incre­di­bile per­fi­dia, intel­li­genza e bril­lan­tezza, com’era il Wolfe degli anni della Fiera delle vanità; anche solo la coper­tina della rivi­sta, che raf­fi­gura tre signore un po’ fané, in abito da sera ma con il pugno guan­tato delle Pan­tere, è roba da distrug­gere una cre­di­bi­lità sociale. I pen­sieri che Wolfe fa espri­mere ai padroni di casa non sono da meno. “Pia­ce­ranno alle Pan­tere que­ste tar­tine di Roque­fort coperte da bri­ciole di noci?”

Se oggi mi viene in mente que­sto arti­colo non è solo gra­zie al pezzo del Cor­riere, ma per­ché mi è capi­tato di leg­gere il breve appello di Daniel Baren­boim, fir­mato da decine e decine di intel­let­tuali e arti­sti, e pub­bli­cato sull’ultimo numero della “New York Review of Books”. Scor­rere i nomi che hanno sot­to­scritto l’appello fa una certa impres­sione: quanta parte dell’establishment cul­tu­rale! Per una volta, indub­bia­mente gra­zie a Baren­boim, anche il mondo della musica e ben rap­pre­sen­tato. L’appello dice una cosa sem­plice come l’acqua fre­sca: “tanti anni di guerra in Medio Oriente hanno pro­vato che non è così che si arriva alla pace. Fate la pace, please. Dimen­ti­cate il pas­sato e create le con­di­zioni per un futuro che rispetti i diritti di tutti, di una e dell’altra parte”. Che strano mes­sag­gio. Per­ché la crème dell’aristocrazia cul­tu­rale pensa che met­tere la firma sotto un docu­mento così possa fare qual­cosa per la pace in Pale­stina? Baren­boim ha scritto libri, col­la­bo­rato con grandi intel­let­tuali come Edward Said, pub­bli­cato diversi ottimi arti­coli e appelli, per­sino fon­dato un’orchestra che rac­co­glie gio­vani musi­ci­sti delle due parti. Ha una con­sa­pe­vo­lezza sto­rica e poli­tica che sem­bra essere ben distante da quella di tanti arti­sti che lan­ciano gene­rici mes­saggi paci­fi­sti; anche per que­sto un appello così scialbo pro­prio non rie­sco a capirlo.

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E si affac­cia, natu­ral­mente, il dub­bio per­fido che que­sto mode­ra­ti­smo gene­ri­ca­mente paci­fi­sta, impe­rante nel mondo delle arti ormai da molti anni, ben raf­for­zato dalla vacuità melo­diosa di mille musi­ci­sti da “La vita è bella”, impe­gnati a suo­nare in play­back per Obama o all’Auditorium per Vel­troni, siano il nuovo cul­tu­ral chic con­tem­po­ra­neo. Meno ridi­colo del radi­cal chic, forse; sicu­ra­mente un ber­sa­glio più dif­fi­cile anche per il più pun­gente dei sati­ri­sti sociali. Ma comun­que una forma di vacuità arti­stica e intel­let­tuale altret­tanto sgra­de­vole. Ma natu­ral­mente è solo un dubbio.

Nella foto in alto, Tom Wolfe negli anni di Radi­cal Chic (non cono­sco l’autore della foto). Più in basso, il famoso numero di “New York Maga­zine” quasi total­mente dedi­cato all’articolo sul party dai Bern­stein. Più in basso ancora, Daniel Baren­boim prova con la West-Eastern Divan Orche­stra, l’orchestra for­mata da gio­vani pale­sti­nesi e israe­liani (foto pro­ve­niente da Inter­mezzo, che ringrazio).

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