Gianfranco Contini e i parricidi

22 ottobre 2011

Pie­tro Citati qual­che giorno fa ha scritto che Gian­franco Con­tini non capì mai né Gadda né Proust. Suc­cede che, nella pic­cola repub­blica delle let­tere ita­liane, ci sia ancora chi ha voglia di pren­dersi que­ste sod­di­sfa­zioni postume; e oggi final­mente si può fare, per­ché dav­vero, oggi final­mente tutto si può fare.

La cor­nice di que­sta affer­ma­zione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripub­bli­ca­zione delle opere di Carlo Emi­lio Gadda nella Biblio­teca Adel­phi, dopo anni di ono­rato ser­vi­zio da Einaudi e, soprat­tutto, da Gar­zanti. La set­ti­mana scorsa è infine uscito il primo volume, i mera­vi­gliosi Accop­pia­menti giu­di­ziosi, in un’edizione lus­suosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abi­tuato Adel­phi. Non che all’edizione Gar­zanti man­casse nulla: il lusso tut­ta­via ha il suo fascino, e d’altro canto la vec­chia edi­zione, spar­tana e fra­gile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edi­zione del testo, curata da Paola Ita­lia e Gior­gio Pinotti, sia impor­tante e inno­va­tiva, sarà neces­sa­rio ascol­tare il parere degli agguer­riti filo­logi gaddiani.

Nel frat­tempo sul Cor­riere della Sera è uscito un arti­colo di Pie­tro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, sag­getti, arti­coli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbon­danza che si per­mette l’approssimazione!), si dichiara oggi inca­pace di aggiun­gere una sola riga su uno scrit­tore «cono­sciu­tis­simo e ama­tis­simo». Ma non potendo, nono­stante il dolo­ro­sis­simo blocco, aste­nersi da scri­vere qual­cosa sul volume pub­bli­cato da Adel­phi (che in fondo è anche un suo edi­tore), ci regala un’inedita perla di per­fi­dia edi­to­riale. Ine­dita secondo lui, almeno.

Citati rac­conta di quando, nel 1963, a Gian­franco Con­tini fu chie­sto di scri­vere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cogni­zione del dolore, il grande capo­la­voro di Gadda. Con­tini, legato a Gadda da una pro­fonda ami­ci­zia che risa­liva agli anni Trenta, scrive un bril­lante e denso sag­gio alla sua maniera, che comin­cia con­fron­tando due gesti di par­ri­ci­dio sim­bo­lico: quello di Made­moi­selle Vin­teuil nella Ricerca del tempo per­duto di Proust e quello di Gon­zalo Piro­bu­tirro, il pro­ta­go­ni­sta della Cogni­zione nel cui per­so­nag­gio si rico­no­scono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musi­ci­sta Vin­teuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Nar­ra­tore assi­ste alla scena dalla fine­stra, e que­sta pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispie­garsi del suo gran­dioso romanzo, e in par­ti­co­lare nella sco­perta dell’omosessualità. In Gadda, Gon­zalo stacca dalla parete il ritratto foto­gra­fico del padre, lo sbatte per terra e lo cal­pe­sta ripe­tu­ta­mente e con rab­bia. Con­tini parte da que­sta ana­lo­gia per illu­mi­nare la com­plessa trama psi­co­lo­gica della Cogni­zione, e nel farlo com­mette, da filo­logo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrit­tore) di por­tare alla luce alcune chiavi nasco­ste del romanzo.

Gadda se ne dispera, e comin­cia una lunga trat­ta­tiva con­dotta anche attra­verso la media­zione di un altro cri­tico e filo­logo, Gian Carlo Roscioni, cura­tore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Con­tini accetta di mesco­lare un po’ le carte e oscu­rare i rife­ri­menti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo ini­mi­ta­bile stile (il ‘con­ti­nese’, come una volta lo defi­ni­vano): «Defe­rii ai para­noici desi­derî, ricorsi a peri­frasi non meno grame, pla­cai quella tere­brante ango­scia, cosa che sola impor­tava. Gadda me ne rin­gra­ziò lun­ga­mente (9 aprile 1963, ore 14), tor­nando a par­lare di “ragioni fami­liari” e di “pru­denza municipale”».

Citati rac­conta que­sta sto­ria da par suo, cre­den­dola cono­sciuta solo «dal mio amico Gian­carlo Roscioni, e da pochis­simi altri». Rife­ri­sce quindi in que­sto modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Con­tini, Gadda diventò furi­bondo di dolore, dispe­ra­zione, ver­go­gna, ango­scia. In realtà, Con­tini non aveva com­preso né La cogni­zione del dolore né la Recher­che: il gesto di Gon­zalo non aveva nes­suna com­po­nente ero­tica o lesbica o pro­fa­na­to­ria; e non rac­chiu­deva nem­meno il segno del pec­cato ori­gi­nale e la colpa dello sguardo. Gadda pro­te­stò vio­len­te­mente con l’ edi­tore e con Con­tini, il quale ridusse il suo para­gone a un accenno quasi incom­pren­si­bile, o com­pren­si­bile a venti cono­sci­tori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase imme­di­ca­bile. Imma­gi­nava che, dopo le pagine di Con­tini, tutti, per­sino i fat­to­rini del tram e le por­tiere, vedes­sero in lui un mostro: un lesbico, che aveva spu­tato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto rac­conta la Cogni­zione».

In realtà l’episodio è noto a qual­cuno in più dei pochis­simi che crede Citati, per­ché lo stesso Gian­franco Con­tini ne scrisse, e pro­prio sul «Cor­riere della Sera», il 3 gen­naio 1988, e lo face ben più dif­fu­sa­mente di Citati, ripor­tando fram­menti della cor­ri­spon­denza con Gadda e con­clu­dendo il suo reso­conto con un lapi­da­rio e signi­fi­ca­tivo: «Tale il pedag­gio pagato da uno scrit­tore atta­na­gliato dalla dop­pia branca della sin­ce­rità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cogni­zione del dolore e ad altri saggi gad­diani, nel volume signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato Quarant’anni di ami­ci­zia. Scritti su Carlo Emi­lio Gadda (1934−1988), pub­bli­cato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dun­que non si tratta di vicende man­te­nute in quel ‘pet­te­golo riserbo’ di cui Citati sem­bra volerle amman­tare. D’altronde lo stesso Citati aveva già rac­con­tato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recen­sione, que­sta volta sulla «Repub­blica», dell’edizione Gar­zanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, per­ché forse è bene ricor­darlo, Gadda e Con­tini furono gran­dis­simi amici, e non smi­sero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.

Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere por­tati a pen­sare il con­tra­rio, come si potrebbe essere por­tati a pen­sare che Citati non apprezzi Con­tini. La realtà è per for­tuna ben diversa: come lo stesso Citati rac­con­terà in un’intervista tele­vi­siva, Gian­franco Con­tini fu infatti il mae­stro più amato in gio­ventù, incon­trato in Sviz­zera dopo averlo a lungo ‘imma­gi­nato’ negli anni tori­nesi e alla Nor­male di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repub­blica, Citati dice cose inte­res­santi, per­fide e tal­volta visto­sa­mente ini­que sullo stile e sulla vita di Con­tini, come sem­pre per metà tra­ve­sten­dole da opi­nioni altrui (in que­sto caso di Gadda).

Forse, allora, tutto tor­ne­rebbe più chiaro se ai due par­ri­cidi sim­bo­lici dell’incriminata pre­fa­zione, con tutto quello che com­por­tano in ter­mini di con­flit­tua­lità e pul­sioni represse, se ne aggiun­gesse un terzo: quello del filo­logo e cri­tico Pie­tro Citati nei con­fronti del filo­logo e cri­tico Gian­franco Contini.

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Lorenzo dicembre 4, 2012 alle 23:53

Pietro Citati può essere eletto a simbolo (!) del camuffato squallore in cui siamo finiti per essere immersi da mani sconosciute ai più: e Goethe, e Leopardi, e Gadda, e Proust: uno all’anno: ci fosse tempo spesso in modo peggiore!
P.S. Ho scoperto solo ora questo blog e ne approfitto per fare i complimenti all’ideatore.

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Sergio Bestente dicembre 5, 2012 alle 00:35

Grazie del commento arguto e gentile.

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