Giulio Bollati — Lettera aperta a Pietro Citati

CARO CITATI, ho letto l’articolo in cui, in disaccordo con Alberto Arbasino, neghi recisamente che la cultura italiana stia attraversando una fase di intontimento e quasi di analfabetismo, e ne esalti anzi una rinnovata fioritura. (“E l’Italia ritrovò la buona cultura…”, in Repubblica del 23 aprile). Non entro nel merito, perché non ho potuto leggere Arbasino, mi interessano però le premesse da cui parti e il quadro storico che costruisci a sostegno della tua tesi.

Siamo stati compagni di università e di Scuola Normale a Pisa (io più vecchio di qualche anno) e rimasti sempre amici. Di una amicizia fatta soprattutto di rispetto e di discrezione reciproca. Ma questo modo forse un po’ pigro di essere amici ha un limite nella responsabilità pubblica di cui, in misura maggiore o minore o minima, siamo investiti in ragione del nostro mestiere. E tu col tuo articolo ti sei assunto una responsabilità che chiama in causa la mia e di quanti altri dissentono eventualmente da te. Pretendi infatti di cancellare con un tratto di penna una cultura che è stata, nel bene e nel male, nel consenso e nel dissenso, la mia e di numerosi altri; una cultura che tu definisci in modo confuso (comprende infatti la lettura di Gramsci e la voga dello strutturalismo, Il Politecnico, Officina, il neorealismo più ottuso e le agitazioni del ’68: manca, ma credo soltanto per distrazione, il Gruppo ’63, e poi nel calderone ci siamo quasi tutti); una cultura, comunque, che non è difficile identificare pressappoco in quella di sinistra. Mi colpisce la perentorietà disarmante con cui emetti una condanna di esecuzione in massa di circa tre generazioni intellettuali, e la naturalezza con cui porti a termine l’eccidio e comunichi che l’ordine è stato ristabilito. La cattiva cultura è morta e la buona, cioè la tua, torna a regnare in tutto il suo splendore.

Non vorrei che si creassero degli equivoci. Quella che chiamo la tua cultura non prende nome da Gadda, Montale, Longhi, Duns Scoto, Paracelso, Giuseppe Flavio. Quello è un patrimonio culturale di cui, naturalmente, non hai l’esclusiva. La tua cultura, se non ho mal capito quello che hai scritto nel corso degli anni, fa tutt’uno con la tua idea di letteratura e col tuo metodo critico, e consiste in un tete-à-tete con l’assoluto, in un dialogo ininterrotto coi grandi spiriti, i phares li chiama Baudelaire (autore, per esempio, a me caro); e si esprime sulla tua pagina critico-creativa nella forma di una mimesi mistica, di una simbiosi estatica, quasi che ogni volta quei grandi si reincarnassero in Pietro Citati. Se a te piace così, per me va bene, anche se forse neppure di quelle esperienze del sublime dovresti arrogarti il monopolio, perché magari c’è qualcuno che fa anche lui, nel silenzio del suo privato, le letture celesti che tu ti attribuisci nei tuoi scritti. Perché, vedi, non tutti usano i classici per accendere il fuoco nel caminetto, e magari ci sono dei buoni lettori anche tra quei forsennati che frequentavano (e frequentano) le opere di Gramsci.

Avrai capito, a questo punto, che non approvo il tuo modo di porti. Stabilisci d’autorità la tabella dei buoni e dei cattivi, ti metti abusivamente sotto la protezione dei grandi nomi, offri e chiedi alleanze creandoti degli schieramenti di comodo. E questo non mi piace in chi pretende di sistemare la storia culturale di mezzo secolo. Mi duole di doverti richiamare per un momento sulla terra e metterti a contatto con le brutture della storia e della politica, ma devo dirti che il tuo articolo è irrimediabilmente datato al tempo e alla mentalità della guerra fredda. Il tuo è il grido di trionfo un po’ tardivo di chi nell’avvento di una nuova epoca, affascinante anche per la terribile difficoltà dei problemi che ci propone, vede soltanto una lieta e confortevole restaurazione. Ma non pensare che voglia fare di te il nostro De Maistre letterario. Osservo soltanto che alzare, per così dire, la bandiera delle Giubbe Rosse sulle rovine del Politecnico di Vittorini, è una operazione non priva di una sua grandiosa e suggestiva insensatezza onirica, ma attiene ancora e sempre alla controversia ideologica, piuttosto che all’ esercizio della ragione critica e storica.

Leggo nel tuo articolo: “Ricordo il mio primo anno di università nel 1947: avevo poco più di diciassette anni e confuse e disperate (forse avevi scritto disparate) letture; e l’arcigna, plumbea mescolanza di filologia classica e di stalinismo, con la quale la cultura mi si presentò alla Scuola Normale di Pisa, faro dell’ università italiana, mi pareva invitasse soltanto al suicidio”. Via, non esageriamo. C’ ero anch’io, caro Pietro, e preparavo una tesi sul Conciliatore, il noto giornale milanese finanziato poco prima del 1820 da insospettabili aristocratici che volevano mettere d’accordo letteratura e rivoluzione industriale, valori spirituali ed economia politica, ed era per me come il modello sperimentale dell’incredibile avventura intellettuale che ci si apriva davanti. Qualche anno dopo tu ti saresti laureato con una tesi sul Caffè, altro giornale milanese ecc., letto da te in uno spirito non molto lontano dal mio: e conservo ancora la copia che mi desti da leggere.

Ma vediamo l’ambiente. La filologia classica era rappresentata da Giorgio Pasquali, ed era fantasiosa, creativa e intellettualmente esaltante ben oltre i suoi confini disciplinari. Luigi Russo, il tuo e mio professore di italiano, era uomo di impetuosi slanci civili, ma restava un tenace maestro di crocianesimo e non tollerava sociologismi in letteratura. Quanto a Delio Cantimori, filologo lo era di certo, e di quale livello, ma lo liquideresti come stalinista? Era una figura di straordinaria, drammatica complessità culturale, ed è molto grave che non si pubblichino le sue opere e non si torni a studiarlo. E dove lo mettiamo Contini, che veniva a Pisa per tenerci dei vertiginosi seminari e nelle pause ci leggeva ad alta voce l’Anonimo della Vita di Cola sul prato del Duomo? E Giovanni Macchia giovane, che ci dava da studiare da Baudelaire al surrealismo di Marcel Raymond? Rischio di perdermi nei ricordi e invece voglio dirti che c’è una certa slealtà in quella tua accusa di stalinismo. Perché, detto oggi, stalinismo suona diverso, è falsificante nei confronti di chi allora si definiva comunista, socialista, cattolico di sinistra, progressista, o magari aderiva, come credo tu abbia aderito (anche se non a Pisa) alla Gioventù saragatiana. È falsificante, voglio dire, stendere il nero mantello dello stalinismo su dei ragazzi di varie tendenze che scoprivano allora la politica come una chiave magica e credevano di aver capito tutto e di poter cambiare il mondo. Che tu non ti sentissi completamente a tuo agio lo vengo a sapere adesso, e ripensando ai tuoi sviluppi successivi lo posso anche capire. Ma ti prego, non inscenare il buio a mezzogiorno, deponi la maschera tragica.

Quello che è successo dopo, o, per usare parole tue, la storia che dal Politecnico conduce a Rinascita e a Officina e alla voga strutturalista e poi al 1968, la lettura di Gramsci e la polemica su Metello non è, secondo te, cultura viva. Io trovo che fare di ogni erba un fascio e gettarlo dalla finestra non è cultura, né viva né morta. Lo dirò coi tuoi filosofi tomisti: “Contra principia negantem non est disputatio”. Traduco molto liberamente: non si può discutere e nemmeno litigare sul serio con chi si isola su posizioni di partenza troppo lontane da quelle di coloro che, anche nello scontro dei punti di vista, cercano semplicemente di capire.

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