Pasolini e il nostro fascismo

27 maggio 2009

pasolini

L’Italia sta mar­cendo in un benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo: pre­starsi in qual­che modo a con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza è, ora, il fasci­smo. Essere laici, libe­rali, non signi­fica nulla, quando manca quella forza morale che rie­sca a vin­cere la ten­ta­zione di essere par­te­cipi a un mondo che appa­ren­te­mente fun­ziona, con le sue leggi allet­tanti e cru­deli. Non occorre essere forti per affron­tare il fasci­smo nelle sue forme paz­ze­sche e ridi­cole: occorre essere for­tis­simi per affron­tare il fasci­smo come nor­ma­lità, come codi­fi­ca­zione, direi alle­gra, mon­dana, social­mente eletta, del fondo bru­tal­mente egoi­sta di una società.

Ho visto Paso­lini. Un delitto ita­liano di Marco Tul­lio Gior­dana, e letto il romanzo-inchiesta pub­bli­cato da Mon­da­dori con lo stesso titolo; mi sono sem­brati entrambi molto inte­res­santi e al tempo stesso piut­to­sto deboli – anche se sono riu­sciti nell’intento di fare bre­ve­mente ria­prire l’ormai impos­si­bile inchie­sta. Mi sono sem­brati deboli per­ché inda­gano i fatti, come sem­pre è suc­cesso per que­sto delitto, sotto l’abbagliante cono di luce della per­so­na­lità e dell’opera di Paso­lini. Non credo sia un’operazione sba­gliata nelle pre­messe – come si potrebbe, d’altro canto, iso­lare i fatti da quel con­te­sto umano, poli­tico e cul­tu­rale di cui Paso­lini era un pro­ta­go­ni­sta di pri­mis­simo piano? Credo tut­ta­via che sia un’operazione desti­nata ine­vi­ta­bil­mente al fal­li­mento: troppo forte la ten­ta­zione di tro­vare una giu­sti­fi­ca­zione e una pre­de­sti­na­zione nelle parole di un poeta luci­dis­simo (non è affatto un ossi­moro) e di un intel­let­tuale vio­len­te­mente deter­mi­nato a indi­care le tante vie e i tanti respon­sa­bili del disfa­ci­mento della società ita­liana. E cer­care una pre­de­sti­na­zione signi­fica anche atte­nuare il senso di una per­dita incol­ma­bile e assurda, pro­prio nel momento in cui si mani­fe­sta la sua pro­fon­dità e assurdità.

Il film con­tiene alcuni brani molto belli tratti dagli scritti e le poe­sie di Paso­lini, e così mi è tor­nato in mente il fram­mento sopra ripor­tato, tratto dalla rispo­sta che egli scrisse a due let­tori del set­ti­ma­nale comu­ni­sta “Vie nuove”. Era il 6 set­tem­bre 1962, e da due anni teneva una rubrica inti­to­lata “Dia­lo­ghi con Paso­lini”; “Vie nuove”, fon­dato nel 1946, era un perio­dico poli­tico di taglio ‘popo­lare’, che si rivol­geva in par­ti­co­lare ai più gio­vani. In una let­tera, due let­tori tori­nesi gli ave­vano doman­dato per­ché secondo lui l’idea fasci­sta eser­ci­tasse tanto fascino sui gio­vani, e Paso­lini aveva rispo­sto rac­con­tando un aned­doto. Poco tempo prima aveva con­cesso un’intervista a una gior­na­li­sta colta, deter­mi­nata e di impo­sta­zione laica e libe­rale (oggi pro­ba­bil­mente si direbbe ‘di sini­stra’). Erano andati insieme a Ostia, ave­vano par­lato come amici, fatto il bagno insieme. Paso­lini le aveva par­lato aper­ta­mente di sé, e aveva ami­che­vol­mente ascol­tato le con­fi­denze che la donna gli aveva fatto. Lei aveva un figlio neo­fa­sci­sta, con cui quo­ti­dia­na­mente lot­tava e discu­teva; era la sua spina nel fianco, il suo dolore. Al ter­mine dell’intervista si erano salu­tati in ami­ci­zia, come per­sone acco­mu­nate da una ricerca ideale. Qual­che set­ti­mana dopo, era uscito l’articolo: offen­sivo, inde­gno, colmo dei pre­giu­dizi sulla sua per­sona che Paso­lini dete­stava e a cui da sem­pre si ribel­lava. Tanto più inde­gno in quanto scritto da una per­sona che aveva gli stru­menti per capire, e per fer­mare lo scem­pio. In con­se­guenza di que­sto, si chie­deva in che cosa con­si­stesse il fasci­smo del pre­sente, ed ecco arri­vare que­sto pas­sag­gio straor­di­na­rio e profondissimo.

Basta guar­darsi attorno per vedere quanto fosse lucida que­sta visione. Il “benes­sere che è egoi­smo, stu­pi­dità, incul­tura, pet­te­go­lezzo, mora­li­smo, coa­zione, con­for­mi­smo”. L’articolo si chiu­deva con una sorta di male­di­zione biblica, che forse si è nel tempo tra­sfor­mata in mera pre­mo­ni­zione. Il figlio fasci­sta era la con­se­guenza e il ‘con­trap­passo’ del fasci­smo masche­rato della madre, del suo pre­starsi a “con­tri­buire a que­sta mar­ce­scenza”. L’anatema è diver­tente e dolo­roso, con quell’eco da tra­ge­dia greca; diver­tente per­ché vaga­mente iro­nico, ter­ri­bile per­ché offre a noi nipoti una deso­lante spie­ga­zione della realtà duris­sima da cui siamo asse­diati, inte­rior­mente ed este­rior­mente: “Che vi ven­gano figli fasci­sti – que­sta la nuova male­di­zione – figli fasci­sti, che vi distrug­gano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio”.

Ancora una volta la bel­lis­sima foto non so di chi sia. Lo sco­prirò, pro­messo. Il brano è tratto da quella miniera ine­sau­ri­bile di idee, sti­moli e grande scrit­tura civile che è il “Meri­diano” di Paso­lini Saggi sulla poli­tica e sulla società (Mon­da­dori, 1999; la rispo­sta alla let­tera si trova alle pp. 1014–18).

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